L’Eurocrazia procede la sua marcia

europeistIeri, come ben sapete, a Roma si sono tenuti i sessantanni dei Trattati di Roma dai quali, sotto diverse forme, si arrivò a quella che oggi conosciamo come Unione Europea, non solo un’alleanza tra stati, ma un vero e proprio superstato sovranazionale. Chi ci segue sa che osserviamo con estrema attenzione i processi che stanno conducendo ad un sempre più definito superstato europeo e in occasione di questo anniversario vediamo un po’ di tirare le somme.

Da più parti, soprattutto dopo la Brexit, si parla ormai di Unione al collasso, di imminente fine e via dicendo, noi al contrario notiamo che invece sta andando tutto secondi i piani di chi ha progettato questo superstato, che per comodità chiamiamo eurocrazia.

Perché sosteniamo questo? Vediamo di elencare i punti che supportano la nostra visione:

1) Brexit: la Brexit, al contrario di come possa apparire in un primo momento, è qualcosa di favorevole all’Unione, perché ha eliminato l’unico stato da sempre reticente alla cessione di maggiore sovranità nazionale e che quindi avrebbe sicuramente messo il veto a qualsiasi processo necessario di incremento dei poteri di Bruxelles.

2) Trump: l’elezione di Trump da un’ulteriore spintarella alla centralizzazione europea. Come sapete il nuovo presidente americano non è particolarmente vicino agli eurocrati e soprattutto ha chiaramente fatto capire, che la protezione militare americana sull’Europa sta per finire e che quindi gli stati europei devono incrementare le proprie spese militari se ci tengono alla propria sicurezza. Questo, come anche si evince dalle dichiarazioni di ieri, porterà probabilmente alla nascita di un Esercito Europeo cosa che a sua volta porterà alla nascita di un Ministero delle Difesa Europeo. Ed è innegabile che un esercito unico è un passo importantissimo nella marcia verso il superstato europeo.

3) Crisi economica: come anche sostenuto da un europeista come Monti, la crisi è un’occasione per cedere maggiore sovranità all’Europa. Gli stati meridionali, ma non solo, continuano ad essere soffocati dai debiti e perdura una condizione di crescita debole e depressione economica e morale. Questo non è assolutamente un male per gli eurocrati, anzi è un’occasione per farli cedere.

Queste sono le condizioni attuali che a nostro avviso dimostrano che la marcia dell’Eurocrazia  è in pieno svolgimento, ma vediamo come potrebbe addirittura avere un’accelerata:

1) Terrorismo interno: aver fatto entrare milioni di islamici sul suolo europeo oggi e in passato ha come diretta conseguenza un incremento del terrorismo fondamentalista, il nemico interno può essere usato per incrementare la sicurezza comune e in futuro potrebbe portare ad un’intelligence unificata.

2) Nemico esterno: come già detto in altri nostri articoli, un fattore importantissimo nella creazione di un sentimento nazionale, in questo caso di un sentimento europeista, è avere un nemico comune. Finora questo nemico sembrava essere la Russia di Putin, che però non viene visto da buona parte del popolo europeo come “il cattivo”. Un alternativo nemico comune che invece suscita l’antipatia nella totalità degli europei, è la Turchia nel neo-dittatore Erdogan. Se la tensione tra Ankara e Bruxelles continuerà ad incrementare, soprattutto alla luce della deriva autoritaria della prima e dei focolai di ostilità pronti che covano sotto la cenere, non è da escludere una guerra diplomatica ed economica se non addirittura militare. E un importante nemico comune darà una fortissima spinta all’Europa Unita.

3) Prossime elezioni: a parte la Brexit, di cui però abbiamo visto addirittura l’utilità, non vediamo particolari scossoni politici all’interno dell’Unione. In Austria l’estrema destra non ha eletto il suo presidente, in Olanda nemmeno e in Francia, come abbiamo visto in questo nostro articolo, le probabilità che la Le Pen vinca sono veramente basse a causa del sistema a doppio turno. Ed anche dovesse farcela sarebbe comunque un presidente senza maggioranza parlamentare. Ed altri scossoni interni non se ne vedono. In Italia il Movimento Cinque Stelle non è veramente un forza euroscettica e al di là dei proclami difficilmente farà qualcosa contro l’Euro e l’Europa ed anche dovesse indire un referendum a mio avviso in Italia perderebbe.

4) Secessionismi filo-Ue: sarà anche interessante vedere come si evolveranno i tentativi secessionisti di Scozia e Catalogna, secessionismi europeisti che quindi potrebbero anche essere favoriti da Bruxelles come ipotizzavamo nel nostro articolo l’Europa dei secessionismi.

5) Elezioni in Germania: le elezioni veramente importanti sono però quelle tedesche dove Angela Merkel potrebbe cedere il posto al socialista europeista Schulz. Finora la Germania della Merkel ha sempre avuto una visione basata sull’egoismo nazionale. Con l’europeista Schulz alla Cancelleria e con Draghi alla Banca Centrale, l’austerità potrebbe finire.

Ecco proprio partendo dall’ultimo punto vediamo di trarre una conclusione importante di come l’eurocrazia possa fare scacco matto e darà una spinta fondamentale al processo di centralizzazione. Come sappiamo paesi come Italia e Grecia, ma anche altri paesi europei, sono soffocati dai debiti e dall’austerità economica ed è chiaro che i debiti non saranno mai pagati con l’austerità ed anzi i rapporto debito/pil dei paesi che hanno intrapreso la strada dell’austerità, è esploso. Sembra inevitabile che dovrà essere fatto qualcosa per risolvere questa situazione e calciare sempre il barattolo non sarà possibile per sempre. Soprattutto nel caso dovesse vincere Schulz in Germania e Macron in Francia, molto probabilmente si andrà o verso una ristrutturazione dei crediti in possesso della Banca Centrale Europea oppure saranno necessari gli Eurobond. O comunque sarà studiato qualcosa per alleggerire la pressione sui paesi in difficoltà, Francia compresa. E questo ovviamente non sarà fatto gratis, ma comporterà un importante cessione di sovranità all’Europa, in cambio, almeno nel breve periodo, avremo una certa crescita economica e quindi l’Eurocrazia utilizzando il bastone prima e la carota dopo ci avrò tolto la sovranità e nessuno si lamenterà più di tanto perché almeno nel breve periodo ci saranno migliori condizioni economiche. Un assedio soft a nostro insaputa. Del resto se ci fosse stata tolta la sovranità di colpo, ci saremmo ribellati invece con questo sistema graduale tutto avverrà senza particolari traumi.

Concludo dicendo che quindi il piano, la lunga marcia dell’Eurocrazia, procede nella sua strada, chi spera in un ritorno agli stati nazionali, a mio avviso si sta solo illudendo. Certamente questa Europa unita nel nome delle banche e della finanza non piace a nessuno, ma non saranno i nazionalismi a farla fallire. Auspico invece che possa nascere un movimento antisistema e riformatore a livello europeo, solo se i popoli europei si solleveranno uniti e prenderanno coscienza insieme c’è possibilità di cambiamento. Se questo articolo ti è piaciuto, non perderti Libertà Indefinita, un saggio sulla libertà e sulla legittimità di un sistema, il nostro, sempre più contestato dalla popolazione.banner liberta indefinita
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Sono Giuseppe Cirillo alias Fenrir, l’autore di questo blog. Nei nostri articoli ci sforziamo di offrire un’angolazione e una visione diversa rispetto ai media di regime. Per qualsiasi domanda o per un’eventuale collaborazione contattami alla seguente mail: fenrir1489@gmail.com 

 

 

La lunga marcia dell’Eurocrazia

Elezioni francesi: chi vincerà?

L’Europa dei secessionismi

La necessità di superare il capitalismo

Superstato Europa

Euro a velocità variabile: quali soluzioni?

Euro a velocità variabile: quali soluzioni?

Pil regioni europee

 

Ormai da più parti l’Euro viene messo sotto accusa a causa del fatto, dimostrato sia a livello analitico che empirico, che i paesi economicamente più forti ne siano avvantaggiati mentre i più deboli no. Il grafico sopra riportato dimostra chiaramente come le aree già svantaggiate come quelle dell’Europa meridionale abbiano peggiorato la propria situazione, come anche quelle più ricche tra l’Italia occidentale e la Spagna orientale, mentre la situazione dell’Europa centrale è chiaramente migliorata. E questo è abbastanza logico, le aree dell’Europa centrale godono di una valuta sottovalutata, cosa che comporta basse importazioni e ottime esportazioni al contrario delle altre regioni europee che tenderanno a spendere troppo e ad esportare poco.

Ma queste considerazioni sono ormai scontate. Esistono due visioni a riguardo: i sovranisti sostengono il ritorno alle valute nazionali per riequilibrare queste distorsioni, mentre euristi e liberisti sostengono al contrario che l’Euro è un regalo per quelle regioni che dovrebbero avere una valuta più bassa. Entrambe le fazioni intellettuali dicono delle verità. Effettivamente è vero che ad esempio uno statale dell’Italia meridionale prende uno stipendio in euro che gli consente un buon potere d’acquisto nei confronti dei prodotti importati, che la propria regione non meriterebbe, ma è anche vero che questo beneficio è solo apparente perché il vantaggio lo hanno solo gli individui con un posto fisso a scapito dell’intera economia regionale che invece piange. Avere una valuta alta senza meritarla è come far vivere il proprio figlio senza lavorare, effettivamente lui nel breve-medio periodo ne godrà ma nel lungo si è creata una persona inetta totalmente dipendente dai propri genitori, idem per le regioni europee sottosviluppate tutte con bilance commerciali negative e dipendenti dai trasferimenti statali, incapaci di sviluppare una propria solida economia. E’ la colpa di questa situazione è proprio data dalla centralizzazione valutaria e politica.

Tralasciando quindi la decentralizzazione politica che dovrebbe essere attuata con un federalismo delle regioni europee, la decentralizzazione valutaria è sicuramente un’altra riforma che andrebbe fatta per riequilibrare le gravi distorsioni interne all’Unione Europea, che colpiscono in maggior misura le regioni meridionali. Ma come attuarla?

Questo blog vuole proporre un sistema valutario parallelo, cioè un Euro sovranazionale scambiabile sui mercati internazionali (come l’Euro attuale) e utilizzabile quando si va all’estero e diversi Euro a velocità variabile non scambiali sui mercati valutari e utilizzabili SOLO nel territorio dove hanno il valore legale. Questa soluzione da un lato risolverebbe le distorsioni economiche causate dall’Euro dall’altro garantirebbe agli Euro locali protezione dalla speculazione, perché solo l’Euro sovranazionale sarebbe scambiabile sui mercati, quelli locali no. Quelli locali sarebbero scambiati con cambi semirigidi e coperti illimitatamente dall’Euro sovranazionale. Le modificazioni valutarie potrebbero seguire diverse regole ma a mio avviso la più semplice e logica e l’adozione di una semplice bilancia valutaria: ad esempio se in un trimestre una regione ha visto entrare meno valuta di quanta ne sia uscita nella misura dell’1% del PIL semplicemente la propria valuta in automatico verrà svalutata dell’1%. E ad ogni trimestre (o mese o semestre) gli euro locali verrebbero modificati secondo questo parametro, che porterebbe gradualmente all’equilibrio di import ed export. Dato che gli Euro locali sono coperti illimitatamente dall’Euro centrale, gli stati non torneranno in possesso della sovranità monetaria, perché altrimenti torneremo indietro alla deresponsabilizzazione della politica. Questo non toglie che sia necessaria una graduale creazione di nuova moneta (questo argomento è da trattare a parte), ma questa creazione sarà fatta secondo regole condivise e secondo determinati parametri condivisibili a livello europeo (l’ideale sarebbe la compensazione della deflazione tecnologica se si riuscisse a individuarne il valore annuale). Inoltre gli stati federali saranno obbligati al pareggio di bilancio, perché l’indebitamento di uno stato è qualcosa di eticamente sbagliato nei confronti degli elettori che non hanno votato il governo in carica e soprattutto nei confronti dei cittadini futuri che non hanno responsabilità nei confronti delle scelte del governo stesso.

Detto questo come attuare questo doppio Euro a velocità variabile? A mio avviso abbiano due soluzioni di fronte a noi: o creare valute locali per ogni regioni europea o individuare delle aree valutarie omogenee. Creare degli Euro semplicemente nazionali è una soluzione molto stupida date le enorme differenze economiche all’interno degli stessi stati nazionali (ad esempio Lombardia con Calabria o Catalogna con Andalusia).

1) Euro a velocità variabile per ogni regione europea: questa soluzione sarebbe la mia preferita, perché alla fine un’area valutaria ottimale è a mio avviso quella che un individuo può facilmente raggiungere e passarci una giornata lavorativa nella stessa giornata, quindi al massimo ad una distanza di un paio d’ore di auto quindi all’incirca la grandezza di una regione di medie dimensioni. Certo una soluzione del genere, se pur più ottimale della prossima. vedrebbe la creazione di centinaia di euro regionali cosa che sarebbe fattibile solo con una completa virtualizzazione della valuta e quindi con un cambio automatico senza costi. A mio avviso è fattibile in futuro, adesso sarebbe un po’ troppo complesso.

2) Euro a velocità variabile per macroregioni: questa soluzione è sicuramente più fattibile ed adottabile anche subito se ci fosse la volontà di farlo. Guardando le cartine di sopra sono facilmente individuabili (escludendo le aree dove non c’è ancora l’Euro) almeno quattro Euro macroregionali con una certa contiguità territoriale : a) Euro centrale o germanico: sarebbe in vigore nella Germania occidentale, in Austria, nei Paesi Bassi, in Lussemburgo, nelle Fiandre e a Bruxelles in Belgio, nelle Rhone-Alpes francesi, in Lombardia, Valle d’Aosta e Trentino; b) Euro baltico o nord-orientale: sarebbe in vigore in Estonia, Lituania, Lettonia, Finlandia (che ha subito una discesa), Slovacchia e Germania Orientale; c) Euro franco-latino: in vigore in Irlanda, in tutta la Francia, Corsica inclusa, nord della Spagna inclusa Madrid e Valencia; nel nord e centro Italia, Malta e Slovenia; d) Euro mediterraneo: in vigore nel sud e centro della Spagna, Portogallo, Italia meridionale e Sardegna, tutta la Grecia e Cipro.EURO MACROREGIONALE

Quindi abbiamo due soluzioni per creare Euro locali a velocità variabile ora altro dilemma è se da subito adottare livelli valutari differenti, oppure partire tutti uguali pari al valore attuale dell’Euro e poi modificarsi in base alla bilancia valutaria:

1) Partire dallo stesso livello valutario: questa soluzione non modificherebbe particolarmente la situazione nel breve termine ma ci porterebbe nel medio-lungo periodo al giusto equilibrio valutario. Questa soluzione non ha dei vantaggi immediati però evita di creare grossi cambiamenti valutari che potrebbero avere un effetto deleterio sulle abitudini e sul morale delle popolazioni soprattutto di quelle che si troverebbero di colpo una valuta sottovalutata.

2) Partire da livelli valutari differenti: questa soluzione bilancerebbe immediatamente le distorsioni degli ultimi 15 anni però come detto sopra potrebbe creare una certa tensione sociale. Nel caso si adottasse questa soluzione le quattro aree sopra elencate dovrebbero partire dai seguenti livelli, proporzionali al differente Pil Pro Capite, rispetto all’Euro generale: Euro centrale: 1,05-1,1; Euro baltico: 0,85-0,95; Euro franco-latino: 0,85-0,95; Euro mediterraneo: 0,7-0,75. Euro baltico ed Euro franco-latino partirebbero simili ma poi seguirebbero livelli differenti dato che non avrebbe senso metterli assieme dato che non hanno contiguità territoriale.

Questo sistema per funzionare non dovrebbe comportare nuovi costi di cambio, filiali della Banca Centrale Europea dovrebbero effettuare i cambi a costo zero. Inoltre l’ideale sarebbe affiancare agli Euro locali anche una liberalizzazione valutaria, cioè pur mantenendo il corso forzoso della moneta, dare la possibilità ad esercenti ed aziende di accettare come pagamento anche valute differenti tipo oro o Bitcoin o qualsiasi altra cosa, sempre emettendo lo scontrino equivalente nell’Euro locale e quindi pagandoci le relative tasse. Se questo articolo ti è piaciuto, non perderti Libertà Indefinita, un saggio sulla libertà e sulla legittimità di un sistema, il nostro, sempre più contestato dalla popolazione.banner liberta indefinita
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Sono Giuseppe Cirillo alias Fenrir, l’autore di questo blog. Nei nostri articoli ci sforziamo di offrire un’angolazione e una visione diversa rispetto ai media di regime. Per qualsiasi domanda o per un’eventuale collaborazione contattami alla seguente mail: fenrir1489@gmail.com 

 

 

Elezioni francesi: chi vincerà?

Inizia l’Era Trump ma la globalizzazione non finirà

La necessità di superare il capitalismo

Il picco del lavoro: in fururo non lavoreremo più

Nel 2039 sarà vietato guidare?

 

 

Elezioni francesi: chi vincerà?

marine le penIl 23 aprile 2017 si terranno le elezioni presidenziali francesi importantissime per la tenuta dell’Unione Europa, dell’Euro e forse anche della NATO. Senza alcun dubbio parliamo di un evento elettorale con portata potenzialmente storica. Vediamo di fare una carrellata dei principali candidati e vediamo di fare qualche ipotesi sul possibile risultato.

Partiamo dall’analisi dei candidati:

1) Marine LE PEN, (FRONTE NAZIONALE, ideologia nazionalismo, socialismo): la conoscete tutti è il candidato della cosiddetta estrema destra francese. Il suo programma comprende referendum su Europa ed Euro, uscita dalla NATO, maggiori spese militari, riduzione dell’immigrazione, riduzione del numero dei parlamentari, lotta serrata al fondamentalismo islamico e poi un occhio alla destra conservatrice con una difesa delle radici cristiane e una detassazione del lavoro straordinario. I sondaggi la danno tra il 24-29%. Alle elezioni presidenziali del 2012 prese quasi il 18%, alle regionali del 2015 il suo partito arrivò a sfiorare il 28%.

2) Francois FILLON (REPUBBLICANI, ideologia gollismo, conservatorismo, liberalismo): ex primo ministro, è il candidato dalla destra di governo e conservatrice francese. Il suo programma comprende i classici interventi che ci si aspetta da un partito di centrodestra, quindi tagli delle tasse, riduzione dei diritti del lavoratori (nel caso specifico abolizione della settimana da 35 ore), sostegno all’energia nucleare, ma anche difesa dei confini e lotta all’estremismo islamico. I sondaggi lo danno tra il 19-22% dopo i recenti scandali che lo hanno coinvolto. Voci di un possibile ritiro e sostituzione. Alle elezioni presidenziali il candidato del centro-destra prese il 27%, nelle recenti regionali il centrodestra prese il 26,6 %.

3) Emmanuel MACRON ( IN MARCIA, ideologia progressismo, social-liberalismo): ex ministro dell’economia e membro del Partito Socialista, è il candidato di un nuovo movimento riformatore di centro-sinistra. Possiamo definirlo uno strano ibrido tra Matteo Renzi e Mario Monti. Probabilmente è l’uomo scelto dall’eurocrazia per contrastare l’ascesa di Marine Le Pen. Nel suo programma europeismo, liberalizzazione, rimodulazione della vecchia macchina pubblica francese, abbassamento del costo del lavoro, tagli agli sprechi ma senza attaccare troppo i dipendenti pubblici. Sicuramente il “rottamatore” francese sta vivendo il suo trend positivo, ma negli ultimi giorni inizia a subire il fuoco dell’ex alleato cioè il candidato socialista Hamon. I sondaggi lo danno tra il 19-23%.

4) Benoit HAMON (PARTITO SOCIALISTA, ideologia socialismo): ex ministro, è il candidato della sinistra francese. Il suo programma è fortemente orientato a sinistra, comprende un reddito di cittadinanza per tutti, la riduzione dell’utilizzo del diesel e del nucleare, supporto alle organizzazioni sindacali e dei diritti dei lavoratori, lotta al razzismo. Hamon sta cercando di recuperare i consensi persi da Hollande. I sondaggi lo danno tra il 14 e il 20%. Il candidato di sinistra alle scorse elezioni presidenziali prese il 28, 5% dei voti, alle scorse regionali il 23%.

Questi sono i candidati che hanno buone probabilità di accedere al secondo turno. Gli altri candidati sono l’estrema sinistra di Melenchon (tra 8-11%), il centrista Bayrou (tra 2-5%), l’ecologista Yadot (a circa 1%) e il gollista Aignan (2%).

Ora vediamo di fare qualche ipotesi su chi riuscirà ad accedere al secondo turno. Su questi quattro candidati, tre sono in trend positivo, cioè Marine Le Pen trascinata dal cosiddetto trend populista che ha portato a Brexit, Trump e dimissioni di Renzi; Macron che sfrutta un trend da rottamatore stile Renzi, e Hamon che sfrutta un trend di rinascita  socialista. Fillon invece rappresenta un partito non particolarmente innovativo ed è inoltre travolto dagli scandali.

Quindi, dando per scontato il passaggio al secondo turno di Marine Le Pen, data ampiamente prima da tutti i sondaggi, vediamo gli scenari principali:

LE PEN VS FILLON: lo scontro tra il candidato dell’estrema destra e tra quello del centrodestra, è a nostro avviso abbastanza scontato e ripeterà quello successo nel 2002, dove il padre di Marine contro il centro destra di Chirac, non ottenne quasi nessun voto aggiuntivo al secondo turno. Anche in questo caso Marine Le Pen al secondo turno difficilmente supererebbe il 30-35%. Vittoria Le Pen: 0% di possibilità

LE PEN VS MACRON: lo scontro tra il candidato dell’estrema destra e l’innovatore di centrosinistra a nostro avviso non è scontato come dato da alcuni sondaggi (che darebbero Macron al 70% contro la Le Pen). Dobbiamo considerare che Macron è un ex ministro di sinistra, europeista, quindi potrebbe coalizzare contro di sé l’ostilità di tutti gli elettori euroscettici. I suoi voti attuali vengono quasi tutti dal crollo del centrista Bayrou e dal Partito Socialista, ben pochi voti provengono dal centrodestra. In caso di ballottaggio se sommiamo ai voti della Le Pen, i voti di Fillon e di Aignan, arriviamo al 45-49% quindi ad un passo dalla vittoria. Questo ipotizzando che tutti gli elettori di centrodestra votino Le Pen (se fossimo in Italia, possiamo dare per scontato che gli elettori di Forza Italia voterebbero quasi al 100% Salvini o Meloni o Grillo in un eventuale ballottaggio contro Renzi). Se invece così non fosse e solo un 60-70% degli elettori di centrodestra votasse Le Pen, allora Macron arriverebbe al 55-60% ma assolutamente non al 65-70% come immaginato da alcuni sondaggi apparsi in rete. Ultima ancora di salvezza per Le Pen potrebbe essere un eventuale boom di astensionismo tra le file dell’estrema sinistra e della sinistra. Vittoria Le Pen: 20-30% di possibilità.

LE PEN VS HAMON: lo scontro tra estrema destra e sinistra, in questo particolare momento storico potrebbe consegnare il paese a Marine Le Pen. In quanto lei prenderebbe sicuramente la totalità dei voti di Fillon e di Aignan arrivando al 45-49%, basterebbe soltanto il 10%-20% dei voti di Macron e di Bayrou per arrivare alla vittoria. Sicuramente la Le Pen non può in nessun caso stravincere al secondo turno, ma contro Hamon, un candidato troppo di sinistra, ha buone possibilità di farcela. Vittoria Le Pen: 55-60% di possibilità.

Concludendo possiamo dire che dall’esito del primo turno, con buona probabilità si potrà intuire il risultato del secondo e per chi tifa per una svolta anti-sistema, solo l’affermazione di Hamon darebbe chance di vittoria alla candidata dell’estrema destra, mentre una eventuale vittoria contro Macron, sarebbe veramente una sorpresa ma dopo Brexit e Trump, tutto è possibile. Nessuna chance, invece, in caso di scontro con il centrodestra.

Dalla parte del candidato socialista c’è la statistica: dal 1965 in poi, il candidato socialista è sempre stato sopra il 23% (ad eccezione del 2002), ed anche alle recenti regionali la sinistra prese proprio il 23%. Considerando un po’ di recupero e le proposte forti di Hamon, a nostro avviso forse ci potrebbe essere la sorpresa. E poi in caso di vittoria di Marine Le Pen, aspettiamoci forti scossoni, ma di questo ne parleremo meglio dopo i risultati del primo turno. Se questo articolo ti è piaciuto, non perderti Libertà Indefinita, un saggio sulla libertà e sulla legittimità di un sistema, il nostro, sempre più contestato dalla popolazione.banner liberta indefinita
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Inizia l’Era Trump ma la globalizzazione non finirà

L’intesa Trump-Putin porterà all’ultima guerra petrolifera?

E se il Brexit fosse voluto?

La lunga marcia dell’Eurocrazia

Superstato Europa

Inizia l’Era Trump, ma la globalizzazione non finirà.

MW-EC120_trump__ZG_20151228150141Con un discorso di portata storica, inizia l’Era del presidente Donald Trump. Parliamo di Era data l’importanza storica di ogni presidenza americana, di fatto l’unica superpotenza imperiale rimasta. Da più parti, molti iniziano a predicare la fine della globalizzazione dopo la Brexit e dopo la vittoria di Trump e l’inizio di una nuova politica protezionista e nazionalista. Purtroppo, a costo di essere impopolari, dobbiamo subito mettere in chiaro che la globalizzazione non finisce affatto con Trump, questa è una reazione ad un’evoluzione storica che non può essere fermata perché nel suo trend positivo. Ogni evoluzione ha avuto le sue reazioni anacronistiche: Giuliano l’Apostata contro l’affermarsi del Cristianesimo nell’Impero Romano; la Restaurazione dopo la sconfitta di Napoleone; il luddismo contro l’innovazione tecnologica durante la Rivoluzione Industriale e via dicendo.

Questa reazione, sicuramente necessaria dal punto di vista del ceto medio occidentale, che si trova invaso da etnie diverse e privato del proprio benessere economico, è anacronistica anche nel suo simbolo, cioè in Donald Trump: a partire dall’età, Trump è il presidente più vecchio eletto nella storia americana; è un miliardario capitalista nel momento in cui il capitalismo non nutre più la simpatia che aveva nel secolo scorso; è bianco e “razzista” in un paese dove demograficamente parlando i bianchi saranno presto una minoranza. Donald Trump è la reazione del passato americano che però badate bene non ha contro di sé solo metà della propria nazione e metà dell’opinione pubblica occidentale, ha contro di sé anche le élite dominanti e la totalità delle nazioni più povere che hanno beneficiato della globalizzazione. Idem per la Brexit. Capite che la sproporzione di forze è enorme e solo un miracolo potrà salvare questi tentativi reazionari dalla catastrofe (quasi certa per gli USA, forse meno probabile per il Regno Unito).

Ora sia ben chiaro, io sono lontanissimo dalla sinistra democratica mondiale, sto cercando di fare un discorso più oggettivo possibile. Questa reazione era necessaria? Probabilmente sì, le élite dominanti mondiali hanno esclusivamente pensato al proprio ordine del giorno dimenticandosi del ceto medio, quindi è giusto che questo ceto medio voglia combattere, solo che per ora combatte in una posizione sfavorevole che  a  nostro avviso non potrà essere vincente.

Vediamo di ragionare pensando anche al passato. Circa cento anni fa, il sistema monarchico veniva spazzato via anche dalla Russia. Anche all’epoca due movimenti si contrapponevano: quello populista socialista-rivoluzionario (usiamo il termine populista in maniera neutrale per indicare un movimento popolare “viscerale”) e quello elitario-nazionalista-borghese reazionario, da questi venne fuori come sintesi un movimento rivoluzionario-reazionario cioè il populismo nazi-fascista. Ora abbiamo al contrario l’evoluzione rivoluzionaria gestita dalle élite (che portando avanti la globalizzazione degli uomini e delle merci hanno di fatto spinto e gestito una vera e propria rivoluzione) mentre il movimento populista è reazionario, praticamente il contrario di quello che avveniva il secolo scorso dove il popolo voleva la rivoluzione  e i dominanti si opponevano, ora la classe dominante guida una rivoluzione e il popolo, quello occidentale, cerca di opporsi.

Ma perché la globalizzazione non può essere fermata? Probabilmente Trump e altre reazioni, potranno bloccare parzialmente la globalizzazione delle merci e delle persone (del resto degli assestamenti sono necessari in qualsiasi trend) ma una cosa non potranno fermare perché fuori dal controllo: la globalizzazione tecnologica. Già ora attraverso internet, tutto il mondo è collegato sempre più ma presto con lo sviluppo di mezzi di movimento più veloci (vedi treni di Musk) e con l’avvento inevitabile di tecnologie di traduzione immediate, il mondo diverrà sempre più piccolo e sempre più unito. Ma basta che provate ad immaginare, fra duecento anni pensate veramente che un mondo supertecnologico e più evoluto del nostro possa essere ancora diviso in Stati Nazionali totalmente anacronistici e priva di ogni giustificazione logica? Se dite di sì siete faziosi, è chiaro che eccetto il verificarsi di eventi distruttivi della tecnologia, il mondo tenderà sempre più ad unirsi. Per questo dico che questa è solo una reazione, perché sarà la tecnologia a far comunque vincere nel lungo periodo la globalizzazione.

Noi del ceto medio occidentale siamo quindi senza speranza? Forse quello statunitense sì, ma noi europei possiamo sperare in un futuro  movimento popolare non reazionario come quelli che finora sono spuntati in Europa e nel Mondo, ma rivoluzionario, cioè che sappia offrire una soluzione ad un problema più importante della globalizzazione, cioè la crisi strutturale del capitalismo, come scritto in questo nostro articolo e la crisi della democrazia come scritto in quest’altro. Finché saranno le élite a guidare la rivoluzione noi non potremo che esserne danneggiati, perché se la nostra sarà solo reazione è storicamente e statisticamente perdente.

Per quanto riguarda gli Stati Uniti, anche in  questo caso so di essere impopolare, dato che Trump riscuote molte simpatie tra le tante persone che ormai odiano questo sistema, ma per gli Stati Uniti la situazione come vedete già dalle prime e gravi sommosse non potrà che peggiorare. Avete presente quante rivolte nere ci sono state con la presidenza del “buono” presidente di colore Obama? Adesso abbiamo un presidente bianco, “razzista” e molto irruento, in una situazione economica che potrebbe seriamente deteriorarsi, che è nemico di George Soros, fate un po’ voi.washingtonriot Da tempo scriviamo di una possibile guerra civile in america e non dimentichiamoci del problema del gigantesco debito pubblico americano e della questione del tasso di interesse come già ha fatto notare Funny King in questo articolo. E il buon Donald pensa giusto di inimicarsi Cina, Sauditi ed Unione Europea tra i principali detentori di asset e debito pubblico statunitense. Se i tassi dovessero salire troppo con un debito pubblico così grande, il bilancio andrebbe fuori controllo e se la FED dovesse tornare a fare quello che faceva e che fa ora la BCE, cioè comprare i titoli per abbassare i tassi, la fiducia nel dollaro potrebbe veramente perdersi per sempre e questo, per una nazione che ha basato la sua potenza imperiale proprio sulla fiducia nel dollaro, a mio avviso significa la fine (ricordiamo come gli USA siano un parassita mondiale con la bilancia commerciale sempre in negativo al contrario di Cina o Unione Europea). Nel 1917 crollò l’Impero Russo, ora cent’anni dopo vedremo in diretta l’inizio della fine dell’Impero Americano. Se così non fosse, se Trump dovesse riuscire a uscirne vivo e a mantenere il potere degli USA, con tutte queste circostanze super-negative, o è un miracolo o è il più grande statista della Storia. La stessa Storia, ci dirà chi avrà ragione. Noi per ora sosteniamo che l’Impero Usa stia finendo e per ora i fatti non ci stanno smentendo. In qualsiasi caso continueremo a monitorare questa vicenda che è di fondamentale importanza anche per la nostra vita quotidiana. Se questo articolo ti è piaciuto, non perderti Libertà Indefinita, un saggio sulla libertà e sulla legittimità di un sistema, il nostro, sempre più contestato dalla popolazione.banner liberta indefinita
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Il dollaro sta per disintegrarsi?

Donald Trump, l’ultimo imperatore

E se il Brexit fosse voluto?

USA: la guerra civile è inevitabile?

La Terza Guerra Mondiale è già iniziata?

L’ascesa di Trump, la discesa degli USA

L’intesa Trump-Putin porterà all’ultima guerra petrolifera?

alleanza-putin-trumpCerchiamo di dare un’occhiata complessiva alla situazione geopolitica per cercare di capire quali eventi potranno interessare i prossimi anni a venire. Il cambiamento geopolitico principale è sicuramente l’elezione di Trump alla presidenza degli Stati Uniti. Come sappiamo dalle polemiche degli ultimi mesi, Donald Trump  non nasconde la propria simpatia verso Vladimir Putin, addirittura media e servizi segreti hanno sostenuto che il presidente russo abbia sostenuto la campagna elettorale del miliardario e cercato di danneggiare in tutti modi quella della sua avversaria Hillary Clinton. Trump inoltre ha formato una squadra di governo assolutamente non ostile alla Russia e fortemente vicina agli interessi delle multinazionali del petrolio e del carbone. Quindi, oltre alla simpatia politica e personale, con Trump, Washington e Mosca sono legati anche da una direzione politica fortemente orientata verso il settore energetico.

Petrolio che come sappiamo, per motivi di sovrapproduzione causati dalle politiche dei sauditi e dei loro alleati, è sceso a livelli molto bassi, cosa che ha fortemente danneggiato sia il bilancio russo sia il bilancio di molte compagnie estrattive americane dello shale oil che hanno bisogno di un petrolio a prezzi molto più alti, verso i 100 dollari, ora siamo a 53, prima eravamo sotto i 40. Quindi entrambe le due amministrazioni hanno una necessità in comune: il petrolio deve costare di più.

Entrambe le potenze hanno un’altra similitudine, in questi decenni di ostilità per bilanciare il potere nelle aeree mediorientali hanno necessariamente dovuto sostenere un alleato locale, l’Arabia Saudita per gli USA, l’Iran per la Russia, rispettivamente il secondo e sesto estrattore mondiale (USA e Russia sono il primo e il terzo). Quindi alleati mediorientali che però sono anche concorrenti sul mercato petrolifero. Ora, salvo colpi di scena, se effettivamente le relazioni russo-americane dovessero migliorare con la nuova amministrazione, il ruolo dei due alleati per entrambe le potenze verrebbe meno, mentre rimane il ruolo di concorrenti. Sosteniamo di conseguenza che nei prossimi anni dell’amministrazione Trump, considerati gli interessi che lo sostengono e considerando la vicinanza a Mosca, è molto probabile una geopolitica tesa a danneggiare le due potenze concorrenti e tesa ad innalzare il prezzo del petrolio verso e oltre quota 100 dollari, prezzo che farebbe tornare in profitto le compagnie americane e risolleverebbe l’economia russa.

E cosa potrebbero succedere che possa compromettere la capacità estrattiva di Iran e Arabia, o almeno di uno dei due?

1) GUERRA IRAN-ARABIA SAUDITA: lo scenario più facile è quello di spingere i due paesi a scontrarsi direttamente. Essi sono già storicamente rivali essendo il primo guida degli sciiti, il secondo guida dei sunniti, inoltre sono in competizione sia in Siria, dove attualmente le fazioni estremiste sunnite sono in difficoltà, ma anche in Yemen dove l’Arabia alla guida di una coalizione sunnita con scarsi risultati sta cercando di sconfiggere i ribelli sciiti appoggiati proprio dall’Iran. Quindi abbiamo già due fronti caldi che potrebbero eventualmente degenerare e portare ad uno scontro diretto tra i due avversari, soprattutto se fomentati. Se questi due grandi estrattori, più magari gli Emirati Arabi alleati dei sauditi(altro importante estrattore) dovessero scontrarsi e quindi rallentare o interrompere la produzione di greggio, è chiaro che il prezzo potrebbe facilmente impennarsi verso livelli mai visti.

2) PRIMAVERA SAUDITA O IRANIANA: altra strategia già ampiamente usata dagli USA, è quella di fomentare una rivolta interna. Entrambi i paesi sono delle teocrazie, più totalitaria quella saudita, più democratica quella iraniana. Nelle giuste condizioni non si può escludere che possano essere fomentate rivolte interne che portino alla guerra civile o alla rivoluzione. Soprattutto considerando che entrambi i paesi hanno rispettivamente delle aeree con minoranze sciite e sunnite(oltre che curde per l’Iran). Anche uno scenario del genere potrebbe portare gravi limitazioni all’estrazione del petrolio. Anche colpi di stato non sono da escludersi.

3) ATTACCO ISRAELIANO: da anni Iran e Israele sono ai ferri corti per la questione del nucleare iraniano che potrebbe danneggiare l’esistenza stessa dell’entità sionista nel caso Teheran dovesse dotarsi di missili nucleari. L’attuale governo israeliano, come chi ci segue sa già, è fortemente orientato su posizioni nazionaliste e religiose, ed ora si trova anche isolato dal punto di vista internazionale. In questa situazione tra gli scenari sempre ipotizzati anche proprio da Tel Aviv c’è quello di un attacco preventivo contro le infrastrutture nucleari iraniane, cosa che poi potrebbe portare ad una guerra su ampia scala tra i due paesi. Inoltre non è da escludersi anche una certa sinergia con l’Arabia Saudita che potrebbe appoggiare un intervento del genere per eliminare la possibilità che il suo principale antagonista diventi un paese nucleare.

4) INTERVENTO MILITARE USA CONTRO L’IRAN: Trump ha sostenuto sempre la sua ostilità verso l’Iran e l’accordo sul nucleare firmato da Obama, quindi la sua presidenza potrebbe invertire totalmente la rotta nei confronti di Teheran. Questo non aiuterà sicuramente le relazioni tra i due paesi e dato il carattere irruente del nuovo presidente americano, eventuali incidenti, soprattutto nelle acque vicine a quelle iraniane potrebbe facilmente portare ad un’escalation militare che come abbiamo visto potrebbe essere utile anche a Mosca.

5) GUERRA RUSSO-SAUDITA: russi e sauditi da quando è iniziata la guerra in Siria e da quando la Russia è stata colpita da attacchi terroristici non sono assolutamente andati d’accordo, una guerra tra i due paesi potrebbe scoppiare nel caso una coalizione sunnita dovesse effettivamente intervenire in Siria (con la scusa di difendere le popolazioni sunnite dalle ritorsioni governative) o nel caso si dovessero verificare uno o più attentati contro la Russia (che considerando l’intervento militare messo in atto non è ancora stata colpita da attentati importati sul proprio territorio). Ipotizzando un Bataclan o addirittura un 11 Settembre Russo, la reazione di Putin non potrà fermarsi solo ad un maggiore impegno contro l’ISIS ma probabilmente, come fecero gli USA contro l’Afghanistan, vorrà colpire anche i paesi sostenitori del terrorismo e i Paesi del Golfo sono da sempre i maggiori indiziati. E anche in questo caso, gli USA potrebbero tirarsene fuori dato che la nuova amministrazione Trump non è proprio vicinissima a Riyad e company soprattutto a causa delle posizioni anti-islamiche del tycoon.

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Concludiamo dicendo che, alla luce della convergenza di interessi tra la nuova amministrazione americana e quella russa, un allargamento dell’attuale terza guerra mondiale liquida a grandi estrattori come Arabia Saudita, Emirati Arabi, Qatar, Iran e magari anche Iraq (dove c’è ancora l’ISIS e dove potrebbe esserci un intervento turco) potrebbe non essere improbabile, considerando inoltre come entrambi i paesi abbiano creato numerose situazioni di attrito in tutta l’aerea. Il verificarsi di uno qualsiasi di questi scenari porterà un duro colpo alla fragilissima ripresa della principale potenza economica mondiale cioè l’Unione Europea con ripercussioni di politica interna europea anche molto importanti, perché se la ripresa dovesse arrestarsi a causa del petrolio alto, la Banca Centrale dovrà continuare con la sua politica accomodante e ogni richiesta di austerità nei confronti dei paesi indebitati sarà chiaramente insostenibile e questo porterà o ad una rottura dell’Europa stessa o alla fine dell’attuale egemonia tedesca, che rischia fortemente di trovarsi in minoranza soprattutto se in Italia e Francia dovessero prevalere i movimenti chiamati populisti dai media di regime.Se questo articolo ti è piaciuto, non perderti Libertà Indefinita, un saggio sulla libertà e sulla legittimità di un sistema, il nostro, sempre più contestato dalla popolazione.banner liberta indefinita
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Sono Giuseppe Cirillo alias Fenrir, l’autore di questo blog. Nei nostri articoli ci sforziamo di offrire un’angolazione e una visione diversa rispetto ai media di regime. Per qualsiasi domanda o per un’eventuale collaborazione contattami alla seguente mail: fenrir1489@gmail.com 

 

 

Donald Trump, l’ultimo imperatore

E se il Brexit fosse voluto?

USA: la guerra civile è inevitabile?

La Terza Guerra Mondiale è già iniziata?

L’ascesa di Trump, la discesa degli USA

Scenari post 4 Dicembre: Renzi-bis o governo tecnico/di scopo

renziIl 4 Dicembre si avvicina e finalmente ci libereremo di tutte queste polemiche su questa pasticciata e inutile riforma costituzionale e probabilmente anche del nostro amato premier. Premesso che voterò NO per due motivi principali: primo, Renzi ha personalizzato il voto in maniera irresponsabile e da semplice elettore non devo essere io a responsabilizzarmi e quindi a depersonalizzare il referendum, perciò dato che Renzi ha posto il referendum come un quesito su se stesso, a me lui e quello che rappresenta non piace e quindi primo motivo per il NO; secondo io da elettore e cittadino con questa riforma perdo potere, dato che viene istituito un Senato che anche se ridotto nelle sue funzioni, detiene comunque un residuo potere legislativo quindi un potere anche su di me. Potere nei miei confronti che io eleggerò in maniera molto indiretta diluendo di conseguenza il mio potere effettivo di elettore e cittadino e penso che se non si hanno tendenze masochiste, nessuno, di sua spontanea volontà, si autoriduce il proprio potere, quindi secondo e chiaro motivo per votare NO, non voglio perdere ulteriormente potere. Se questa riforma aboliva il Senato, sarebbe stato un altro discorso.

Detto questo, non facciamoci illusioni, questo referendum, come la vittoria di Trump negli USA, non è una rivincita del popolo nei confronti delle élite e dei poteri forti,  è soltanto l’affermassi di una tendenza al posto di un’altra ma in sostanza cambia poco. Comunque la vittoria del NO dovrebbe essere in teoria scontata, se si sommano le percentuali di voto dei i partiti che parteggiano per il NO cioè M5S, Forza Italia, Fratelli d’Italia, Lega Nord, Sinistra Italiana e almeno un quarto del PD si arriva al 64-65%. Quindi possiamo tranquillamente affermare che la vittoria del fronte del NO è molto probabile. Detto questo vediamo alcuni scenari.

1) VITTORIA DEL SI: questo scenario che riteniamo al limite del fantasy, nel caso dovesse verificarsi farebbe subito pensare a forti brogli soprattutto nel voto degli italiani all’estero e quindi sono molto probabili ricorsi, manifestazioni e magari un referendum bis come successo in Austria per le elezioni presidenziali. Se invece l’esito superasse eventuali verifiche, il renzismo avrebbe la strada spianata fino al 2018 e tornerebbe ad essere il carro del vincitore. La vecchia guardia PD verrebbe spazzata via e anche i partiti di opposizione avrebbero seri problemi interni.

2) VITTORIA DEL NO SOTTO IL 55%, RENZI-BIS?: questo scenario secondo la medie dei sondaggi sembra essere il più probabile. Considerando il peso dei partiti e dei personaggi che si sono espressi contro la riforma, non sarebbe a mio avviso una grandissima sconfitta per Renzi, abbiamo visto che i partiti per il NO arrivano al 64-65% quindi vuol dire comunque che il fronte del SI avrà tolto elettori a quei partiti. Nel caso si verificasse questo scenario, Renzi ne uscirebbe sicuramente indebolito ma non distrutto, dimostrebbe anzi di avere una certa forza residua. Questo potrebbe portare ad un Renzi-bis, che dovrà ovviamente aprire a Forza Italia, magari con un rimpasto che faccia entrare qualche altro uomo di Berlusconi nel governo, così da creare un governo di scopo guidato dallo stesso Renzi che si impegna assieme a Forza Italia a trovare un accordo per una legge elettorale diversa che soprattutto non porti ad una facile affermazione del M5S nel 2018. Quindi Renzi-Bis a guida di un governo di scopo anti-M5S.

3) VITTORIA DEL NO SOPRA IL 55%, GOVERNO TECNICO O DI SCOPO: questo scenario è meno probabile del secondo, ma potrebbe alla fine verificarsi considerando come abbiamo visto prima il peso politico-elettorale del fronte del NO. Una sconfitta ampia del fronte del SI, porterebbe probabilmente alle rapide dimissioni di Matteo Renzi se non addirittura alla suo ridimensionamento/scomparsa politica. Molto probabilmente parte del PD, alleati di governo, Forza Italia e magari anche Sinistra Italiana, dovranno mettersi d’accordo per un nuovo premier che possa guidare un governo di transizione fino al 2018 gestendo sia le ripercussioni finanziarie della caduta del governo in un momento delicato per i nostri bilanci pubblici sia la formazione di nuova legge elettorale anti-M5S. A nostro avviso possiamo individuare cinque sotto scenari: a) GOVERNO TECNICO-DIPLOMATICO: data la difficile congiuntura geopolitica non è da escludere un governo tecnico con un forte orientamento verso la politica estera, tra i papabili Gentiloni, Mogherini o Pinotti. Mattarella potrebbe spingere verso un nome del genere date le preoccupanti dinamiche a livello internazionale che necessitano sicuramente di un volto conosciuto. Un governo del genere porterebbe probabilmente ad un maggiore impegno italiano in funzione anti-russa e anche negli attuali scenari di guerra; b) GOVERNO TECNICO-FINANZIARIO: dato il grave stato dei conti pubblici e il forte rallentamento degli ultimi mesi, la politica potrebbe lasciare l’onere di nuove tasse e nuova austerità nel 2017 ad un tecnico, tra i papabili Padoan, Boeri, Cottarelli o un altro tecnico del settore meno probabili Monti o Draghi; c) GOVERNO POLITICO DI SCOPO: come abbiamo visto sopra, un governo con lo scopo principale di formare una nuova legge elettorale anti-M5S potrebbe avere anche una caratura più politica tra i papabili oltre al Renzi-bis, Franceschini, Gentiloni, Grasso, Alfano meno probabile; d) NESSUN ACCORDO, NESSUN GOVERNO: potrebbe non trovarsi nessuna maggioranza per un nuovo premier e al tempo stesso Mattarella potrebbe non indire nuove elezioni. Un remake delle passate situazioni spagnola o belga che potrebbe portarci anche fino al 2018, con forti ripercussioni a livello di spread e di conti pubblici; e) ELEZIONI ANTICIPATE: molto difficile che Mattarella indica elezioni anticipate con una legge elettorale modificata dalla Consulta e che alla Camera darebbe sicura vittoria ai Cinque Stelle, riteniamo molto improbabile questo scenario.

Queste a nostro avviso le principali tendenze post 4 Dicembre, il tutto probabilmente condito dallo spauracchio dello spread e da un’ennesima ed artificiale crisi di credibilità verso il nostro paese. In qualsiasi caso la sconfitta di Renzi non cambia l’ordine del giorno che chi ci segue conosce bene, cioè la graduale cessione di sovranità del nostro paese verso il Superstato Europeo. Con Renzi se ne va un tentativo forse un po’ troppo evidente di conquistare l’Italia, ma il discorso non cambia, attraverso il sicuro successivo attacco dei mercati e con la minaccia russa alle porte ci saranno ulteriori occasioni per toglierci la sovranità. A nostro avviso tentare di resistere a questa tendenza con anacronistici nazionalismi non porterà da nessuna parte, l’unica cosa che manca e che potrebbe veramente cambiare le sorti dei popoli europei, è una reazione unita degli stessi nei confronti delle élite tecno-finanziarie. Le reazioni esclusivamente nazionali,regionali o settoriali non porteranno a nessun risultato. Se questo articolo ti è piaciuto, non perderti Libertà Indefinita, un saggio sulla libertà e sulla legittimità di un sistema, il nostro, sempre più contestato dalla popolazione.banner liberta indefinita
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Il dollaro sta per disintegrarsi?

E se il Brexit fosse voluto?

USA: la guerra civile è inevitabile?

2016-2018: USA in guerra civile

Donald Trump, l’ultimo imperatore

L’ascesa di Trump, la discesa degli USA

 

 

Donald Trump, l’ultimo imperatore

romolo-augusto-trump-ultimo-imperatore

(Romolo Augusto e Donald Trump, destino comune?)

Alla fine ha vinto lui, l’outsider, il miliardario “antisistema”. Chi segue questo blog forse se lo immaginava, abbiamo più volte ipotizzato la sua salita al potere ed ora questa si è concretizzata. Innanzitutto, una premessa per evitare commenti da tifoseria: personalmente Trump non mi piace, se fossi americano, non avrei mai votato la Clinton che mi piace ancora meno, probabilmente avrei votato uno dei due candidati minori oppure mi sarei astenuto. La vittoria di Trump è abbastanza semplice da spiegare, è la reazione del ceto medio bianco americano che si sente sconfitto dalla globalizzazione e dall’avanzata delle etnie afro e ispaniche, non c’è niente di così strano in tutto questo e Trump probabilmente non è peggiore dei suoi predecessori o di alcuni capi di stato europei.

Il problema semmai è un altro, chi negli ultimi anni ha cercato di dare una direzione al mondo, cioè quella regia di comando rappresentata da banche, oligarchi, tecnocrati e politici postdemocratici (popolari e socialdemocratici), una direzione che puntava a sempre più globalizzazione, ora si ritrova sconfitta nel paese più importante, cioè negli Stati Uniti. Ora sono due le possibilità che questo sia potuto veramente accadere: o l’oligarchia dominante sta effettivamente perdendo colpi oppure ha concesso che Trump prendesse il potere come sostenuto in maniera molto intelligente da Bottarelli in questo articolo. In entrambi i casi, lo scenario non cambia, Trump sembra essere sempre più l’ultimo imperatore dell’Impero Americano, impero in continua crescita dalla vittoria della Prima Guerra Mondiale e che probabilmente ha toccato la sua massima espansione ed influenza con i recenti allargamenti della NATO. Ora a circa un secolo di distanza, l’Impero mostra evidenti e gravi segni di collasso: debito pubblico gigantesco, bilancia commerciale negativa, crescita debole, disparità sociale, gravi tensioni etnico-religiose, difficoltà in politica estera, graduale perdita di zone di influenza e soprattutto forti rischi per il dollaro, il vero strumento di dominio di Washington.

Quello che quindi ipotizziamo in questo articolo, è che forse siamo giunti in una fase in cui la cabina di regia vuole che gli USA collassino e Trump potrebbe essere l’ideale ultimo imperatore americano. Romolo Augusto fu l’ultimo imperatore romano, un ragazzino che a causa della sua età non aveva il carisma e l’autorità per tenere unito e vivo l’Impero d’Occidente; ora, molti secoli dopo, abbiamo un settantenne bizzarro alla guida dell’attuale impero occidentale, un settantenne alla guida di una nazione che ha sempre fatto della freschezza e della gioventù uno dei suoi simboli. Ma Trump è veramente così terribile da addirittura far collassare gli USA? In realtà no, è un candidato con posizioni molti forti e dure, ma niente di particolarmente esagerato; il fatto è che però verrà fatto passare come tale (a tal proposito basta vedere i nostri tg), a causa del suo passato, dei suoi modi di fare e della situazione di crisi sociale degli USA. Come abbiamo già sostenuto in passato, il potere degli Stati Uniti si basa sulla fiducia nel dollaro e la fiducia è qualcosa di delicato, ci vuole tanto sforzo per crearla e mantenerla ma basta poco per cancellarla per sempre, i nostri articoli USA: la guerra civile è inevitabile? e Il dollaro sta per disintegrarsi, l’ascesa di Trump, la discesa degli USA diventano quindi più attuali che mai.

Cosa succederà quindi? Essenzialmente a nostro avviso ci sono quattro filoni principali:

1) COLPO DI SCENA: potrebbero tentare di fermare Trump direttamente, in quel caso quello che abbiamo scritto sopra, cioè che i poteri forti vogliono che Trump sia la causa del collasso USA, perderebbe senso. Come potrebbero fermarlo? a) Eliminandolo, Trump si sta facendo tanti nemici, un “pazzo” molto preciso si trova sempre; b) Mancano due mesi, al suo insediamento, potrebbe succedere qualcosa di grave, tipo una guerra o un attentato che facciano slittare il cambio della guardia; c) dopo il suo insediamento cercare di accusarlo di qualche fatto grave che lo costringa alle dimissioni o addirittura all’arresto. A nostro avviso improbabile.

2) LENTO DECLINO: Trump potrebbe moderare le sue posizioni, quindi sicuramente ci sarebbero comunque scontri e molto caos, ma non in misura tale da far perdere troppa credibilità al presidente. La perdita di fiducia nel ruolo guida degli USA potrebbe quindi avvenire lentamente, soprattutto se Trump confermerà la sua linea distaccata dall’Europa e dalla NATO. Media probabilità.

3) RAPIDO DECLINO: se Trump si modera solo parzialmente e se l’Europa continua nella sua linea critica e soprattutto se Cina e Arabia Saudita diventano dei nemici degli States, il dollaro potrebbe essere seriamente minacciato e perdere il suo ruolo di valuta di riferimento mondiale. In tal caso il collasso dell’Impero sarebbe veramente rapido. Buona probabilità.

4) COLLASSO CAOTICO DEGLI USA: difficilmente chi è al comando si ritira in maniera ordinata, soprattutto se parliamo della superpotenza mondiale. Gli imperi collassano sempre in maniera disordinata. Se Trump segue la sua linea, il nostro scenario ipotizzato in passato, di guerra civile, diventerebbe realtà. Sinceramente neanche pensavo che le rivolte iniziassero così presto, che ancora non si è nemmeno insediato. Immaginate quante rivolte ci sono state con la presidenza Obama, che era un presidente democratico e di colore, ora che abbiamo un presidente bianco-germanico, con tendenze razziste e che potrebbe usare la linea dura, possiamo tranquillamente moltiplicarle per dieci soprattutto se Soros e company applicheranno agli USA le strategie funzionate perfettamente durante la Primavera Araba e in Ucraina, considerando che a differenza della Russia, dove il popolo si è abbastanza coeso con l’uomo forte Putin, qui negli USA è totalmente diverso perché l’uomo forte Trump sarà sempre osteggiato dalla grosse minoranze etniche presenti nel paese. Il passo verso la guerra civile è breve, considerando quante armi ha la popolazione e la situazione potrebbe aggravarsi ulteriormente in caso di tentativi secessionisti e crisi economica. A nostro avviso alta probabilità.

Concludiamo dicendo che bisogna essere ciechi per non vedere i segnali di declino dell’Impero Americano, comunque andrà sarà declino, quindi la domanda non è più se succederà, ne quando succederà perché sta già succedendo, ma quanto durerà. Cioè quando ci metteranno gli USA a collassare? Dalle ultime dichiarazioni di Trump, dall’atteggiamento dell’Europa, dal forte rischio che Arabia Saudita e Cina rompano con gli USA (immaginate il petrolio commerciato in euro o quanti titoli di stato sono nelle mani cinesi), sono veramente troppi i fattori di rischio e per noi, la figura esagerata di Trump, è la figura ideale per rappresentare l’ultimo presidente, quello che ha perso la fiducia del mondo negli USA e nella loro solidità. Ripeto, il mio non è un attacco diretto al nuovo presidente, molte delle cose che propone (molte non tutte) sono giuste, il problema e che gli USA non sono un paese come tanti, sono l’unica superpotenza attuale, superpotenza basata sulla credibilità e se perdi credibilità verso i partner economici più importanti, per Washington sarà la fine. E non fatevi illusioni, avere come nuovo alleato la Russia servirà a poco, a livello economico-finanziario è un due di picche. Continueremo ad aggiornarvi sulla situazione americana, stiamo vivendo il crollo di un Impero in diretta. Se questo articolo ti è piaciuto, non perderti Libertà Indefinita, un saggio sulla libertà e sulla legittimità di un sistema, il nostro, sempre più contestato dalla popolazione.banner liberta indefinita
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Il dollaro sta per disintegrarsi?

E se il Brexit fosse voluto?

USA: la guerra civile è inevitabile?

2016-2018: USA in guerra civile

Verso gli Stati Divisi d’America

L’ascesa di Trump, la discesa degli USA

 

 

Turchia-Russia: asse o guerra?

arton38801La guerra in Siria e Iraq l’attuale scenario principale di questa Terza Guerra Mondiale a pezzi, tende a complicarsi ogni giorno di più ed anche ai più fini analisti spesso sfuggono le dinamiche e le alleanze fluide tra i moltissimi soggetti presenti sul campo che proviamo ad elencare (Regime di Assad, Hezbollah, Russia, Turchia, ribelli sunniti filoturchi, ribelli sunniti filosauditi, ISIS, ribelli curdi siriani, ribelli curdi iracheni, governo iracheno, milizie sciite, Israele, USA ed alleati e questo è un elenco semplicistico confrontato alla reale differenziazione sul terreno). Proviamo a fare chiarezza su uno dei fattori più confusi in questa guerra: il rapporto tra Mosca e Ankara.

Come sappiamo entrambi i paesi sono attivi nel conflitto sia direttamente sia appoggiando con armi e rifornimenti i loro alleati locali, ovviamente hanno però obiettivi diversi. Per Mosca l’obiettivo principale è difendere il suo porto militare che gli garantisce un importante punto di appoggio nel Mediterraneo oltre quello di non far passare gas rivale sul suolo siriano; per la Turchia l’obiettivo è quello di ampliare la sua influenza sul paese, sfruttando l’anarchia attuale e inoltre evitare la costituzione di un Kurdistan indipendente ai propri confini sia in Siria che in Iraq (ma soprattutto in Siria), che una volta stabilizzata la situazione potrebbe diventare un pericoloso alleato dei curdi turchi già in parte in guerra con Ankara.

Se all’inizio del conflitto, Ankara e Mosca erano in forte rivalità, la prima schierata con forza contro il regime di Assad, la seconda in sua difesa, rivalità che ha portato i due paesi quasi al conflitto dopo l’abbattimento del caccia russo, ora, dopo il fallito golpe filo-NATO contro Erdogan, la situazione è cambiata radicalmente e i due autocrati sono tornati a riavvicinarsi (per inciso i due regimi, quello russo e quello turco, sono molto simili, cioè democrazie autoritarie con un forte potere personale del leader e basate su un certo conservatorismo non estremista, cioè quello ortodosso-sovietico di Putin e quello islamico-ottomano di Erdogan). In Siria i due paesi hanno obiettivi comuni ma anche punti di tensione. Tra gli obiettivi comuni c’è sicuramente quello di arginare i curdi filo-occidentali tra le divergenze c’è il futuro del paese dove Ankara appoggia i ribelli “moderati” filoturchi mentre Assad vorrebbe ovviamente riprendersi il paese.

Analizzando le seguenti mappe che mostrano le divisioni etniche e la situazione sul campo in Siria e Iraq, possiamo azzardare un paio di scenari:

syria-ethnicity-summary-map

situazione-in-siria-ottobre-2016Queste due mappe mostrano come l’area di penetrazione turca sia la più sicura area turcomanna ma da lì è facile prevedere un’espansione di tale zona filoturca verso le aree arabo-sunnite controllate da curdi e ISIS.

iraq_01etnic

 

Questa mappa mostra invece come la Turchia potrebbe ergersi a difesa delle zone turcomanne e sunnite dell’Iraq, dall’invasione sciita. Le zone oggetto delle attenzioni turche sono sicuramente Mosul in primis ma anche le curde Arbil e Kirkuk.

Di conseguenza possiamo ipotizzare due scenari contrapposti tra loro:

1) ASSE MOSCA-ANKARA (patto Molotov-Ribbentrop reload): come sappiamo questo famigerato patto russo-tedesco portò alla spartizione della Polonia, ora invece potrebbe portare alla spartizione della Siria. In Siria, al di là delle speranze di Assad, Putin sa benissimo che il paese non tornerà mai più unito sotto il vecchio regime. Dopo una guerra così lacerante e considerando l’entità delle forze in campo, l’obiettivo è assolutamente irrealistico. Putin è un ottimo stratega e dovendo scegliere, anche sconfiggendo i ribelli estremisti, tra una Siria divisa con curdi filo-americani e sunniti filo-sauditi, probabilmente potrebbe pensare che forse è meglio spartirla con Ankara, che pur essendo tuttora un paese NATO è adesso in rottura con quest’ultima e potrebbe eliminare la presenza filoamericana in Siria, rappresentata dai curdi, cosa che il regime di Assad non potrebbe mai fare direttamente sia perché non ce la farebbe sia perché non sarebbe appoggiato dai russi per una questione di immagine. Invece la Turchia può, con la scusa che i curdi li attaccano e fanno attentati. Inoltre, ultimamente è chiaro che la Turchia abbia scelto con chiarezza i ribelli che sta appoggiando, prendendo le distanze dai ribelli jihadisti più vicini al Qatar e all’Arabia. A nostro avviso il patto tra Ankara e Mosca potrebbe portare la possibilità  per i turchi di fare guerra ai curdi siriani e di creare una fascia cuscinetto filoturca ai propri confini se non addirittura di distruggere e conquistare totalmente il Kurdistan siriano e forse anche di spartirsi l’attuale grande territorio ribelle di Idlib, con il sud che verrebbe ripreso da Damasco e con il nord che viene conquistato da Ankara e dai ribelli moderati filoturchi a spese dei ribelli più estremisti filosauditi. Una volta eliminati questi due fronti la spartizione potrebbe poi spostarsi contro l’ISIS con i turchi che prenderebbero Raqqa e con Damasco che riprenderebbe Deir-Ezzor dove già mantiene una forte presenza militare. Quindi si profilerebbe essenzialmente una spartizione tra Siria del Nord filoturca con capitale Aleppo e Siria centrale e meridionale filorussa con capitale Damasco. Questo nel migliore dei casi, sempre se Arabia e company non intervengano direttamente per “proteggere” le zone sunnite attualmente sotto l’ISIS. In quel caso potrebbe profilarsi una tripartizione tra Siria filoturca, Siria filoaraba e Siria alawita filorussa. Ovviamente per ipotizzare un nord filoturco con sede ad Aleppo, è necessario che i ribelli riescano ad avere la meglio sulle forze governative che li stanno assediando. Il fatto che Putin abbia smesso di bombardarli potrebbe dare credito alle nostre ipotesi. Se le forze governative dovessero ripiegare, l’espansione turca e la spartizione del paese prenderebbe forma. In Iraq invece è molto probabile che la Turchia voglia prendersi Mosul con la scusa di difenderla dall’invasione sciita.

2) GUERRA : se invece ci fossimo sbagliati e in realtà il gioco di Erdogan non fosse accordato con Putin allora inevitabilmente o l’espansione del “sultano” si concentrerà esclusivamente contro ISIS e curdi o prima o poi lo scontro con il regime di Assad sarebbe inevitabile e in quel caso  Mosca e Ankara potrebbero anche scontrarsi anche se i fatti più recenti sembrano allontanare questa ipotesi. Ulteriori elementi di destabilizzazione potrebbero essere eventuali interventi diretti di USA, Israele e company contro il regime di Assad. In quel caso Putin potrebbe o andare allo scontro portandoci nella Terza Guerra Mondiale oppure chiedere il supporto di Ankara e spartirsi il paese così da bloccare sul nascere le ambizioni israelo-arabo-americane, perché è chiaro che con la presenza massiccia di Mosca e Ankara sul territorio siriano, ogni azioni aggressiva di altri soggetti diverrebbe impossibile se non portando il mondo in una guerra mondiale.

3) ROTTURA TRA OCCIDENTE E TURCHIA: ipotizzando il primo scenario, soprattutto se il 4 Novembre dovesse vincere Hillary Clinton, non escludiamo un intervento deciso della NATO a difesa dei curdi e forse anche di una coalizione sunnita per difendere i territori sunniti attualmente in mano all’ISIS. Soprattutto la difesa del Kurdistan siriano potrebbe portare la tensione con Ankara alle stelle e considerando chi ha supportato il recente golpe contro Erdogan non è escluso un conflitto vero e proprio contro la Turchia, considerando anche l’aggressività della stessa contro il filo-occidentale Iraq. Se questo articolo ti è piaciuto, non perderti Libertà Indefinita, un saggio sulla libertà e sulla legittimità di un sistema, il nostro, sempre più contestato dalla popolazione.banner liberta indefinita
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L’ultimo uomo: il più grande pericolo per la democrazia.

USA: la guerra civile è inevitabile?

E se il Brexit fosse voluto?

Verso un governo tecnico di guerra?

L’ascesa di Trump, la discesa degli USA

L’ultimo uomo: il più grande pericolo per la democrazia

ultimo uomoCome alcuni miei lettori sanno, ho scritto un libro sulla democrazia integrata, un tentativo filosofico-politico di ampliare e definire meglio cosa dovrebbe essere una democrazia, cioè il potere del popolo. Da buon pasdaran della democrazia inauguriamo con questo articolo una rubrica sullo Stato della Democrazia, dove valuteremo la salute del sistema democratico nel mondo e ne analizzeremo eventuali minacce.

Oggi ci occuperemo dell’avvento su scala globale, nelle democrazia mature, dell’ultimo uomo, a nostro avviso, la più grave minaccia al mantenimento del sistema democratico come lo conosciamo (anche se assolutamente imperfetto e criticabile, rimane attualmente il miglior sistema esistente, ma non il miglior sistema possibile).

Cosa intendiamo per ultimo uomo come inteso da Nietzsche e da Fukuyama? L’ultimo uomo nasce dopo l’Illuminismo, con la morte di Dio come idolo totalitario delle masse. Alla morte di Dio, l’ultimo uomo reagisce prima sostituendolo con gli ideali politici come libertà, comunismo, nazionalismo, ecc e poi con il trionfo della democrazia liberale nella seconda guerra mondiale e ancor più con la vittoria definitiva dopo il crollo del muro di Berlino, Dio e gli ideali vengono sostituiti semplicemente dalla spera privata e personale dell’individuo. Sì, perché a vincere è stata la democrazia figlia di Hobbes e Locke non quella di Hegel e Rousseau. Ha vinto una democrazia, che, forse per semplicità o forse perché strettamente derivata dal sistema economico capitalista, ha messo al primo posto la libertà negativa, passiva, cioè la libertà dalle intromissioni dello stato e degli altri individui nella sfera personale di ogni soggetto a tutto discapito degli altri due ideali democratici, cioè l’uguaglianza (che è rimasta formale e non una sostanziale uguaglianza delle condizioni) e della fraternità/comunità (che è praticamente sparita lasciando spazio ad una fredda associazione di atomi separati come è la nostra società attuale). Per Hegel e Rousseau la democrazia non poteva essere solo la semplice libertà negativa, la semplice difesa dell'”animale” autoconservazione, ma doveva essere il riconoscimento della dignità di tutti per il primo e la partecipazione per il secondo.

Ricapitolando, si è quindi affermato l’ultimo uomo e la sua sfera privata che inizialmente si estendeva anche al proprio credo religioso, poi con la secolarizzazione della società si è estesa solo fino ai partiti politici e alla classe sociale, poi dopo il crollo del muro e con la fine della società industriale, si è ridotta esclusivamente alla propria famiglia, al proprio lavoro e al proprio patrimonio ed ora con la fine della famiglia (in Svezia, che è il nostro futuro prossimo, ormai si parla apertamente della normalità di fare figli senza la necessità di un compagno), con la graduale precarizzazione della posizione lavorativa e con la grave riduzione della possibilità di ascesa sociale in una società economicamente depressa, per l’ultimo uomo la sfera personale si è ridotta fino a rappresentare solo se stesso e il suo stile di vita.

La sempre più grave riduzione della sfera privata rende l’ultimo uomo, un uomo prettamente materialista ed edonista, senza alcuna possibilità di combattere per qualcosa di valido. Il relativismo ha vinto, non è possibile tornare indietro (parliamo sempre su scala globale). Io stesso sono estremamente relativista, io stesso mi rendo conto di essere l’ultimo uomo. Se è tutto è relativo, molti ultimi uomini come me si chiedono sempre più il senso delle proprie preoccupazioni e delle piccole insignificanti battaglie quotidiane. Io ho 27 anni e voglio testimoniare anche alle generazioni precedenti, che la mia generazione ha totalmente assimilato il non senso della vita. E assimilando il non senso, si rifugge temporaneamente solo nelle cose che sembrano avere una residua importanza cioè i piaceri della vita, le distrazioni. La perdita del senso della vita, che prima poteva essere combattere e vivere per la propria fede, per la propria ideologia, per la propria famiglia o per l’ascesa personale (oggi resa a livello globale praticamente impossibile per l’uomo medio a causa della depressione cronica del nostro sistema economico, a questo proposito rimando all’articolo La necessità di superare il capitalismo) porta il piccolo uomo verso il menefreghismo totale che ovviamente porta al conseguente menefreghismo politico.
Le conseguenze dell’avvento del piccolo uomo menefreghista le possiamo  elencare:
1) Iperconsumismo: si tende a consumare, a comprare, senza alcuna vera necessità se non provare la gioia di un nuovo acquisto.
2) Astensionismo: l’astensionismo è in crescita e in un paese democratico e funzionante come la Svizzera è addirittura record. Questo dimostra l’avvento del menefreghismo politico dell’ultimo uomo che non crede più a nulla.
3) Revival estremista e terrorista: proprio in questi giorni vediamo come estremismi sconfitti dalla Storia come il nazismo stiano rinascendo e come il terrorismo di matrice islamica spesso nasce proprio nelle generazioni di giovani islamici nati in Occidente dove sono cresciuti senza una motivazione seria per vivere e quindi si sono fatti attrarre dall’ideale assolutista dell’Islam radicale.
4) Analfabetismo politico e culturale: in una società in cui ogni ideale timotico (cioè ogni tendenza emozionale e irrazionale dell’uomo) ha perso importanza sostituito dalla sola esteriorità materiale, si diffonde sempre più l’analfabetismo politico cioè l’ignoranza totale sui temi politici attuali. E gli analfabeti politici non possono essere democratici, sono ademocratici, nel senso che non sanno nemmeno il vero significato della parola democrazia (Le discussioni sul mio recente articolo Democrazia non significa dittatura della maggioranza mi hanno confermato questa tesi). E senza democratici difficilmente può esistere per molto una vera democrazia.
5) Indifferenza cronica: non sapendo per cosa combattere, gli ultimi uomini continuano strenuamente a difendere il proprio orticello e nella maggioranza dei casi sanno solo lamentarsi ed alla richiesta di impegno per cambiare le cose, rispondono con “tanto non cambia niente”. Questa indifferenza diventa sempre più profonda, addirittura la morte violenta sta diventando la normalità.
6) Alienazione: l’ultimo uomo si allontana dalla società in cui vive nella quale non riesce a trovare  soddisfazioni e si rifugia nelle droghe, nella sempre maggiore virtualizzazione, nelle crescenti perversioni (non sto criticando le perversioni in sé ma il darle un’importanza esagerata e ossessiva nella propria vita).
7) Violenza: in una società che non offre emozioni forti ne un’educazione per gestire questa mancanza, si nota una sempre più crescente voglia di violenza che sfocia in fenomeni come i migliaia di volontari nati in Occidente che si sono arruolati nell’ISIS, nelle violenze senza precedenti delle tifoserie contro persone e cose, negli atti sempre più frequenti di follia violenta individuale o addirittura per gioco.

Queste sono solo alcune delle conseguenze dell’avvento dell’ultimissimo uomo, cioè dell’ultimo uomo figlio della democrazia liberale e nato dopo la morte di Dio che però ha perso quasi totalmente la propria sfera personale, ridotta solo a se stesso e al proprio stile di vita.

Con il crollo della fede religiosa, politica, sindacale e con il crollo dei valori familiari tra l’individuo e la cratia (cioè l’insieme dei poteri che sovrastano l’individuo in un determinato sistema, quindi non solo il governo statale; concetto preso da Davide Cericola dal suo saggio Democrazia?) non c’è più alcuna separazione, e l’assenza di poteri intermedi, come anche sosteneva Tocqueville, è la strada maestra per ogni dittatura, per ogni deriva autoritaria. L’individuo sdradicato, non può nulla contro il potere. Da questo fenomeno possiamo ipotizzare alcune tendenze negative per il nostro futuro e per il futuro della democrazia:

1) DERIVA POSTDEMOCRATICA: con questo concetto sosteniamo che dal menefreghismo politico dell’uomo contemporaneo, in assenza di reazioni politiche organizzate, si possano affermare partiti postdemocratici, cioè ispirati formalmente a valori democratici ma in realtà tendenti soltanto alla gestione del potere per se stessi o per i loro finanziatori. Esempio di ciò sono gran parte dei partiti politici occidentali, a parte rare eccezioni ancora ancorate a logiche ideologiche (nazionalisti, comunisti, ambientalisti) o nate come reazione a questo fenomeno (M5S, Podemos, Ciudadanos). Negli USA, la reazione a questa deriva postdemocratica, a causa del sistema elettorale pseudodemocratico ed eccessivamente bipolare, è avvenuta all’esterno con il Movimento Occupy Wall Street o come le recenti rivolte dei Neri. Anche l’elezione di Trump potrebbe essere vista nell’ottica di una reazione ai postdemocratici. In ogni caso, in assenza di reazioni vincenti, i partiti postdemocratici sia di destra che di sinistra potrebbero affermarsi sempre più snaturando completamente la democrazia.
2) DERIVA TURCA: dalla postdemocrazia ad una vera e propria deriva autoritaria il passo è breve e in assenza di una buona cultura democratica, assenza che si accompagna al menefreghismo politico sopradescritto, partiti postdemocratici possono, grazie alla prima scusante utile (nel caso turco è un tentato golpe, in Europa potrebbe essere il terrorismo, le migrazioni o il collasso economico) sfociare nell’autoritarismo magari pure con l’appoggio degli altri partiti di opposizione postdemocratica (come sta succedendo in Turchia). E ricordiamo che la logica dello stato d’emergenza perenne, è una logica che ha portato l’estendersi delle dittature in diversi paesi medio-orientali, africani e asiatici. Quindi forse la regola è la pseudodemocrazia dittatoriale e l’eccezione siamo stati finora noi?
3) DITTATURA TECNOFINANZIARIA: già in questi anni abbiamo compreso come l’esistenza di concentrazioni di potere più potenti dello stato stesso, come la speculazione finanziaria e il sistema bancario, possa distorcere fortemente la democrazia (contro Berlusconi fu ad esempio un chiaro caso di golpe finanziario). Nel caso la dipendenza dalle istituzioni finanziarie diventasse, soprattutto in Europa, sempre maggiore, molti paesi europei potrebbero perdere la propria sovranità a causa di inevitabili commissariamenti. Questo aprirebbe la strada ad una dittatura della finanza, che potrebbe essere repressiva e dolorosa come o peggio di una dittatura militare.
4) DITTATURA CAPITALISTA (o OLIGARCHIA DELLE MULTINAZIONALI): la crisi economica assieme alle innovazioni tecnologiche stanno creando sempre più monopoli spontanei di multinazionali ormai più grandi e potenti di molti stati come Microsoft, Apple, Facebook, Google, Amazon, ecc che gradualmente stanno assorbendo fette di mercato sempre più grandi. Questo potrebbe portare in futuro, all’insignificanza del potere statale a vantaggio della dittatura capitalista di queste multinazionali sempre più grandi. Di conseguenza potrebbe convivere una democrazia formale assieme alla sostanziale dittatura di queste aziende. (Alcuni segnali si intravedono già adesso)
5) DITTATURA TECNOLOGICA ( o POST-UMANA): sempre considerando l’apatia dell’ultimo uomo, in un futuro non troppo lontano, non possiamo escludere che alcune tecnologie possano diventare così importanti per la nostra vita da invadere le regole democratiche e stravolgere la democrazia senza nessuna seria opposizione al fenomeno.
6) REVIVAL TOTALITARIO: avendo perso lo spirito democratico, dall’ultimo uomo potrebbe nascere un revival di ideologie passate come nazionalismo (probabile) o comunismo (meno probabile) e non possiamo assolutamente escludere l’instaurarsi di totalitarismi del genere; la Turchia di Erdogan, lo Stato Islamico possono esserne dei chiari esempi. La Russia di Putin la vediamo invece più come deriva postdemocratica (cioè partiti democratici formali che però pensano esclusivamente alla spartizione del potere senza alcun richiamo ideologico-politico).

Quindi, l’assenza di uomini democratici sostituiti da ultimi uomini apatici e menefreghisti, apre una prateria a possibili nuovi autoritarismi o addirittura a nuovi totalitarismi; questo a causa dell’affermarsi originario della democrazia come sostituta della vecchia monarchia assoluta. A sudditi che cedono parte della propria libertà al sovrano assoluto di Hobbes, si è passati ad essere sudditi che cedono parte della propria libertà allo stato democratico. L’unica differenza è stato un ampliamento della propria libertà negativa, della propria sfera personale, ma sempre sudditi si è rimasti. Tuttora lo stato non è visto come un Noi, ma come un’entità esterna a cui si è costretti ad obbedire. L’unica reazione a questa deriva, a nostro avviso, è la rinascita di un sentimento rivoluzionario democratico che si basi oltre che sulla libertà personale di Locke anche sul riconoscimento della dignità di tutti di Hegel e sulla partecipazione politica di Rousseau. Quello che dovrebbe ispirarci non è la democrazia passiva in cui viviamo ma la democrazia attiva, viva e virile su cui si basavano le polis greche e la Repubblica Romana (ovviamente so benissimo che molti erano esclusi da quei sistemi democratici ma questo nel nostro sistema moderno non avverrebbe). Il nuovo ideale democratico deve tornare ad affascinare, come affascinano le dittature ma senza gli effetti negativi e tragici di quest’ultime. Questo vuol dire riscoprire la partecipazione comunitaria, senza la quale la democrazia è una scatola vuota che la prima tendenza autoritaria può schiacciare.

Questo eventuale rinascimento democratico, se mai ci sarà, sorgerà soltanto quando all’ultimo uomo sarà reso impossibile sostenere il suo stile di vita a causa del strutturale collasso del capitalismo globale. Non avendo più niente, tornerà a combattere per ristabilire la propria dignità di uomo e non di fallito della propria epoca. Quello che Francis Fukuyama non aveva previsto, sostenendo che la democrazia liberale capitalista fosse la Fine della Storia, era la debolezza del capitalismo incapace di gestire l’abbondanza e la conseguente e ingestibile disoccupazione e sottoccupazione. Da questa crisi, dall’ultimissimo uomo, scaturirà o la fine della democrazia o la rinascita di una spinta democratica basata sulla dignità e sulla partecipazione e non solo sull’interesse personale. Se questo articolo ti è piaciuto, non perderti Libertà Indefinita, un saggio sulla libertà e sulla legittimità di un sistema, il nostro, sempre più contestato dalla popolazione.banner liberta indefinita
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Sono Giuseppe Cirillo alias Fenrir, l’autore di questo blog. Nei nostri articoli ci sforziamo di offrire un’angolazione e una visione diversa rispetto ai media di regime. Per qualsiasi domanda o per un’eventuale collaborazione contattami alla seguente mail: fenrir1489@gmail.com 

 


Il picco del lavoro: in futuro non lavoreremo più.

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Nel 2039 sarà vietato guidare?

Riflessioni sull’intelligenza artificiale

Democrazia non significa “dittatura della maggioranza”

dittatura maggioranza

Commentando in rete i recenti fatti turchi, ho trovato molti utenti giustificare la deriva autoritaria e l’eccesso repressivo di Erdogan con la motivazione che, in realtà, lui difende la democrazia perché eletto da più del 50% della popolazione. Ecco, in questo articolo voglio scagliarmi con estrema durezza contro questo ragionamento, che apre le porte a quella che Alexis de Tocqueville definiva dittatura della maggioranza o se vogliamo anche a quella che Polibio definì Oclocrazia cioè governo degenerato della massa. Sostenere che chi rappresenta il 50% dei consensi abbia piena legittimità a decidere tutto quello che vuole è un ragionamento estremamente immaturo che dimostra come tra i cittadini sia confuso il significato stesso di democrazia. Aprire le porte al concetto di democrazia come mero esercizio del voto e come mera determinazione di una presunta maggioranza onnipotente vuol dire spianare la strada a nuovi apartheid, a nuovi Erdogan, a nuovi Hitler (che salì al potere democraticamente), vuol dire spianare la strada all’oppressione delle minoranze che inevitabilmente poi sfocia nell’oppressione anche degli stessi cittadini maggioritari. L’intelligente anarchico Bakunin su una cosa aveva ragione quando diceva che “Io sono libero solo in quanto riconosco l’umanità e la libertà di tutti gli uomini che mi circondano”. Questo vuol dire che quando si apre la strada all’oppressione, questa come un cancro che si diffonde prima o poi colpirà anche noi e la storia dei regimi totalitari dimostra questo, dove anche i gerarchi di regime spesso vengono travolti dall’assolutismo politico. Quindi se vogliamo democrazia vera dobbiamo vaccinarci per difenderci dall’aberrante e pericoloso concetto che questa sia soltanto l’esercizio del voto e il dominio della maggioranza.

Lo scopo stesso del mio libro Libertà Indefinita, Manifesto della democrazia integrata è quello di ampliare e definire meglio il concetto di democrazia, fornendo delle basi solide. Ma cosa significa democrazia? La definizione classica è governo del popolo. Una frase che vuole dire tutto e niente, dato che la parola governo è abbastanza chiara ma popolo è solo un’idea non esiste il signor popolo che vive e decide, il popolo è un insieme di entità separate tra loro, un insieme di individui unici e ognuno di loro in una democrazia ha uguale importanza e valore. Lo stesso Tocqueville si interrogava così: “Io considero empia e detestabile questa massima: che in materia di governo la maggioranza di un popolo ha il diritto di far tutto; tuttavia pongo nella volontà della maggioranza l’origine di tutti i poteri. Sono forse in contraddizione con me stesso?”; il nostro giustamente poneva nella volontà della maggioranza la base dell’organizzazione della società ma al tempo stesso si oppone con forza al fatto che la maggioranza sia l’unica a potere, a decidere. Democrazia rimane quindi un concetto confuso, in contraddizione con se stesso, perché significa il governo (quindi volontà univoca) di una moltitudine divisa (il popolo). E’ qualcosa di paradossale, praticamente è qualcosa di metafisico, di impossibile. Nell’articolo Oltre la Democrazia? La democrazia integrata (in poche parole), ho espresso un concetto di fondamentale importanza nella mia visione e per definire in maniera matura e consapevole cos’è la democrazia: Popolo siamo tutti, ma popolo è anche ognuno di noi. Cosa vuol dire questa affermazione? Vuol dire dare al singolo pari dignità, pari importanza rispetto a tutta la popolazione. Il popolo è un’illusione, è solo l’insieme degli individui. Quindi per dare potere al popolo, per attuare il governo del popolo, la democrazia, è necessario dare all’individuo il potere, il massimo potere possibile. Ma cosa significa massimo potere possibile? Significa ricercare la massima ed ottimale distribuzione del potere. Facevamo prima a dire eguale distribuzione del potere? No, perché eguale distribuzione non significa necessariamente massimo potere (facendo un esempio rapido, in ambito elettorale, un sistema proporzionale puro garantisce una eguale distribuzione del potere per elettori ed eletti ma spesso provoca ingovernabilità che diminuisce il potere di ognuno di noi).

Quindi, data l’impossibilità di esprimere con certezza scientifica cosa sia una democrazia, noi pensiamo alla democrazia come continua ricerca degli strumenti necessari per garantire la massima distribuzione del potere possibile, quindi più come una direzione che come un regime chiaramente identificabile. Una direzione tesa ad contrastare qualsiasi ingiusta e dannosa (per l’individuo-popolo) concentrazione del potere, che questa sia una maggioranza vincitrice, ma anche che siano minoranze organizzate (come banche, lobby, partiti) o individui potenti. Perciò più che definire uno democrazia o non democrazia, possiamo più che altro darne un indice di democraticità. La sufficienza in quest’indice è sicuramente rappresentata sia da libere elezioni ma anche da fornire alcuni strumenti per difendersi dal governo e quindi dalla maggioranza come una giustizia indipendente, un’informazione libera, la libertà di associazione; già quando si chiudono i giornali e si arrestano i giudici anche se il governo è eletto democraticamente come in Turchia, siamo già sotto il livello di sufficienza democratica. La massima democraticità sarebbe uno stato con libere elezioni, giusta distribuzione della ricchezza (che anche qui non significa uguale ma libera dalle attuali distorte concentrazioni di potere), equilibrata divisione dei poteri collettivi e la presenza di tutti gli strumenti necessari per dare la possibilità all’individuo di esercitare potere anche se in minoranza. Nel mio libro sulla democrazia integrata ho individuato gli strumenti di base necessari all’individuo per vivere in una democrazia reale, ma assolutamente questi non bastano, la ricerca continua. Se questo articolo ti è piaciuto, non perderti Libertà Indefinita, un saggio sulla libertà e sulla legittimità di un sistema, il nostro, sempre più contestato dalla popolazione.banner liberta indefinita
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