America nel caos

america nel caos Nel silenzio assordante dei media di regime, che non possono macchiare l’immagine degli Stati Uniti in ripresa, la realtà è che l’esplosione sociale ed etnica, già da noi preannunciata in altri nostri articoli, si fa sempre più grave. E dopo le rivolte di Ferguson, per la morte di un ragazzo nero che poi si sono diffuse a macchia d’olio in diverse città statunitensi, dopo i diversi episodi violenti contro la Casa Bianca e il Congresso, sabato 25 aprile è il Maryland e precisamente la città di Baltimora ad essere travolta dai manifestanti di colore che hanno letteralmente devastato la città, distrutto auto della polizia, auto private, saccheggiato e distrutto vetrine dei negozi e picchiato e intimidito bianchi. Direi non proprio la perfetta immagine di un paese in ripresa e crescita. Una crescita, che come ben sapete, riguarda soltanto gli utili di pochi miliardari e finanzieri e assolutamente non la maggioranza della popolazione. Una mancata ripresa, quella americana, che si abbatte in primis sulla minoranza di colore, da sempre economicamente più povera rispetto e ai bianchi ed ora, complice la crisi mondiale, decisamente in difficoltà e che quindi riversa la propria rabbia e il proprio malcontento per l’atteggiamento razzista della polizia che non si fa scrupoli ad uccidere neri disarmati ( fenomeno stranamente in crescita e che potrebbe farci sospettare una volontà precisa che mira alla strategia della tensione).

Ecco alcune foto che probabilmente non vi faranno vedere i tg, ma che è giusto mostrare per far capire la gravità di quello che da tempo sta succedendo nelle città americane e che recentemente ha riguardato e riguarda Baltimora:
Suspect Dies Baltimore-2AP4_26_2015_000014BScreen-Shot-2015-04-26-at-7.09.44-PM-e1430089856333Le rivolte sono finite con diverse decine di arresti. Oggi è previsto il funerale di Freddy Gray, il ragazzo afroamericano ucciso dopo l’arresto e potrebbe essere un nuovo momento di tensione per Baltimora, dato che è prevista la partecipazione di migliaia di afroamericani. La situazione negli USA si fa sempre più grave e segue purtroppo la tragica direzione che a nostro avviso porta alla guerra civile, come prospettato nel nostro articolo 2016-2018: USA in guerra civile.

A questa già grave situazione, si aggiunge la strana operazione chiamata Jade Helm, esercitazioni militari sul suolo degli Stati Uniti, che partirà dal 15 luglio e finirà il 15 settembre. I militari dovranno mischiarsi tra la popolazione e individuare sacche ostili al governo federale, interrogare la popolazione ed eventualmente deportare attivisti politici nemici in campi di concentramento temporanei dove saranno “rieducati”. Questo articolo dell’Antidiplomatico spiega nel dettaglio questa inquietante operazione.

Nella mappa di sotto, sono individuati gli stati che nell’esercitazione saranno considerati ostili, e già possiamo notare il Texas e il sud della California, scenario abbastanza realistico considerando le forti velleità secessionistiche texane e la forte concentrazione ispanica in California.

mappa Jade HelmNoi possiamo spingerci a fare delle supposizioni sul reale scopo di questa esercitazione e abbiamo tre ipotesi:

1) Preparare psicologicamente la popolazione a futuri scenari di guerra civile abituandoli alla presenza di uomini armati e mezzi militari. Oltre a preparare i militari stessi ad operazioni urbane.

2) Abolizione o sospensione del diritto di possedere armi e conseguente sequestro delle stesse. Questa possibilità, già in passato ha provocato una miriade di reazioni contrarie ed è possibile che il governo invii i militari per le strade con la scusa di un’esercitazione per poi sostenere il decreto con la forza.

3) Quest’operazione può essere l’inizio di una legge marziale non ufficiale, in previsione dei sempre continui scontri e della possibilità di un probabile crollo di Wall Street e/o del dollaro che porti effettivamente gli USA nell’anarchia.

Sta di fatto che a nostro avviso, la seconda metà del 2015 sarà una stagione calda dal punto di vista economico e politico-sociale, dove in tutto il mondo diversi importanti nodi stanno venendo al pettine. Gli Stati Uniti, dopo aver sostenuto la più grande bolla di tutti i tempi, ora rischiano di essere travolti dal suo scoppio. Se già ora, ogni settimana, una città americana è travolta da proteste e scontri, quando la bolla scoppierà la situazione sarà così grave che l’operazione Jade Helm da esercitazione diventerà realtà.

Del resto basta riflettere, la Russia o la NATO compiono esercitazioni militari sui loro rispettivi confini, in previsione di un possibile conflitto, se gli USA hanno sentito il bisogno di un’operazione militare sul loro territorio, vuol dire che l’intelligence e il governo sanno effettivamente qual è la situazione e si preparano al peggio. In questa operazione noi vediamo un bruttissimo segnale che preannuncia con forza l’imminente crollo dell’Impero Americano. Se questo articolo ti è piaciuto, non perderti Libertà Indefinita, un saggio sulla libertà e sulla legittimità di un sistema, il nostro, sempre più contestato dalla popolazione.banner liberta indefinita
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Sono Giuseppe Cirillo alias Fenrir, l’autore di questo blog. Nei nostri articoli ci sforziamo di offrire un’angolazione e una visione diversa rispetto ai media di regime. Per qualsiasi domanda o per un’eventuale collaborazione contattami alla seguente mail: fenrir1489@gmail.com 

 

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Nel 2039 sarà vietato guidare?

auto senza pilota

Siamo all’inizio di una rivoluzione tecnologica importantissima, come probabilmente già sapete, iniziano ad apparire le prime auto senza pilota. Inevitabilmente questa tecnologia migliorerà sempre di più e presto anche le principali marche inizieranno a produrre vetture con pilota automatico. Ovviamente questo comporterà una serie di drastici cambiamenti nella nostra società, come la graduale scomparsa dei taxi, la crescita esponenziale del car sharing, una riduzione degli incidenti e via dicendo.

Era da un po’ che pensavo a questo argomento, soprattutto per le sue implicazioni sulla libertà individuale e con una straordinaria sincronicità è apparso questo articolo di Rischio Calcolato che ipotizza un percorso che porterà gradualmente all’affermarsi delle automat fino, nel 2039, a portare i legislatori a vietare l’utilizzo manuale delle auto dato che le automat saranno molto più sicure e affidabili. L’autore chiama questo socialismo tecnologico, cioè la limitazione di libertà e la conseguente concentrazione di potere a causa di una nuova tecnologia. Ora questa tematica è un chiaro scontro tra libertà negativa e libertà positiva, cioè tra libertà individuale di guidare e la libertà collettiva di poter essere liberi da incidenti ecc. L’opposizione tra libertà negativa e libertà positiva, cioè tra l’individuo e la collettività, tra l’io e il noi è una tematica centrale del testo Libertà Indefinita, Manifesto della democrazia integrata e quindi noi non possiamo esimerci dal far comprendere come la democrazia integrata risolverebbe questo specifico caso.

Cerchiamo di analizzare chiaramente la situazione. La comunità ha tre modi di gestire il futuro fenomeno delle auto senza pilota, uno è il modo socialista, uno è il modo anarco-capitalista, uno è quello della democrazia integrata e adesso vediamo queste tre vie nel dettaglio.

Da una parte i sostenitori della libertà individuale chiedono giustamente di poter esercitare una loro libertà, quella di guidare, dall’altra il legislatore e tutti gli individui a cui non interessa esercitare questa libertà chiaramente sostengono che l’esercizio della stessa comporti dei costi per tutti loro, che sono gli incidenti stradali, il maggior traffico, il maggior inquinamento, il maggior consumo energetico, l’impossibilità di diminuire la polizia stradale, l’impossibilità di ridurre settori che non esisterebbero se tutti avessero auto senza pilota e via dicendo. Tutte cose che potrebbero essere ridotte con la guida perfetta e super efficiente delle automat (ovviamente non parliamo di modelli sperimentali ma dei futuri modelli perfettamente funzionanti). Quindi abbiamo due vie, la concessione e il divieto, che portano ad una concentrazione di potere, la prima una concentrazione a favore degli individui che vogliono guidare, la seconda a favore della comunità.

La democrazia integrata risolve questo conflitto in un modo abbastanza semplice. Come scritto nel libro Libertà Indefinita, l’unico modo per difendere e conquistare la propria libertà è quella di pagare il giusto prezzo per essa. Cosa significa questo? Un regime politico che si ispirasse alla democrazia integrata non potrebbe vietare l’utilizzo manuale dell’auto ma al tempo stesso, essendo consapevole dei costi collettivi che questo comporterebbe li farebbe semplicemente pagare a chi vuole usufruire di questa libertà. Quindi, la soluzione è quella di consentire la produzione di auto ibride cioè che possano guidare automaticamente o essere guidate manualmente e quando viene azionata la guida manuale vengano applicati due costi orari altrimenti assenti: il primo è il premio assicurativo come già esiste adesso ma applicato solo per l’effettivo tempo in cui l’auto è utilizzata manualmente; il secondo è il costo che la comunità deve pagare a causa della libertà individuale. Come verrebbe calcolato questo costo? Dovrebbero essere stimati tutti i costi annui che la guida manuale comportava prima dell’avvento delle automat ( quindi costi sanitari, energetici, di tempo perso, di riparazione, ecc) dividendoli per la media annua di ore di guida moltiplicata per il numero medio delle persone che guidavano nell’area analizzata. Questa operazione ci fornirà il costo collettivo orario medio che la guida manuale comporta che sarà pagato dall’individuo che attiverà la guida manuale solo per il tempo in cui effettivamente sarà attiva.

In questo modo l’individuo avrà preservata la propria libertà di guidare e la collettività sarebbe rimborsata dai costi medi che dovrà sostenere per garantirla. Argomento di dibattito politico sarà la ricerca di tutti i costi collettivi che una determinata libertà comporta a livello generale. La ricerca dei costi dovrà però essere rigorosamente dimostrabile, onde evitare che il legislatore stimi dei costi eccessivi per vietare indirettamente il diritto esaminato.
Il pagamento dei costi collettivi da parte dell’individuo potrà essere effettuato o in maniera pecuniaria o pagando l’equivalente in ore di tempo libero fornite alla comunità.

A nostro avviso questo è l’unico modo per affrontare in maniera neutrale, quindi senza faziosità ideologica, eventuali problematiche e costi che una determinata libertà comporta.

Altra possibilità per lo Stato di favorire l’utilizzo della guida automatica, è diventare parte attiva e quindi incentivare l’utilizzo della guida automatica ad esempio con sconti sulle auto esclusivamente automatiche o misure similari. Questo avrebbe senso solo se gli incentivi non superano il costo che effettivamente comporta la residua guida manuale, altrimenti questa misura attiva sarebbe solo uno spreco di fondi pubblici.

P.S.. In questo nostro ragionamento si parla di costi collettivi, però non bisogna dimenticare che, ad esempio, la libertà di guidare manualmente comporta la sicura possibilità che qualcuno sia vittima di un incidente. Sappiamo benissimo che anche una vita umana viene stimata economicamente però, se riprendiamo il discorso del nostro articolo, Oltre la democrazia? La democrazia integrata, dove sosteniamo che Popolo siamo tutti, ma Popolo è anche ognuno di noi, capiamo che la negazione assoluta della libertà, cioè la perdita della propria vita, diventa un fattore difficilmente esaminabile a cui spetta una riflessione più attenta e profonda, che esula dallo scopo di questo articolo. Altrimenti si rischia sempre di creare una dittatura e non un sistema veramente democratico.Se questo articolo ti è piaciuto, non perderti Libertà Indefinita, un saggio sulla libertà e sulla legittimità di un sistema, il nostro, sempre più contestato dalla popolazione.banner liberta indefinita
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Sono Giuseppe Cirillo alias Fenrir, l’autore di questo blog. Nei nostri articoli ci sforziamo di offrire un’angolazione e una visione diversa rispetto ai media di regime. Per qualsiasi domanda o per un’eventuale collaborazione contattami alla seguente mail: fenrir1489@gmail.com 

 

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Yemen: la Battaglia Decisiva

yemen houthiTorniamo ad occuparci dello Yemen, dopo averne parlato nell’articolo Medio Oriente in guerra totale. L’Operazione Battaglia Decisiva (mai nome più appropriato) guidata dall’Arabia Saudita, continua con bombardamenti quotidiani contro i ribelli sciiti Houthi, ma attualmente i risultati ottenuti sono davvero pochi e i ribelli hanno guadagnato ulteriore territorio e controllano Bab el-Mandeb e gran parte della città di Aden, come vediamo in questa mappa:mappa guerra yemen

Ma nelle ultime ore giungono delle notizie dal fronte che possono ulteriormente cambiare la situazione: da una parte sono arrivate nei pressi delle acque yemenite due navi da guerra iraniane con lo scopo probabile di consentire l’evacuazione dei propri cittadini, cosa però impossibile dato che le navi da guerra egiziane e saudite non consentirebbero l’entrata di queste navi nelle acque dello Yemen, quindi esiste un forte rischio di scontro. Altra notizia recentissima è la controffensiva degli Houthi sul confine settentrionale contro le guardie di confine saudite che avrebbero sofferto dai sei ai diciotto morti e sarebbero state costrette alla ritirata lasciando ai ribelli yemeniti alcuni posti di blocco di frontiera.

Ma l’Arabia Saudita, oltre ad affrontare una costosa guerra esterna, si trova alle prese anche con il forte rischio di instabilità interna sopratutto nell’area orientale del paese confinante con il Bahrain, dove sono già avvenuti scontri tra la minoranza sciita della zona e le forze governative. Alcuni ipotizzano che l’Arabia Saudita rischi una guerra civile, ma la minoranza sciita è troppo piccola per poterla causare, l’unico serio rischio lo corrono a sud, dove se gli Houthi dovessero incredibilmente sfondare e avanzare in territorio saudita, il panico si diffonderebbe  e anche se i ribelli ovviamente venissero poi respinti, ci sarebbe il fortissimo rischio che elementi dell’ISIS o di al-Qaeda sfruttino questo caos per conquistare posizioni e insinuarsi anche in territorio saudita dallo Yemen, dove già controllano gran parte della zona desertica di confine.

Anche sul fronte delle alleanze i sauditi sembrano in difficoltà. Segnaliamo l’allontanamento diplomatico dell’Algeria, che si è rifiutata di entrare nella coalizione anti-Houthi e che ora rischia serie ripercussioni; il Pakistan che all’inizio sembrava essere in prima linea al fianco di Riyadh, ora ha cambiato posizione e si mantiene neutrale, gli Emirati Arabi hanno minacciato gravi conseguenze se il governo pakistano continuerà su questa linea; l’Oman, che è un paese non sunnita, ma ibadita (la terza famiglia dell’Islam) si è avvicinato all’Iran; la Turchia, con la recente visita a Teheran sembra essersi smarcata e pur combattendo e finanziando assieme al Qatar i jihadisti contro i governi e le milizie sciite si è allontanata dal gigante saudita suo diretto concorrente nella lotta per leadership regionale. Rimangono schierati con determinazione al fianco dei sauditi Egitto e Emirati Arabi Uniti.

Come vedete i sauditi sono in difficoltà sia dal punto di vista militare, sia dal punto di vista diplomatico e con una coalizione così ridotta è difficile pensare ad un intervento terrestre in Yemen, anche perché Riyadh non dispone di un esercito così ampio e preparato da poter sconfiggere i ben armati ed esperti ribelli Houthi. Un intervento terrestre sarebbe possibile esclusivamente con un massiccio supporto anche di Egitto ed Emirati Arabi che a nostro avviso probabilmente non sono così disponibili ad impegnarsi eccessivamente sul terreno. L’Egitto ha difficoltà a controllare totalmente la penisola del Sinai, dove esiste una forte presenza di gruppi legati all’ISIS e ad ovest deve supportare il governo libico nella sua lotta contro Alba Libica e contro il Califfato; gli Emirati Arabi invece sono vicinissimi all’Iran e impegnarsi in una guerra in Yemen li renderebbe troppo vulnerabili in caso di risposta iraniana. Non parliamo nemmeno di Giordania e Sudan che hanno troppe problematiche interne e di confine per aiutare i sauditi in Yemen se non con qualche raid e piccoli contingenti.

Lo Yemen, quindi, rischia di essere una trappola per i sauditi che però non accennano a fermarsi ed anzi, non hanno paura di rompere rapporti economici e diplomatici a causa di questa guerra. Il governo di Riyadh ormai deve andare avanti fino alla fine, altrimenti risulterebbe sconfitto agli occhi del mondo arabo e perderebbe molta della sua influenza. Il problema è però come risolvere questo conflitto dato che i raid a quanto pare non bastano. Non è escluso che i sauditi possano di proposito subire una disfatta sul confine meridionale e far avanzare gli Houthi nel proprio territorio così da costringere gli altri paesi arabi ad inviare contingenti in sua difesa che poi sarebbero usati anche in una offensiva terrestre in Yemen.

A contorno di tutto ciò, c’è il rischio sempre presente, di un incidente con l’Iran che possa causare una guerra regionale di ampia portata, se non il collasso totale dell’Arabia Saudita. Caos di cui si approfitterebbe sicuramente lo Stato Islamico espandendosi proprio nel paese culla dell’Islam. Le conseguenze per noi potrebbero essere enormi, dato che una guerra del genere riporterebbe il petrolio a livelli altissimi e complice il dollaro alto, ci ritroveremmo presto con la benzina oltre i due euro e con la debolissima ripresa economica affossata prima di partire.

Concludiamo dicendo che lo Yemen, potrebbe essere effettivamente la battaglia decisiva. La sconfitta dei Saud potrebbe rivelarsi il cigno nero di questo 2015. Non è escluso che però la guerra continui lenta e strisciante come in Ucraina. Noi continueremo a monitorare ed ad aggiornarvi.

P.S.: no, non aspettatevi l’intervento americano, ormai gli States hanno deciso di ritirarsi e proprio a causa del loro ritiro, far scatenare tutti i conflitti irrisolti ed anzi, vi dirò di più, agli USA questo conflitto conviene dato che necessitano di un prezzo del petrolio più alto e dato che se l’Arabia Saudita in futuro non dovesse essere più un fornitore affidabile gran parte dell’Occidente dovrà rivolgersi a loro per ottenere petrolio. Se questo articolo ti è piaciuto, non perderti Libertà Indefinita, un saggio sulla libertà e sulla legittimità di un sistema, il nostro, sempre più contestato dalla popolazione.banner liberta indefinita
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Oltre la democrazia? La democrazia integrata (in poche parole)

oltre la democraziaNel libro che ho recentemente pubblicato Libertà Indefinita, Manifesto della democrazia integrata, sostengo che la democrazia odierna, cioè la democrazia rappresentativa in un sistema economico capitalista con emissione privata del credito, non sia più sufficiente nel gestire le sfide che stanno travolgendo la maggioranza dei paesi del pianeta. I governi, anche eletti democraticamente, o comunque al governo grazie a legali procedure politiche (come il nostro) stanno subendo una forte crisi di credibilità e abbiamo visto grandi movimenti di contestazione extraparlamentare contro il sistema politico ed economico (Occupy Wall Street, Indignados, Forconi, Studenti, No Global, ecc). A mio avviso, questi sono i sintomi che la nostra democrazia non è più sufficiente, che è necessaria una democrazia più democratica.

Democrazia significa governo del popolo, popolo inteso sia come l’insieme di tutti gli individui ma anche come individuo singolo. Popolo siamo tutti, ma popolo è anche ognuno di noi. Se lasciamo alla maggioranza il diritto di opprimere il singolo, siamo sempre in una dittatura non in una democrazia. La democrazia integrata è il tentativo, la continua ricerca, di tutti gli strumenti necessari per garantire all’individuo ed alla comunità la libertà ottimale cioè la massima libertà negativa e positiva. Cosa intendiamo per libertà negativa e per libertà positiva? Per la libertà negativa, la libertà che appartiene ad ognuno di noi, al singolo, la libertà di scelta, la libertà di vivere; per libertà positiva invece la libertà che solo l’appartenenza ad una comunità ci può offrire.

Nel libro che ho pubblicato manca una sintesi degli obiettivi principali di questa ricerca post-democratica, oltre-democratica, che ho chiamato democrazia integrata e voglio elencarli qui di seguito. La democrazia integrata è la continua ricerca di un sistema politico che possa offrire legittimità, sostenibilità, rappresentabilità e governabilità. I primi due obiettivi appartengono alla sfera della libertà negativa, gli ultimi due alla sfera della libertà positiva. Vediamoli nel dettaglio:

1) LEGITTIMITÀ
La legittimità è quello che manca a tutti gli stati contemporanei, che sono dei poteri organizzati su base territoriale, che non hanno chiesto agli individui se volessero farne parte volontariamente ma che li hanno semplicemente obbligati a sottostare alla loro legge, in maniera coercitiva. Per ovviare a questa gravissima problematica, la democrazia integrata propone la necessità di fondare lo stato su un’Assemblea Costituente Aperta e la possibilità per l’individuo di aderire o meno allo stato. Come gestire questa possibilità senza cadere nell’anarchia è spiegato più approfonditamente nel libro. In poche parole l’obiettivo è quello di creare degli stati che non schiacciano il singolo solo grazie ad una presunta ma falsa legittimità che il voto fornirebbe al governo.

2) SOSTENIBILITÀ
Questo significa creare un sistema che possa essere sostenuto dai singoli individui, che non li schiacci, che non gli sottragga direttamente o indirettamente potere e libertà. Perché ogni potere esiste solo se si sostiene su qualcosa. Il re non sarebbe nulla senza il popolo che gli fornisce il potere. Sostenibilità significa far sì che non esistano concentrazioni di potere che ne sottraggano all’individuo senza una motivazione che sia utile per l’individuo stesso. Quindi vuol dire costruire un sistema dove non esistano enti privati o pubblici che possano distorcere gravemente un’equa e giusta distribuzione del potere. Nel nostro caso, il nostro sistema è insostenibile perché esistono poteri non democratici come il sistema bancario, le multinazionali, l’informazione mainstream che hanno spesso una concentrazione di potere tale da inficiare gravemente la nostra libertà individuale e la gestione democratica della società. E credo che questo sia ormai sotto gli occhi di tutti. La democrazia integrata mira a democratizzare tutte queste concentrazioni di potere o costituendo un sistema che renda impossibile la loro nascita ed esistenza o attraverso la gestione democratica degli stessi. E questo non vuol dire assolutamente estendere indefinitamente il governo statale, ma creare poteri indipendenti gestiti democraticamente con procedure e metodi diversi.

3) RAPPRESENTABILITÀ
Rappresentabilità è una della caratteristiche che di solito si chiede ad una legge elettorale. Generalmente sono i sistemi proporzionali a garantire la massima rappresentabilità. Nel nostro caso rappresentabilità è un concetto a 360° che implica un ampio uso della democrazia diretta, soprattutto per tutti quegli argomenti che riguardano la nostra libertà individuale, quindi potenziare di molto rispetto ad ora, la rappresentabilità diretta. Inoltre, implica la possibilità di essere rappresentati, anche con modi e procedure diversi, nella guida di tutti quei poteri collettivi democraticizzati. E ovviamente anche la classica rappresentabilità proporzionale nella ripartizione dei seggi parlamentari. Oltre a queste caratteristiche, rappresentabilità vuol dire anche non essere soltanto un numero di fronte alla legge ed allo stato, ma essere un soggetto vivo a cui si deve adattare una legge viva e personale. Questo radicale punto è meglio spiegato nella parte del libro chiamata disputa stato-cittadino.

4) GOVERNABILITÀ
Governabilità è il necessario contrappeso della rappresentabilità. Al singolo deve essere offerta la massima rappresentabilità ma al tempo stesso alla comunità deve essere fornito il potere necessario per gestire in maniera ottimale la parte di potere che gli individui gli hanno ceduto. Quindi creare un sistema dove le parti abbiano il giusto peso ma dove nessuna minoranza possa  accrescere in maniera esagerata il proprio potere come purtroppo accade negli stati gestiti con sistemi puramente proporzionali ma anche negli stati con leggi elettorali maggioritarie, dove sistemi elettorali sbagliati portano spesso delle minoranze invise alla popolazione al governo. Quindi democrazia integrata significa sia fornire più potere e più diritti agli individui ma anche consentire al potere organizzato di garantire al meglio quei governi e di gestire il potere in maniera efficiente ed ottimale.

Questi sono gli obiettivi principali della ricerca politica chiamata democrazia integrata, che ha come obiettivo generale quello della più ottimale e ampia distribuzione del potere. Ampia distribuzione del potere che il principale antidoto contro qualsiasi deriva antidemocratica.
In un nostro prossimo articolo parleremo anche di quale sistema elettorale si adatti maggiormente ai principi della democrazia integrata. Se questo articolo ti è piaciuto, non perderti Libertà Indefinita, un saggio sulla libertà e sulla legittimità di un sistema, il nostro, sempre più contestato dalla popolazione.banner liberta indefinita
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ISIS ONURumors assolutamente da confermare (quindi non chiedetemi la fonte), sostengono che negli ambienti diplomatici vicini alla Turchia e al Qatar, circoli una proposta per consentire al Califfato Islamico (o Stato Islamico o ISIS O Daesh) di ottenere un seggio alle Nazioni Unite come osservatore non membro, lo stesso status del Vaticano e della Palestina con la motivazione che data la difficoltà a sconfiggerlo e dato il supporto popolare di cui gode in certe zone occupate, è necessario poter dialogare diplomaticamente con loro per risolvere i conflitti in stallo come ad esempio quello libico. La proposta, ai nostri occhi occidentali, sembra assurda dato il livello di barbarie raggiunto dai combattenti dell’ISIS e il fatto che nonostante de facto siano uno stato, si comportino anche da organizzazione terroristica. Questa presunta notizia segue a ruota quella confermata e reale delle dichiarazioni del responsabile ONU per i diritti umani, il giordano Zeid Raad al-Hussein, che nel commentare il fenomeno dei foreign fighters, ha anche affermato che nello Stato Islamico esista una accettazione della diversità etnica maggiore che in alcuni paesi membri delle Nazioni Unite. Quindi ha espresso una sorta di apprezzamento su un fattore riguardante l’ISIS.

Ma anche da noi in Italia, quasi seguendo questo trend di comprensione del fenomeno del Califfato, e’ Massimo Fini, da sempre su posizioni controcorrente, ad aprire ad un riconoscimento dello Stato Islamico, sostenendo però che riconoscerlo, serve a dargli dei limiti che se superati ci consentirebbero di dichiarargli guerra ufficialmente. (Questo il link alle dichiarazioni di Fini).massimofini

Ora, al di là di queste dichiarazioni, vogliamo noi aprire una riflessione su questo argomento, cioè se l’IS deve oppure no avere un seggio alle Nazioni Unite. Prima di aprire questa riflessione dobbiamo necessariamente premettere che:

1) I primi tre scopi dell’ONU sono: a) mantenere la pace e la sicurezza internazionale; b) promuovere la soluzione delle controversie internazionali e risolvere pacificamente le situazioni che potrebbero portare a una rottura della pace; c) sviluppare le relazioni amichevoli tra le nazioni sulla base del rispetto del principio di uguaglianza tra gli Stati e l’autodeterminazione dei popoli.

2) Siamo consapevoli che l’ONU sia una marionetta statunitense (del resto ha sede a New York), assolutamente non egualitaria (data la presenza del Consiglio di Sicurezza con 5 membri con diritto di veto).

3) Siamo consapevoli che l’ISIS, anche se composta da fanatici che effettivamente credono in maniera radicale all’Islam, sia una marionetta di qualcuno. ( A questo proposito rimandiamo all’articolo Chi c’è dietro l’ISIS e all’articolo Medio Oriente in guerra totale).

Fatta questa premessa, abbiamo visto che lo scopo delle Nazioni Unite dovrebbe essere quello di promuovere la pace internazionale, la soluzione delle controversie tra gli stati e lo sviluppo di relazioni amichevoli tra stati considerati uguali tra loro. L’Assemblea dell’ONU è praticamente una sorta di suffragio universale degli stati atta a promuovere questi scopi.

Ma come funziona un suffragio universale? E’molto semplice, a tutte le persone, che siano uomini e donne, maggiorenni, viene consentito il diritto al voto, senza alcuna distinzione. Il problema è che l’ONU, non è un vero suffragio universale degli stati e questo non può che rendere sempre e comunque questa organizzazione qualcosa di non perfettamente funzionante e utile. Ma perché non è un suffragio universale degli stati? Per almeno due motivi:

1) Alcuni stati valgono più degli altri possedendo il diritto di veto (USA, Russia, Francia, Inghilterra e Cina).

2) A differenza del suffragio universale tra persone, dove riconoscere una persona è facilissimo e automatico, per essere riconosciuto stato membro dell’ONU si ha bisogno dell’approvazione degli altri membri. Chiaramente questo è assurdo, pensate se per essere riconosciuti cittadini votanti dovessimo avere il consenso degli altri, molte persone perderebbero il loro diritto di voto, è questo è chiaramente ingiusto.

Quindi le Nazioni Unite sono un’organizzazione fortemente distorta sia da una dittatura della minoranza (quella del Consiglio di Sicurezza dei cinque membri con potere di veto) sia da una dittatura della maggioranza (cioè il fatto che per essere riconosciuti come stati serva l’approvazione della maggioranza dei membri). A nostro avviso, se veramente l’ONU vuole essere un’organizzazione portatrice di pace che stimoli il dialogo tra gli stati per risolvere i conflitti pacificamente, l’essere riconosciuto uno stato legittimo, non deve essere qualcosa votato da altri ma deve essere qualcosa di automatico, come quando noi alla maggiore età riceviamo la tessera elettorale.

Ma ecco che veniamo al succo del discorso. Quale stato è legittimo? Nel mio libro Libertà Indefinita, Manifesto della Democrazia Integrata sostengo che in realtà, attualmente, nessun stato esistente sul pianeta sia uno stato legittimo, perché tutti, anche quelli più o meno democratici come il nostro (ora come ora molto meno che più) sono frutto di un atto di forza della minoranza/maggioranza al governo che continua a perpetuare un potere organizzato su scala territoriale in cui i sudditi o sottoposti o cittadini non hanno volontariamente deciso di aderire. Questo indipendentemente dal fatto che lo stato sia una democrazia oppure no. La volontà della maggioranza non è assolutamente sinonimo di legittimazione. Ovviamente molti lettori si chiederanno quale sia l’alternativa alla nostra democrazia se non l’anarchia, nel libro ho in qualche modo cercato di segnare una direzione con cui ripensare e rifondare uno stato che possa garantire un alto livello di legittimazione senza finire nell’anarchia (che non significa solo sbandati e terroristi, ma libertà, ma anche, purtroppo, utopia).

Detto questo torniamo a noi, premesso, quindi, che in realtà nessuno stato è legittimo, possiamo indicare dei requisiti che garantiscano, indipendentemente dal valore della maggioranza degli stati, il diritto di essere riconosciuto uno stato e quindi di poter parlare ad un’Assemblea di stati come quella dell’ONU? Io credo di sì. Ad esempio, potrebbe essere definito stato, ogni potere organizzato territorialmente che detenga effettivamente il controllo per almeno un certo arco di tempo minimo ( ad esempio sei mesi o un anno) di un territorio di una certa grandezza (almeno grande come il Vaticano, che è lo stato più piccolo del mondo, oppure anche più grande) composto da almeno un certo numero di persone che lo riconoscono o che lo rispettano ( tipo 50.000 o 100.000).

Una procedura del genere eliminerebbe per sempre il problema degli stati riconosciuti o non riconosciuti, se uno stato esiste, esiste e basta non ha bisogno di essere riconosciuto, come noi come persone non abbiamo bisogno per esistere di essere riconosciute dalle altre. Quindi, Palestina, Nuova Russia, Stato Islamico, Taiwan, Transnistria, ecc avrebbero diritto di sedere all’ONU e sostenere la propria posizione. Se non si attua una riforma del genere, l’ONU non sarà mai un’assemblea della Nazioni Unite ma sarà solo una fazione di una parte delle nazioni del pianeta. E’ assolutamente necessario un superamento della mentalità americana di bene o male, dove non esistono mai nazioni a cui dichiarare guerra, ma solo dittatori o governi da rovesciare con lo scopo messianico di liberare un paese. Questa mentalità dualistica figlia della Seconda Guerra Mondiale metterà presto fine alle Nazioni Unite come luogo di dialogo tra le nazioni, dato che sempre più parti del pianeta appartengono a stati che non ne fanno parte.

Tornando all’IS, quindi sì, noi crediamo che sia giusto dargli un seggio all’ONU, perché volenti o nolenti, loro sono uno stato, controllano un territorio, è assolutamente irrilevante che siano totalmente diversi da noi e che siano nostri nemici. Non c’è scritto da nessuna parte che gli stati delle Nazioni Unite debbano essere uguali. Questo, ovviamente, non indica che l’ISIS non sia da combattere, al contrario, personalmente penso che l’Europa debba svegliarsi e sradicare per sempre questa minaccia sia internamente sia esternamente. Ma neanche un giudizio morale che escluda l’ISIS ha senso, dato che membri delle Nazioni Unite, come gli Stati Uniti, hanno causato nelle recenti guerre di Afghanistan e Iraq direttamente e indirettamente milioni di morti, quindi un bilancio di vittime superiore anche all’efferato Stato Islamico. Del resto stato vuol dire anche morte e sopraffazione.

E’ necessaria un’Assemblea delle Nazioni Unite, amorale, indipendente, con requisiti di ammissibilità uguali per tutti, anche per gli stati che ancora non esistono, e senza membri di seria A e di serie B. Un’assemblea che possa veramente stimolare il dialogo anche tra le parti più lontane e rivali. Questo non significa necessariamente che con lo Stato Islamico si possa o si debba dialogare, ma comunque non riconoscerlo significa soltanto chiudere gli occhi, a mio avviso sarebbe solo un sintomo di profonda  immaturità politica. Se questo articolo ti è piaciuto, non perderti Libertà Indefinita, un saggio sulla libertà e sulla legittimità di un sistema, il nostro, sempre più contestato dalla popolazione.banner liberta indefinita
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Sono Giuseppe Cirillo alias Fenrir, l’autore di questo blog. Nei nostri articoli ci sforziamo di offrire un’angolazione e una visione diversa rispetto ai media di regime. Per qualsiasi domanda o per un’eventuale collaborazione contattami alla seguente mail: fenrir1489@gmail.com 

 

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bombardamenti in yemen

Dopo Siria, Iraq, Libano, Palestina, Libia anche lo Yemen viene travolto dalla guerra. Pochi giorni fa i guerriglieri ribelli Houthi, di religione sciita, hanno costretto il presidente dello Yemen, Hadi, a fuggire in Arabia Saudita. Subito dopo questa fuga, si è formata una coalizione di paesi arabi, guidata da Egitto ed Arabia Saudita, paesi sunniti, che ha iniziato pesanti bombardamenti contro le postazioni dei ribelli, causando centinaia di morti. Lo spazio aereo yemenita è ora sotto controllo della coalizione araba e, l’Egitto con le sue navi da guerra, controlla l’importante stretto di Bab al-Mandeb, che introduce al Mar Rosso.

Con questo articolo, vogliamo fare un po’ di chiarezza in questo complesso scenario medio-orientale dove ormai la totalità dei paesi è in guerra contro altri, ma dove è difficile capire alleanze e fronti. Chi riesce a capire questo divertente grafico postato da GeopoliticalCenter può anche non continuare la lettura dell’articolo:Alleanze Medio Oriente

Torniamo allo Yemen. Molti italiani probabilmente non hanno mai sentito parlare di questo paese ed a stento sanno dove si trova (questo senza alcuna nota polemica, non è obbligatorio interessarsi di geografia o geopolitica), quindi ne diamo una breve presentazione. Il paese si trova nella parte sud-occidentale della Penisola Arabica e confina al Nord con l’Arabia Saudita e ad Est con l’Oman. La popolazione è di ben 24 milioni di abitanti, la cui stragrande maggioranza è di etnia arabo-yemenita, con piccole minoranze africane ed occidentali. Il paese è però diviso dal lato religioso con il 58% della popolazione che è sunnita e il 42% sciita. Economicamente è tra i paesi più poveri della Penisola Arabica, con un tasso di disoccupazione di circa il 20%. La situazione attuale è figlia della Primavera Araba del 2011, che ha portato alla deposizione del precedente presidente Saleh (che ha anche rischiato di morire in un attentato) e all’estendersi dei territori controllati dai jihadisti di al-Qaeda ad est e dai ribelli sciiti Houthi a nord. Negli scorsi mesi, quest’ultimi sono riusciti a conquistare la capitale Sanaa facendo fuggire il presidente Hadi ad Aden, nel sud del paese. Attualmente i ribelli procedono proprio verso Aden e questo ha costretto, come abbiamo anticipato sopra, alla fuga definitiva del presidente. Ora i ribelli si apprestano ad assediare Aden, la seconda più importante città del paese dopo la capitale. Questa rapida espansione dei ribelli, ha costretto l’Arabia Saudita e gli altri paesi arabi ad intervenire. L’intervento è dovuto al fatto che il presidente Hadi ha chiesto ufficialmente aiuto alla Lega Araba per riuscire a cacciare i ribelli Houthi che essendo sciiti sono sostenuti militarmente e finanziariamente dall’Iran e quindi per i paesi arabi sunniti la guerra in Yemen serve a contenere l’espansione dell’area d’influenza sciita e iraniana che già comprende il Libano, la Siria controllata da Assad e l’Iraq controllato dal governo in carica che sta facendo retrocedere la sunnita ISIS. Qui di seguito la mappa della guerra in Yemen:MAPPA GUERRA YEMEN 2015

Ora la coalizione militare formata dalla Lega Araba e guidata dai paesi sunniti dell’Arabia Saudita e dell’Egitto, continua il suo intervento con bombardamenti aerei ed ha promesso di continuare la guerra fino alla totale sconfitta dei ribelli Houthi. I ribelli però sono ben armati e motivati e minacciano anche il confine saudita ammassando artiglieria e truppe. E’ probabile che presto assedieranno la città di Aden e quindi potremmo assistere a breve ad un intervento di terra saudita ed egiziano. Un intervento di terra è sicuramente una cosa diversa e più grave di un intervento aereo e non è esclusa una reazione iraniana sia attaccando direttamente i paesi della coalizione, in primis l’Arabia Saudita, sia inviando truppe in Yemen. Il rischio di una guerra totale tra questi paesi è veramente altissimo e nessuno sembra retrocedere di un millimetro. A questo si aggiunge la posizione della Russia, totalmente schierata con l’Iran e che potrebbe addirittura intervenire in questo conflitto, perlomeno con un supporto logistico. Inoltre a breve avremmo la conclusione dell’accordo sul nucleare iraniano, accordo fortemente osteggiato da Israele dove ha vinto di nuovo Netanyahu e dove si è formato un governo fortemente orientato al nazionalismo come già da noi prospettato in questo articolo. Accordo ovviamente osteggiato anche dagli altri paesi della Lega Araba che sono assolutamente contrari all’ascesa dell’Iran come potenza regionale. Le conseguenze di questa guerra ci riguardano direttamente dato che il prezzo del petrolio ha già iniziato a salire con l’inizio dei bombardamenti e che Arabia Saudita e Iran sono rispettivamente il primo e il quarto estrattore di petrolio al mondo. Una forte risalita del prezzo del petrolio ( che finora si era fortemente svalutato) accompagnata al dollaro forte, farebbe schizzare il prezzo della benzina oltre i due euro affossando la debole ripresa europea e aggravando la deflazione mondiale.

Ora passiamo all’analisi delle alleanze, che come abbiamo anticipato risulta particolarmente complessa e mutevole, del resto, chi ci segue, già sapeva che questo conflitto mondiale non sarebbe stato uguale ai due precedenti, quindi con fronti e alleanze definite, ma sarebbe stato liquido, quindi con fronti e alleanze mutevoli e soprattutto asimmetriche come scritto nel nostro articolo Terzo Conflitto Mondiale? Una guerra liquida.

Per prima cosa analizziamo il fronte del petrolio, cioè chi lo vuole basso e chi lo vuole alto:

LO VOGLIONO BASSO: Unione Europea, Cina, Giappone

LO VOGLIONO ALTO: Russia, USA e Iran

NEUTRALI: Paesi della Lega Araba

Già qui vediamo una situazione inedita, dove gli interessi europei e americani divergono ampiamente e invece collidono con quelli cinesi. Questo è abbastanza semplice da spiegare, europei e cinesi sono paesi dipendenti dal petrolio e quindi importarlo a caro prezzo danneggia le proprie economie facendo fuoriuscire capitali. Invece Russia, USA  e Iran hanno bisogno di un prezzo del petrolio elevato, oltre gli 80 dollari per poter sostenere le proprie estrazioni che sono più costose di quelle saudite. Abbiamo invece messo come neutrali i paesi arabi, perché questi effettivamente guadagnerebbero da un petrolio alto, ma finora erano interessati a tenerlo basso per far fallire i concorrenti soprattutto Russi e Americani. Quindi il recente ritiro americano dallo Yemen, preludio del dilagare dei ribelli Houthi, potrebbe quasi sembrare una strategia americana per far saltare la polveriera medio-orientale e far schizzare il petrolio verso l’alto, salvando così la propria industria estrattiva che in caso contrario rischierebbe seriamente di andare incontro al fallimento. Questa situazione quindi danneggia in primis europei e cinesi e favorisce americani e russi. E questo è il primo punto, quindi incredibilmente vediamo gli americani alleati dei russi in Medio-Oriente ma nemici in Ucraina.

Passiamo ad una seconda analisi, quello dei principali attori e delle principali alleanze protagoniste in Medio Oriente, li elenchiamo di seguito:

1) Israele o Entità Sionista: religione ebraica, nemico giurato formalmente di tutto il mondo islamico. Nemici effettivi: Hamas palestinese, Hezbollah libanesi, regime di Assad in Siria, Iran. Alleato degli USA ma in rottura. Buoni rapporti con la Russia e con  Grecia e Cipro.

2) Stato Islamico o Califfato Islamico o ISIS: religione sunnita salafita. Nemici principali: occidentali in generale, sciiti iracheni, regime di Assad in Siria, curdi siriani e iracheni, Hezbollah libanesi, milizie governative libiche, Nigeria, Tunisia, Iran. Attaccato per via aerea da : Stati Uniti, Francia, Regno Unito, Canada, Danimarca, Giordania, Bahrain, Emirati Arabi, Arabia Saudita, Egitto. Rapporti amichevoli solo con altre formazioni terroristiche come al-Qaeda o i Talebani. Mistero su chi sia il suo sponsor, forse Israele in funzione contenitiva dell’Iran, forse gli USA per seminare il caos in Medio Oriente, più probabilmente il Qatar e la Turchia in funzione anti-sciita e anti-curda.

3) Filo-Sauditi: di religione principalmente sunnita, essenzialmente i paesi che si sono resi disponibili ad attaccare i ribelli Houthi, quindi Arabia Saudita, Egitto, Emirati Arabi, Bahrain, Giordania, Sudan, Pakistan. Formalmente alleati degli USA (a parte Sudan ed Egitto) anche se ultimamente più indipendenti, nemici dell’ISIS ma soprattutto dell’Iran. Non troppo ostili contro Israele.

4) Turchia-Qatar: inedito asse turco-arabo, entrambi paesi sunniti con leadership islamiste.Sostengono la Fratellanza Musulmana e i movimenti fondamentalisti nel mondo arabo. Probabilmente vicini o almeno non-ostili allo Stato Islamico in Siria e Iraq. Controversa invece la loro posizione in Libia, dove ufficialmente appoggiano il governo islamista di Tripoli, retto dai miliziani islamici di Alba Libica, che però sono ostili all’ISIS libico con sede a Derna. Per maggiori info cliccare qui. Questo asse è ostile all’Iran e ai suoi alleati ma neanche in buoni rapporti con gli altri paesi filo-sauditi. Qatar è isolato dagli altri paesi del golfo e Turchia è ostile all’Egitto in Libia.

5) Filo-iraniani: di religione sciita, essenzialmente sono l’Iran, il regime di Assad, il governo legittimo iracheno, gli Hezbollah libanesi, i ribelli Houthi ma anche i sunniti di Hamas. Ostili agli USA, (anche se ultimamente meno), fortemente ostili allo Stato Islamico, ai Turco-Qatarioti e soprattuto ai Filo-Sauditi ma anche ad Israele. Alleati della Russia e in misura minore della Cina.

Questi cinque gruppi, costituiscono le principali fazioni presenti in Medio Oriente. Se il ruolo di Israele, dei filo-sauditi e dei filo-iraniani è abbastanza chiaro e definito, rimane più fumosa la posizione dei turco-qatarioti e dello Stato Islamico.

Con questo concludiamo l’intricata analisi (pur decisamente semplificata) dello scenario medio-orientale e dei suoi protagonisti. Vi aggiorneremo anche su  Facebook, riguardo ai prossimi avvenimenti come l’imminente invasione terrestre dello Yemen da parte della coalizione filo-saudita. Come vedete ormai la Terza Guerra Mondiale non è più un’ipotesi ma è una realtà ed ogni mese assistiamo ad un allargamento dei paesi coinvolti.Se questo articolo ti è piaciuto, non perderti Libertà Indefinita, un saggio sulla libertà e sulla legittimità di un sistema, il nostro, sempre più contestato dalla popolazione.banner liberta indefinita
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2016-2018: USA in guerra civile

usa in guerra civile“Nessun impero, anche se sembra eterno, può durare all’infinito.”
JACQUES ATTALI

Lo so, è da anni che da più parti si parla dell’imminente caduta degli Stati Uniti, della loro decadenza, del mondo multipolare e via dicendo e invece loro, nonostante ciò, continuano ad essere l’unica superpotenza del pianeta, con il dollaro che addirittura si rivaluta su tutte le altre valute. Però, io credo che ora si vedano dei segnali importantissimi direi segnali di fine impero, di fine regime.

Giusto di ieri, la notizia che gli USA hanno deciso di chiudere una storica base presente in Yemen e di ritirare truppe e personale diplomatico, a causa della crescente violenza tra milizie Houthi, jihadisti e governativi. Quindi, rendiamoci conto, gli USA che si ritirano non alla fine di un conflitto, ma proprio durante un’escalation. Gli stessi che per ogni accenno di instabilità  erano sempre pronti ad intervenire, ora si ritirano. Credo che già questo, insieme agli altri che elencheremo, siano segnali che l’Impero inizia a ritirarsi o perché schiacciato dal suo debito pubblico, dalle sue difficoltà economiche e dalle proprie problematiche interne o a causa di un ordine di poteri forti che probabilmente hanno bisogno della decadenza degli States.

Ma quali sono gli altri segnali della decadenza degli USA? Eccone alcuni:

1) Presidente Obama irrilevante e senza potere, con il Congresso in mano ai repubblicani. Stallo istituzionale decisamente grave, che ha portato allo Shutdown e che potrebbe ritornare a settembre. Stallo che potrebbe durare fino al 2016, quando ci saranno le elezioni per il nuovo presidente. Umiliazione del presidente da parte di Netanyahyu che ha parlato al Congresso senza incontrarlo.
2) Crisi con i principali alleati, Arabia Saudita, Turchia e Qatar sembrano seguire una propria linea indipendente, con Israele in rottura, con l’Unione Europea rapporti raffreddati dallo scandalo delle intercettazioni ai principali leader europei.
3) Nascita di una Banca Mondiale Cinese alla quale hanno aderito anche paesi filoamericani come Italia o Giappone.
4) Graduale ma costante riduzione degli scambi in dollari, soprattutto in Asia, a causa degli accordi bilaterali organizzati principalmente da Cina e Russia.
5) Totale incapacità di affrontare le sfide in politica estera, caos in quasi tutto il Medio Oriente e inadeguatezza nei confronti della Russia di Putin.
6) Aumento esponenziale della criminalità interna.
7) Manifestazioni, scontri e morti a causa della tensione tra afroamericani e forze dell’ordine.
8) Flash Crash del dollaro, dopo il rinvio del rialzo del tasso di interesse da parte della Federal Reserve. Calo del biglietto verde giornaliero più alto degli ultimi 15 anni. Come scritto in questo articolo di Wall Street Italia.
9) Le posizioni in leva su Wall Street iniziano a ridursi e di solito questo è un segnale che anticipa il crollo della borsa come descritto da questo articolo di Rischio Calcolato.

Questi, a nostro avviso, sono i principali segnali della decadenza strutturale dell’Impero Americano. Nel titolo abbiamo parlato di guerra civile, una guerra civile è una cosa grave, gli USA sono la maggiore potenza economica del pianeta, sembra impossibile uno scenario del genere, ma se prima si verificasse uno dei seguenti eventi noi non lo potremmo assolutamente escludere:

1) Crollo devastante del dollaro
2) Crollo altrettanto devastante di Wall Street
3) Importante attentato (uguale o più grande dell’11 Settembre)
4) Shutdown e scontro istituzionale
5) Morte di Obama
6) Evento climatico o naturale straordinario

Vediamo di analizzare brevemente ognuno di questi eventi che potrebbero anticipare una guerra civile:

1) Crollo devastante del dollaro
Il dollaro è il vero strumento e simbolo del potere americano sul resto del mondo. Possedere il vantaggio di poter stampare la valuta di riferimento mondiale, fornisce agli Stati Uniti la possibilità reale di vivere al di sopra delle proprie possibilità e quindi di poter sostenere il proprio costante deficit commerciale verso il resto del mondo e di sostenere il proprio bilancio pubblico sempre più deteriorato. Come sicuramente già sapete, è però in atto un graduale processo di sostituzione del dollaro come valuta di riferimento, processo a cui ha fortemente contribuito la nascita dell’Euro (che è la seconda valuta più importante del pianeta) ma che è soprattutto sostenuto dai paesi in rottura con gli States come Russia e Cina, che stanno procedendo verso una sempre più totale indipendenza dal dollaro. Molti di voi diranno che il dollaro è attualmente fortissimo, ma questo è a nostro avviso soltanto un enorme rimbalzo del gatto morto. Ed anzi il dollar standard come a suo tempo il gold standard, muore proprio quando le garanzie sono richieste quindi quando il dollaro o l’oro vengono richiesti al posto dei titoli di credito da essi derivati, come ho descritto nell’articolo Il colpo di coda del dollaro prima del suo collasso definitivo. Ora sarà interessante capire quando e come il crollo del dollaro avverrà. A nostro avviso, essendo il dollaro un sistema basato sulla fiducia, quando crollerà definitivamente avverrà in maniera molto veloce, come il Flash Crash avvenuto pochi giorni fa, ma sarà un Flash Crash spaventoso, che polverizzerà il dollaro e scatenerà l’iperinflazione negli USA. La situazione attuale vede l’economia americana che stenta a riprendersi e la Federal Reserve che di conseguenza ha rimandato l’innalzamento del tasso di interesse. Tutti se lo aspettano entro settembre. Se questo non dovesse avvenire a causa della situazione economica americana, i mercati potrebbero perdere fiducia nel dollaro e questo potrebbe iniziare a scendere, a quel punto non è escluso che paesi ostili come la Cina, che ha creato una sua Banca Mondiale, non sfruttino l’occasione per liberarsi dei titoli e delle riserve in dollari per distruggere gli USA e assumerne il ruolo di guida del pianeta. Alternativamente un rialzo dei tassi, produrrà un ulteriore ascesa del dollaro che danneggerà ancora di più l’economia americana e quella mondiale.

2) Crollo altrettanto devastante di Wall Street
crollo wall street
Guardando questo grafico io vedo il più assurdo rialzo borsistico di tutti i tempi, giustificato soltanto dell’immensa stampa di dollari operata dalla Fed. A mio avviso, questo grafico rappresenta la più grande bolla di tutti i tempi e come vedete, anche le due precedenti sono scoppiate dolorosamente, questa scoppierà da un’altezza ancora maggiore, stavolta gli USA ne saranno travolti. Sarà interessante capire se il crollo di Wall Street precederà il crollo del dollaro, se ne sarà contemporaneo o se sarà causato dall’innalzamento del tasso di interesse o da un fatto esterno. Credo che comunque in questo caso la divergenza tra dollaro e azionario ( di solito essendo il dollaro valuta rifugio si alza quando l’azionario crolla e viceversa) non ci sarà e potrebbero crollare entrambi come entrambi sono saliti. Quando questo avverrà ovviamente non lo sappiamo, potrebbe succedere nella seconda metà del 2015 o nel 2016, ma comunque ne siamo molto vicini e quando succederà, sarà un lampo, un flash e il mondo sarà cambiato.

3) Importante attentato
Da sempre i servizi segreti americani avvertono del rischio di un attentato con un piccolo ordigno nucleare o con una bomba sporca sul suolo degli Stati Uniti. Se non ricordo male, alcuni esponenti del governo Bush lo davano per certo entro il 2020. Se dovesse succedere un evento del genere, è difficile immaginare le conseguenze che questo potrebbe avere sugli USA e sul resto del mondo. Sicuramente potrebbe preannunciare anche lo sfaldamento degli States, dato che la situazione attuale è enormemente diversa dal 2001 ( dove gli USA erano al culmine del loro potere).

4) Shutdown e scontro istituzionale
A settembre potrebbero ricominciare le trattative per evitare un ennesimo shutdown, cioè la sospensione dei servizi offerti dallo Stato Federale a causa del mancato accordo per il finanziamento del bilancio americano. A nostro avviso non crediamo tanto nella sua possibilità, dato che i repubblicani sono in vantaggio e gli basterebbe aspettare fino alle fine del 2016 per tornare al potere. Oppure potrebbero causarlo cercando di scaricarne le responsabilità su Obama danneggiando così tanto gli USA da aprire poi le porte ad una larga vittoria repubblicana. L’eventuale realizzazione di questo scenario sarebbe molto destabilizzante per gli Stati Uniti.

5) Morte di Obama
Obama sembra essersi fatto molti nemici sia nella lobby delle armi, sia nella lobby ebraica. Una sua eliminazione potrebbe però essere probabile, a causa del contestato accordo sul nucleare iraniano. A chi sarebbe data la colpa per la sua uccisione? O all’ISIS cosa che potrebbe favorire l’instaurazione di leggi ancora più liberticide sul suolo americano o a qualche estremista bianco, cosa che potrebbe aggravare ancora di più la tensione etnica esistente.

6) Evento climatico o naturale straordinario
Gli USA sembrano negli ultimi anni sempre più interessati da uragani e da incredibili gelate invernali. Inoltre c’è sempre il rischio di un enorme terremoto in California. Quindi, un evento naturale potrebbe essere sempre una possibile causa dell’inizio del crollo degli USA, soprattutto in questo già grave periodo storico ed economico.

Questi sono gli eventi che a nostro avviso potrebbero far iniziare il crollo della superpotenza americana. Una guerra civile potrebbe scoppiare o subito dopo il verificarsi di uno di questi o a causa di qualche contestata scelta politica (vedi shutdown o legge contro il possesso di armi) o a nostro avviso con la probabile vittoria repubblicana nel 2016. Come ben sappiamo i repubblicani sono amanti della forza e rappresentano più la parte bianca ed economicamente più benestante del paese. Una loro affermazione accrescerebbe ancora di più la tensione sociale che potrebbe sfociare in una guerra civile. Ma perché parliamo tanto di guerra civile? Perché negli USA ci sono le condizioni ideali e le vediamo di seguito.

1) Velleità secessioniste: come descritte nel nostro articolo Verso gli Stati Divisi d’America.

2) Spaccatura politica del paese: il paese non è omogeneo politicamente ma spaccato in stati tradizionalmente repubblicani e stati tradizionalmente democratici come vediamo in questa mappa.polarizzazione politica usa
3) Spaccatura etnica del paese: gli Usa non sono più un paese etnicamente omogeneo come all’epoca di Tocqueville ma sono un paese multietnico, ma non omogeneamente multietnico. Questa mappa ci mostra le etnie dominanti in ogni zona del paese: mappa etnica degli stati uniti
In quest’altra mappa vediamo l’importante presenza degli afroamericani che sono l’etnia più sofferente sia socialmente che economicamente negli USA:
mappa neri d'america
Come sappiamo, nelle recenti guerre civili in Siria, Iraq, Libia, Ucraina, Yemen, Nigeria, la componente etnica, politica e religiosa è importantissima. Analizzando le mappe precedenti gli USA potrebbero facilmente dividersi in un ovest democratico, in una California democratica ed ispanica, in un nord-est democratico e europeo, in un centro america dal Texas fino al nord, bianco e repubblicano e poi abbiamo gli stati sud orientali dove gli afroamericani sono tantissimi ma i governi sono repubblicani. E sono proprio queste a nostro avviso le aeree di scontro etnico più pericolose.

4) Spaccatura religiosa del paese: gli USA sono un paese multireligioso per eccellenza, anche questo fattore può essere importante in una futura guerra civile, di seguito una mappa religiosa degli Stati Unitimappa religiosa degli usa

5) Il popolo più armato della terra: gli Stati Uniti hanno la popolazione più armata del pianeta con ben 90 armi ogni 100 abitanti. Questo a nostro avviso assieme al settarismo e alla forte presenza di gang armate, rappresentano una dei principali motivi che potrebbero far sfociare la tensione in lotta armata.

Abbiamo quindi riassunto i possibili scenari che potrebbero causare un crollo della potenza americana e le motivazioni che rendono credibile la possibilità di una guerra civile. Sicuramente, finché il dollaro e l’economia americana terranno, non assisteremo a niente di tutto ciò, ma se la fiducia nel biglietto verde dovesse polverizzarsi, allora vedremo cadere anche l’Impero Americano sia all’esterno (con la fine della sua influenza nel mondo e dei suoi interventi, cosa che sta già avvenendo) sia all’interno con la divisioni in stati separati o in opposte fazioni armate. La caduta del gendarme mondiale ci farà entrerà nella fase più grave della Terza Guerra Mondiale già in corso, dato che tutti i conflitti congelati si scongelerebbe a causa del tracollo economico e della mancanza degli Stati Uniti che fino ad ora sono sempre intervenuti in ogni area del pianeta.

P.S.: la caduta della nazione che rappresenta per eccellenza il sistema capitalista, ci farà entrare nel pieno del periodo già noi denominato, transizione post-capitalista. Una transizione dolorosa, dove il capitalismo esisterà ancora ma non avrà più la fiducia ideologica che l’esistenza della ricca potenza americana gli conferiva. Molti di voi si chiederanno transizione verso cosa? Questo non lo sappiamo, possiamo sicuramente escludere il comunismo, già caduto e storicamente sconfitto negli anni Novanta. Se questo articolo ti è piaciuto, non perderti Libertà Indefinita, un saggio sulla libertà e sulla legittimità di un sistema, il nostro, sempre più contestato dalla popolazione.banner liberta indefinita
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Colpo di stato a Mosca?

putin sparito Da ormai quasi 10 giorni, il presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin non appare in pubblico. Sono state recentemente mostrate delle foto di un incontro pubblico di Putin con delle donne, per la festa dell’8 marzo e una foto dell’incontro con il Presidente della Corte Suprema, foto che però sembrano essere antecedenti alla scomparsa di Putin, avvenuta tra il 5 e il 6 marzo.

Ironia della sorte, l’ultimo incontro pubblico del leader del Cremlino, è stato quello con il Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, cosa che ha scatenato la reazione ironica della rete, soprattutto in Italia.

Gli aggiornamenti su questa strana vicenda, la sparizione pubblica del capo della seconda potenza militare del pianeta, sono ben riassunti da questo link di Geopolitical Center. Altri fatti bizzarri in questa vicenda, sono la contemporanea sparizione pubblica di Medvedev e del ministro degli esteri Lavrov. Inoltre, il profilo twitter di Putin, non pubblica niente dal 6 marzo, quando di solito pubblicava circa ogni due o tre giorni. Il periodo più lungo senza pubblicazioni è stato tra il primo e il dodici gennaio, chiaramente per le feste religiose. In questo caso, invece, sembra dimostrare che qualcosa non quadra. Contemporaneamente a questi fatti, è comparso l’inquietante sito che registra i giorni, le ore e i minuti di assenza di Putin,con un video della danza del lago dei cigni, questo il link al sito.

Ovviamente non potevamo non farci un’idea su questa importante vicenda. Sicuramente qualcosa sta succedendo, ma non è detto che sapremo mai con certezza cosa stia avvenendo, dato il tradizionale atteggiamento criptico dei governanti e dei media russi. Per domani 16 marzo è previsto un incontro pubblico con il presidente del Kirghizistan a San Pietroburgo e difficilmente si può simulare un incontro con un capo di stato straniero, quindi o Putin riappare in pubblico e incontra il suo collega kirghizo oppure dovranno rimandare l’incontro. Analizzando le due possibilità possiamo farci un quadro di quello che sta e che potrebbe essere successo.

1) PUTIN RIAPPARE

A) Ha semplicemente avuto un problema di salute o un intervento chirurgico andato male, e quindi ha preferito non apparire per non mostrare un aspetto debole. In questo caso però il suo portavoce poteva semplicemente dire che aveva un’influenza e tutte queste voci si sarebbero interrotte. Questa ipotesi ci sembra inverosimile come quella della nascita di un suo figlio in Svizzera, che non giustificano una sua scomparsa.

B) Putin riappare, senza dare spiegazioni della sua assenza. A questo punto sono possibili questi scenari: 1) E’ stato sventato un golpe, Putin è rimasto ferito oppure si è preso tempo per stabilizzare la situazione e destituire i colpevoli; questa ipotesi sarebbe confermata se dopo la sua riapparizione qualche membro del governo o dell’esercito fosse stato sostituito. 2) E’ stato simulato un golpe, per testare la reazione dei servizi segreti e della sicurezza. Ipotesi improbabile ma non impossibile. 3) Nessuna spiegazione, Putin riappare e tutto procede come se non fosse successo nulla. In questo caso il governo avrebbe lasciato il Cremlino perché l’intelligence lo avrebbe avvertito di rischi imminenti. Questo confermerebbe gli elicotteri sopra il Cremlino avvistati negli scorsi giorni.

C) Putin riappare e annuncia qualcosa di molto importante, come dichiarare guerra all’Ucraina o peggio anche agli altri paesi dell’est antirussi oppure per accusare gli USA del tentato colpo di stato. Oppure non riappare ma fa comunque una dichiarazione importante da un luogo segreto (bunker antiatomico?)

2) PUTIN NON RIAPPARE

In questo caso lo situazione sarebbe da brividi e tutte le illazioni fatte in questi giorni diventerebbe sempre più forti e a nostro avviso le possibilità potrebbero essere le seguenti:

A) Putin non è morto, ma in gravi condizioni. Possibile lotta di palazzo tra chi vuole prendere il potere in sua assenza.

B) Putin è morto, in un attentato o per una malattia. I ministri russi attendono per discutere bene cosa fare senza destabilizzare il paese. Questo spiegherebbe l’assenza ad esempio di Lavrov e Medvedev.

C) Putin è morto o “neutralizzato”; una fazione governativa ha preso il potere e destituito diversi membri del governo. Il Dailymail ipotizza dietro questa trama l’ex capo della sicurezza Patrushev (che era da poco tornato da Washington) o il ministro della difesa Shoigu. In questo caso Putin continuerà a non apparire e o i golpisti eserciteranno il potere senza ufficializzare la destituzione di Putin, quindi una sorta di “golpe fantasma” oppure la ufficializzeranno a breve.

Tra queste ipotesi, ci sarà probabilmente quella che si verificherà nei prossimi giorni. Sicuramente l’eventuale morte o scomparsa di Putin può chiaramente aggravare la già tragica situazione internazionale. A nostro avviso, eventuali golpisti sono sicuramente appoggiati dalla CIA, quindi a questo punto dobbiamo capire cosa voglia la CIA e i poteri che gli sono dietro. Non è detto che i golpisti modifichino la politica estera di Putin, che anche se per molti è aggressiva, se vediamo la situazione nel suo complesso, è più che altro difensiva. Anzi, potrebbero veramente attuare una politica estera aggressiva e quindi attaccare massicciamente l’Ucraina, azione che Putin ha evitato, consapevole dei costi e del rischio di rimanere intrappolato in una guerra.

Se, invece, i golpisti scegliessero di cambiare radicalmente politica e di allearsi con l’Europa, magari iniziando a sorpresa delle trattative per l’ingresso della Russia nell’Unione Europea, la Federazione Russa verrebbe gravemente destabilizzata e i fedelissimi di Putin, come il ceceno Kadyrov, probabile responsabile dell’omicidio Nemtsov, la farebbero cadere in una guerra civile tra europeisti e nazionalisti. E a questo punto la Cina potrebbe sfruttare l’occasione per non riconoscere il nuovo governo di Mosca e prendersi i territori estremo- orientali russi.

Continueremo a seguire questa importante situazione che probabilmente domani 16 marzo prenderà una piega più chiara. Forse. Se questo articolo ti è piaciuto, non perderti Libertà Indefinita, un saggio sulla libertà e sulla legittimità di un sistema, il nostro, sempre più contestato dalla popolazione.banner liberta indefinita
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Sono Giuseppe Cirillo alias Fenrir, l’autore di questo blog. Nei nostri articoli ci sforziamo di offrire un’angolazione e una visione diversa rispetto ai media di regime. Per qualsiasi domanda o per un’eventuale collaborazione contattami alla seguente mail: fenrir1489@gmail.com 

 

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Elezioni Israele 17 marzo: guerra all’Iran imminente?

bombardamenti israelianiLo scorso dicembre, la coalizione di centrodestra che appoggiava il governo di Benjamin Netanyahu si è spaccata a causa del controverso disegno di legge che voleva definire Israele, Stato della nazione ebraica, definizione fortemente voluta dagli ambienti di estrema destra che però ha costretto i due ministri di centro Livni e Lapid, ad abbandonare il governo portando il paese alle elezioni anticipate. Il 17 marzo assisteremo al rito delle elezioni israeliane.

Spieghiamo brevemente il sistema elettorale israeliano, che è molto semplice. I deputati sono 120, il sistema è un proporzionale puro con soglia di sbarramento al 3,25% con liste bloccate (scelte dai partiti, come era il nostro Porcellum). Al termine delle elezioni, il Presidente della Repubblica conferisce alla persona che ha più probabilità di formare un esecutivo, l’incarico come presidente del consiglio che però sarà ufficializzato solo dopo le, di solito, lunghe trattative per formare una coalizione di governo, che possono durare anche mesi, dato che in genere servono almeno quattro partiti per avere la maggioranza di 61 parlamentari, che però di solito non è sufficiente, quindi si punta sempre ad avere qualche deputato in più.

Ora elenchiamo i partiti che hanno reali possibilità di superare la soglia del 3,25% e indichiamo brevemente la loro posizione e i seggi attribuitegli dagli ultimi sondaggi.

PARTITI DI DESTRA

LIKUD, 22 seggi: partito di centro-destra, il cui leader è il presidente Netanyahu. Su posizioni liberali, in politica interna ed esterna è ultimamente su posizioni aggressive sia contro Hamas, che contro Hezbollah e Iran.

JEWISH HOME, 12 seggi: partito di estrema destra. Favorevole all’annessione dei territori contesi con i palestinesi ed ad una politica estera più aggressiva. E’ il partito dei coloni ebrei.

ISRAEL BEITEINU, 6 seggi: partito di estrema destra. Ultranazionalista, rappresenta gli interessi degli ebrei immigrati, in particolar modo degli ebrei russofoni. Fortemente anti-islamico, favorevole alla totale distruzione di Hamas.

KULANU, 7 seggi: partito di centro-destra. Sulla stessa linea del Likud, ma su posizioni più vicine ai problemi socio-economici della società israeliana. Il suo leader punta alla carica di Ministro delle Finanze. Moderatamente nazionalista.

PARTITI RELIGIOSI

UNITED TORAH JUDAISM, 7 seggi: partito ultra-ortodosso. Rappresenta gli interessi degli ebrei ultra-ortodossi haredi. Fortemente contrario a qualsiasi legge contro questa minoranza religiosa, che attualmente gode di molti privilegi.

SHAS, 7 seggi: partito ultra-ortodosso. Rappresenta gli interessi degli ebrei sefarditi, minoranza poco rappresentata rispetto agli ebrei askenaziti.

YACHAD-OTZMA YEHUDIT, 4 seggi: partito ultra-ortodosso. Rappresenta un distaccamento di Shas, si presenta alleato con il partito ultra-nazionalista Otzma Yehudit.

PARTITI DI CENTRO-SINISTRA

ZIONIST UNION, 24 seggi: partito di centro-sinistra. Di orientamento laburista, moderatamente favorevole alla creazione di uno stato palestinese. Leader e possibile presidente, Isaac Herzog.

MERETZ, 6 seggi: partito di sinistra. Su posizioni socialiste, vicino ai diritti dei gay e degli arabi. Favorevole alla creazione di uno stato palestinese.

YESH ATID, 12 seggi: partito di centro. Partito impegnato nella lotta alla corruzione, all’abbassamento delle tasse e alla risoluzione delle problematiche socio-economiche. Moderatamente favorevole alla risoluzione del conflitto con i palestinesi.

PARTITI ARABO-ISRAELIANI

JOINT LIST, 13 seggi: partito degli arabi-israeliani. Su posizioni filo-palestinesi, contrari al carattere unicamente ebraico dello Stato di Israele. Accusati di essere vicini ad Hamas.

Questo è il quadro completo dei partiti che hanno chance di superare la soglia di sbarramento. A questo quadro c’è da aggiungere che alcuni partiti vanno già in tandem e queste alleanze sono LIKUD-JEWISH HOME; ISRAEL BEITEINU- KULANU; ZIONIST UNION-MERETZ. Detto questo ora tracceremo le possibili coalizioni di governo, se i risultati si dovessero mantenere all’incirca su questi numeri:

COALIZIONE POSSIBILE N.1, Presidente Netanyahu. Composizione: Likud-Jewish Home-Israel Beiteinu-Kulanu-Shas-UTJ-Yachad. 65 SEGGI. Coalizione a nostro avviso, probabile, anche se ci saranno da superare le possibili divergenze tra Israel Beiteinu e i partiti ultra-ortodossi e le richieste del partito Kulanu. A favore di questa coalizione, le recenti dichiarazioni dei leader dei partiti ultra-ortodossi che si sono espressi abbastanza favorevolmente ad un governo Netanyahu e quelle del leader di Kulanu che si è detto disponibile a sedere in qualsiasi governo, se ottiene i suoi obiettivi programmatici. Alternativamente si potrebbe pensare ad un recupero dell’alleanza con l’ex alleato Yesh Atid, cosa che riteniamo decisamente improbabile, dato che quest’ultimo ha escluso la possibilità di appoggiare di nuovo Netanyahu.

COALIZIONE POSSIBILE N.2, Presidente Herzog. Composizione: Zionist Union-Meretz-Yesh Atid-Joint list e uno tra Kulanu, Shas, UTJ e Israel Beiteinu. 62-70 SEGGI. Questa coalizione, è probabile con l’aggiunta di Kulanu che condivide alcune posizioni con Yesh Atid e Meretz. Però, recentemente Kulanu si è fortemente opposto alla possibilità che si possa sedere assieme ai partiti arabi. Stesso discorso vale per il partito Israel Beiteinu e per i partiti ultra-ortodossi, quest’ultimi, inoltre, non si siederebbero mai con Yesh Atid, che ha attaccato duramente i loro privilegi nel precedente governo. Con questi numeri, a causa delle divergenze asimmetriche tra i partiti minori, un governo guidato dal centro-sinistra di Herzog, ci pare decisamente improbabile.

COALIZIONI POSSIBILE N.3, Presidente Herzog o Netanyahu o terzo da decidere. Composizione: Likud-Zionist Union-Kulanu e almeno altri due partiti. Questo potrebbe essere un colpo di scena, anche se Netanyahu ha escluso un governo di unità nazionale con la sinistra, con cui dice di avere differenze ideologiche su temi importanti, troppo marcate. Non possiamo però escludere questo scenario, nel caso le trattative non portassero nessuno a formare un governo stabile. Non è facile nemmeno questa alleanza, perché può risultare difficile trovare altri partiti che possano appoggiare questa coalizione dato che i partiti più estremi, sia a destra sia a sinistra, si sentirebbero traditi. Esito moderatamente improbabile, ma non impossibile.

Fatti tutti questi ragionamenti elettorali veniamo ora al discorso di un possibile attacco all’Iran. Come probabilmente già sapete, l’Iran sta sviluppando un programma nucleare, ufficialmente per scopi civili, inviso ad Israele ed a gran parte del mondo occidentale soprattutto per il fatto che permetterebbe alla teocrazia iraniana di dotarsi di armamenti nucleari.

Recentemente abbiamo visto Netanyahu volare a Washington su invito del Partito Repubblicano e parlare al Congresso, umiliando il Presidente Obama che non è stato nemmeno incontrato. Questo link di Geopolitical Center ne mostra i punti salienti. Il presidente israeliano ha chiaramente sostenuto che l’Iran, oltre ad essere un pericolo perché minaccia ufficialmente la distruzione di Israele, sta espandendo di molto il suo raggio d’azione appoggiando direttamente gli Hezbollah libanesi, il regime di Damasco, gli sciiti iracheni e quelli yemeniti.Benjamin Netanyahu, Joe Biden, John Boehner

A nostro avviso l’intervento israeliano contro l’Iran e i suoi alleati in Libano, Siria e Iraq è decisamente probabile entro la fine dell’anno per le seguenti motivazioni:

1) L’Iran continua indisturbato il suo programma nucleare

2) L’Isis è in difficoltà in Iraq, a causa dell’intervento quasi diretto dell’Iran. Senza fare ipotesi complottiste (che abbiamo già fatto in altri nostri articoli) la sconfitta di Isis in quella zona vuol dire la vittoria e l’espansione della zona di influenza iraniana e probabilmente per il governo israeliano è più gestibile il Califfato, rispetto all’imponente potenza militare ed economica iraniana.

3) L’Arabia Saudita avrebbe aperto il suo spazio aereo ai caccia israeliani come scritto in questo articolo di Rischio Calcolato. Il motivo è che l’Iran rappresenta una minaccia anche per i sunniti sauditi e in Yemen, appoggiando la ribellione sciita lo ha dimostrato ed una minoranza sciita esiste anche in Arabia Saudita, quindi il rischio destabilizzazione è alto.

4) Turchia e Qatar, probabili sponsor dell’estremismo islamico sunnita (ho detto ISIS?) probabilmente hanno un certo interesse strategico nel veder abbattere gli sciiti filo-iraniani in Siria, Libano e Iraq (ho detto gasdotto Qatar?) e il tempo stringe dato che l’ISIS sembra che le stia buscando.

5) Il discorso anti-diplomatico di Netanyahu chiaramente dimostra una certa fretta da parte israeliana di affrontare il discorso iraniano e un imminente intervento militare

6) Se effettivamente dalle urne uscisse un governo come visto nella coalizione n.1 quindi fortemente orientato verso il nazionalismo e l’ortodossia religiosa credo che l’attacco a Teheran diventi praticamente una certezza. Nel caso così non fosse questo diventerebbe meno probabile ma non impossibile.

7) L’Ayatollah Khamenei, leader supremo della Repubblica Islamica Iraniana, sarebbe in grave condizioni, forse è già morto. Il vuoto di potere potrebbe avere ulteriori effetti destabilizzanti.

Dette queste motivazioni, crediamo che l’attacco all’Iran potrebbe accadere o prima delle elezioni del 17 marzo dato che Netanyahu è comunque in carica e potrebbe usare qualche scusa per far partire la guerra e posticipare le elezioni (la legge israeliana lo prevede ed anche già successo in passato). Oppure potremmo aspettarci un false flag importante contro Israele che giustifichi un’ azione punitiva, anche partendo attaccando gli Hezbollah libanesi o  Assad. Oppure semplicemente se si confermasse un rinnovo del mandato di Netanyahu, questo dirà che aspettare ancora è un rischio troppo grande per Israele e che è necessario attaccare l’Iran, anche da soli.

Una guerra con l’Iran sicuramente non sarà una passeggiata. Teheran ha un potenza militare tra le prime al mondo ed inoltre Israele subirebbe all’istante la rappresaglia degli Hezbollah libanesi. Gli USA, con guida Obama, probabilmente non interverranno direttamente, un po’ come in Ucraina. A nostro avviso, la nuova politica statunitense è quella di far combattere gli alleati. Interessante sarà vedere la reazione degli altri paesi islamici ad un intervento israeliano contro l’Iran. Paesi potenzialmente ostili a questo intervento potrebbero essere l’Egitto in primis e forse anche Giordania ed Emirati Arabi Uniti, che sono alleati dell’Iran nella lotta all’Isis. Noi continueremo a monitorare questa situazione alla luce delle imminenti elezioni del 17 marzo. La situazione nell’aerea medio-orientale che è già bollente, presto potrebbe diventare incandescente.

Le conseguenze di un attacco massiccio all’Iran potrebbero essere molteplici: sicuramente l’inizio di una guerra di ampia portata tra i due paesi che potrebbe coinvolgerne anche altri e soprattutto la possibilità per l’Isis di riprendere fiato e di dilagare contro siriani ed iracheni sciiti orfani del loro principale supporto e che probabilmente rischierebbero anche di essere bombardati dai caccia israeliani. (Del resto Israele ha già colpito in passato il regime di Damasco). Si verificasse questo, le insegne nere dello Stato Islamico potrebbero vedersi anche a Damasco e a Baghdad. E parlare di Terza Guerra Mondiale non sarebbe più soltanto una nostra ipotesi storica ma sarebbe cronaca reale.

A livello economico, potremmo vedere schizzare verso l’alto il prezzo del petrolio dopo i recenti pesanti ribassi. Questo potrebbe creare un mix recessivo mondiale esplosivo cioè deflazione globale da rivalutazione del dollaro (che finora è stata mitigata dal crollo del greggio) e prezzo del petrolio alto per motivi geopolitici ( guerra all’Iran, Iraq e Libia, collasso Venezuela e Nigeria) che renderebbe la seconda parte del 2015 il periodo più grave dall’ultimo conflitto mondiale. Se questo articolo ti è piaciuto, non perderti Libertà Indefinita, un saggio sulla libertà e sulla legittimità di un sistema, il nostro, sempre più contestato dalla popolazione.banner liberta indefinita
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asia centrale isisL’ISIS, l’organizzazione terroristica che con il nome di Califfato Islamico o di Stato Islamico, sta espandendo sempre più i territori sotto il suo dominio in Siria, Iraq ed ora in Libia, senza contare i loro alleati di Boko Haram in Nigeria, sembra stia puntando i propri occhi sulle immense terre dell’Asia Centrale ed ora vedremo nel dettaglio la situazione.

Come ben sappiamo, nel cuore dell’Asia Centrale, c’è l’Afghanistan, che dopo quattordici anni di guerra, è ancora un paese diviso e distrutto, con i Talebani ancora presenti e che nell’ultimo periodo del 2014 ed inizio 2015 hanno intensificato ancora di più le proprie azioni contro l’esercito regolare. Ora, tra quest’anno e il prossimo, assisteremo probabilmente al completo ritiro dell’esercito statunitense, ma il paese rischia seriamente di finire come l’Iraq, che dopo il ritiro americano, è finito nella mani dello Stato Islamico. In Afghanistan la situazione potrebbe sembrare un tantino diversa, dato che i Talebani sembrano voler rimanere qualcosa di indipendente dall’ISIS, ma notizia proprio di pochi giorni fa, sembra che parte dei comandanti talebani, abbia deciso di allearsi attraverso l’organizzazione pakistana Jundallah, con lo Stato Islamico con l’obiettivo di autoproclamare in quei territori tra Iran, Afghanistan e Pakistan un Califfato fedele ad Al-Baghdadi, sull’esempio di quello successo in Libia. Territorio di cui già lo Stato Islamico ha denominato il nome, cioè Khorasan e l’emiro cioè l’ex capo del TTP Hafiz Saeed Khan.

Detto questo, non è assolutamente detto che l’ISIS riesca ad assumere direttamente il controllo di queste zone, data la forte presenza talebana che per ora non sembra volersi piegare al Califfo, è probabile però l’istituzione di califfati paralleli uno dell’ISIS e uno talebano sotto l’eroico e famoso Mullah Omar. Quindi è probabile anche uno scontro tra le due fazioni estremiste, sempre che i poteri forti dietro questi non riescano a comprare la maggioranza dei capi talebani e farli unire allo Stato Islamico. In qualsiasi caso, l’Afghanistan sembra destinato ad essere la base da cui possono partire jihadisti per tutta l’Asia Centrale.

Parliamo, ora, degli altri stati centroasiatici. Essi sono tutti musulmani e sono retti da autocrazie post-sovietiche, molto simili all’Egitto ed alla Libia pre Primavera Araba. Ed abbiamo visto che, dove il potere è concentrato, è molto facile sostituirlo rapidamente una volta che questo crolla. A nostro avviso è probabile un intensificarsi delle azioni jihadiste in questi paesi, soprattutto alle luce del fatto che moltissimi combattenti ora tra le fila dello Stato Islamico, provengono proprio da lì. Ora li analizzeremo tutti, ma partiamo dal più interessante e potenzialmente esplosivo, l’Uzbekistan.

In un nostro articolo, ne avevamo già parlato, ma ora il rischio che l’Uzbekistan salti, si fa sempre più reale. Il presidente-dittatore Islom Karimov, è sempre al potere e l’opposizione lo da per morto o in coma, un giorno si e l’altro pure, ma lui dimostra ogni volta di essere ancora vivo. Le elezioni presidenziali sono state fissate a marzo e la rielezione di Karimov è scontata, anche se illegale, dato che la costituzione uzbeka fissa al massimo a due , i mandati presidenziali. Non è esclusa quindi la possibilità di un’improvvisa e inaspettata primavera uzbeka, dato anche il crescente malcontento per lo sfruttamento minorile nella raccolta dell’oro bianco uzbeko, cioè il cotone e il ritorno di molto uzbeki dalla Russia, che saranno gettati nella miseria della disoccupazione. Se a questo aggiungiamo l’alleanza tra i territoristi dell’IMU (Islamic Movement of Uzbekistan) e l’ISIS, la situazione potrebbe presto degenerare.

Altro paese a rischio, è il Kazakistan, che pur essendo alleato della Russia, è stretto tra i crescenti scontri tribali tra le centinaia di etnie diverse presenti nel paese e l’aggressività panrussa del suo ingombrante alleato. A tutto ciò si somma, una valuta in caduta libera, un’economia che risente fortemente dei problemi della Russia e un crescente malcontento popolare proprio a causa della congiuntura economica. Malcontento che da motivi economici passa facilmente a motivazioni politiche, dove anche qua vediamo un’autocrazia che calpesta senza problemi le norme democratiche. Kazakistan che è anche sottoposto ad una campagna di reclutamento jihadista e che ha subito recentemente minacce dirette, con video in cui sono stati mostrati decine di bambini kazaki mentre ricevono addestramento militare da parte dei miliziani dell’ISIS. Anche qui, ad aprile avremo le elezioni-farsa che confermeranno il presidente Nazarbayev per l’ennesima volta. Non escludiamo possibili moti di protesta soprattutto se le condizioni economiche dovessero peggiorare o se proteste simili dovessero iniziare in Uzbekistan.

Il Kirghizistan, altro paese musulmano centroasiatico, è quello effettivamente messo peggio e con una forte presenza dell’integralismo islamico. Infatti, il paese è stato scosso da forti proteste contro le ultime vignette di Charlie Hebdo. La disoccupazione, i recenti scontri della primavera del 2010, l’aumento della tensione etnica tra kirghisi, uzbeki e tagiki, possono fare di questo paese il potenzialmente più pericoloso dell’area, contando che moltissimi jihadisti provengono da questi territori e che sembrerebbe che molti stiano ritornando in patria addestrati e pronti a compiere attentati ed attacchi.

Il Tagikistan similmente al Kirghizistan è un paese povero, che sta subendo la crisi economica della Russia con il calo delle rimesse dei lavoratori tagiki. Proprio nella giornata odierna, si svolgeranno le elezioni, scontata la vittoria del partito al governo che ha usato qualsiasi mezzo per danneggiare e impedire alle opposizioni di partecipare regolarmente alla tornata elettorale. Anche in questo caso non sono esclusi moti di protesta nel breve-medio periodo, considerando, tra l’altro, che il paese vorrebbe sganciarsi dal dollaro e assumere come valuta di riferimento lo Yuan cinese, cosa che come sappiamo, spinge CIA  e company a compiere azioni destabilizzanti. A questo proposito segnaliamo l’allarme delle guardie di frontiera tagike al confine con l’Afghanistan, che parlano di ammassamento di truppe, probabilmente dell’IMU, dei Talebani e dell’ISIS, che potrebbero presto presentare una minaccia per il paese che non ha abbastanza risorse per fronteggiare un attacco su vasta scala.

Il Turkmenistan, essendo un paese vicino alla Turchia e con un governo abbastanza lontano da Mosca, e con un sentimento religioso meno importante che negli altri paesi, potrebbe non essere coinvolto direttamente in una destabilizzazione fondamentalista, almeno non in un primo momento.

Situazione molto pericolosa in Pakistan, da tempo paese sottoposto all’estremismo islamico ed a feroci attentati. Questo è stato anche recentemente scosso da un tentativo di primavera democratica e da forti proteste antigovernative. In Pakistan esistono due aree praticamente in mano agli estremisti islamici, il Waziristan, al confine con l’Afghanistan, sotto il controllo delle tribù filo-talebane e il Belucistan, territorio con velleità indipendentiste, dove proprio di recente si stima una forte attività di reclutamento da parte dell’ISIS che avrebbe già in loco 12000 uomini. Il Belucistan è molto importante perché si estende anche a parte dell’Afghanistan e all’Iran. Nel Belucistan iraniano vive la totalità della minoranza sunnita presente nel paese. A nostro avviso è probabile che il Pakistan sia presto scosso da forti scontri sociali e da una nuova scia di attentati. Se l’esercito dovesse riprendere il controllo come in passato, una guerra civile potrebbe essere imminente. La pericolosità di questo paese è data dal fatto che è un paese nucleare, se nel caos, questi ordigni o anche semplicemente materiale radioattivo, dovessero finire nelle mani sbagliare, le conseguenze potrebbero essere terribili per tutti.belucistan indipendente

Per quanto riguarda l’Iran, essendo un paese totalmente sciita, difficilmente lo Stato Islamico potrebbe infiltrarsi se non nell’aerea sunnita del Belucistan ed attualmente l’Iran è troppo forte per lasciare il minimo spazio ai jihadisti. Le cose potrebbero però cambiare se il prezzo del petrolio tornasse a scendere, se, quindi, l’economia iniziasse a contrarsi e se dovessero presentarsi nuovi moti di piazza. A nostro avviso, però, il principale fattore destabilizzante per l’Iran, potrebbero essere una guerra aperta con Israele.

Abbiamo, quindi, fatto il quadro della situazione. Ricapitolando sosteniamo la tesi che l’Asia Centrale potrebbe presto rivelarsi un territorio ideale di espansione dello Stato Islamico per i seguenti motivi:

1) La probabile ulteriore destabilizzazione dell’Afghanistan in seguito al complemento del ritiro statunitense (tipo Iraq).

2) La presenza di governi dittatoriali e quindi la possibilità di rivoluzioni democratiche, anche pilotate (stile Ucraina, Egitto).

3) L’inizio di una fase di rallentamento economico, dovuta alla crisi della Russia e quindi il conseguente aumento della disoccupazione.

4) La presenza e l’incremento di forti rivalità etniche all’interno di ognuno di questi paesi.

5) Il ritorno di migliaia di jihadisti unitisi all’ISIS.

6) Ultimo, ma probabilmente non il meno importante, l’utilità strategica per gli USA di creare un’immensa aerea di fondamentalismo islamico, grande dieci volte l’Afghanistan che creerebbe pressioni al lunghissimo confine con la Russia, si collegherebbe ai fondamentalisti Uiguri in Cina e al Kashmir indiano, dove da sempre gli islamici combattono per l’indipendenza. Quindi un piano del genere servirebbe per colpire indirettamente tre dei cinque BRICS, praticamente i più importanti, dato che direttamente è impossibile colpirli. Se questi dovessero impegnarsi in degli interventi militari diretti troverebbero un immenso Vietnam, senza contare la possibilità di feroci attentati interni, con tutte le conseguenze destabilizzanti del caso.

Concludiamo dicendo che i prossimi mesi, saranno importanti per capire se effettivamente ci sarà l’inizio della campagna in Asia Centrale del Califfato o se quest’ultimo ha già esaurito il suo compito e la sua espansione (ipotesi meno probabile a nostro avviso). Se questo articolo ti è piaciuto, non perderti Libertà Indefinita, un saggio sulla libertà e sulla legittimità di un sistema, il nostro, sempre più contestato dalla popolazione.banner liberta indefinita
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