I prossimi obiettivi di “Vladimir il Conquistatore”

Putin conquistatore Nelle ultime settimane abbiamo assistito all’annessione senza (o quasi) colpo ferire della regione ucraina della Crimea da parte della Russia. Nonostante le resistenze di Kiev e le pressioni internazionali, soprattutto da parte dei paesi occidentali, il presidente russo non ha desistito nel suo intento e, alla fine, notizia delle ultime ore, sembra che i rimanenti militari ucraini stiano lasciando la penisola o stiano proprio cambiando uniforme passando tra le fila dell’esercito russo. Attualmente la situazione è quindi in una fase di stallo, dove di fatto la Russia sta completando l’annessione della Crimea e l’Occidente all’opposto non l’ha riconosciuta ed ha imposto delle sanzioni a Mosca seppur molto blande. Questo stallo potrebbe modificarsi se Kiev decidesse di tagliare l’energia elettrica alla penisola della Crimea e se dovesse usare il pugno duro contro le regioni separatiste dell’est, cosa che potrebbe provocare un intervento russo simile a quello effettuato in Crimea, cioè soldati senza mostrine di riconoscimento, occupazione, referendum separatista ed annessione. In questo caso sarà molto importante la reazione occidentale, se sarà di nuovo molto blanda, Putin potrebbe diventare sempre più aggressivo e sicuramente cercherà sempre più di estendere la sua influenza ed importanza. Sono due i fattori storici di estrema importanza avvenuti nelle ultime settimane: il primo è la legge emessa dalla Duma che permette di considerare richieste di annessione da parte di popolazioni fuori dalla Russia, come nel caso della Crimea, il secondo è l’atteggiamento degli Stati Uniti, che a parole sono molto duri e aggressivi ma nei fatti non possono permettersi un intervento diretto contro Mosca. Detto questo, ora proveremo a fare una carrellata dei più probabili prossimi obiettivi di Putin e considereremo inoltre le possibili alleanze e le situazioni in cui Mosca potrebbe intervenire.

Partiamo dall’Ucraina: dopo la Crimea, altre regioni hanno mostrato di voler unirsi al gigante russo. Tra le regioni dove le proteste e le spinte separatiste sono più forti troviamo gli oblast di Donetsk, dove la minoranza russa è molto grande, quello di Kharkiv, quello di Luhansk e quello di Odessa. Quest’ultimo è molto importante perché potrebbe fungere da collegamento tra la Russia e la Moldavia dove esistono altre spinte separatiste. In misura minore altre regioni a maggioranza russofona che potrebbero richiedere l’annessione sono: Kherson, Mykolaiv, Dnipropetrovsk e Zaporizhia. A nostro avviso, se Putin si fermasse alle prime regioni sopraddette, potrebbe darsi che il governo di Kiev decida di lasciargliele senza colpo ferire, come per Crimea e Sebastopoli, invece se non si fermasse e decidesse di annettere totalmente l’Ucraina orientale anche con le seconde regioni, è molto probabile che la situazione degeneri e si arrivi allo scontro. In questo caso è fondamentale capire se Kiev sarà da sola a combattere per la propria integrità territoriale o se l’Occidente interverrà. Potrebbero esserci diversi scenari, come soltanto l’intervento  di alcuni paesi periferici fortemente supportati dalla Nato coma Polonia, Repubblica Ceca, Paesi Baltici e Romania, oppure l’intervento diretto della Nato che a quel punto sfocerebbe in una guerra mondiale, oppure soltanto un intervento economico massiccio con un embargo totale contro Mosca che produrrebbe conseguenze devastanti anche per i paesi europei. Nel caso Kiev rimanga da sola e la Russia venisse colpita esclusivamente da forti sanzioni, è probabile che il Cremlino diventi ancora più aggressivo e decida di completare un’invasione dell’intera Ucraina, magari con la scusante di rimettere al suo posto il legittimo presidente Yanukovich, oppure con la scusante di indire libere elezioni dove ovviamente vincerebbe un candidato filorusso. Uno scenario del genere non sarà sicuramente indolore come l’annessione della Crimea. In caso invece di intervento di paesi periferici come la Polonia e i Paesi Baltici, fortemente supportati dalla Nato, Putin potrebbe a quel punto estendere le proprie velleità di conquista anche contro questi paesi, con il casus belli di interferenza con le vicende ucraine. Questo per quanto riguarda l’Ucraina. Oltre l’Ucraina, a nostro avviso è molto importante anche quello che potrebbe succedere in Moldavia. Questo paese ha recentemente siglato l’accordo di associazione con l’Unione Europea ed è governato da un presidente filo-occidentale. In Moldavia però esiste una repubblica autoproclamata ma non riconosciuta da nessuno, se non da Mosca, la Transnistria. Attualmente questa è anche occupata da circa duemila militari russi, che ne garantiscono l’integrità. Demograficamente questa zona si divide in parti quasi uguali tra moldavi, ucraini e russi. Notizia di pochi giorni fa, a nostro avviso di grande importanza, è la richiesta da parte del governo della Transnistria di annessione alla Russia. La richiesta è stata già presentata al parlamento russo. Come abbiamo detto prima, se le regioni orientali dell’Ucraina dovessero riuscire ad annettersi alla Russia, la Transnistria potrebbe così collegarsi direttamente con un territorio russo. Ricordiamoci però che la Transnistria per i governi occidentali, è un territorio appartenente alla Moldavia e quindi un’annessione aggraverebbe ancora di più le tensioni. Inoltre, in Moldavia, esistono altre piccole aeree che potrebbero guardare positivamente ad una inclusione alla Russia. Come la città di Basarabeasca, dove russi e ucraini di Odessa sono la maggioranza, oppure alcune enclave in territorio moldavo come i villaggi di Egorovca, Dobrogea, Edinet, Pocrovca, Cunicea, Troitcoe, Semionovca che sono a maggioranza russa, senza considerare che minoranze russe e ucraine sono sparse per tutto il paese. E’chiaro che, eventualmente, alcune presunte violenze o discriminazioni nei confronti della minoranza russa, potrebbero essere usate come pretesto per un’invasione di tutto il paese. Da considerare, inoltre, che a differenza dell’Ucraina, molti moldavi, anche non etnicamente russi, si definiscono russi e guarderebbero con favore un rientro nella Madre Russia. In caso di coinvolgimento della Moldavia, è molto probabile un coinvolgimento anche della vicina Romania, che da sempre punta ad una annessione della Moldavia e non potrebbe stare a guardare in caso di invasione russa. Da non sottovalutare anche la minoranza autonoma della Gagauzia, che da sempre punta ad una propria indipendenza da Chisinau. Questa minoranza, anche se di origine turca, professa la religione ortodossa ed è abbastanza filorussa. Infatti, ultimamente, si è scagliata contro l’adesione all’Unione Europea, e quindi potrebbe essere incoraggiata da Mosca a richiedere la propria indipendenza, per poi aderire all’Unione Euroasiatica, capeggiata dalla Russia.
Altri paesi confinanti con la Russia, sono Bielorussia e Kazakistan, che attualmente sono alleati con Mosca attraverso l’Unione Euroasiatica.
Altro discorso sono i Paesi Baltici, dove in Estonia e Lettonia  esistono forti minoranze russe. Per quanto riguarda l’Estonia, la regione di Ida-Viru, abitata da circa 150.000 persone delle quali più del 70% russe, potrebbe essere un possibile obiettivo di Mosca, seguita dalla stessa Tallinn dove esiste un’ampia minoranza russa. L’Estonia ha una situazione diversa rispetto ad Ucraina e Moldavia, perché è un paese della Nato e, in teoria, in caso di aggressione russa, dovrebbero intervenire tutti gli altri paesi dell’alleanza. Altro paese baltico con una grande minoranza russa è la Lettonia. I territori delle città di Rezekne e Daugavplis sono a maggioranza russa e potrebbero essere una probabile preda del Cremlino. Anche l’ultimo paese baltico, la Lituania, ha una considerevole minoranza russa, concentrata soprattutto nella città di Visaginas, dove è la maggioranza e a Klaipeda e nella capitale Vilnius. Guardando la cartina, è chiaro che per Mosca, annettere ed invadere i Paesi Baltici potrebbe essere molto utile, perché unirebbe la Madre Russia con l’enclave di Kaliningrad (situazione che ricorda molto il corridoio di Danzica nella seconda guerra mondiale. Già all’epoca ci si chiedeva se valesse la pena morire per Danzica, da parte di Francia e Inghilterra. Anche ora, i paesi occidentali sarebbero pronti a combattere una guerra catastrofica per difendere i paesi baltici?).

Passando invece al Caucaso, la situazione è tesa per la Georgia, che ha già combattuto una piccola guerra con la Russia. Mosca, incoraggiata dalla debolezza occidentale, potrebbe definitivamente annettere l’Abcasia e l’Ossezia del Sud. Nel Caucaso, alleato di Mosca è l’Armenia che si trova in perenne conflitto con l’Azerbaigian per la questione del Nagorno-Karabakh, enclave armena in territorio azero. In caso di nuove offensive azere contro l’Armenia, è possibile un intervento russo contro lo stesso Azerbaigian.

Ora passiamo alle possibili alleanze di cui potrebbe disporre Mosca. La Cina, ultimamente, sembra mostrare una neutralità positiva nei confronti della Russia, ma non può essere considerata un vero e proprio alleato. Altro discorso è l’India, che sembra avvicinarsi sempre di più a Mosca. La questione dei Marò ha raffreddato le relazioni con l’Italia e soprattutto con l’Unione Europea e quindi è naturale che Nuova Delhi stia cercando nuovi alleati. C’è anche la Siria, in perenne guerra civile e l’Iran. In Sudamerica  la Russia ha trovato una sponda nel Nicaragua, nell’Argentina e nel Venezuela, quest’ultimo scosso da forti proteste e scontri per la grave situazione economica interna, oltre a Cuba, tradizionale alleato della Russia. Ad oriente, ricordiamo invece la lunga disputa con il Giappone per le isole Curili, che potrebbe riaccendersi in caso di aumento delle tensioni internazionali. Nell’Unione Europea, le maggiori ostilità contro la Russia, provengono dalla Gran Bretagna, dalla Francia, dalla Polonia, dalla Repubblica Ceca e dai Paesi Baltici. Anche la Germania si è schierata fortemente contro la Russia, ma in misura leggermente minore. L’Italia  si è accodata all’Unione Europea, ma con una posizione più blanda, data la sua grande dipendenza dal gas russo e la grande importanza dei rapporti commerciali con Mosca. La Bulgaria, invece, si è schierata quasi in posizione filorussa e minaccia di porre il veto ad eventuali sanzioni più pesanti nei confronti di Mosca. La Serbia, per affinità storica, linguistica ed etnica rappresenta forse il principale alleato di Mosca in Europa. A questo proposito, nelle ultime settimane, si è sollevata la questione dell’indipendenza della Repubblica Serba di Bosnia. La Russia potrebbe aiutare la Serbia a questo proposito e magari tentare di allargare l’Unione Euroasiatica a Belgrado ed ad una neonata Repubblica Serba di Bosnia. Ambigue anche le posizioni di Montenegro, Macedonia, Slovacchia e Croazia, che, a nostro avviso, in caso di espansionismo russo, potrebbero facilmente cambiare bandiera. Da monitorare anche la Grecia, che a livello religioso è affine alla Russia e dove, a causa della fortissima crisi economica, alcuni partiti estremisti potrebbero invocare un avvicinamento a Mosca.
Detto questo, la recente vittoria russa in Crimea, potrebbe spingere il Cremlino ad una maggiore esposizione internazionale, così da recuperare il suo vecchio ruolo di superpotenza. A questo proposito è possibile ipotizzare un intervento diretto in Siria, contro i ribelli, con la scusa che questi ultimi sono dei terroristi e una maggiore ostilità nei confronti di Israele, che minaccia quotidianamente l’Iran e che ultimamente ha compiuto anche azioni militari in territorio siriano. Interessante anche la richiesta, da parte di una comunità della striscia di Gaza, di annessione alla Russia. Quindi possiamo vedere che, oltre la Crimea, la Russia potrebbe sfidare l’Occidente in moltissime direzioni. Molto interessante è anche la copertura data dai media russi al referendum digitale per l’indipendenza del Veneto. Mosca potrebbe pensare ad un allargamento della sua Unione Euroasiatica ad eventuali paesi secessionisti interni all’Unione Europea, ed a questo proposito ricordiamo che l’Unione Euroasiatica è nata per unire Lisbona a Vladivostok. Rilevanti anche le posizioni di molti partiti di opposizione euroscettici come il Movimento Cinque Stelle di Grillo e il Fronte Nazionale di Marine Le Pen che hanno mostrato un certa solidarietà alla politica estera di Mosca. Possibili cavalli di Troia del Cremlino nell’Unione Europea? Se Putin riuscisse effettivamente a disintegrare l’Unione Europea dall’interno e ad estendere l’Unione Euroasiatica, sarebbe effettivamente lo statista del secolo come da molti considerato. Attualmente si è limitato ad annettere una regione a grandissima maggioranza russa ed ha perso l’Ucraina che è passata ai filoccidentali. Rimane quindi in leggero svantaggio in questa partita geopolitica anche considerando il crollo del rublo e della borsa. Le prossime mosse probabilmente potranno chiarire in quale direzione ha deciso di spingersi il Cremlino. A nostro avviso si vede una debolezza nel blocco occidentale, Putin ha l’occasione per approfittarne. Concludendo, sembra che la Storia si ripeta, ricordiamo la debolezza dell’Inghilterra quando Hitler annesse i Sudeti per poi spingersi alla conquista della Polonia. Da monitorare la situazione interna in Ungheria e Bulgaria, che ultimamente hanno mostrato posizioni filorusse ed è probabile che gli eurocrati stiano già preparando la rivoluzione interna per sostituire questi due governi. Da monitorare anche la Turchia, dopo il blocco dei social network, possiamo ipotizzare che l’Occidente finanzi la rivolta perché necessita di una Turchia più chiaramente filo-occidentale da scagliare contro la Russia.Se questo articolo ti è piaciuto non perderti il libro di Giuseppe Cirillo: Libertà Indefinita, prossimamente acquistabile su internet e in 1.500 librerie.

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La Russia verso la frammentazione?

Russia Protests

Le rivolte in Ucraina sembrano aver ottenuto il loro risultato, il presidente Yanukovich è fuggito e Iulia Tymoshenko è stata liberata. Ora sarà interessante notare se la Russia interverrà a difesa delle aree russofone dell’est dell’Ucraina oppure no. Molti politici locali hanno rifiutato di accettare le decisioni del parlamento ucraino e hanno invitato la popolazione a mobilitarsi, anche se finora con scarsi risultati. I leader filorussi si sono giustificati dicendo che i ribelli filoeuropeisti avevano un sostegno economico alla spalle da parte degli occidentali. Probabilmente il governo russo dopo la fine delle Olimpiadi potrebbe intervenire, anche se la propria situazione interna non è delle migliori, con il rublo che sta andando a picco e con la condanna di diversi militanti dell’opposizione. A nostro avviso, difficilmente Putin potrà intervenire militarmente in Ucraina a difesa delle regioni russofone, perché in una situazione economica caratterizzata da crollo valutario e crescita in forte rallentamento, un deterioramento dei rapporti con l’Unione Europea potrebbe aggravare ulteriormente questa situazione. Dopo la condanna definitiva degli oppositori che hanno partecipato alle manifestazioni del 2012, il blogger Navalny (una sorta di Grillo russo), nel suo blog invita a replicare la rivoluzione ucraina in Russia. Leggendo i diversi commenti, molte persone la pensano come lui e credono che presto anche la Russia sarà liberata dal regime. Ricordiamo come alle recenti elezioni amministrative, il partito Russia Unita abbia fortemente calato i propri consensi ed abbia perso una città importante come Ekaterimburg. Inoltre è stata segnalata una fortissima astensione, a dimostrazione che il popolo non crede alla legittimità delle elezioni, dato i diffusi brogli. Detto questo, pensiamo che i poteri forti, dopo aver consegnato l’Ucraina all’Unione Europea, ora siano pronti a puntare il proprio cannone finanziario contro Bielorussia, Russia e stati filorussi. Infatti le valute di questi paesi stanno scendendo drasticamente. Se la situazione dovesse peggiorare è probabile che anche in Russia inizino rivolte seguendo l’esempio ucraino. Idem come in Ucraina, l’opposizione è composta da liberali, nazionalisti ma anche da neonazisti. Noi ora vogliamo ipotizzare uno scenario un po’ visionario: se la Russia cadesse in guerra civile e i nazionalisti guidati da Navalny riuscissero a cacciare la corrotta congrega di Putin, come reagirebbero le diverse regioni etnicamente diverse presenti nella Federazione Russa? A nostro avviso, non bene, quindi è probabile che se Mosca cadesse nel caos, diverse regioni potrebbero dichiarare la propria secessione. Ovviamente uno scenario del genere non avviene dall’oggi al domani e porterebbe ad una sanguinosa guerra civile, ma a questo proposito rimandiamo al nostro articolo Terzo Conflitto Mondiale? Una guerra liquida dove data l’impossibilità dello scoppio di una guerra tradizionale ( poichè tutte le potenze sono armate nuclearmente), la Terza Guerra Mondiale sarà un grande guerra civile globale, con fronti mutevoli ed alleanze variabili. Praticamente lo scenario siriano esteso a tutto il Mondo. E sembra che la situazione si avvii sempre più verso questa direzione, in questo stesso momento sono nel caos interno Ucraina, Venezuela e Thailandia, senza contare altri focolai recenti che potrebbero presto riaccendersi in Bosnia, Bulgaria, Brasile, Turchia e senza parlare dell’Africa che è in costante guerra civile. Detto questo, ora vogliamo mostrare i diversi stati che potrebbero nascere da un’eventuale disintegrazione della Russia.

EST PRUSSIA
CAPITALE: Kaliningrad
POPOLAZIONE: 940.000
GRUPPO ETNICO PRINCIPALE: russi e minoranze ucraine e baltiche.
L’enclave di Kaliningrad è un territorio russo staccato dalla Federazione Russa e circondato dall’Unione Europea. Attualmente si sta proseguendo per una cooperazione con l’Unione Europea, recentemente l’imprenditore locale Pasko, ha proposto di rendere Kaliningrad uno stato baltico protetto dall’Europa. Le istanze separatiste sono molto blande, ma alcuni sondaggi hanno dimostrato che più del 60% della popolazione sotto i 28 anni sarebbe favorevole ad una separazione da Mosca, mentre estendendo il sondaggio all’intera popolazione, circa un terzo sarebbe favorevole. Questo dimostra che già esiste una considerevole base ideologica separatista e in uno scenario di disintegrazione territoriale, sicuramente l’enclave di Kaliningrad sarebbe inghiottita dall’Unione Europea.
POSSIBILITÀ DI SEPARAZIONE: ALTA

INGRIA
CAPITALE: San Pietroburgo
POPOLAZIONE: circa 2.000.000
GRUPPO ETNICO PRINCIPALE: russi, molti dei quali di origine finnica.
Durante la Rivoluzione del 1917, l’Ingria provò ad ottenere la sua indipendenza, senza riuscirvi. Recentemente i tifosi dello Zenit di San Pietroburgo hanno sventolato la bandiera dell’Ingria scatenando la furia di Mosca. I separatisti vorrebbe ricalcare il modello canadese della doppia capitale; San Pietroburgo ha sempre desiderato una propria indipendenza e centralità. Il separatismo di questa regione è basato più su motivi politici che su motivi etnici, dato che la maggioranza della popolazione è comunque russa, a nostro avviso in casa di esplosione sociale a Mosca, la popolazione di San Pietroburgo potrebbe spingere per l’indipendenza che porterebbe moltissimi vantaggi tra i quali l’integrazione economica con le repubblica scandinave e baltiche e il conseguente miglioramento economico.
POSSIBILITÀ DI SEPARAZIONE: MEDIO-BASSA

KARELIA
CAPITALE: Petrozavodsk
POPOLAZIONE: 640.000
GRUPPO ETNICO PRINCIPALE: russi, forte minoranza che si dichiara esplicitamente finnica.
La regione ha già una sua autonomia, ma sembra che tra i giovani si stia diffondendo la voglia di indipendenza. Alcuni soggetti politici e privati della vicina Finlandia stanno finanziando gruppi e associazione separatiste. E’ probabile che in caso di collasso della Russia, la Finlandia spinga sensibilmente per l’indipendenza di questa regione.
POSSIBILITÀ DI SEPARAZIONE: MEDIA

LAPPONIA RUSSA (SAAMI)
CAPITALE: Murmansk
POPOLAZIONE: 800.000
GRUPPO ETNICO PRINCIPALE: russi, con una minoranza lappone.
La regione non ha neanche una speciale autonomia e nemmeno spinte separatiste considerevoli, essendo i lapponi una piccola minoranza. Nel caso la Lapponia scandinava dovesse ottenere una propria indipendenza è probabile che anche questo territorio possa essere tentato da un’unione. Senza un forte supporto europeo a questa ipotesi, l’indipendenza di questa regione rimane un’ipotesi remota.
POSSIBILITÀ DI SEPARAZIONE: BASSA

BJARMALAND
CAPITALE: Arkhangelsk
POPOLAZIONE: 1.200.000
GRUPPO ETNICO PRINCIPALE: russi
Attualmente non si conoscono pretese separatiste di rilievo. Esiste però un movimento di opinione che richiede più autonomia per la regione.
POSSIBILITÀ DI SEPARAZIONE: BASSA

NENETSIA
CAPITALE: Naryan-Mar
POPOLAZIONE: 45.000
GRUPPO ETNICO PRINCIPALE: russi (60%), nenets (22%), komi (8%)
Data la presenza della minoranza etnica dei nenets (samoiedi), la regione ha già una certa autonomia. Esiste anche in questo caso il supporto, dato a questa minoranza da parte di Finlandia e Ungheria.
POSSIBILITÀ DI SEPARAZIONE: MEDIO-BASSA

COSACCHIA
CAPITALE: Rostov sul Don
POPOLAZIONE: 4.300.000
GRUPPO ETNICO PRINCIPALE: russi (di cui maggioranza di origine cosacca), minoranze caucasiche.
Attualmente i cosacchi stanno spingendo sempre più per una maggiore autonomia ed hanno recentemente ottenuto lo status di nazionalità. Ora, le comunità cosacche vorrebbero il riconoscimento di una loro repubblica specifica che finora il governo di Mosca ha respinto. I cosacchi rimangono comunque fedeli al governo centrale.
POSSIBILITÀ DI SEPARAZIONE: BASSA

CALMUCCHIA
CAPITALE: Elista
POPOLAZIONE: 290.000
GRUPPO ETNICO PRINCIPALE: calmucchi (57%), russi (30%)
La Calmucchia è già una repubblica autonoma nella Federazione Russa e non sono presenti spinte separatiste estreme. Detto questo, rimane il fatto che la maggioranza della popolazione è non-russa e di religione buddhista. Già durante il governo di Boris Eltsin, la Calmucchia arrivò vicina ad una secessione.
In caso di collasso del governo russo è molto probabile che la Calmucchia si dichiari indipendente.
POSSIBILITÀ DI SEPARAZIONE: MEDIO-ALTA

EMIRATO DEL CAUCASO
CAPITALE: Groznyj
POPOLAZIONE: circa 5.000.000
GRUPPO ETNICO PRINCIPALE: ceceni, ingusceti, darghini, russi.
Nell’area caucasica esistono le spinte separatiste più forti e violente. L’Emirato del Caucaso è stato proclamato dal terrorista Doku Umarov legato al al-Qaeda. E’ probabile che se il governo russo fosse in difficoltà, i guerriglieri islamici del caucaso ne approfitterebbero per instaurare il loro dominio. Ricordiamo come tra gli sponsor dei guerriglieri caucasici, ci siano le monarchie islamiche del golfo.
Alternativamente è possibile la proclamazione di stati islamici separati come la Cecenia, l’Inguscezia e il Daghestan.
POSSIBILITÀ DI SEPARAZIONE: ALTA

MORDOVIA
CAPITALE: Saransk
POPOLAZIONE: 840.000
GRUPPO ETNICO PRINCIPALE: russi e mordovini
I mordovini fanno parte del gruppo ugro-finnico e condividono con le altre minoranze ugrofinniche le stesse istanze separatiste. Il governo di Mosca monitora con grande attenzione questo tipo di attivismo. Finlandia e Ungheria rimangono i principali sponsor di questi separatismi.
POSSIBILITÀ DI SEPARAZIONE: MEDIA

MARI-EL
CAPITALE: Yoshkar-Ola
POPOLAZIONE: 700.000
GRUPPO ETNICO PRINCIPALE: russi e mari
I mari fanno sempre parte della famiglia ugro-finnica e quindi come i mordovini hanno l’appoggio della Finlandia. In Mari-El che è già una repubblica autonoma all’interno della Federazione, i mari e i russi compongono ciascuno circa la metà della popolazione. Attualmente l’attivismo dei Mari, la loro religione pagana e la loro lingua sono fortemente perseguiti dal governo russo locale anche con atti di violenza. Diverse associazioni di attivisti hanno chiesto che l’Unione Europea riconosca Mari-El e molte altre repubbliche autonome russe come nazioni indipendenti.
POSSIBILITÀ DI SEPARAZIONE: MEDIA

CHUVASHIA
CAPITALE: Cheboksary
POPOLAZIONE: 1.250.000
GRUPPO ETNICO PRINCIPALE: chuvashi e minoranza russa.
Chuvashia tentò durante il collasso dell’Unione Sovietica ad ottenere l’indipendenza ma non ci riuscì. I chuvash sono una popolazione turca anche se di religione cristiana o pagana. La Turchia supporta le minoranze e i popoli turcofoni dell’Asia Centrale.
POSSIBILITÀ DI SEPARAZIONE: MEDIA

UDMURTIA
CAPITALE: Izhevsk
POPOLAZIONE: 1.500.000
GRUPPO ETNICO PRINCIPALE: russi(60%), udmurti (30%)
Anche gli udmurti fanno parte della famiglia ugro-finnica, quindi valgono le considerazioni dette per i mari e i mordovini. In questo caso la maggioranza della popolazione si dichiara russa, quindi è sicuramente più difficile una secessione.
POSSIBILITÀ DI SEPARAZIONE: BASSA

TATARSTAN
CAPITALE: Kazan
POPOLAZIONE: 3.800.000
GRUPPO ETNICO PRINCIPALE: tatari (53%), russi (39%)
Il Tatarstan è abitato prevalentemente da tatari e da russi incrociati con tatari. La religione principale è l’islam e recentemente c’è stata una certa espansione di questa religione. Anche il Tatarstan durante la dissoluzione dell’Unione Sovietica ambì all’indipendenza senza riuscirvi. Tuttora esistono forti spinte separatiste e addirittura politici nazionalisti russi hanno dichiarato che nazioni come il Tatarstan, che non hanno nulla di russo, farebbero meglio a staccarsi dalla federazione. Dopo le repubbliche caucasiche, il Tatarstan è l’aerea dove la richiesta di indipendenza è più forte.
POSSIBILITÀ DI SEPARAZIONE: MEDIO-ALTA

KOMI
CAPITALE: Syktyvkar
POPOLAZIONE: 900.000
GRUPPO ETNICO PRINCIPALE: russi(60%), komi (25%)
I komi fanno parte della famiglia ugro-finnica. Anche qui esistono le stesse istanze separatiste che accomunano gli altri territori di questo ceppo etnico-culturale.
POSSIBILITÀ DI SEPARAZIONE: MEDIO-BASSA

BASCHIRIA
CAPITALE: Ufa
POPOLAZIONE: 4.070.000
GRUPPO ETNICO PRINCIPALE: baschiri e tatari(55%), russi(36%)
Questa regione è già una repubblica autonoma e decide tutto in piena indipendenza. La maggioranza della popolazione è musulmana, esiste un forte attivismo politico per difendere l’autonomia della Baschiria nei confronti del governo di Mosca. Recentemente si sono svolte manifestazioni per chiedere la piena indipendenza.
POSSIBILITÀ DI SEPARAZIONE: MEDIO-BASSA

YAMALIA
CAPITALE: Salekhard
POPOLAZIONE: 530.000
GRUPPO ETNICO PRINCIPALE: russi, con minoranze nenets, komi e tatare.
Regione con una già grande autonomia, difficilmente la minoranza nenets potrà ottenere l’indipendenza dei suoi territori, più probabile che politici russi locali sfruttino un eventuale caos della Federazione Russa per autoproclamare l’indipendenza in nome della minoranza etnica, così da appropriarsi delle grandi risorse naturali.
POSSIBILITÀ DI SEPARAZIONE: BASSA

KHANTIA-MANSIA
CAPITALE: Khanty-Mansiysk
POPOLAZIONE: 1.500.000
GRUPPO ETNICO PRINCIPALE: russi, tatari, ucraini e minoranze nenets, khanty e mansi.
Esiste anche qui l’appoggio alle minoranze ugro-finniche da parte di Finlandia e Ungheria, ma esse sono decisamente minoritarie in questa regione.
POSSIBILITÀ DI SEPARAZIONE: BASSA

SELCUPIA
CAPITALE: Omsk
POPOLAZIONE: 3.000.000
GRUPPO ETNICO PRINCIPALE: russi, ucraini, tatari e tedeschi
Questa zona ha una grande minoranza tedesca, l’indipendenza di questa regione che comprende gli oblast di Omsk e Tomsk è un’ipotesi diffusa in alcuni siti geopolitici russi e americani. Per questa regione la secessione potrebbe avvenire solo in caso di completa disintegrazione della Federazione Russa, altrimenti rimane un’ipotesi molto remota.
POSSIBILITÀ DI SEPARAZIONE: BASSA

CAGANATO DELL’ALTAI
CAPITALE: Gorno
POPOLAZIONE: 2.600.000
GRUPPO ETNICO PRINCIPALE: russi, altay, tedeschi, kazaki
Anche in questo caso la minoranza turca degli altay è inferiore di numero alla popolazione russa, quindi un’eventuale indipendenza sarebbe esclusivamente frutto di una scelta di opportunismo politico dei dirigenti russi locali.
POSSIBILITÀ DI SEPARAZIONE: BASSA

KHAKASSIA
CAPITALE: Abakan
POPOLAZIONE: 530.000
GRUPPO ETNICO PRINCIPALE: russi e minoranza khakas
Idem come Caganato dell’Altai.
POSSIBILITÀ DI SEPARAZIONE: BASSA

TUVA
CAPITALE: Kyzyl
POPOLAZIONE: 307.000
GRUPPO ETNICO PRINCIPALE: tuvani e minoranza russa
I tuvani sono un popolo di origine mongola e costituiscono la stragrande maggioranza della popolazione di Tuva. Essi in gran parte professano il buddhismo tibetano. In caso di collasso della Federazione Russa è molto probabile che questa repubblica decida di separarsi, date le grandi differenze etniche e religiose. Alcuni analisti credono che Tuva abbia grandi possibilità di ottenere la propria indipendenza. I tuvani hanno una storia comune e parallela con i tibetani e probabilmente entrambe le popolazioni attendono con ansia il crollo dei rispettivi stati dominanti per proclamare la propria indipendenza.
POSSIBILITÀ DI SEPARAZIONE: MEDIO-ALTA

BURIAZIA
CAPITALE: Ulan-Ude
POPOLAZIONE: 970.000
GRUPPO ETNICO PRINCIPALE: russi e buriati
I buriati sono un gruppo etnico siberiano di origine mongolica. Già all’epoca della Unione Sovietica hanno tentato di ottenere l’indipendenza però sono stati brutalmente schiacciati. Attualmente le istanze indipendentistiche rimangono, ma difficilmente potranno essere accolte finché altre repubbliche non otterranno  la propria indipendenza.
POSSIBILITÀ DI SEPARAZIONE: MEDIO-BASSA

YAKUTIA
CAPITALE: Yakutsk
POPOLAZIONE: 950.000
GRUPPO ETNICO PRINCIPALE: yacuti e grande minoranza russa
Gli yacuti sono una popolazione di etnia turca. Già all’epoca del crollo dell’Unione Sovietica, questa regione tentò di proclamarsi indipendente senza riuscirvi. Attualmente è una repubblica autonoma nella Federazione Russa. Questa regione è ricca di risorse naturali, oro e diamanti. Difficilmente Mosca darà l’indipendenza a questa nazione, più probabile che per opportunismo politico i dirigenti locali, con l’appoggio di qualche potente alleato vicino (USA o Giappone), sfruttino un eventuale caos politico.
POSSIBILITÀ DI SEPARAZIONE: MEDIA

REPUBBLICA EBRAICA
CAPITALE: Birobidzhan
POPOLAZIONE: 180.000
GRUPPO ETNICO PRINCIPALE: russi e minoranza ebraica
Questa piccola regione, sorta per la volontà di Stalin di difendere il patrimonio culturale ebraico, attualmente conta pochissimi ebrei, di conseguenza la sua attuale autonomia in nome dell’ebraismo è più un retaggio simbolico. Un’eventuale indipendenza di questa regione è remota, eventualmente potrebbe essere associata alla Yakutia o alla Federazione Dell’ Estremo Oriente.
POSSIBILITA’ DI SEPARAZIONE: BASSA

FEDERAZIONE DELL’ESTREMO ORIENTE
CAPITALE: Chabarovsk
POPOLAZIONE: circa 5.000.000
GRUPPO ETNICO PRINCIPALE: russi
Negli anni ’20 è già esistita una Repubblica dell’Estremo Oriente Russo. Recentemente, attivisti locali stanno combattendo per ottenere l’indipendenza da Mosca e si sono svolte anche delle manifestazioni. Giappone e Stati Uniti stanno alimentando questo movimenti. Alle ultime elezioni amministrative i separatisti sono riusciti a far perdere al partito Russia Unita circa il 20% dei consensi. Secondi alcuni sondaggi il 60% della popolazione sarebbe favorevole ad una secessione.
POSSIBILITA’ DI SEPARAZIONE: MEDIA

Abbiamo elencato i principali stati che potrebbero formarsi da un eventuale collasso russo. Ovviamente i territori non citati rimarrebbero sotto la Russia. Esistono poi eventuali stati più grandi che potrebbero formarsi come la Repubblica degli Urali, che unirebbe i diversi territori con popolazioni di origine ugro-finnica oppure la Repubblica di Siberia, che congiungerebbe i territori dagli Urali fino alla Yakutia compresa.
A nostro avviso, se la Russia venisse contagiata dall’esplosione sociale, è probabile che sia le potenze occidentali sia Cina e Giappone puntino a favorire eventuali istanze secessioniste e se nella Russia centrale ci fosse il caos, difficilmente il governo avrebbe la forza per sopprimere queste istanze. La recente legge varata da Putin a dicembre, che punisce anche con il carcere la propaganda separatista, dimostra che al Cremlino devono avere una certa preoccupazione riguardo a questo argomento. Chi ci segue sa che a nostro avviso, l’Unione Europea punta a conquistare l’intera Europa geografica. Ora che l’Ucraina è caduta in mano agli europeisti, rimangono da conquistare alcuni paesi balcanici (che comunque hanno già subito le prime rivolte), la Bielorussia, dove prima o poi dobbiamo aspettarci una rivoluzione contro la dittatura di Lukashenko e la Russia. Ovviamente ci si chiederà come sarà mai possibile conquistare la Russia, che è diverse volte più grande dell’Europa. La soluzione l’abbiamo data in quest’articolo, l’unica strategia possibile per i poteri forti è quella di provocare una rivoluzione o una guerra civile dentro la Federazione Russa e quindi favorire le diverse proclamazioni di indipendenza che potrebbero giungere in un periodo del genere. E quindi sarà poi molto più facile annettere all’Europa le piccole nazioni in cui si dividerà la Russia, fino probabilmente agli Urali. Le nazioni indipendenti oltre gli Urali, come Siberia o la Russia Estremo Orientale, finiranno probabilmente nell’orbita Giapponese o Cinese. Dividi e conquista. Ovviamente un processo del genere richiederà molti anni e molto sangue. Proviamo a fare una previsione: la disintegrazione territoriale della Russia la vedremo prima del 2020 ed entro il 2030 l’Unione Europea si estenderà fino agli Urali. Non vi chiedo di crederci, ma continuate a leggerci e ad osservare gli eventi.Se questo articolo ti è piaciuto non perderti il libro di Giuseppe Cirillo: Libertà Indefinita, prossimamente acquistabile su internet e in 1.500 librerie.

Qui di seguito alleghiamo alcune cartine del sito Geocurrents.info su un’eventuale frammentazione della Russia:

Russia divisa 1

russia divisa 2

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Ucraina: iniziata l’offensiva dell’Impero Europeo a est

Ucraina_Manifestazioni In queste ore, nelle strade di Kiev e di Leopoli si susseguono scontri, incendi e morti, sia tra le fila dei ribelli sia tra le fila delle forze antisommossa. Per la prima volta, queste ultime hanno imbracciato i kalashnikov e la spettro della guerra civile si fa sempre più nero. La domanda che ci facciamo oggi è: cosa sta succedendo e perché?  Cercheremo di dare una risposta che possa evidenziare le cause profonde di questa situazione. Chi tra i nostri lettori ha letto gli articoli Superstato Europeo e La lunga marcia dell’Eurocrazia, si ricorderà come tra i diversi obiettivi elencati ci siano quelli di voler realizzare il superstato europeo, l’allargamento a tutta l’Europa geografica e l’individuazione di nemici comuni; quest’ultimo punto necessario per spingere i paesi dell’Unione verso un unico esercito. Contemporaneamente a questo articolo, in Ucraina i morti aumentano sempre di più e l’Unione Europea minaccia sanzioni verso il governo ucraino. Dopo il fallimento della rivoluzione colorata, i poteri forti hanno deciso la soluzione più cruenta supportando i gruppi ribelli, molti dei quali di ispirazione neonazista per destituire il governo ucraino. Il piano sembra sempre lo stesso: crollo della valuta, un crescendo di proteste, violenze della polizia, armi ai ribelli, prime diserzioni e poi caduta del governo stesso. Ora la situazione in Ucraina è più complessa, dato che il governo è appoggiato dalla Russia che non ha intenzione di trovarsi l’Unione Europea ai propri confini, ma al tempo stesso mancano poche settimane al completo collasso economico. Di conseguenza, difficilmente la situazione potrà migliorare, soprattutto perché gli eurocrati e i poteri dietro di loro hanno ormai deciso di conquistare i paesi dell’est e difficilmente potranno essere fermati, dato l’enorme potere finanziario di cui dispongono. Sarà interessante analizzare la reazione russa che porterebbe ad un doloroso taglio del gas all’Unione Europea, che potrebbe però essere voluto da quest’ultima e in un altro articolo spiegheremo il perché. Detto questo, sicuramente al lettore non saranno sfuggite le altre rivolte scoppiate tra i paesi confinanti all’Unione, adesso analizzeremo velocemente la situazione dei diversi paesi confinanti:

Bosnia: lo sfortunato paese balcanico è tornato agli onori della cronaca per le recenti rivolte che hanno visto incendiare diversi palazzi governativi. I media hanno rievocato gli scontri etnici del recente passato ma questa volta gli scontri hanno coinvolto esclusivamente i manifestanti contro le forze dell’ordine e le motivazioni sono da ricercare nella grave crisi economica e nell’alto tasso di disoccupazione che sfiora il 30%. L’attacco coordinato contro i palazzi del potere fa pensare ad una regia esterna. L’Unione Europea potrebbe aver interesse a creare  una situazione di caos per poi intervenire con l’appoggio dell’ONU e gestire direttamente il paese, liberandosi definitivamente dei politici corrotti locali. (Il diplomatico austriaco Valentin Inzko ha già ventilato questa ipotesi).

Albania: dopo gli scontri e i morti di due anni fa, il presidente Berisha, lo scorso anno, è stato sconfitto alle elezioni, ora il nuovo presidente Rama ha avviato una strada di cooperazione con l’Unione, il paese può definirsi conquistato.

Serbia: nonostante il sostegno dell’attuale presidenza greca dell’Unione Europea all’ingresso della Serbia, l’attuale presidente serbo membro del partito nazionalista al potere, con forti legami con il partito Russia Unita di Putin, non è sicuramente ben visto da Bruxelles. Dopo le recenti manifestazioni in Bosnia, si sono viste anche manifestazioni di solidarietà a Belgrado e secondo molti analisti, con una disoccupazione del 25%, non è da escludersi nei prossimi mesi un estendersi delle sommosse in Serbia. A livello valutario il dinaro serbo continua la sua lenta e inesorabile discesa, in un anno ha perso il 5%.

Montenegro: anche qui una disoccupazione oltre il 20%, un presidente-padrone corrotto e ricchissimo, ha spinto la popolazione ad invocare la rivoluzione e proprio recentemente ci sono state proteste e scontri. Il paese rischia anche di non poter più pagare le proprie forniture energetiche. A nostro avviso anche qui l’Europa mira a sbarazzarsi attraverso la piazza del filo-russo Djukanovic.

Kosovo: in Kosovo può preoccupare la crescente radicalizzazione religiosa e l’opere di infiltrazione di elementi di al-Qaeda e di fondamentalisti ceceni.

ex-Macedonia: la crescente povertà e la deriva dittatoriale del governo hanno spinto la popolazione, seguendo l’esempio ucraino, a scendere in piazza. Il paese oltre alla tensione tra popolazione e governo rischia anche lo scontro etnico con la numerosa minoranza albanese. Anche in questo caso, Bruxelles probabilmente necessita di liberarsi dal corrotto governo locale.

Romania: nonostante la recente crescita economica e la disoccupazione sotto controllo, il governo rumeno continua ad essere mal visto dalla maggioranza della popolazione. A livello valutario il leu rumeno in un anno ha perso circa il 5% ed è attualmente in calo. Da monitorare il ritorno di molti cittadini rumeni da nazioni come Italia, Spagna e Grecia che può far sensibilmente aumentare il tasso di disoccupazione.

Ungheria: è noto come il presidente Orban sia mal visto da Bruxelles per le sue posizioni forti e per la sua insofferenza nel seguire gli ordini dell’Unione Europea. Abbiamo visto recentemente come siano state sostenute dai media occidentali le proteste contro la deriva autoritaria del governo. Il fiorino ungherese in un anno ha perso quasi il 7%, e nelle ultime settimane ha accelerato la sua discesa. Non è da escludersi a breve un’impennata dei prezzi con tutte le conseguenze del caso. A nostro avviso, il paese sarà a breve scosso da rivolte programmate.

Moldavia: dopo anni di governo comunista, il paese ha voltato pagina ed è attualmente governato dal partito europeista. A livello valutario il leu moldavo si sta sfracellando ed in un anno ha perso il 15% e nelle ultime settimane la situazione è peggiorata. La Moldavia è essenzialmente divisa in tre parti, la Transinistria, repubblica autoproclamata appoggiata da Mosca prevalentemente di lingua slava, la Gagauzia, regione autonoma di etnia turca e l’ufficiale repubblica Moldava di lingua rumena. Con una situazione frammentata del genere il paese non potrà mai entrare nell’Unione Europea. A nostro avviso gli eurocrati con la complicità della crisi economica potrebbero a breve puntare ad infiammare il piccolo paese europeo con l’obiettivo di liberarsi del corrotto governo della Transinistria ed gestire direttamente il paese.

Bulgaria: anche la Bulgaria è stata recentemente scossa da proteste anche di una certa intensità. La situazione è da monitorare.

Bielorussia: il rublo bielorusso sta crollando velocemente ed ha perso in un anno più del 20%. Questo deve far riflettere su quale potrebbe essere il prossimo obiettivo dopo l’Ucraina. Ricordiamo come la Bielorussia sia praticamente una dittatura e come Bruxelles voglia presto sbarazzarsene per arrivare fino alle porte di Mosca.

Russia: anche il rublo russo sta crollando ed ha perso circa il 20 % in un anno. A nostro avviso il gigante russo sta fortemente rallentando e i problemi interni potrebbero presto aumentare e la primavera est europea potrebbe presto estendersi anche in Russia. Recentemente si sono svolte manifestazioni per richiedere il rilascio di molti oppositori arrestati nelle proteste del 2012. La pressione occidentale su Mosca è un indizio di quello che presto potrebbe accadere.

Questo blog sta andando controcorrente, abbiamo sempre sostenuto che l’Unione Europea non crollerà e non si dividerà. I fatti sembrano darci ragione, la Germania è governata da un governo di unità nazionale, l’Italia dal pupazzo dei poteri forti Renzi, la Grecia idem. Ed ora si passa all’attacco dei paesi confinanti. L’Euro non crolla ed anzi sembra diventare la vera valuta di riferimento mondiale. Chi pensa che la grave crisi attuale in Europa sia dannosa per gli eurocrati non ha capito invece che solo dal caos potrà avvenire la definitiva immolazione degli stati nazionali in nome dell’unità europea. Quindi se in Italia, Francia, Grecia, Spagna la situazione sociale esplodesse, non aspettatevi un rivoluzione come in Egitto o un’eventuale uscita dall’Unione ma aspettatevi piuttosto una repressione in nome della democrazia.
Concludendo, possiamo dire che è in atto l’espansione “dell’Impero Europeo” ad est, massacri e scontri stanno arrivando ai nostri confini. Se questo articolo ti è piaciuto non perderti il libro di Giuseppe Cirillo: Libertà Indefinita, prossimamente acquistabile su internet e in 1.500 librerie.

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Intervista ad Andrea Zunino, portavoce del Coordinamento 9 Dicembre

Andrea Zunino HescatonAndrea Zunino, portavoce del Coordinamento Nazionale del 9 Dicembre di Torino, una delle città più coinvolte dai recenti blocchi causati dalle manifestazioni che i media hanno definito, sbagliando, dei Forconi ma che invece erano organizzate spontaneamente dai diversi coordinamenti 9 dicembre in tutta Italia, ha gentilmente concesso di rispondere, in esclusiva per Hescaton, alle nostre domande anche in concomitanza di un nuovo manifesto politico redatto dal Coordinamento di Torino che è stato accettato e diffuso anche dal Coordinamento Nazionale, il cui portavoce è Danilo Calvani. Zunino avrà anche la possibilità di darci la sua versione, dopo che il giornale La Repubblica e diversi telegiornali, lo hanno dipinto come un antisemita. In allegato all’articolo, anche i video in cui Zunino presenta il manifesto politico elaborato dal Coordinamento torinese.
La Repubblica e diversi media di regime la hanno dipinta come antisemita, qual è la sua versione a riguardo?
In verità, il “titolone” è di Vera Schiavazzi di Repubblica; gli altri media hanno semplicemente rimbalzato la notizia. Di tutte le testate che hanno ripreso la notizia nessuna si è presa la briga di concedere spazio al contraddittorio sentendo anche me (come avrebbe forse voluto una corretta informazione). Quanto a Repubblica, ribadisco quanto ho già precisato a suo tempo. Ciò che la giornalista ha scritto non corrisponde alle mie opinioni nè a quelle del Coordinamento di Torino del quale sono portavoce.La mia personale opinione è che religione e nazionalità sono del tutto irrilevanti nell’esercizio del potere e nell’uso spregiudicato della finanza. La protesta popolare capillare e spontanea che è nata con il 9 dicembre 2013 ha come obiettivo, tra gli altri dichiarati, di rifiutare il dominio della finanza globalizzata sul nostro paese. I danni che essa produce sono ben visibili non solo nel nostro paese ma in tutta l’area euro. La definizione “finanza globalizzata” rende di per sè ridicolo parlare della nazionalità di questo o quel finanziere; disquisire poi sulla religione di questi è oltremodo insensato. A me pare che un finanziere che disponga di risorse personali pari a 40 o 50 volte il PIL degli Stati Uniti … le utilizza per esercitare un enorme potere sui mercati, sulle nazioni e sui popoli; supporre che quel finanziere non eserciti questo potere il venerdì, il sabato o la domenica, secondo la sua religione di appartenenza è quantomeno risibile.Si è trattato semplicemente di una pessima “pagina” da parte del giornalismo italiano, tutto tesa a servire i poteri forti che sono la causa del malessere nel nostro paese ed a screditare chi, democraticamente e nel rispetto della legge, manifesta il proprio legittimo e motivato dissenso.
Il Coordinamento 9 Dicembre di Torino ha pubblicato un nuovo manifesto politico condiviso anche da Calvani, qual è ora la strategia del movimento?
Il nuovo manifesto è un’iniziativa del coordinamento di Torino largamente condivisa da altri coordinamenti in Italia e da altre parti della nostra società. La strategia è alquanto semplice: vi è una larga parte della nostra società che versa ormai in condizioni di vita non dignitose. La protesta non è quindi espressione di un esercizio di retorica politica o motivata da qualche desiderio di superfluo benessere: vi è parte della popolazione che non è in grado di assicurarsi il necessario per vivere! Se si toglie ai cittadini il minimo necessario per la sussitenza e con questo anche la dignità, è solo questione di tempo e la protesta potrebbe sfociare in atti violenti. Le persone per bene che spendono le proprie energie in questa protesta, desiderano con tutte le proprie forze che lo scenario futuro del nostro paese non sia simile a quanto accade ad esempio in Grecia, ma di ordine e tipo differente.Si desidera un percorso giuridico che evidenzi le violazioni della legge che sottendono l’esproprio della sovranità nazionale consumatasi in questi anni, che ha anche causato la grave crisi cui assistiamo. I cittadini vogliono essere esempio di quella “meglio” che chiedono a gran voce e, nel pieno rispetto della legge, si preparano a sollevare tutti gli aspetti del nostro ordinamento che sono stati violati negli anni scorsi. Si desidera il pieno rispetto del nostro ordinamento giuridico, a partire dalla nostra Carta Costituzionale.
Basterà fare informazione, raccogliere firme e altre manifestazioni per far cadere questo sistema politico? Turchia, Siria e Ucraina dimostrano che i governi non cedono neanche con la forza finchè hanno le forze armate dalla loro parte, è cosi anche in Italia?
Non credo sia possibile paragonare un paese come l’Italia a Siria o Ucraina. In ogni caso, il percorso giuridico è stato scelto proprio per mantenere il confronto entro i confini della legge e non attraverso scontri di piazza. Ovviamente, nessuno di noi ha la sfera di cristallo e non sappiamo dire in anticipo se questa iniziativa potrà sortire gli effetti desiderati. Una cosa sappiamo per certo: vale la pena tentare. Osserviamo che altri paesi nel mondo hanno seguito un percorso simile, liberandosi dal laccio del debito odioso e ritornando ad una vera sovranità nazionale. Sebbene con differenze tra loro, Ecuador, Brasile, Uruguay, Paraguay, Islanda, Ungheria hanno seguito un percorso di audit del debito pubblico ed hanno scelto cose differenti da quanto proposto dalla Troika, con significativo successo.
Cosa ne pensa di Grillo e del M5S?
In questo caso, esprimo opinioni del tutto personali.Non ho opinioni di particolare rilievo in merito a Grillo; ha una sua storia ed ha offerto un suo contributo che ciascuno valuta in modo personale. Il Movimento 5 Stelle è invece una forza politica presente in Parlamento e la valuto in base al suo operato. Apprezzo la chiarezza e la determinazione con cui stanno all’interno delle istituzioni e ne svelano i meccanismi e gli “inciuci”. Parrebbe essere una forza politica vicina alle necessità della popolazione.
Grillo è attualmente indagato per aver istigato i capi delle forze dell’ordine alla diserzione, può essere un vostro alleato?
Non credo. Il Movimento 9 Dicembre ha parecchie componenti e non sono tutte perfettamente allineate; la cosa è anche significativa prova che si tratta veramente di una protesta capillare e spontanea, senza una regia.Tra tutte le diverse componenti la protesta si evince però una nota chiara al di sopra di ogni altra: i cittadini si difendono da soli perchè nessuno ne ha a cuore il destino e la dignità. Nella popolazione che è scesa in piazza la fiducia nei sindacati e nei partiti politici è uguale a zero. Non essere alleati non significa necessariamente essere nemici; se Grillo sceglie di agire, quanto in suo potere per migliorare le condizioni del nostro paese, sarà un’altra voce che spinge in questa direzione.
Nel vostro manifesto politico attaccate l’Unione Europea, proponete solo di uscire dall’Euro o anche dall’Unione Europea stessa?
Il manifesto non ha l’intenzione di attaccare nessuno, ma registra, constata e rileva lo stato delle cose. Piuttosto, osserva (il manifesto) che l’Italia è sotto attacco … e pare proprio che l’attacco arrivi da quella finanza globalizzata che ha espressamente imposto la cessione di abbondanti porzioni di sovranità nazionale. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti! Così, non si attacca nessuno, ma si identifica chi ha attaccato e profondamente leso il tessuto economico e finanziario del nostro paese, fino a disgregare la nostra società al punto che essa non è più in grado di assicurare una vita dignitosa ai propri cittadini. Tutto ciò non è casuale, ma risponde ad un piano ben organizzato ed agito negli anni, ove la nostra politica nazionale ha agito assai più in collusione con i poteri finanziari globali che in difesa delle prerogative costituzionali del propri cittadini. Sovranità non significa non avere relazioni con altri stati dell’Unione Europea; nessuno pensa ad un isolazionismo internazionale. Ma l’Europa così com’è con evidenza schiacciante non funziona. Occorre, dunque, ristabilire le condizioni nelle quali il nostro paese possa prosperare in modo democratico, in collaborazione con i paesi vicini, se questo è anche nelle loro oneste intenzioni.
Potrà un’Italia indipendente resistere all’attacco dei poteri forti internazionali? Non si rischierebbe di fare la fine che stanno facendo Argentina e Venezuela?
Ancora una volta, Argentina e Venezuela non sono paragonabili all’Italia. Siamo al centro dela zona euro e della “vecchia europa”, nonchè una delle prima 10 economie al mondo (almeno, lo eravamo fino a qualche anno fa). E’ chiaro che contrastare i piani di certi poteri può cagionare reazioni forti, quali speculazione sui titoli, ricerca di un’impennata inflazionistica, ma eminenti economisti (come Borghi o Bagnai) hanno ampiamente illustrato l’effettivo consistenza di questi fenomeni, che potrebbero essere decisamente contenuti (ed in questi termini anche sostenere il rilancio dell’economia italiana) a patto che le decisioni siano per una effettiva sovranità, che in altri termini significa che la moneta sarà di proprietà dello stato (cioè, dei cittadini) ed emessa senza debito.
Alcuni sostengono che la rivoluzione per funzionare dovrebbe coinvolgere tutti i paesi Europei, lei cosa ne pensa?
Non ritengo che un vero cambiamento debba necessariamente prevedere la partecipazione di altri paesi europei, anche se osservo che le ragioni della protesta in Italia sono le medesime di analoghe proteste in parecchi paesi dell’EU. L’idea che un percorso giuridico che ristabilisca le fondamenta democratiche e di sovranità possa non essere solo italiano è certamente gradevole ed auspicabile, ma non la consideriamo una conditio sine qua, non per la nostra iniziativa.
Alcuni movimenti collegati al vostro sostengono istanze separatiste, qual e’ la sua posizione in merito?
Si tratta appunto di alcune parti della protesta cui accennavo più sopra. Posso testimoniare che la stragrande maggioranza dei cittadini presenti nelle piazze non ha questo genere di aspirazioni e/o desideri. I cittadini sono scesi in piazza con un solo simbolo: IL TRICOLORE ed una sola canzone, l’inno italiano.Credo questo valga più di ogni discorso.
I nostri Marò vengono trattati come terroristi, come dovrebbe comportarsi l’Italia?
Personalmente non ho informazioni specifiche in merito, se non quanto scritto dalle testate gironalistiche (e cosa penso della stampa italiana – lodevoli eccezioni a parte – l’ho detto più sopra).Così posso solo azzardare un mio personalissimo “sentire” … ho la sensazione che dietro la faccenda vi sia uno scontro diplomatico tra India ed Italia per ragioni alquanto diverse dal servizio dei due Marò. Voglio sperare che questa vicenda si risolva nel modo migliore. Se i due militari dovessero essere riconosciuti colpevoli di qualche comportamento al di fuori delle regole d’ingaggio previste per il loro servizio, che siano giudicati per questo, ma secondo la legge del loro paese. Sinceramente mi pare che la pena di morte millantata da alcuni sia inaccettabile ed eccessiva.
Concludendo, il Coordinamento Nazionale del 9 Dicembre prevede in primavera nuove azioni forti come blocchi e occupazioni?
Io sono portavoce del Coordinamento di Torino. Noi proponiamo una serie di iniziative sempre coordinate con le questure e con il minimo impatto possibile con i lavoratori, che già patiscono condizioni difficili.Non escludo che dal Coordinamento Nazionale giungano inviti per azioni più “forti”, che ogni coordinamento locale valuta e decide se appoggiare.Come già detto, vorremmo con tutte le nostre forze che il “contenzioso” si svolgesse in terreno giuridico e non nelle piazze, ma occorre anche che le richieste motivate, giuridicamente rilevanti dei cittadini ottengano soddisfazione. Esiste, ad ogni modo, un preciso diritto costituzionale alla manifestazione del dissenso che occorre garantire in toto per potersi dire un paese civile.Se questo articolo ti è piaciuto non perderti il libro di Giuseppe Cirillo: Libertà Indefinita, prossimamente acquistabile su internet e in 1.500 librerie.

LINK VIDEO YOUTUBE DI ANDREA ZUNINO

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Numero 13 colpisce ancora: Letta destituito il 13 Febbraio

Complotto 13 LettaPREMESSA: QUESTO ARTICOLO PARLA DI PURO COMPLOTTISMO, STATENE ALLA LARGA!!

In un nostro articolo precedente, Numero 13: curiose coincidenze o…, avevamo sottolineato come diversi eventi, collegabili tra loro in chiave simbolica e circondati dall’ombrosa presenza della massoneria, capitassero casualmente di 13. Tra i più recenti avevamo parlato dell’elezione di Papa Francesco e di come il 13 ricorresse nelle vicende politiche italiane, le riportiamo qui di seguito:

VICENDE POLITICHE ITALIANE

- Nel 13° Congresso del PCI viene eletto il 13 marzo 1972 Enrico Berlinguer.
- Il 13 gennaio 1994 Ciampi si dimette.
- Il 13 maggio 1999 Ciampi è eletto Presidente della Repubblica.
- Il 13 maggio 2001 Berlusconi è eletto Presidente del Consiglio.
- Il 13 dicembre 2010 la mozione di sfiducia contro Berlusconi è respinta.
- Il 13 novembre 2011 Monti è incaricato di formare un nuovo governo.
– Governo Monti dura 13 mesi.
- Nel 2013 in Italia avvengono contemporaneamente il Conclave per il nuovo Papa, le elezioni politiche e le elezioni del nuovo Presidente della Repubblica.

Ora possiamo aggiungere un’altra data importante della politica italiana accaduta di 13, la destituzione di Letta da parte del Partito Democratico guidato da Renzi. E’ veramente curioso come tutti i recenti fatti politici italiani che riguardassero il governo siano accaduti di giorno 13. Se poi ci aggiungiamo che sia l’attacco al governo Berlusconi, sia l’elezione di Monti, sia probabilmente il recente attacco a Letta e Napolitano, siano opera di poteri forti italiani e stranieri, penso che l’ombra del complotto sia sempre più nera. Ovviamente questo articolo parla di puro complottismo senza alcun fondamento, però curioso no?Se questo articolo ti è piaciuto non perderti il libro di Giuseppe Cirillo: Libertà Indefinita, prossimamente acquistabile su internet e in 1.500 librerie.

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Cos’è la democrazia? Il paradosso della democrazia che perde di significato e si fa totalitarismo

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La politica non è un esercizio di pedagogia, e bisogna dubitare della sincerità delle convinzioni democratiche di politici che credono all’esistenza di una sola soluzione; magari involontariamente, essi sono i precursori del totalitarismo.

(Jacques Sapir, 1997, p.265).

 La domanda è tutt’altro che scontata, soprattutto visti i risvolti attuali. I vari leader europei si mostrano molto preoccupati da quelle che vengono definite tendenze populiste e demagogiche, ma da cosa si capisce cos’è la demagogia? Ovviamente finché gli organi di informazione (qualcuno li chiamerebbe di disinformazione) saranno dalla parte delle oligarchie, nonostante le costanti critiche alla corruzione della politica non avverrà una reale delegittimazione del sistema nel suo insieme. Insomma, finché un grosso numero di persone sarà convinto che esistono mali minori e mali peggiori, elettoralmente parlando, la situazione rischia solo di deteriorarsi ulteriormente. A tal proposito rimane anche da chiedersi cosa intendano per ‘democrazia’ i politici italiani e gli eurocrati e in che cosa si sentano ‘democratici’, la questione non è affatto scontata: se si sentono ‘democratici’ alla maniera dell’Honduras, allora si possono capire tante cose. Esagerazione? Affatto, chi ha eletto Herman Van Rompuy?

Esiste in ogni paese del mondo una pericolosissima specie, ossia coloro che sono convinti dell’  esportabilità del modello democratico-liberale, ciecamente convinti del bisogno viscerale di tutti i popoli di adottare tale credo. Tra questi l’americano Fukuyama pensa che le democrazie liberali rappresentino il punto finale dell’evoluzione ideologica dell’umanità e la forma finale di governo dell’uomo, ma non solo, lo studioso americano si spinge fino ad affermare la fine delle competizioni geopolitiche e le guerre tra stati democratico-liberali (Fukuyama, 1996, p.4-18); tale visione teleologica pecca di arroganza intellettuale, è alquanto limitata e al contempo potrà mostrarsi presto terribilmente sbagliata. Già alla fine degli anni ’70 altre azzardate previsioni geopolitiche si dimostrarono inconsistenti. Secondo Yves Lacoste nel 1978 l’Europa ha riscoperto la geopolitica quando il Vietnam invase la Cambogia e la Cina invase il Vietnam: tutto ciò contribuì alla fine dell’idea secondo la quale tra stati socialisti non potessero nascere conflitti (Lacoste, 1990, p.17), idea nata dal fatto che Stalin aveva dato l’ordine di considerare la geopolitica mera espressione del pensiero politico nazista (Jean, 2003, pp.3-6). Fukuyama in Esportare la democrazia, dopo aver preso altezzosamente atto del fatto che la democrazia liberale e liberista ha rappresentato l’anello finale dell’evoluzione socio-economico mondiale analizza le modalità con le quali diffonderne tale modello per il mondo, quasi come se esso potesse rispondere alle esigenze di tutti i popoli, e come se questi ultimi fossero davvero costretti ad adattarvisi. Inoltre il concetto ambiguo degli stati canaglia a detta di taluni rappresenta una sorta di infiltrazione di mentalità fondamentalista nel modo in cui l’Occidente si pone nei confronti del resto del mondo e di chi non ne segue i criteri cardine; le misure prese per punire questi stati dissidenti sono di diverso tipo, si va dagli embarghi alle guerre, tutte misure che poi nei fatti si traducono in ritorsioni contro le popolazioni civili (Habermas, 2005, pp.169-173). Se questa è la democrazia allora alla sua base vi è un qualcosa di totalitario; oppure questa non è democrazia. Di per sé questa parola non ha assolutamente un significato negativo, ma il pericolo è quello che essa si trasformi in demagogia. L’ambiguità lessicale del termine democrazia comunque è molto alta e controversa (Mastropaolo, 2011, pp.21-45).

La democrazia per i greci non aveva un’accezione economico-finanziaria. Platone nella Repubblica metteva in guardia dal pericolo di assegnare cariche politiche ai mercanti. Cos’è successo quindi? Perché la rappresentazione che la democrazia fornisce di sé stessa appare oggi indissolubilmente legata a quella che viene definita economia di mercato? C’è chi parla addirittura di una futura frattura geopolitica vera e propria tra quei paesi che si piegheranno del tutto all’economia di mercato globale e quegli stati che metteranno in gioco forme più o meno forti di resistenza (Friedman, 2000, p.57). Inoltre molti paesi che hanno adottato le misure di liberismo estremo in realtà hanno peggiorato la propria situazione in maniera esponenziale. Si aggiunga che riconducendo la questione delle trasformazioni strutturali al solo problema della privatizzazione, il gergo economico assume una dimensione neologistica degna del 1984 di Orwell (Sapir, 1997, p.50); la questione peraltro non è insignificante se si pensa al significato misterioso ed esoterico che parole quali spread, bund, btp hanno avuto e continuano ad avere per una larga parte di popolazione italiana. Il liberismo da molti oramai palesemente confuso con la democrazia mostra tutte le sue tendenze autoritarie: il disegno neoliberale della società del mercato mondiale conta sulla emarginazione dello Stato e della politica. […], mentre il diritto internazionale destatalizzato si trasforma in un ordinamento privatistico su scala mondiale, che istituzionalizza il traffico del mercato globalizzato. Il dominio delle leggi che si autoeseguono non avrà più bisogno di alcuna sanzione statale, perché le funzioni di coordinamento del mercato mondiale bastano a una integrazione pre-statale della società mondiale (Habermas, 2005, pp.188-189). Domanda che sorge spontanea è: cosa c’entra tutto questo con la democrazia?

Ancora più inquietante è l’idea kantiana che propugna l’annullamento delle tendenze particolari di cui si fanno portavoce gli stati membri dell’ONU: annullarne il carattere di democrazia dal basso di cui in teoria i suoi rappresentanti si fanno portavoce, eliminando in questo modo ogni pretesa di sovranità, che se magari va sempre a discapito di qualcun’ altro, in questo modo non andrà più a vantaggio di nessuno, creando nel sistema internazionale quasi una sorta di paralisi (Habermas, 2005, pp.134-143). Per taluni l’Onu è un’istituzione corrotta alla base, che nonostante le istanze moralistiche e umanitarie di facciata, nei fatti è chiaramente complice dei potenti e delle proprie malefatte (Marcon, 2000, p.114). Alla luce di tutto quello che è successo negli ultimi decenni come si fa a non dare ragione a chi sottoscrive queste affermazioni? Evidentemente spessissimo la retorica dei ‘diritti umani’ è collusa davvero con gli interessi di attori terzi. Quindi come si può pretendere di prendere per buone le notizie a senso unico nei confronti di ipotetiche violazioni dei diritti, ad esempio in Russia o Cina, senza pensare un attimino che queste informazioni mirano proprio a delegittimarne le autorità? E si badi bene che questo non significa pensare che gli stati accusati in questione (ovviamente ve ne sono tanti altri) non abbiano effettivamente pratiche autoritarie; ma francamente è offensivo, per chi non ha il prosciutto negli occhi, sapere che i propri media abbiano da ridire solo sulle pratiche poco trasparenti di stati non proprio allineati al diktat mondialista. E inoltre la cosa che fa più pensare è proprio che tali pratiche sono tipiche delle dittature: e in una dittatura viviamo pure noi occidentali da molti punti di vista se ancora oggi nelle nostre carceri o nelle nostre questure ogni tanto qualcuno muore in circostanze poco chiare, se i nostri ‘alleati’ americani hanno ancora campi di concentramento (perché sono questo) dove ospitano i dissidenti politici -li chiamano terroristi- e se in Inghilterra (patria della disuguaglianza sociale) lo stato spenda cifre stratosferiche per il mantenimento della famiglia reale e per i funerali della Thatcher quando poi ha avviato un programma di smantellamento dello stato sociale, e dove il dissenso viene represso con le bastonate della polizia. E quindi che ci si levi una volta per tutte quell’aria di disgusto e non approvazione quando si parla di paesi non allineati, quando poi a casa nostra (l’Occidente), giorno dopo giorno si sprofonda verso il basso. Non sarà fare la guerra a qualche paese non democratico a cambiare le cose, i panni sporchi si lavano in famiglia diceva qualcuno: forse bisognerebbe ricordarselo prima di dire a qualcun altro come essere. È per questo che i paesi europei hanno bisogno di sganciarsi dall’Onu, che qualcuno potrebbe definire un’associazione finalizzata alla truffa. È importante che un ipotetico blocco europeo deamericanizzato non dia più tutta questa legittimità ad organizzazioni chiaramente pilotate dagli Usa. L’hitlerizzazione o la saddamizzazione che dir sì voglia di presunti nemici dell’Occidente sono strategie subdole di cui un’Italia che non ha bisogno di guerre deve mettere da parte, per iniziare una volta per tutte a dare soluzioni vere solamente ai propri problemi interni. Proprio per questo è necessario non appoggiare più le ‘missioni di pace’, ritirare i nostri contingenti militari sparsi per il mondo e utilizzarli solo per quello che servono: difendere la nazione in caso di aggressioni. Anche perché, gli italiani non hanno nulla da guadagnare da un sistema neocoloniale, cosa che arricchisce solo le élite.

C’è addirittura chi parla di un sottile limes tra informazione e propaganda, tra i tantissimi difetti del giornalismo italiano quelli più fastidiosamente presenti sono il sensazionalismo e la spettacolarizzazione, fattori questi indicativi di un regresso generale. Inoltre solitamente manipolazioni e distorsioni della verità sono attribuite ai regimi totalitari, ma analizzando correttamente quello che è il giornalismo italiano ci si potrebbe porre qualche legittimo dubbio. Insomma, per qualcuno, il tetro termine propaganda sarebbe stato semplicemente sostituito dall’innocente parola informazione, per il resto sarebbe cambiato molto meno di quello che si pensa (Boria, 2012, pp.113-123). In questo paese teoricamente c’è libera informazione ma nei fatti chi viene ‘informato’ conosce solo quello che gli si vuole dire, si pensi ad esempio al fatto che le testate giornalistiche e le televisioni traggono le proprie informazioni da agenzie ben precise [1]. Quando vi è penuria di immagini, il trucco diventa regola e la «bufala» viene considerata un’invenzione geniale per fare audience. […] Difatti, i network forniscono rapidissime sequenze di immagini, in cui quelle successive cancellano le precedenti, senza consentire nessuna valutazione di veridicità […]; così, le smentite sono parziali e trasmesse in modo tale da non suscitare l’attenzione e le emozioni destate dalla prima notizia, anche perché tra i media non viene utilizzata la teoria del sospetto o la dietrologia sulle notizie altrui […] (Jean, 2003, p.185).

Inoltre l’atteggiamento assunto da parte dei politici, soprattutto durante i periodi di campagna elettorale, deve moltissimo ai meccanismi di marketing pubblicitario, puntando sugli impulsi più semplici degli spettatori più passivi; ma non è tutto, secondo qualcuno ancora più pessimista-realista in realtà le menti umane sarebbero modellate ad hoc, i gusti corrisponderebbero a parametri ben precisi e le idee suggerite appositamente. L’illusione di vivere in una società democratica, nell’accezione greca del termine, unita alla sensazione che tale modello sia superiore a tutti gli altri presenti sul pianeta porta con sé il rischio di prendere per buono tutto quello che i media propinano. Come non dimenticare quando, di recente, per giustificare l’intervento in Libia [2] si parlò di fosse comuni nei quali i miliziani di Gheddafi avrebbero buttato civili inermi, mai inquadrate da nessuna telecamera; o ancora più recentemente quando nella vergognosa campagna di delegittimazione nei confronti di Bashar Al Assad i nostri ‘liberi’ mezzi di informazione dissero che i carri armati del regime utilizzavano come scudi umani bambini? Le democrazie nonostante in teoria ripudino la guerra nella pratica proprio a causa del loro fondamento democratico, esse possono mobilitare il consenso solo negando la natura geopolitica del conflitto e caricandolo di un surplus di motivazioni ideologiche, fino a demonizzare l’avversario e a trasformare ogni guerra in una crociata (Jean, 2003, p.81). Viviamo dunque una perenne ed estenuante rincorsa: in ogni momento storico cogliamo i meccanismi della propaganda del periodo precedente, ma mai quelli del periodo in corso (Boria, 2012, pp.113-123). Ovviamente in Italia esiste tutta una giurisdizione che si occupa di sanzionare i falsi giornalistici (Casillo et al., 1997, pp.163-214), ma su quanto essa sia funzionante si potrebbe nutrire qualche legittimo dubbio [3]. Quali poi siano le differenze con la propaganda dei paesi sotto dittatura è un altro mistero irrisolto. In realtà, tanto più forte è la rimozione del dibattito pubblico sugli interessi nazionali, tanto più essi saranno definiti in modo oligarchico e antidemocratico (Jean, 2003, p.58): la situazione è esattamente questa. Qualcuno osserva che il dibattito sull’Ue sia abbia una funzione democratizzante, poiché la critica alle istituzioni è un elemento fondamentale della legittimazione democratica (Caiani e Della Porta, 2006, p.24); se così è allora bisogna arrivare alla conclusione che alla base delle istituzioni nazionali e sovranazionali in Europa vi è davvero un problema di trasparenza. Le modalità con le quali sono trattati tutti i gruppi ‘euroscettici’ di certo non è neutrale. Gli aggettivi affibbiati ai gruppi che si oppongono all’Ue sono sempre e solo negativi. Ne consegue che un reale dibattito sull’appartenenza a quest’Europa è del tutto assente in Italia. Non è un mistero che tutte le formazioni euroscettiche siano considerate dai media alla stregua di gruppi irresponsabili e estremisti, e come tali vengono trattati.

Già all’inizio degli anni ’90 nella percezione di molti cittadini di paesi membri dell’Unione Europea si segnalava che alla base di tale istituzione vi fosse un deficit democratico (Caiani e Della Porta, 2006, p.9). Andrebbero poste alcune domande, innanzitutto l’Ue è un organismo democratico? Agisce in maniera davvero democratica? C’è chi afferma che le istituzioni ‘europee’ mancano di legittimità democratica vera e propria (Kupchan, 2003, pp.173-174). Può la democrazia diventare una nuova forma di totalitarismo? Perché l’uomo occidentale (per lo meno le sue élite intellettuali e politiche) si credono il fine ultimo della storia? Perché la visione teleologica dei marxisti ha contaminato così tanto il mondo occidentale fintanto a spingerlo ad una delirante percezione di superiorità rispetto a tutti gli altri modelli? E si badi bene che stiamo parlando del modello iperliberista di cui la Germania e i vertici di Bruxelles si fanno portavoce. Perché i teorici del pareggio di bilancio ad ogni costo credono che il loro modello sia superiore agli altri? Ma soprattutto come fanno ad essere così dogmaticamente convinti che esso sia esportabile in altri contesti? L’epiteto di Pigs come sono gentilmente soprannominati i paesi non virtuosi non è mai stato letto in maniera critica, anzi accettato dall’opinione comune come un modo per fare di più, per assomigliare ai paesi nordici (intento cui acriticamente mirano le formazioni europeiste di centro sinistra e di centro destra), ma il modello teutonico è davvero così virtuoso? Sicuramente è più solido di tanti altri ora come ora, ma Berlino ha davvero messo da parte le istanze sovraniste in nome di un Europa comune o sta solo perseguendo finalità di natura imperiale come del resto ha tentato di fare in due conflitti mondiali? A maggio 2013 è stato rilevato che l’unico paese dell’Ue che ha registrato miglioramenti economici è stata proprio la Germania, anche a discapito della Francia.

Nel frattempo sembra che le tesi dell’estremismo americano sul cosiddetto scontro di civiltà (Huntington, 1996) si siano in qualche modo imposte pure nel Mediterraneo (Cadullo, 2011, pp.207-229) -visto come area di confine tra presunta civiltà Occidentale e presunta civiltà islamica- e nel sistema europeo in generale, in maniera velata ma insistente; l’ossessione nordica e l’arroganza sempre più ripetitiva secondo la quale l’Europa del nord sia virtuosa e quella del sud lassista e parassitaria è diventato un ritornello nelle élite europee, questo sicuramente non lo si può dire apertamente perché se no il cosiddetto antieuropeismo crescerebbe ancora di più al sud, ma è palese e sotto gli occhi di tutti. Da quando i paesi dell’Europa dei Piigs hanno abbracciato il rigorismo europeo e la sua moneta unica perdendo la propria sovranità monetaria effettivamente il tracollo economico è diventato reale, ma paradossalmente esso è arrivato dopo avere adottato l’euro. La crisi è finanziaria o economica? La colpa dei paesi mediterranei è reale e atavicamente insita nelle proprie cattive usanze o c’è qualcosa in più da dire? L’Italia senza entrare in Europa si sarebbe davvero impoverita? Per anni ogni critica della nuova moneta europea è stata considerata un affronto e un vero e proprio tabù; adesso guarda caso che la situazione è peggiorata sempre più gente ha smesso di prendere per buone le motivazioni ‘europee’ ed ha iniziato ad interessarsi di economia in maniera meno dogmatica. Ma la domanda principale è: perché agli italiani non è stato chiesto se volevano adottare l’euro?

Inoltre negli ultimi anni hanno preso sempre più piede stereotipi ‘mediterraneisti’, ossia legati all’idea di una presunta omogeneità di tutte le aree che si affacciano su questo mare, caratterizzate da ipotetiche culture che necessitano sempre dell’intervento esterno dell’Occidente per potersi evolvere (Cadullo, 2011, pp.207-229); in tutto questo il ruolo dell’Unione Europea sicuramente è stato complice della crescita di queste idee razziste nei confronti degli abitanti dell’Europa meridionale.

La precarietà lavorativa storicamente è connaturata alla cultura nordica, soprattutto a quella anglosassone, infatti maggiore indipendenza individuale significava anche maggiori rischi. Al contrario le culture mediterranee tendenzialmente hanno sempre avuto la tendenza a proteggere maggiormente i membri della famiglia, fino ad arrivare al cosiddetto ‘familismo amorale’ del quale si è parlato e ipotizzato parecchio (Galland e Yannick, 2007, pp.57-69) con spirito disgustato e critico. Quello che mi preme dire a prescindere dalle analisi storiche ed etnografiche, che comunque sono necessarie, è quanto l’Unione Europea abbia la tendenza a mutare in maniera tacita ma al contempo violenta usanze storiche consolidate. Mai quanto oggi non si può non parlare delle analisi  weberiane, che già all’epoca enfatizzarono quanto determinati aspetti del capitalismo fossero ascrivibili all’etica protestante. Forse quella del sociologo fu per certi versi un’estremizzazione, ma troppi aspetti della sua analisi hanno punti di vista interessanti da tenere in considerazione, che per certi versi possano essere riconsiderati attuali.

Il trattato di Maastricht è diventato il simbolo del fatto che ha vinto il rigore sulla solidarietà, e che lo stato sociale è stato sacrificato in nome del neoliberismo (Caiani e Della Porta, 2006, p.10).Alcune analisi hanno dimostrato che di Europa si parla poco e se ne sa ancora meno; è stato inoltre anche dimostrato che il Parlamento europeo tende a lavorare in maniera riservata (Caiani e Della Porta, 2006, p.27). L’illusione dell’unità europea ha portato ad una cieca e dogmatica incapacità di vedere quanto i paesi dell’attuale Ue fossero differenti per cultura, politica e storia. Quando ci si è accorti che c’erano dei problemi si è cercato di risolverli aumentando i vincoli europei, senza mai realmente chiedersi se essi al contrario non fossero invece i mali che affliggono il vecchio continente. Ma il problema non è solo europeo: schiere di analisti, studiosi e politici sono convinti del bisogno di diffondere il modello democratico-neoliberista, paradossalmente anche quando la domanda stessa di democrazia, o per lo meno quello che intendono con tale termine questi luminari, in molti paesi è inesistente o quasi (Fukuyama, 2005, pp.49-58). Ma ricordiamoci sempre che stiamo parlando di economisti che sostengono la necessità della privatizzazione di tutti quei settori controllati dallo stato. Gli unici effetti cui abbiamo assistito finora, come in Argentina, sono stati l’aumento generale del costo della vita, l’esproprio di risorse che erano nazionalizzate e la creazione di stati in odore di mafia. Negli ultimi tempi le nostre tv sono state infestate da ciarlatani che hanno detto che le uniche soluzioni erano le liberalizzazioni in economia e l’aumento della competitività, vale a dire il ritorno a forme di schiavitù legalizzate. Questo lavaggio del cervello fin ora è solo servito ad aumentare la disoccupazione. Staremo a vedere quali saranno i risultati dei prossimi vent’anni di austerità economica, perché questo sacrificio impone la ‘Grande Germania’ per poter creare la nuova Europa; che poi vi vada di mezzo tutta una generazione sono dettagli per qualcuno, per altri meno, ma ci si ricordi una cosa: sull’altare della storia spesso sono state sacrificate le masse, pensare che ciò non possa più accadere è sintomatico di ottusità. L’esperimento è già stato provato in ex Jugoslavia, e ha prodotto esiti disastrosi. Pensare che l’Italia non sarà offerta in sacrificio potrebbe rivelarsi sbagliato. È per questo che il diritto alla ribellione è vitale, e si deve iniziare a pensare che un domani esso dovrà essere seriamente preso in considerazione, non più solo a parole.

Un’altra questione che per certi versi potrebbe sembrare paradossale è quella inerente gli effetti nefasti, per taluni, che la democrazia potrebbe arrivare a produrre. Il concetto è ambiguo e preoccupante. Secondo analisti come Fukuyama le masse, proprio esercitando il loro diritto di voto potrebbero portare al potere elementi deleteri o macchiarsi di crimini orribili. Si tratta di una vera e propria contraddizione in termini a cui gli apologeti della democrazia liberale vanno incontro spesso, ossia, il fatto che proprio le masse votando democraticamente hanno portato al potere capi come Hitler e Milosevic. Per Fukuyama l’intervento internazionale è necessario quando ci si trova in situazioni come queste. E’ un ragionamento pericoloso a mio avviso, perché mentre da un lato mina il significato stesso di democrazia, o comunque elimina totale legittimità al modo in cui viene intesa la parola democrazia da parte delle élite dominanti del mondo, dall’altro giustifica le ingerenze e le guerre preventive dai pericoli cui i popoli non ‘illuminati’ potrebbero andare incontro votando democraticamente (Fukuyama, 2005, pp.150-155). Allora ci si perdoni, ma un dubbio pervade la mente di chi sta scrivendo queste righe: a cosa serve la democrazia se proprio questa può portare a diventare non democratica? Ma soprattutto, come si fa a giustificare democraticamente un’ingerenza preventiva causata dall’uso stesso della volontà democratica di un popolo? Da questo non ne consegue che la democrazia, come viene intesa nella sua accezione liberale-liberista in realtà in fondo non sia assolutamente democratica? Si pensi in fondo al fatto che la ‘democrazia’ per eccellenza, ossia gli Usa rispettano molto più sul piano internazionale stati come quelli della penisola araba che quelli ‘canaglia’ come l’Iran; e intanto i primi sono molto più tirannici, diseguali e integralisti, rispetto allo stato persiano che mostra molto più interesse pure per i bisogni del suo popolo e in cui il petrolio è nazionalizzato. Allora francamente una cosa va detta: la democrazia all’americana è una bufala, e per questo non va più rispettata.

C’è addirittura chi distingue all’interno del variegato insieme di quello che si intende per ‘democrazia’ determinati livelli diversi l’uno dall’altro, particolarmente interessante è il concetto di democrablanda, ossia un sistema nel quale tutte le forme democratiche sono conservate, ma l’esecutivo ha un peso preponderante con forme di adulterazione economica e politica mantenute sconosciute alla popolazione e dove non manca malfunzionamento e imprevedibilità della durata dei processi (Politi, 2011, pp. 27-34). Direi in tutta sincerità che l’Italia si trova in questa categoria, per quanto gli apologeti a priori della nostra forma di governo non riusciranno mai ad accettarlo. In Norvegia per due volte è stato chiesto se si voleva adottare l’euro con un referendum e per due volte si è risposto di no. In Italia la politica ha illuminatamente fatto il favore agli italiani di pensare e scegliere al posto loro. Evidentemente la nostra democrazia funziona così bene da riuscire a capire cos’è meglio per un popolo, risparmiandogli la fatica di dover pure scervellarsi per capire cosa è preferibile e cosa non lo è.

Una parentesi andrebbe pure fatta sul ruolo della cosiddetta ‘libertà d’opinione’. Per essere utile un dogma non deve essere necessariamente oggetto di un’adesione convinta e sincera. Deve intimidire i sudditi e diffondere la convinzione che ogni affermazione contraria sarebbe politicamente scorretta. Convinzione comune infatti è che nelle ‘democrazie’ si possa dire quello che si vuole, cosa che nelle ‘dittature’ non avviene o è mal tollerata. A mio avviso il primo postulato innanzitutto non è assolutamente vero. Nelle ‘democrazie’ infatti non si può dire quello che si vuole, anzi, ci sono tutta una serie di categorie intoccabili sulle quali non è possibile in realtà dissentire. Un esempio può essere il popolo ebraico e il suo ruolo storico, che oramai non è più analizzato in maniera obiettiva proprio perché si è creato una sorta di muro protettivo nei suoi confronti e tutta una mitologia dell’intoccabilità che non permettono di parlare in maniera critica di alcuni aspetti [4]. Insomma, piano piano si stanno venendo a creare dei tabù ideologici mascherati di umanitarismo. Ma la stessa cosa si potrebbe dire di altre ‘categorie protette’ come gli omosessuali, ma la lista sarebbe lunga. In fin dei conti pare quasi che l’ ‘evoluzione’ in corso stia portando ad una situazione nella quale le masse sono sempre più criminalizzate, e in cui solo le minoranze sono apparentemente tutelate, con un atteggiamento che ha più a che fare con le modalità con le quali ci si cura delle specie animali in via di estinzione, piuttosto che con uno spirito di reale rispetto. Nell’altare del politicamente corretto i diritti di pochi diversi si scoprono irrimediabilmente più importanti di quelli di milioni di uomini formica, il cui unico privilegio diventa solo quello di emigrare dalla propria terra. In tutto questo le minoranze si prestano al gioco perverso del potere, che le usa a suo piacimento per mantenere lo status quo. In Francia Hollande ha vinto le elezioni anche per l’appoggio dei gruppi gay, ma la sua politica si sta dimostrando sostanzialmente fallimentare e allineata al modello neoliberista. Quindi, che la libertà d’opinione nelle ‘democrazie’ sia sempre presente non è un dato di fatto. Se è per questo non si può neanche insultare il presidente della Repubblica, perché se no in teoria si può finire in carcere.

Adesso andrebbero spese alcune parole anche sul ruolo della violenza nelle società ‘democratiche’: essa è sempre condannata dalle autorità, e pure repressa; le manganellate le da la polizia iraniana ma pure quella inglese e italiana. Idea diffusa nei regimi nostrani è quella per cui ‘manifestare il dissenso è permesso, ma in forma pacifica’. Quest’idea, ripetuta da molti politici come un mantra è la dimostrazione chiara che non viviamo in una democrazia, anzi. Questo dogma necrotico ripetuto in maniera ridondante fa chiaramente capire che determinate questioni prese altrove possono solo essere messe in discussione, ma tanto andranno fatte lo stesso. Allora mi si perdoni, ma dove sta la libertà? Nell’esprimere la propria opinione? E se poi non si può cambiare il corso di scelte già prese, magari senza averlo chiesto alla maggioranza, a cosa serve dire quello che si pensa [5]? Tutto ciò è paralizzante a livello cerebrale perché da un lato fa pensare a molta gente di vivere in un posto più democratico e libero rispetto ad altre parti del mondo, dall’altro demonizza ogni tentativo di ottenere miglioramenti in maniera extralegale (miglioramenti che comunque la legge non permetterebbe di avere, proprio perché le decisioni non sono state prese mediante consultazioni). Insomma il postulato per cui si può dire quello che si vuole, ma in maniera pacifica non solo è il frutto di un pensiero unico, ma è anche ipocrita [6]. Insomma, tutte le tirannidi storicamente sono state abbattute proprio con il ricorso alla violenza. Sembra quasi che questo sia stato dimenticato. Anzi, tale pensiero è stato abbandonato proprio perché la maggior parte delle persone ha interiorizzato, dopo essere stata istruita per bene per una vita, che valga la pena fare così tanti sacrifici in nome di non si capisce più bene quali valori. Già in Grecia è l’ ‘eurogendfor’ che si occupa di ‘discutere’ con i manifestanti: al più presto pure gli italiani potranno fare conoscenza con la nuova Gendarmeria Europea.

Il cinismo di molti leader europei e americani è un fattore che fra qualche anno potrebbe essere studiato nei manuali di psichiatria come una piaga storica paragonabile ai dittatori del ’900. Il solito non pensante può dire che tale idea sia esagerata. Ma la storia insegna che sono sempre state le masse ad appoggiare -o comunque non levare dal potere- despoti e tiranni; quindi quanto valga l’opinione di chi giudica esagerate certe argomentazioni lo si può capire dal fatto che nella storia ci sono sempre state cinismo e crudeltà. Pensare che oggi gli uomini e le loro azioni possano essere migliori e più illuminate è un’idea bigotta che possiamo lasciare ai venditori di illuminismo da quattro soldi. Questo ovviamente non significa giustificare il terrorismo (eticamente nauseante e autolesionista anche perché controproducente a livello materiale), ma neanche pensare che la violenza coincida sempre con esso. Direi quindi che sarebbe necessario interiorizzare la massima cristiana (alla Tolstoij) per la quale rispondere al male con il male non solo è rivoltante moralmente ma anche sbagliato a livello tattico perché produce martiri pure tra gente piena di colpe, ma al contempo rifiutare a prescindere l’idea di poter combattere qualcosa senza ricorrere alla violenza: essa un domani potrà essere una necessità. Se quindi da un lato gli eccessi di violenza alla lunga sono controproducenti per i motivi prima elencati, anche l’etica eccessivamente pacifista lo è, proprio perché paralizzante. Si ricordi che se gli uomini non avessero fatto mai ricorso alla violenza ancora vivrebbe in condizioni aberranti. La violenza quindi non è sempre sbagliata, anzi a volte

[1] Per esempio nell’ultimo anno durante gli avvenimenti in Siria gran parte delle immagini e delle informazioni pervenute in Italia provenivano dalla parte degli insorti, mai nessuna da parte dei soldati e dei civili fedeli ad Assad; nei terribili video di guerra girati dai ‘ribelli’ una delle frasi ripetute come un mantra dai protagonisti dei combattimenti è  stata Allah Akbar, e poi ci si lamenta del terrorismo islamico, dopo che lo si sovvenziona. Quasi stesso identico copione per tutte le altre (contro)rivoluzioni che hanno investito il Maghreb. Per quanto riguarda il conflitto in Libia inoltre la cosiddetta informazione occidentale ha mostrato tutta la propria mancanza di serietà e obbiettività, decidendo già prima dell’inizio del conflitto da che parte stare e quale parte screditare nonostante la mancanza di prove circa i presunti episodi di ferocia, le ipotetiche stragi di civili e le fosse comuni di cui non si è avuta alcuna traccia (Cadalanu, 2011, pp.209-214), e si badi bene, questa non è un’apologia di Gheddafi, ma sicuramente il conflitto lo hanno iniziato quelli che vennero definiti i ribelli, e i crimini di cui si sono macchiati non sono mai stati accennati da nessun grande media italiano. Se vivessimo davvero in un paese libero questa guerra non sarebbe mai stata presentata in termini così assoluti. Evidentemente la nostra stampa non è libera, bisogna prenderne atto. Certo tutte le altre informazioni discordanti circolanti su web non sono state occultate, ma tanto questo non cambia nulla dato che le operazioni (in parte giustificate in seguito all’ondata emotiva successiva ai non comprovati crimini del regime) sono avvenute lo stesso e il dittatore ha fatto la fine che conosciamo. La mancanza di bilanciamento tra realtà fattuale e modalità con le quali vengono date le notizie dipendono sicuramente dai gruppi di interesse che stanno dietro i media da un lato, ma dall’altro proprio dal meccanismo perverso che non ha il tempo di verificare quanto sia vera una notizia, problema che risale ai primi del ’900 (Casillo et al., 1997, pp.15-23).

[2] Sul consenso e sulla possibilità di mobilitare risorse hanno sempre giocato un ruolo determinante l’informazione e la propaganda da un lato, la contropropaganda, la disinformazione e la destabilizzazione dall’altro (Jean, 2003, p.78).

[3] In teoria l’Italia è pure una repubblica fondata sul lavoro se è per questo.

[4] È scandaloso ad esempio che vi siano sempre più persone che collegano l’essere contrari all’occupazione israeliana in Palestina all’antisemitismo.

[5] Si pensi al caso per il Muos a Niscemi. Ne segue che lo stato condanni ogni atto di sabotazione dei lavori, ma di fatto quello che subisce è la conseguenza di qualcosa che ha scelto senza il consenso delle popolazioni residenti in loco.

[6] Ovviamente gli assertori della real politik possono anche ridere delle istanze morali di alcuni studi. Ma purtroppo per loro c’è chi è ancora convinto che rovinare gli altri non torni neanche troppo utile, oltre ad essere riprovevole.

Questo articolo è un estratto della tesi di laurea di Gabriele Bonfiglio, che ringraziamo.

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Movimento Cinque Stelle al bivio

Grillo in piazza

 Nelle ultime settimane si può notare come il Movimento Cinque Stelle sia scosso da forti tensioni interne ed esterne. Il progressivo aumento della democrazia diretta per decidere le principali posizioni da tenere in Parlamento sta delineando la natura della maggioranza degli iscritti al M5S. Il problema è che probabilmente il parere degli iscritti al Movimento non corrisponde affatto all’opinione degli elettori del Movimento stesso. Beppe Grillo e Casaleggio sono stati degli abilissimi strateghi nel tenere il partito in una rotta che continuasse a cavalcare l’onda dell’ antipolitica senza virare troppo a destra o a sinistra; anzi possiamo aggiungere che addirittura il comico genovese ha tenuto la barca leggermente a destra consapevole del fatto che l’italiano non schierato è tendenzialmente un populista tendente a destra e ovviamente non intendo la classica destra liberale e conservatrice ma la destra sociale e popolare. Il problema per Grillo è che le pressioni per arrivare a prendere le decisioni attraverso la democrazia diretta lo hanno costretto a chiedere effettivamente il parere della base degli iscritti che, ad esempio ad un tema come l’abolizione del reato di clandestinità, ha votato sì virando drasticamente a sinistra. Questo dimostra una cosa fondamentale cioè l’esistenza di una grande differenza tra la base degli iscritti al Movimento e il suo elettorato. Perché la base degli iscritti al Movimento è composta essenzialmente dai pentastellati della prima ora che sono essenzialmente No-Tav, ambientalisti, ecologisti, decrescisti che tradizionalmente sono più posizionati a sinistra che a destra. Il fatto sta che almeno la metà degli elettori dei Cinque Stelle non hanno la stessa visione politica degli iscritti al Movimento stesso, avendo votato Grillo più per disprezzo per i partiti tradizionali e come protesta che per vera e propria adesione. E questo noi lo diciamo perché tra la gente comune e i commenti in gran parte negativi sui social network nei confronti della decisione di sostenere l’abolizione del reato di clandestinità ne sono la prova. La realtà è che l’elettorato che può far vincere i Cinque Stelle non è l’elettorato di sinistra che è uno zoccolo duro difficile da smuovere essendo in gran parte composto da dipendenti pubblici ancora non toccati in maniera grave dalla politica e dai pensionati che tutto sommato le pensioni le hanno ancora al sicuro e inoltre  molte persone insoddisfatte del PD tendono a scegliere partiti come SEL o i vari partitini comunisti piuttosto che spostarsi verso il M5S. Al contrario tra il centrodestra il vuoto creato dagli scandali della Lega e dalla sfiducia in Berlusconi poteva fornire il bacino di voti necessario per vincere e che ha già garantito parte del successo delle scorse elezioni. E inoltre anche gli indecisi e gli astenuti non si convincono con una politica troppo schierata ma solo continuando con argomentazioni populiste. E’ inutile quindi negare la realtà, la gran parte degli italiani sono e saranno populisti se no non si spiegherebbe il fatto che Berlusconi abbia governato per gran parte dell’ultimo ventennio (e gli italiani mica sono tutti imprenditori). Oppure non si spiega il perché del ventennio fascista. Quindi ricapitolando paradossalmente ci si può domandare se un movimento che voglia portare la democrazia diretta possa essere gestito con la democrazia diretta stessa. A nostro avviso le due cose non sono compatibili, il Movimento non può essere un contenitore politico che decide facendo votare gli iscritti di tanto in tanto quali scelte prendere così non si avrà mai una strategia politica coerente. Il Movimento dovrebbe definire con chiarezza quali sono gli obiettivi da raggiungere e adoperarsi nel raggiungerli. Ora credo che Grillo e Casaleggio sappiano benissimo i rischi di questa situazione ed ora si trovano ad un bivio molto importante che a nostro avviso può evolversi nei seguenti scenari:

1) SCENARIO BIPOLARE: il Movimento continua a scontrarsi con i partiti, a votare a democrazia diretta, a seguire una linea tendenzialmente spostata a sinistra e si prepara alle prossime elezioni. Ora abbiamo visto come è fatta la nuova legge elettorale e abbiamo visto i sondaggi che danno il M5S con un distacco negativo di sei-sette punti dal centrosinistra e di otto-nove punti dal centrodestra. Ora molti su internet sostengono che dato che il Movimento Cinque Stelle ha presso molti più punti percentuali rispetto ai sondaggi nelle scorse elezioni la cosa debba ripetersi. Noi eravamo le scorse elezioni tra i pochi blog a sostenere che il Movimento avrebbe fatto molto di più che nei sondaggi adesso però sosteniamo che non è affatto la stessa cosa perché il Movimento non ha fatto essenzialmente niente di così importante da smuovere altri elettori in suo favore e le recenti rivolte dei Forconi e di altri movimenti nei confronti dell’intera classe politica dimostrano chiaramente che il M5S non basta più come valvola di sfogo. Inoltre la leggera deriva a sinistra del Movimento scoraggia molti elettori tendenzialmente di centrodestra e molti elettori tendenzialmente populisti (quindi “politici ladri”, “diritto al lavoro”, “basta equitalia”, “fuori gli immigrati”) che probabilmente alle prossime elezioni si asterranno o torneranno a votare i partiti tradizionali o qualche partitino estremista. Non dobbiamo dimenticare inoltre che la sinistra con Renzi ha rinnovato la sua faccia e quindi gli elettori del PD possono continuare tranquillamente a votare turandosi il naso e il centrodestra non si è rinnovato è vero ma andando all’opposizione ha sicuramente ripreso molto consenso ed infatti risulterebbe vincente. Senza considerare che Casini per non rimanere fuori dai giochi potrebbe tornare all’ovile innalzando ancora il totale dei voti del centrodestra. Ed ancora non dimentichiamoci che mentre il PD ha già tirato fuori il suo asso nella manica cioè Renzi, il centrodestra non ha ancora scelto il suo candidato che molti dicono potrebbe essere Marina Berlusconi e questo potrebbe portare ulteriori voti al CDX di tutti quegli elettori che non volevano votare più Silvio ma invece voterebbero volentieri a destra con un altro candidato. In tutta questa situazione si può quindi dire che difficilmente il Movimento Cinque Stelle potrà battere i sondaggi questa volta. A nostro avviso l’unica speranza che può avere è riuscire ad andare al ballottaggio e convogliare al secondo turno i voti dell’altra parte politica e vincere. Questa potrebbe essere la sorpresa vincente ma abbiamo già detto che i margini per crescere stavolta non sembrano esserci e i sondaggi danno un distacco considerevole che certamente potrebbe essere colmato ma ci vorrebbe veramente una campagna elettorale eroica e convincente per riuscirci contro due avversari che hanno cambiato pelle e cercheranno in tutti i modi di emarginare il M5S e di concentrare l’attenzione su di loro.
Quindi questo primo scenario potrebbe certamente consegnare il paese a Grillo e company ma attualmente le loro probabilità sembrano scarse quindi è uno scenario rischioso per i pentastellati se non trovano qualche asso nella manica.

2) SCENARIO UCRAINO: le recenti rivolte dei Forconi, del 9 Dicembre, di studenti e di lavoratori di industrie chiuse dimostrano come l’Italia rischi un’esplosione sociale. Abbiamo anche visto come però le rivolte non riescano a durare a lungo dato che  i diversi movimenti si dividono tra loro per ogni decisione. Ora si può notare qualcosa di interessante, cioè il fatto che Grillo e il Movimento stiano estremizzando lo scontro politico. Probabilmente sono consapevoli del fatto che se si va a votare e perdono, per cinque anni dovranno sorbirsi Renzi o un pupazzo di Silvio, che con una maggioranza stabile difficilmente cadrà. E se succedesse una cosa del genere il Movimento in cinque anni rischia seriamente di estinguersi e di essere surclassato da movimenti rivoltosi e dall’astensione. Sicuramente come lo sappiamo noi lo sanno i pentastellati e i loro strateghi e quindi mi sembra di scorgere un’escalation strategica del Movimento. Quale potrebbe essere la tattica di Grillo: mettere pressione in maniera sempre più estrema i poteri forti della politica quindi attaccando il Presidente della Camera e della Repubblica, occupando le Camere e continuando con gesti sempre più estremi in maniera da provocarli sempre di più finché il Movimento non verrà colpito da qualche arresto o da qualche altro tipo di punizione e poi al momento giusto trovare un casus belli per abbandonare il Parlamento e chiamare il popolo in piazza. Pensate sia fantascienza? Ma le rivolte in Ucraina ed in Thailandia che stanno portando alla guerra civile sono guidate da partiti di opposizione parlamentare. Inoltre Grillo aveva già accarezzato i movimenti di protesta dei lavoratori e dei Forconi e una volta abbandonato il Parlamento, unirsi a queste frange estreme sarà facilissimo. E tutti noi sappiamo quante persone Grillo può portare in piazza. A Torino, i Forconi che hanno paralizzato la città per una settimana non superavano i diecimila, Grillo a Torino farebbe scendere in piazza al minimo cinquantamila persone, quindi fate i vostri calcoli. E inoltre le motivazioni ci sono tutte, un Parlamento incostituzionale, un Presidente della Repubblica accusato di tradimento, una crisi che sta spezzando le reni al popolo italiano. I toni di Grillo sono sempre più violenti e non ci si può scordare della lettera del comico inviata ai capi militari per esortarli ad abbandonare la politica e a sostenere l’unica legittima istituzione cioè il popolo. La polizia si è levata il casco davanti ad una folla spontanea, cosa potrebbe fare davanti al primo partito del paese? Ovviamente quello che potrebbe succedere dopo una deriva rivoluzionaria del Movimento Cinque Stelle non si sa, ma al Movimento non rimangono molte alternative:  rischiare alle prossime elezioni e in caso di sconfitta avviarsi verso l’estinzione oppure scegliere di stare con quel 60-80% degli Italiani che comprendeva i Forconi e che si è espressa positivamente sulla recente escalation pentastellata e dare l’assalto al palazzo e dimostrare che l’Italia non si avvia senza alzare la testa verso un futuro di cinesizzazione e povertà.                           Se questo articolo ti è piaciuto non perderti il libro dell’autore: Libertà Indefinita, prossimamente acquistabile su internet e in 1.500 librerie.

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La primavera di Al-Qaeda (e l’ascesa dell’Arabia Saudita)

Califfato Islamico

“Al-Qaeda conquista le città di Falluja e Ramadi”
Kerry: “non torneremo, questa è una lora guerra”

Quando ho letto queste frasi, mi sono fermato un po’ a riflettere, perché il fatto che guerriglieri legati all’organizzazione terrorista Al-Qaeda, responsabile ufficiale degli attentati dell’11 settembre avessero conquistato due città irachene senza che l’America muova un dito per impedirlo, ha veramente dell’incredibile. Quindi ho pensato che sia necessario fare un po’ di chiarezza sulle cruente vicende degli ultimi giorni e sopratutto su quest’organizzazione che i media definiscono Al-Qaeda con un po’ troppo leggerezza.
Cos’è adesso Al-Qaeda? L’organizzazione terrorista fondata da Osama Bin Laden inizialmente per combattere l’invasione sovietica dell’Afghanistan e poi per scatenare il terrorismo in tutto il mondo “infedele”, ora è guidata dal braccio destro di Osama, Al-Zawahiri. C’è però da dire che rispetto al passato ora Al-Qaeda è più una matrice ideologica a cui legarsi piuttosto che una vera e propria organizzazione unita. Ora il nostro scopo è fare chiarezza su tutti questi gruppi combattenti legati ad al-Qaeda dato che negli ultimi mesi abbiamo assistito ad una vera e propria escalation di attacchi qaedisti in tutto il mondo arabo e in molti paesi africani.
Ma prima di fare chiarezza, vogliamo ipotizzare uno scenario. Moltissime fonti sostengono che siano l’Arabia Saudita e il suo capo dell’intelligence, lo sceicco Bandar Bin Sultan, a sostenere le organizzazioni qaediste e i vari movimenti estremisti salafiti nel mondo islamico. Detto questo sappiamo che recentemente, con l’abdicazione dell’emiro del Qatar, il piccolo paese del Golfo ha gradualmente desistito a contrapporsi al più grande vicino saudita, sostenendo i partiti islamici come la Fratellanza Musulmana ed ora le monarchie del Golfo stanno procedendo nella creazione di un’ unica forza militare e probabilmente anche in un ‘unione politica e monetaria. Questa cosa mi ricorda qualcosa e più precisamente l’Unione Europea. Nel nostro articolo La Lunga marcia dell’Eurocrazia, ipotizzavamo il lungo percorso intrapreso dagli eurocrati per poter formare un unico stato europeo. Allo stesso modo, per gli estremisti sauditi, il sogno di un Islam unificato in un grande califfato sicuramente sfiora le loro menti e possiamo azzardare un’ipotesi. Le monarchie del Golfo si uniscono in un’ unica entità politica ricca e stabile, che fa da baricentro di questa grande unità islamica, un po’ come la Germania è il baricentro dell’Unione Europea mentre gli altri paesi perdono la sovranità nazionale attraverso la crisi economica e debitoria. Invece nel mondo islamico, le monarchie del Golfo rimangono stabili e finanziano i vari cambiamenti violenti di regime nel mondo islamico. Ovviamente non è un percorso lineare ma è un un cubo di Rubik, dove per giungere al risultato finale si devono spostare molte volte i vari tasselli. Ma la tattica sembra questa: prima si crea instabilità cercando di far rivoltare tutte le forze di opposizione e poi gli estremisti sfruttano il caos così creato per potersi insediare e per espandere le loro posizioni.
Fatta questa ipotesi ora andiamo a parlare delle varie ramificazione qaediste.

AQMI_logoAQIM, AL-QAEDA PER IL MAGHREB ISLAMICO
OBIETTIVI: rovesciare i governi di Marocco, Algeria, Tunisia, Mauritania, Mali per instaurare l’emirato del Maghreb Islamico con regime basato sulla Sharia, attaccare la potenza coloniale rappresentata dalla Francia e riconquistare la penisola iberica.
PRESENZA ATTUALE: Nord del Mali, Algeria, Tunisia, Marocco

2876342158AL-MOURABITON
OBIETTIVI: ala scissionista dell’AQIM, nata dalla fusione della brigata al-Mulathameen e del Movimento per l’Unita e la Jihad nell’Africa Occidentale (MUJAO).Il suo obiettivo è unire gli islamici dall’Africa Occidentale al Mar Rosso.
PRESENZA ATTUALE: Mali, Niger, Sud della Libia

 

400px-Logo_of_Ansaru.svg

ANSARU, AVANGUARDIA PER LA DIFESA DEI MUSULMANI NELLE TERRE NERE
OBIETTIVI: rovesciare il governo nigeriano per instaurare la Sharia
PRESENZA ATTUALE: Centro-Nord della Nigeria

 

 

800px-Flag_of_Jihad.svgBOKO HARAM, CONGREGAZIONE DEL POPOLO DELLA TRADIZIONE PER IL PROSELITISMO E LA JIHAD
OBIETTIVI: instaurare la Sharia nelle aree sotto il suo controllo
PRESENZA ATTUALE: Nord della Nigeria, Camerun, Ciad, Niger

 

600px-ShababFlag.svgANSAR AL SHARIA
OBIETTIVI: diretta emanazione di Al-Qaeda, il suo obiettivo è rovesciare i governi locali per poter imporre la Sharia
PRESENZA ATTUALE: Mauritania, Marocco, Tunisia, Libia, Mali, Egitto, Yemen

 

 

ShababLogoAL-SHABAAB, MOVIMENTO DI IMPEGNO GIOVANILE
OBIETTIVI: vincere la guerra civile in Somalia e instaurare la Sharia
PRESENZA ATTUALE: Somalia, Eritrea, Etiopia, Kenya

 

 

600px-Flag_of_Islamic_State_of_Iraq.svgSTATO ISLAMICO DELL’IRAQ E DEL LEVANTE
OBIETTIVI: costituire un emirato islamico comprendente Iraq e Siria, imporre la Sharia nei territori controllati
PRESENZA ATTUALE: Iraq, Siria, Libano

 

 

800px-Flag_of_Caucasian_Emirate.svgEMIRATO DEL CAUCASO
OBIETTIVI: costituire un emirato islamico nel Caucaso comprendente i territori russi della Cecenia, del Daghestan, dell’Inguscezia, dell’Ossezia, Circassia ed espandibile all’Azerbaijan e all’Abkhazia.
PRESENZA ATTUALE: Caucaso del Nord

 

800px-Flag_of_Taliban.svgTALEBANI
OBIETTIVI: rovesciare il governo dell’Afghanistan e ritornare al potere e restaurare la Sharia
PRESENZA ATTUALE: Afghanistan, Pakistan

 

 

650px-Flag_of_Waziristan_resistance_(1930s).svgEMIRATO ISLAMICO DEL WAZIRISTAN
OBIETTIVI: mantenere il controllo del Waziristan, offrire rifugio ai talebani afghani e pakistani e ai gruppi qaedisti. Rovesciare il governo pakistano.
PRESENZA ATTUALE: Pakistan, Waziristan

 

 

800px-Flag_of_Jihad.svgMOVIMENTO ISLAMICO DELL’UZBEKISTAN
OBIETTIVI: instaurare l’emirato islamico del Turkestan comprendente Uzbekistan, Tagikistan e Kirghizistan. Rovesciare il governo del Pakistan
PRESENZA ATTUALE: Afghanistan, Waziristan

 

 

Etim_tip_logoPARTITO ISLAMICO DEL TURKESTAN
OBIETTIVI: creare uno stato islamico in Xinjiang, Cina occidentale
PRESENZA ATTUALE: Afghanistan, Waziristan, Xinjiang

 

 

800px-Flag_of_Jihad.svgABU SAYYAF
OBIETTIVI: principalmente creare uno stato islamico nel sud delle Filippine, generalmente istituire un emirato islamico nel sud-est asiatico comprendente sud delle Filippine, Indonesia, Malesia e parte della Thailandia, della Birmania e della Cambogia.
PRESENZA ATTUALE: Filippine

 

evt110301073900143JEMAAH ISLAMIYAH
OBIETTIVI: creazione di un califfato islamico nel sud-est asiatico
PRESENZA ATTUALE: Indonesia, Thailandia, Singapore, Malesia e Filippine

Ecco questi sono i gruppi principali qaedisti presenti sul pianeta, oltre ovviamente alle cellule direttamente controllate da Al-Qaeda. Negli ultimi mesi i guerriglieri islamici hanno portato la guerra in Mali, in Nigeria e anche nella Repubblica Centrafricana dove gli islamici sono una minoranza. Inoltre la Russia è stata colpita da due attentati e in Siria, Iraq e Yemen i qaedisti controllano direttamente alcune zone di questi paesi. Sono quindi da monitorare le situazioni politiche dei vari paesi islamici. La nostra ipotesi è che i paesi del Golfo, principalmente i sauditi vogliano aumentare sempre più il sostegno a queste organizzazioni per formare veri e propri emirati islamici guidati da partiti salafiti. In Egitto, dopo la destituzione di Morsi, i salafiti estremisti sono una delle principali forze politiche e non è da escludersi un loro successo alle prossime elezioni dopo il bando della Fratellanza Musulmana. In Libia, i qaedisti di Ansar al Sharia stanno guadagnando terreno sfruttando i separatismi locali e gli scontri tribali. In Tunisia la situazione è simile. In Mali le diverse organizzazioni islamiche stanno aspettando che i francesi si ritirino per tornare all’offensiva ed hanno annunciato anche nuove azioni in Marocco, Algeria e Mauritania. In Marocco si segnala anche un importante partito salafita che ha boicottato le elezioni. In Iraq i qaedisti hanno ottenuto importati risultati e controllano parti di territorio. In Siria risultano in difficoltà dato i recenti scontri con gli altri gruppi di guerriglieri. Sono stati annunciati attentati in Turchia. Nell’Afghanistan governato da Karzai dove è previsto il ritiro americano, si rischia il ripetersi dello scenario iracheno con una controffensiva dei Talebani. Si segnala anche il forte rischio di attentati contro la Russia in vista delle Olimpiadi invernali e le infiltrazioni terroristiche tra le minoranze islamiche in Francia, nel Regno Unito e nei paesi scandinavi. Anche nel Kosovo i servizi di intelligence denunciano un’infiltrazione di elementi fondamentalisti.
Questo è il quadro complessivo. Da come è iniziato quest’anno, la Primavera che sta arrivando potrebbe essere la primavera della grande rinascita di Al-Qaeda e del fondamentalismo salafita, dopo le difficoltà dell’islamismo moderato della Fratellanza Musulmana e di Erdogan in Turchia.
E’ interessante notare come gli Stati Uniti abbiano scelto di non interferire contro le recenti vittorie di Al-Qaeda. Questo può suggerire che gli USA potrebbero aver scelto di non interessarsi più al Medio Oriente, per occuparsi principalmente nel contenimento della Cina in Estremo Oriente. La creazione di una grande area islamica filo-saudita ed estremista potrebbe servire agli USA per creare un potente avversario, foraggiato e guidato dalle monarchie del Golfo, che possa affrontare al posto degli USA la Russia (come già fatto all’epoca dell’invasione sovietica dell’Afghanistan ma su più larga scala) e aprire un fronte ovest contro la Cina che si potrebbe trovare a breve con la guerriglia qaedista dentro le sue terre, soprattutto dopo un’eventuale nuova caduta dell’Afghanistan nelle mani dei Talebani. Il casus belli di un’eventuale guerra tra i sauditi e i suoi alleati qaedisti contro la Russia, potrebbe essere un eventuale intervento dei paesi del Golfo in Siria o un incidente con l’Iran, entrambi paesi sciiti avversi ai sunniti sauditi ed entrambi alleati della Russia.
In questa intrecciata situazione sarà inoltre interessante la posizione europea che è nemica dei fondamentalisti in Africa attraverso la Francia, è amica dei paesi del Golfo per la sua dipendenza dal petrolio, è nemica della Siria di Assad, è nemica della Russia di Putin ma dipendente dal suo gas.
Concludendo possiamo dire che ci aspettiamo nuovi successi da parte dei movimenti salafiti e un’aggressività sempre maggiore da parte di Al-Qaeda in Africa e in Medio Oriente.Se questo articolo ti è piaciuto non perderti il libro di Giuseppe Cirillo: Libertà Indefinita, prossimamente acquistabile su internet e in 1.500 librerie.

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Guerra Civile Globale: l’instabilità si allarga

Rivolte in CambogiaContinua il nostro monitoraggio sull’instabilità sociale mondiale. La situazione dal nostro ultimo articolo non è migliorata ma anzi diversi paesi sono stati travolti da violente proteste popolari e altri sono stati teatri di veri e propri scontri armati. A dispetto della tanto enfatizzata crescita economica sembra che a riceverne i benefici non sia sicuramente il 99% della popolazione mondiale.
Ora faremo un quadro riassuntivo delle nuove situazioni emerse ma anche di quelle già presenti. I paesi non citati vuol dire che non hanno avuto significative variazioni del quadro sociale.

AFRICA

Sud Sudan: gli scontri tra ribelli e governativi continuano ed hanno provocato centinaia di morti e decine di migliaia di sfollati. La situazione attualmente è in stallo.

Repubblica Centrafricana: centinaia di morti negli scontri tra i guerriglieri golpisti islamici appoggiati dal Ciad e le milizie cristiane. La Francia è intervenuta militarmente e attualmente il presidente golpista è stato costretto alle dimissioni. La situazione rimane fluida.

Repubblica Democratica del Congo: diversi morti negli scontri tra i governativi e le milizie religiose ribelli. Situazione caotica.

Mali: dopo l’intervento francese la situazione sembra stabilizzarsi, ma permane la presenza di guerriglieri islamici e la minaccia di attentati.

Tunisia, Egitto, Libia: nei tre paesi nordafricani la situazione è leggermente migliorata ma scontri, morti e disordini sono all’ordine del giorno.

ASIA

Yemen: sempre caotica la situazione in Yemen dove si fronteggiano miliziani di Al-Qaeda, separatisti, sciiti e governativi con scontri quotidiani e diversi morti.

Siria: la guerra civile siriana prosegue in una tragica stabilità in cui si aggiunge il ruolo da protagonista dei miliziani di Al-Qaeda.

Iraq: qui la situazione sembra precipitare verso una vera e propria guerra civile tra gli sciiti governativi filo-iraniani e i sunniti ribelli capeggiati da Al-Qaeda.

Bangladesh: escalation di scontri tra l’opposizione nazionalista e il governo accusato di brogli. Da ottobre i morti superano i cento e nelle ultime settimane la tensione è andata aumentando.

Thailandia: le forti proteste dell’opposizione hanno portato alle dimissioni del governo e ad elezioni anticipate. I rivoltosi però non hanno accettato questa soluzione e pretendono l’instaurazione di un governo popolare non eletto appoggiato dai militari. Per il 13 gennaio prevista una grande manifestazione.

Cambogia: dopo le proteste contro i risultati delle elezioni, si sono verificate intense rivolte nella capitale da parte degli operai tessili sottopagati che hanno portato la polizia a sparare sulla folla facendo quattro morti. La situazione è da monitorare dato il grande malcontento popolare verso il corrotto primo ministro filo-vietnamita al potere da decenni e verso il Re che viene visto come una marionetta di quest’ultimo.

Vietnam: per la prima volta il paese è scosso da una forte rivolta operaia contro uno stabilimento Samsung con circa otto morti. Anche qua è seriamente da seguire la forte rabbia della classe operaia che rimane sottopagata e sfruttata.

Singapore: anche la ricca città-stato orientale è stata coinvolta nelle rivolte della numerosa minoranza indiana presente nel paese.

EUROPA

Ucraina: il paese ex-sovietico è stato travolto dalle proteste dell’opposizione nazionalista contro l’abbandono delle trattative con l’UE da parte del governo filo-russo. Attualmente dopo diverse settimane di protesta la situazione non è cambiata e il governo è sempre più orientato verso Mosca. La situazione rimane comunque fluida.

Italia: l’Italia è stata travolta dalle numerose proteste del Movimento dei Forconi e di altri gruppi autonomi che si sono ribellati parallelamente per chiedere le dimissioni del governo e del presidente della Repubblica. Si sono verificati scontri ed episodi violenti, ma niente di eccessivamente grave. Ora la protesta è andata scemando ma non è da escludersi un ritorno della stessa nelle prossime settimane o mesi.

Grecia: sempre tesa la situazione in Grecia, dove si sono verificati anche colpi di armi da fuoco verso l’ambasciata tedesca.

SUD AMERICA

Venezuela: l’inflazione galoppante che ha portato una grave crisi economica ha fatto esplodere la criminalità con diversi morti in tutto il paese ed ha portato alle dimissioni del governo. Attualmente si è formato un governo di emergenza per affrontare il problema.

Argentina: anche qui inflazioni e crisi economica hanno portato ad un sciopero della polizia che ha conseguentemente provocato saccheggi, devastazioni e morti.

Qui di seguito alleghiamo la nostra cartina che monitora la situazione sociale mondiale. Vogliamo ricordare che questa legenda riguarda solo la situazione interna e non eventuali tensioni tra paesi diversi (come Corea Nord contro Corea Sud).
Continueremo ad aggiornarvi sull’instabilità mondiale soprattutto in questo 2014 che potrebbe essere un anno storicamente importante dove tensioni profonde sia interne sia geopolitiche potrebbero esplodere a causa anche di una crisi economica che a dispetto delle rosee previsioni del 2013 potrebbe entrare nella sua fase più tragica.Se questo articolo ti è piaciuto non perderti il libro di Giuseppe Cirillo: Libertà Indefinita, prossimamente acquistabile su internet e in 1.500 librerie.
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9 Dicembre 2013, l’Italia si ferma

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Data la totale assenza di informazione da parte dei media di regime, almeno nel nostro piccolo, dobbiamo informare i nostri lettori che da lunedì mattina 9 Dicembre 2013 inizierà lo sciopero generale degli italiani contro il governo, contro il presidente della Repubblica e contro una classica politica corrotta e incapace.
Indipendentemente che si sia d’accordo o meno con questa sollevazione, a nostro avviso è giusto avvisare più persone possibile dato che questo è il primo sciopero degli italiani come cittadini. Dietro questa manifestazione non ci sono partiti politici, associazioni o sindacati, ma ci sono gruppi spontanei, molti dei quali nati nei social network che autonomamente si stanno organizzando per bloccare in maniera pacifica le città italiane fino alla caduta di questo esecutivo.
Questa manifestazione è la manifestazione di tutti gli italiani, dai disoccupati ai commercianti, dai cassintegrati ai pensionati, dai precari agli artigiani, non si scende in piazza per gli interessi di una categoria, ma per una pacifica sollevazione collettiva contro la nostra classe dirigente.
Come blog Hescaton, aderiamo alla sollevazione e partecipiamo anche fisicamente.
I motivi per cui aderiamo sono: 1) il governo, il parlamento e il presidente della Repubblica, sono stati eletti attraverso una legge elettorale incostituzionale, quindi si devono immediatamente dimettere 2)Bisogna dire basta ad una classe politica che fa soltanto gli interessi degli eurocrati di Bruxelles e della finanza internazionale distruggendo il nostro paese 3)Bisogna dire basta ad un sistema bancario e monetario usuraio e truffaldino che ci sta privando del nostro futuro.
Come consiglio ai lettori, diciamo di farvi il pieno di benzina/gasolio e di rifornirvi di acqua e generi alimentari perché sono previsti blocchi delle tangenziali e dei camionisti e non si sa quanto possa durare la rivolta quindi c’è il forte rischio che mercati e supermercati rimangano in pochi giorni a corto di provvisto.
Non succederà, ma è meglio prevenire che curare

Per conoscere il Coordinamento per il 9 dicembre più vicino a te ecco il link con tutti i coordinamenti:

ELENCO COORDINAMENTI 9 DICEMBRE

buona Rivoluzione a tutti