UberPop e la deflazione tecnologica

uber e la deflazione tecnologicaNormalmente non mi occupo di questioni di politica economica e di lavoro ma il recente caso della chiusura dell’applicazione UberPop è interessante per ragionare sulla deflazione tecnologica. Per chi non lo sapesse UberPop è un’applicazione per mettere in contatto persone che hanno bisogno di un passaggio con un autisti privati, pagando attraverso l’applicazione, che si incassa una sua percentuale per il fatto di aver fatto da tramite. E’ un servizio simile a Blablacar ma più sofisticato e con pagamento all’intermediario (con Blablacar invece si paga direttamente l’autista) e diversamente da quest’ultimo, UberPop ha delle tariffe che possono consentire un guadagno e non solo il rimborso spese. Questa applicazione consente ovviamente di ottenere dei passaggi più economici rispetto ai Taxi e questo ha fatto infuriare la lobby dei tassisti che sono ricorsi alla giustizia ed hanno ottenuto la chiusura dell’App. Mi sento di dire con tranquillità che i tassisti hanno ragione e  la giustizia ha chiuso un’applicazione che favoriva la concorrenza sleale. Al tempo stesso, però, ci rimettono tutti i consumatori che dovranno continuare a sorbirsi un servizio obsoleto ed eccessivamente costoso.

Come normalmente accade, il caso divide in due l’Italia tra favorevoli e contrari all’App. Tra i favorevoli annotiamo la strana (ma non troppo) sintonia tra socialdemocratici e liberali e libertari filo-capitalisti (sintonia non troppo strana dato che alla fine socialismo e capitalismo coincidono, sono entrambi dei regimi che concentrano il potere), i primi favorevoli all’App ovviamente perché favorisce i consumatori quindi il popolo, sfavorendo solo una lobby, i secondi favorevoli perché sostenitori del libero mercato sempre più totale; e ci sono i contrari, ovviamente tutti i tassisti ma anche buona parte del ceto medio che capisce la sofferenza nel vedere scippato il proprio lavoro e il valore della propria licenza.

Il blog Rischio Calcolato, tra i più all’avanguardia in Italia nell’analisi e nella comprensione della deflazione tecnologica, ha ampiamente dibattuto del caso Uber offrendo anche una soluzione (vedi qui e seguenti). La sua visione è tendenzialmente ultraliberale anche se comunque offre una soluzione per salvaguardare in parte i tassisti e consentire al tempo stesso l’esistenza della App. Ora, invece, cercheremo di offrire la nostra visione e la nostra soluzione che cerca di seguire il concetto di Democrazia Integrata che considera l’individuo e non solo il beneficio e il volere della maggioranza.

Prima facciamo una premessa: la licenza del taxi, ottenuta alla fonte gratuitamente, diventa de facto un monopolio grazie alla politica corporativa dello Stato italiano che non ha più emesso un numero sufficiente di licenze. Di conseguenza, come tutti beni rari, la licenza del taxi ha ottenuto un incremento del proprio valore, data appunta la scarsità di licenze. Praticamente è divenuto un capitale e il tassista un piccolo capitalista. Come tutti i beni capitali il valore dello stesso scaturisce da due caratteristiche: il diritto di proprietà e i benefici da esso garantiti e possiamo fare alcuni esempi per chiarire:
Immobili: il diritto di proprietà è il diritto, riconosciuto dallo stato, di poter abitare e di usufruire della propria abitazione; i benefici sono la possibilità di scambiare e vendere questo diritto, la possibilità di locarlo e/o il risparmio rispetto al vivere in una casa in affitto. Denaro contante o liquidità: il diritto di proprietà è la possibilità di possedere un credito verso la comunità (che deve accettarlo obbligatoriamente come mezzo di scambio); i benefici sono la possibilità di utilizzarlo liberamente, la possibilità di prestarlo e di godere di eventuali interessi. Licenza del taxi: il diritto di proprietà è la possibilità di svolgere l’attività di tassista; i benefici sono quello di godere di un mercato protetto a concorrenza ridotta e la possibilità di vendere la licenza.
Come vedete il capitale può avere un valore grazie al diritto di proprietà e ai benefici che questo comporta, ma al tempo stesso può esistere il diritto di proprietà senza benefici e questo creerebbe un capitale privo di valore quindi una semplice proprietà e questo può essere il caso di beni che non possono essere rivenduti o di concessioni o permessi personali come ad esempio un parcheggio su strada pubblica per un disabile. La proprietà acquisisce valore solo se fornisce un beneficio scambiabile con una certa permanenza temporale, più o meno quantificabile. Quindi, il valore è una sovrastruttura, non è la proprietà. Sono due cose separate. Lo Stato, però, garantendo anche dei benefici oltre al semplice diritto di proprietà, ha favorito la creazione di un valore artificiale. Quindi, in parziale disaccordo con Rischio Calcolato, è proprio il Dio Stato il maggior garante del capitalismo, del valore e della proprietà. Non esiste capitale slegato dallo Stato. Nessuno in realtà è proprietario di nulla, tutte le nostre proprietà esistono perché lo Stato dove viviamo o altri Stati ne riconoscono la validità, ne riconoscono il diritto di proprietà. Una proprietà pura sarebbe qualcosa di nostro, che abbiamo costruito o di cui ci siamo impossessati, che difendiamo con le nostre forze. Credo che a parte rare eccezioni, siano pochissimi gli individui in possesso di proprietà che non riconoscono tributi a nessun stato o mafia o clan, totalmente indipendenti. In tutti gli altri casi, è lo Stato, comunità, clan, tribù o come la si voglia chiamare a riconoscere la proprietà di qualcosa. L’unica proprietà veramente e assolutamente nostra, siamo noi stessi e le nostre capacità, niente di materiale o finanziario che per esistere dipende dal riconoscimento degli altri.

Detto questo, cioè l’illusione che esista un capitalismo senza Stato o slegato dallo Stato, tornando ai taxisti, si potrebbe a questo punto dire che UberPop non sta minacciando la proprietà della licenza dei tassisti, che continuerebbero liberamente ad esercitare, ma sta minacciando i benefici che questa proprietà fornisce e di conseguenza il valore della stessa che calerebbe drasticamente. Di conseguenza, la collettività, cioè lo Stato, non ha nessun obbligo di difendere il valore di una proprietà, ma solo la proprietà stessa e questa non è in pericolo, in pericolo c’è solo il valore del capitale chiamato licenza, ma questo non è un problema per lo Stato ma di chi ha creduto in quel valore.

Questa strada porterebbe a fregarsene dei tassisti, a consentire UberPop e quindi fare sparire il capitale che loro possedevano attraverso le loro licenze. Nella realtà dei fatti però, c’è anche da dire, che quella licenza e i benefici allegati erano garantiti dallo Stato e non garantirli da un giorno all’altro annullandone di fatto il valore è evidentemente qualcosa di ingiusto. Certo, un servizio come UberPop è meglio, riduce i costi e forse aumenta l’efficienza, oltre ad allargare la base degli addetti ai lavori e quindi la maggioranza non può non esserne favorevole ma al tempo stesso una minoranza, cioè i tassisti, viene gravemente danneggiata se non distrutta, pensiamo ad esempio a molti ragazzi che si sono indebitati comprando la licenza da poco. Quanti tassisti finiranno in depressione, falliti o addirittura suicidi? Lo so che al ragionamento della legge del più forte, questo sistema economico e politico, ci ha, purtroppo,  abituato, ma la Democrazia Integrata deve andare oltre e la minoranza deve essere tutelata anche dalla dittatura della maggioranza.
E inoltre distruggere improvvisamente una categoria, a favore di un beneficio collettivo, crea comunque del capitale umano negativo, cioè degli individui disadattati, disoccupati, arrabbiati e depressi che diventano  un costo per la società nel suo complesso soprattutto in una situazione di perenne crisi e stagnazione economica.

Al tempo stesso, non siamo contrari alle innovazioni che portano alla deflazione tecnologica, che ricordiamo essere un bene per la maggioranza, essendo tutti noi consumatori, però i danni per le categorie coinvolte negativamente dalla stessa devono, a mio avviso, essere limitati il più possibile. In questo caso specifico, la categoria dei tassisti, oltre ad essere danneggiata, perde anche un capitale consistente. Se al danneggiamento del proprio lavoro a causa della deflazione tecnologica non si può far nulla, si può però risolvere perlomeno la perdita di valore del proprio capitale, che vogliamo sottolineare, in caso UberPop fosse legale o in caso di una totale liberalizzazione del settore, dipenderebbe da una scelta statale o non da una semplice evoluzione del mercato. E questo rende il discorso totalmente diverso da quello di alcune attività chiuse dai cambiamenti tecnologici o sociali, in quel caso è il mercato “naturalmente” a mettere fine ad un settore (ed anche qui sarà necessario sempre più studiare come attutire i colpi della deflazione tecnologica), in questo caso, invece,  sarebbe una scelta governativa (che però non c’è stata dato che hanno vinto i tassisti, per ora.)

Come detto prima, noi, non vogliamo rinunciare ad applicazioni come Uber, che rendono la vita migliore e meno costosa, però non possiamo assolutamente fregarcene di chi ha creduto in un particolare diritto che era garantito dallo Stato. La soluzione, a mio avviso, dovrebbe essere questa e cerchiamo di spiegarla qui di seguito:  il tassista, dopo aver comprato la licenza, ha percepito e percepisce tre tipologie principali di utile che sono unite ma che in realtà sono teoricamente separate: l’utile per il proprio lavoro, la rendita per il capitale dell’automobile e la rendita per il capitale della licenza ( che ricordiamo fa beneficiare i tassisti di un mercato a concorrenza ridotta con prezzi più elevati). Facciamo un esempio per chiarire meglio le idee. Ipotizziamo un tassista che abbia comprato la licenza dieci anni fa al costo di 100.000 euro ( tutte le cifre sono casuali a titoli di esempio), questo dal giorno in cui ha iniziato a fare il tassista ha iniziato a guadagnare i tre redditi di cui parlavamo prima. Ipotizziamo che a fine anno riesca ad avere un utile complessivo annuo netto di 20.000 euro e ipotizziamo che invece un tassista di un paese dove i taxi sono in libera concorrenza, guadagni, in proporzione alla propria economia nazionale, l’equivalente di 15.000 euro annui. Questo ci farebbe dedurre che la rendita della propria licenza equivale a 5.000 euro annui. Di conseguenza, il nostro tassista, in dieci anni, avrebbe avuto una rendita del proprio capitale di 50.000 euro. Una rendita dovuta alla propria posizione di tassista in un regime corporativo, quindi una rendita che non deriva dal proprio lavoro ma che è garantita dal capitale, qualcosa creato grazie allo Stato. Quindi, per calcolare l’eventuale rimborso da offrire al tassista, nel caso di completa liberalizzazione del settore, bisognerebbe rivalutare il valore del prezzo pagato della licenza in dieci anni, ipotizziamo venga fuori 120.000 euro e sottrarre la rendita beneficiata negli anni (rendita non spettante dal proprio lavoro ma derivata dal capitale licenza), quindi 50.000 euro. Il rimborso sarebbe di 70.000. Per un tassista che ha appena comprato la licenza (magari pure indebitandosi) il rimborso sarebbe totale, mentre ad un tassista anziano, che magari ha lavorato trenta o quaranta anni, probabilmente non spetterebbe nessun rimborso, avendo goduto per molti anni della rendita della propria licenza che è stata ampiamente ripagata. Al rimborso così calcolato si dovrebbe aggiungere per tutti i tassisti (sia nuovi che vecchi) un’indennità teorica di disoccupazione di un anno (tipo 8-10.000 euro) e invece sottrarre il beneficio, calcolato in base agli anni dell’aspettativa di vita, di un mercato dei trasporti privati più economico (anche i tassisti in vacanza prendono il taxi e anche loro lo pagherebbero meno), beneficio che comunque sarebbe economicamente irrisorio in questo caso.

Chi dovrebbe pagare il rimborso così calcolato? A nostro avviso sono le tre le strade:1) creare un limbo di due o cinque anni, in cui convivono i tassisti tradizionali con quelli nuovi però sempre con il regime delle licenze che verrebbero in parte regalate ai tassisti tradizionali che così potrebbero venderle, ovviamente con un valore ridotto, a quelli nuovi che vorranno comunque esercitare la professione negli anni della transizione dal regime corporativo a quello libero, soluzione prospettata da Rischio Calcolato in questo articolo; 2) creare sempre un limbo di transizione, in cui i passaggi “Liberalizzati” subirebbero una sovrattassa che servirà per fornire gradualmente i rimborsi ai tassisti e che verrà abolita automaticamente appena i rimborsi saranno totalmente eseguiti (sovrattassa tale da non rendere più cari i passaggi liberalizzati rispetto a quelli corporativi); 3) Lo Stato si fa carico totalmente dei rimborsi per consentire i benefici immediati della deflazione tecnologica (fidatevi sarebbero soldi ben spesi rispetto a come li spende normalmente lo Stato).
A nostro avviso, una misto della tre soluzioni potrebbe essere l’ideale. Questa soluzione è in linea con il nostro concetto di Democrazia Integrata, dove una maggiore libertà deve essere acquistata e una sofferenza o una minore libertà deve essere rimborsata. Se questo articolo ti è piaciuto, non perderti Libertà Indefinita, un saggio sulla libertà e sulla legittimità di un sistema, il nostro, sempre più contestato dalla popolazione.banner liberta indefinita
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Sono Giuseppe Cirillo alias Fenrir, l’autore di questo blog. Nei nostri articoli ci sforziamo di offrire un’angolazione e una visione diversa rispetto ai media di regime. Per qualsiasi domanda o per un’eventuale collaborazione contattami alla seguente mail: fenrir1489@gmail.com 

 

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L’Italia presto in guerra

navi da guerra italiane in LibiaSecondo indiscrezioni rilevate dai principali organi di stampa, sembra che all’ONU si riuscirà presto a trovare un accordo per consentire all‘Italia e all’Unione Europea un intervento militare in Libia con lo specifico e limitato scopo di fermare la pirateria scafista e quindi l’enorme flusso di immigrati clandestini che partono proprio dalla Libia ma che arrivano da diversi paesi africani.

Intervento che però non raccoglie i consensi di nessuno degli attori sul campo libico che ricordiamo essere il governo “legittimo” di Tobruk, a cui non interessa un intervento italiano ma essere rifornito di armi; il governo islamista di Tripoli riconosciuto da Turchia e Qatar che addirittura vedrebbe in un intervento del genere un vero e proprio atto di guerra e poi ovviamente lo Stato Islamico che controlla Derna e Sirte che vedrebbe nell’intervento italiano una vera e propria crociata.

L’intervento, sempre secondo le ultime indiscrezioni, non sarà di tipo aereo, data l’opposizione in merito di Russia e Cina, sarà probabilmente un intervento con navi militari atto ad individuare e distruggere i barconi degli scafisti oltre a fermare in acque libiche ogni imbarcazione carica di profughi. Non è esclusa nemmeno un’operazione terrestre se necessaria. Nel nostro articolo L’Italia pronta ad intervenire in Libia siamo stati troppo prematuri nel parlare di immediato intervento militare, dato che poi Renzi ha pensato bene di tirarsi indietro sentendo l’odore di una trappola. Ora però le cose sembrano cambiate, probabilmente qualcuno di importante (vedi USA), sta di fatto obbligando l’Italia ad intervenire militarmente. Questo conferma la strategia USA di non intervenire più direttamente ma di far combattere gli alleati, come in Ucraina, dove si mandano avanti inglesi, polacchi e baltici e come in Yemen dove si mandano avanti Sauditi e company. In Libia è il turno dell’Italia. La nostra domanda è: perché gli USA avrebbero interesse a fronteggiare i governi libici di Tobruk e Tripoli? Il primo chiaramente perché filorusso il secondo perché filoturco e sembra che la Turchia sia diventata un’obiettivo da abbattere. E questo è confermato dai recenti fatti avvenuti sul suolo turco (rivolte, attacchi armati, black out generale). E anche dai recenti fatti in Macedonia, che hanno l’obiettivo di destabilizzare il paese con lo scopo di frenare il gasdotto Turkish Stream. Per maggiori informazioni leggetevi questo articolo.

Tornando all’Italia, una volta ottenuto il via libero all’intervento, probabilmente farà muovere le proprie navi nelle acque territoriali libiche. A questo punto il governo di Tripoli potrebbe dichiararci guerra e quindi ci troveremmo effettivamente in un conflitto. Come già enunciato da Hamas, l’intervento italiano in Libia sarà visto come una crociata dal mondo islamico e anche l’ISIS marcerà molto su questo e non è escluso che abbia già delle cellule dormienti pronte a colpire proprio in caso di intervento. Se dovessero esserci degli attentati proprio in risposta all’intervento la situazione diventerebbe difficile per Roma che non potrebbe tornare sui suoi passi perché sarebbe una disfatta umiliante ma al tempo stesso sarà travolta dalle critiche per aver portato il terrore sulle proprie strade. L’attuale governo dispone di un’ampia maggioranza ma tra questo intervento militare, i conti fuori controllo e l’imminente bancarotta greca, la tenuta diverrà sempre più difficile.

A nostro avviso un intervento in Libia di contenimento dell’immigrazione clandestina è necessario, siamo consapevoli del dramma di queste persone, ma l’Italia non può accoglierne altre, rischia seriamente di esserne destabilizzata, è una questione di sopravvivenza. Il problema è che un intervento limitato rischia di diventare inutile e ritorcersi contro. Purtroppo ci troviamo in una trappola la cui responsabilità è nel passato quando si è consentito l’abbattimento del regime di Gheddafi. Attualmente sia non fare niente sia intervenire porterebbe a delle conseguenze dolorose. Se l’ONU darà il consenso ci troveremo in guerra con la Libia e probabilmente sarà necessario anche un intervento di terra e l’Italia inizierà a contare i propri morti sia sul territorio libico sia sul proprio territorio se diventeremo il principale obiettivo dei terroristi.

A tutto questo c’è da aggiungere l’atteggiamento della Turchia già decisamente aggressiva contro il Vaticano per le parole sul genocidio armeno e che già in passato ha espresso la propria opposizione a qualsiasi intervento contro il governo libico di Tripoli. La sua effettiva reazione ad un intervento militare italiano potrebbe essere egualmente aggressiva e noi non ci sentiamo di escludere un confronto militare tra italiani (ed europei) e turchi, magari proprio sul suolo libico o limitato a scaramucce tra navi militari. Un conflitto italo-turco sarebbe una tempesta geopolitica “perfetta” dato che entrambi i paesi fanno parte della NATO e di conseguenza quest’ultima potrebbe definitivamente spaccarsi se due sue membri entrano in conflitto. Spaccatura della NATO che poi potrebbe allargarsi anche al conflitto ucraino aggravandolo ulteriormente. Ed ancora, a questa già grave instabilità nel Mediterraneo, si aggiunge la probabile caduta di Damasco nelle mani dei ribelli, le importanti rivolte curde in Iran, l’intervento di Hezbollah in Siria, i gravi fatti violenti avvenuti in Macedonia e l’imminente collasso del governo e dello stato greco le cui conseguenze geopolitiche sono ancora da valutare.

Per i più complottisti non possiamo non ricordare che l’entrata dell’Italia nella Prima Guerra Mondiale è datata 24 Maggio 1915 e adesso sempre a Maggio ma del 2015, a cent’anni di distanza, l’Italia potrebbe entrare nella Terza Guerra Mondiale che mese dopo mese coinvolge sempre più paesi.Se questo articolo ti è piaciuto, non perderti Libertà Indefinita, un saggio sulla libertà e sulla legittimità di un sistema, il nostro, sempre più contestato dalla popolazione.banner liberta indefinita
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Sono Giuseppe Cirillo alias Fenrir, l’autore di questo blog. Nei nostri articoli ci sforziamo di offrire un’angolazione e una visione diversa rispetto ai media di regime. Per qualsiasi domanda o per un’eventuale collaborazione contattami alla seguente mail: fenrir1489@gmail.com 

 

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La Rivoluzione non è un pranzo di gala

scontri milanoEternamente ritorna l’uomo di cui tu sei stanco, il piccolo uomo
F. Nietzsche

 La rivoluzione non è un pranzo di gala; non è un’opera letteraria, un disegno, un ricamo; non la si può fare con altrettanta eleganza, tranquillità e delicatezza, o con altrettanta dolcezza, gentilezza, cortesia, riguardo e magnanimità. La rivoluzione è un’insurrezione, un atto di violenza con il quale una classe ne rovescia un’altra. Con questa frase Mao Tse-tung ci fa capire con poche ma stupende parole cosa sia una Rivoluzione. Lungi da me ogni simpatia politica per l’uomo in questione, fondatore di una delle più terribili tirannie mai esistite che tuttora rimane un mostruoso regime ibrido capital-comunista, capace di sommare gli aspetti negativi di entrambi i sistemi,però questa sua famosissima frase racchiude chiaramente un concetto di cui gli italiani e gli occidentali sembrano essersi dimenticati, cioè cosa sia una Rivoluzione.

Analizzando la reazione degli utenti di Facebook e Twitter, che ormai coincidono con la maggioranza degli italiani under 60, sui recenti avvenimenti di contestazione, abbiamo un quadro alquanto curioso. Ad esempio, non so se vi ricordate la coraggiosa ragazza che ebbe l’audacia di saltare sul tavolo dietro il quale parlava Mario Draghi lanciandogli coriandoli (simboleggianti la dittatoriale carta straccia stampata a più non posso chiamata Euro) e scandendo slogan contro la dittatura delle banche. Qui sotto per chi se la fosse persa:ragazza contro Mario Draghi

Ecco, se da una parte gli occidentali più intelligenti hanno plauso al gesto della ragazza, dall’altra una buona parte la ha in qualche modo contestata, asserendo che un’azione del genere non serve niente, che riuscendo ad andare così vicino avrebbe dovuto sparargli, ed altre tante sciocchezze da rivoluzionari da pc. Quando, invece, è stato semplicemente un gesto coraggioso, forte ma non violento, con un alta risonanza mediatica e con un potente messaggio simbolico. Ma niente, ai rivoluzionari di Facebook, questo non basta, Draghi deve essere ucciso, le banche devono essere bruciate, bisogna far saltare in aria la BCE e via dicendo.

Ora torniamo a noi, come ormai tutti sappiamo alla nausea, Milano è stata devastata dalle tute nere che si erano mischiate ai manifestanti No Expo. Quindi auto incendiate, negozi devastati e “finalmente” banche bruciate come volevano molti dei rivoluzionari da pc. Ma incredibilmente (o forse no) stavolta il popolo, grazie anche ad una grandissima azione e manipolazione dei media di regime, si è fortemente indignato contro i manifestanti violenti, ma di un’indignazione veramente importante con insulti di qualsiasi genere. Un’indignazione che come ricordano i migliori blog e siti sulla rete, decisamente superiore all’indignazione, contro gli sprechi del governo, contro la corruzione o contro la dittatura finanziaria in cui viviamo. E’ un fenomeno che in parte mi stupisce, perché ad esempio, io non sono un oppositore del regime attivo in manifestazioni, la mia opposizione attualmente è solo a livello intellettuale come blogger e scrittore, sono un borghese come la maggioranza degli italiani (si la maggioranza, anche i giovani disoccupati mantenuti dai genitori lo sono, i dipendenti statali o i pensionati con casa di proprietà o da mille euro in su, lo sono) e nonostante ciò, io non sono così indignato contro le tute nere, cioè sicuramente contesto la strategia di attaccare nella mischia anche i beni di privati cittadini, strategia totalmente sbagliata a mio avviso, ma al tempo stesso non perdo di vista chi sono i veri colpevoli di tutto ciò, cioè la minoranza al potere, il famoso 1% costituito da banchieri, oligarchi, politici e boiardi di stato che sta portando il sistema e la maggioranza della popolazione mondiale, ad un tragico collasso.

Ora, voglio quindi comprendere come mai, invece, per la maggioranza degli occidentali l’indignazione verso i ribelli è più forte di quella verso i tiranni sopracitati (parlo di occidentali, perché anche in altri paesi si è verificato lo stesso fenomeno). Io credo che la spiegazione sia abbastanza semplice, il piccolo uomo di cui parla Nietzsche, l’uomo mediocre che vede solo i suoi immediati vantaggi, che sa solo prendere, che non sa combattere, che non sa donare, che non vede oltre il proprio naso, l’uomo totalmente ipnotizzato dai mass media e dalla frenesia della routine quotidiana si è ormai totalmente impossessato, grazie al regime dei mercanti alias regime capitalista, dell’anima della maggioranza della popolazione occidentale che quindi si arrabbia quando vede un’auto privata bruciata, perché pensa: ” e se fosse la mia”, quindi sente che gli stanno togliendo qualcosa, che lo stanno danneggiando. E lo stesso discorso delle persone arrabbiate con i ferrovieri che fanno sciopero o delle persone intrappolate nel traffico durante le rivolte del 9 Dicembre. Persone che si arrabbiano da morire per i piccoli o medi svantaggi diretti che possono subire dai manifestanti e che non capiscono cosa abbia spinto gli stessi a protestare. Persone che si infuriano moltissimo per 1,5 milioni di danni dei No Expo ma che invece si indignano blandamente per 50-100 miliardi che ci costa la corruzione o per gli almeno e ripeto almeno 50 miliardi che ci costa la dittatura delle banche. Quindi per cifre 100.000 volte maggiori rispetto ai danni dei manifestanti violenti. Questo perché corruzione e dittatura finanziaria è qualcosa di meno diretto, di più collettivo, qualcosa che il piccolo uomo ipnotizzato non recepisce immediatamente.

Detto questo, sottolineo che non mi piace la polemica contro il popolo, anche io faccio parte di questa massa imborghesita. Però bisogna rendersi conto che invocare la rivoluzione su Facebook e poi indignarsi alla vista dei primi fuochi, vuol dire non capire cosa sia una rivoluzione. Se effettivamente, solo in linea teorica, ci fosse una devastazione ribelle in tutta Italia anche mille volte quella di Milano, quindi con danni pari 1,5 miliardi  e se questa effettivamente riuscisse a cambiare questo sistema in putrefazione, non sarebbe un conto sostenibile rispetto alle decine se non centinaia di miliardi che regaliamo alla corruzione, alla politica, all’usurocrazia e all’oligarchia finanziaria? Io credo che la risposta sia ovvia. Quindi invito tutti, a rimanere coscienti, a non dimenticarsi chi è veramente il tiranno, a risparmiare le proprie energie per contrastare nel proprio piccolo un sistema sbagliato piuttosto che infuriarsi contro dei ribelli anche se hanno agito in una maniera errata.

Ci arrabbiamo nel vedere distrutte delle cose più di quanto ci arrabbiamo nel vedere annientato il nostro futuro, nel vedere annichilita la dignità di altri essere umani, costretti al suicidio o alla protesta violenta e parlo soprattutto a chi è genitore, nel veder derubato il futuro dei propri figli. Non vi arrabbiate per la vetrina spaccata, quella si ripara, infuriatevi per chi vi sta rubando la vita, perché il denaro significa tempo, e quando il sistema si appropria del denaro che abbiamo guadagnato con il duro lavoro o ci rende impossibile guadagnarlo, ci sta effettivamente rubando del tempo, della vita, che non avremo mai indietro.

Detto questo, non sto in nessun modo incitando alla protesta violenta o giustificando le azioni illegali dei manifestanti, sto solo invitando tutti i lettori a non perdere di vista il vero oppressore, che non è uno schiavo come noi che si ribella e magari ribellandosi ci danneggia, ma che è chi è all’origine della sofferenza che causa la rivolta e talvolta una rivoluzione. Soprattutto quando chi rappresenta il potere organizzato liquida l’insofferenza chiamandoli “tre fischi” o “quattro figli di papà” dimostrando una pericolosa indifferenza che non potrà che aizzare il fuoco della ribellione.

Concludo dicendo che io piano piano sono diventato consapevole di essere un piccolo uomo borghese nel senso più negativo del termine e sto cercando di superare questo mio stato, probabilmente se la crisi diventerà, come sembra, sempre più grave, anche i più imborghesiti (o imbestialiti) saranno costretti ad autosuperarsi. L’importante è non farsi disinformare dai media e smettere di seguire il loro dito e cercare di rimanere focalizzati sempre su chi è l’oppressore e chi l’oppresso. Se questo articolo ti è piaciuto, non perderti Libertà Indefinita, un saggio sulla libertà e sulla legittimità di un sistema, il nostro, sempre più contestato dalla popolazione.

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America nel caos

america nel caos Nel silenzio assordante dei media di regime, che non possono macchiare l’immagine degli Stati Uniti in ripresa, la realtà è che l’esplosione sociale ed etnica, già da noi preannunciata in altri nostri articoli, si fa sempre più grave. E dopo le rivolte di Ferguson, per la morte di un ragazzo nero che poi si sono diffuse a macchia d’olio in diverse città statunitensi, dopo i diversi episodi violenti contro la Casa Bianca e il Congresso, sabato 25 aprile è il Maryland e precisamente la città di Baltimora ad essere travolta dai manifestanti di colore che hanno letteralmente devastato la città, distrutto auto della polizia, auto private, saccheggiato e distrutto vetrine dei negozi e picchiato e intimidito bianchi. Direi non proprio la perfetta immagine di un paese in ripresa e crescita. Una crescita, che come ben sapete, riguarda soltanto gli utili di pochi miliardari e finanzieri e assolutamente non la maggioranza della popolazione. Una mancata ripresa, quella americana, che si abbatte in primis sulla minoranza di colore, da sempre economicamente più povera rispetto e ai bianchi ed ora, complice la crisi mondiale, decisamente in difficoltà e che quindi riversa la propria rabbia e il proprio malcontento per l’atteggiamento razzista della polizia che non si fa scrupoli ad uccidere neri disarmati ( fenomeno stranamente in crescita e che potrebbe farci sospettare una volontà precisa che mira alla strategia della tensione).

Ecco alcune foto che probabilmente non vi faranno vedere i tg, ma che è giusto mostrare per far capire la gravità di quello che da tempo sta succedendo nelle città americane e che recentemente ha riguardato e riguarda Baltimora:
Suspect Dies Baltimore-2AP4_26_2015_000014BScreen-Shot-2015-04-26-at-7.09.44-PM-e1430089856333Le rivolte sono finite con diverse decine di arresti. Oggi è previsto il funerale di Freddy Gray, il ragazzo afroamericano ucciso dopo l’arresto e potrebbe essere un nuovo momento di tensione per Baltimora, dato che è prevista la partecipazione di migliaia di afroamericani. La situazione negli USA si fa sempre più grave e segue purtroppo la tragica direzione che a nostro avviso porta alla guerra civile, come prospettato nel nostro articolo 2016-2018: USA in guerra civile.

A questa già grave situazione, si aggiunge la strana operazione chiamata Jade Helm, esercitazioni militari sul suolo degli Stati Uniti, che partirà dal 15 luglio e finirà il 15 settembre. I militari dovranno mischiarsi tra la popolazione e individuare sacche ostili al governo federale, interrogare la popolazione ed eventualmente deportare attivisti politici nemici in campi di concentramento temporanei dove saranno “rieducati”. Questo articolo dell’Antidiplomatico spiega nel dettaglio questa inquietante operazione.

Nella mappa di sotto, sono individuati gli stati che nell’esercitazione saranno considerati ostili, e già possiamo notare il Texas e il sud della California, scenario abbastanza realistico considerando le forti velleità secessionistiche texane e la forte concentrazione ispanica in California.

mappa Jade HelmNoi possiamo spingerci a fare delle supposizioni sul reale scopo di questa esercitazione e abbiamo tre ipotesi:

1) Preparare psicologicamente la popolazione a futuri scenari di guerra civile abituandoli alla presenza di uomini armati e mezzi militari. Oltre a preparare i militari stessi ad operazioni urbane.

2) Abolizione o sospensione del diritto di possedere armi e conseguente sequestro delle stesse. Questa possibilità, già in passato ha provocato una miriade di reazioni contrarie ed è possibile che il governo invii i militari per le strade con la scusa di un’esercitazione per poi sostenere il decreto con la forza.

3) Quest’operazione può essere l’inizio di una legge marziale non ufficiale, in previsione dei sempre continui scontri e della possibilità di un probabile crollo di Wall Street e/o del dollaro che porti effettivamente gli USA nell’anarchia.

Sta di fatto che a nostro avviso, la seconda metà del 2015 sarà una stagione calda dal punto di vista economico e politico-sociale, dove in tutto il mondo diversi importanti nodi stanno venendo al pettine. Gli Stati Uniti, dopo aver sostenuto la più grande bolla di tutti i tempi, ora rischiano di essere travolti dal suo scoppio. Se già ora, ogni settimana, una città americana è travolta da proteste e scontri, quando la bolla scoppierà la situazione sarà così grave che l’operazione Jade Helm da esercitazione diventerà realtà.

Del resto basta riflettere, la Russia o la NATO compiono esercitazioni militari sui loro rispettivi confini, in previsione di un possibile conflitto, se gli USA hanno sentito il bisogno di un’operazione militare sul loro territorio, vuol dire che l’intelligence e il governo sanno effettivamente qual è la situazione e si preparano al peggio. In questa operazione noi vediamo un bruttissimo segnale che preannuncia con forza l’imminente crollo dell’Impero Americano. Se questo articolo ti è piaciuto, non perderti Libertà Indefinita, un saggio sulla libertà e sulla legittimità di un sistema, il nostro, sempre più contestato dalla popolazione.banner liberta indefinita
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Sono Giuseppe Cirillo alias Fenrir, l’autore di questo blog. Nei nostri articoli ci sforziamo di offrire un’angolazione e una visione diversa rispetto ai media di regime. Per qualsiasi domanda o per un’eventuale collaborazione contattami alla seguente mail: fenrir1489@gmail.com 

 

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Nel 2039 sarà vietato guidare?

auto senza pilota

Siamo all’inizio di una rivoluzione tecnologica importantissima, come probabilmente già sapete, iniziano ad apparire le prime auto senza pilota. Inevitabilmente questa tecnologia migliorerà sempre di più e presto anche le principali marche inizieranno a produrre vetture con pilota automatico. Ovviamente questo comporterà una serie di drastici cambiamenti nella nostra società, come la graduale scomparsa dei taxi, la crescita esponenziale del car sharing, una riduzione degli incidenti e via dicendo.

Era da un po’ che pensavo a questo argomento, soprattutto per le sue implicazioni sulla libertà individuale e con una straordinaria sincronicità è apparso questo articolo di Rischio Calcolato che ipotizza un percorso che porterà gradualmente all’affermarsi delle automat fino, nel 2039, a portare i legislatori a vietare l’utilizzo manuale delle auto dato che le automat saranno molto più sicure e affidabili. L’autore chiama questo socialismo tecnologico, cioè la limitazione di libertà e la conseguente concentrazione di potere a causa di una nuova tecnologia. Ora questa tematica è un chiaro scontro tra libertà negativa e libertà positiva, cioè tra libertà individuale di guidare e la libertà collettiva di poter essere liberi da incidenti ecc. L’opposizione tra libertà negativa e libertà positiva, cioè tra l’individuo e la collettività, tra l’io e il noi è una tematica centrale del testo Libertà Indefinita, Manifesto della democrazia integrata e quindi noi non possiamo esimerci dal far comprendere come la democrazia integrata risolverebbe questo specifico caso.

Cerchiamo di analizzare chiaramente la situazione. La comunità ha tre modi di gestire il futuro fenomeno delle auto senza pilota, uno è il modo socialista, uno è il modo anarco-capitalista, uno è quello della democrazia integrata e adesso vediamo queste tre vie nel dettaglio.

Da una parte i sostenitori della libertà individuale chiedono giustamente di poter esercitare una loro libertà, quella di guidare, dall’altra il legislatore e tutti gli individui a cui non interessa esercitare questa libertà chiaramente sostengono che l’esercizio della stessa comporti dei costi per tutti loro, che sono gli incidenti stradali, il maggior traffico, il maggior inquinamento, il maggior consumo energetico, l’impossibilità di diminuire la polizia stradale, l’impossibilità di ridurre settori che non esisterebbero se tutti avessero auto senza pilota e via dicendo. Tutte cose che potrebbero essere ridotte con la guida perfetta e super efficiente delle automat (ovviamente non parliamo di modelli sperimentali ma dei futuri modelli perfettamente funzionanti). Quindi abbiamo due vie, la concessione e il divieto, che portano ad una concentrazione di potere, la prima una concentrazione a favore degli individui che vogliono guidare, la seconda a favore della comunità.

La democrazia integrata risolve questo conflitto in un modo abbastanza semplice. Come scritto nel libro Libertà Indefinita, l’unico modo per difendere e conquistare la propria libertà è quella di pagare il giusto prezzo per essa. Cosa significa questo? Un regime politico che si ispirasse alla democrazia integrata non potrebbe vietare l’utilizzo manuale dell’auto ma al tempo stesso, essendo consapevole dei costi collettivi che questo comporterebbe li farebbe semplicemente pagare a chi vuole usufruire di questa libertà. Quindi, la soluzione è quella di consentire la produzione di auto ibride cioè che possano guidare automaticamente o essere guidate manualmente e quando viene azionata la guida manuale vengano applicati due costi orari altrimenti assenti: il primo è il premio assicurativo come già esiste adesso ma applicato solo per l’effettivo tempo in cui l’auto è utilizzata manualmente; il secondo è il costo che la comunità deve pagare a causa della libertà individuale. Come verrebbe calcolato questo costo? Dovrebbero essere stimati tutti i costi annui che la guida manuale comportava prima dell’avvento delle automat ( quindi costi sanitari, energetici, di tempo perso, di riparazione, ecc) dividendoli per la media annua di ore di guida moltiplicata per il numero medio delle persone che guidavano nell’area analizzata. Questa operazione ci fornirà il costo collettivo orario medio che la guida manuale comporta che sarà pagato dall’individuo che attiverà la guida manuale solo per il tempo in cui effettivamente sarà attiva.

In questo modo l’individuo avrà preservata la propria libertà di guidare e la collettività sarebbe rimborsata dai costi medi che dovrà sostenere per garantirla. Argomento di dibattito politico sarà la ricerca di tutti i costi collettivi che una determinata libertà comporta a livello generale. La ricerca dei costi dovrà però essere rigorosamente dimostrabile, onde evitare che il legislatore stimi dei costi eccessivi per vietare indirettamente il diritto esaminato.
Il pagamento dei costi collettivi da parte dell’individuo potrà essere effettuato o in maniera pecuniaria o pagando l’equivalente in ore di tempo libero fornite alla comunità.

A nostro avviso questo è l’unico modo per affrontare in maniera neutrale, quindi senza faziosità ideologica, eventuali problematiche e costi che una determinata libertà comporta.

Altra possibilità per lo Stato di favorire l’utilizzo della guida automatica, è diventare parte attiva e quindi incentivare l’utilizzo della guida automatica ad esempio con sconti sulle auto esclusivamente automatiche o misure similari. Questo avrebbe senso solo se gli incentivi non superano il costo che effettivamente comporta la residua guida manuale, altrimenti questa misura attiva sarebbe solo uno spreco di fondi pubblici.

P.S.. In questo nostro ragionamento si parla di costi collettivi, però non bisogna dimenticare che, ad esempio, la libertà di guidare manualmente comporta la sicura possibilità che qualcuno sia vittima di un incidente. Sappiamo benissimo che anche una vita umana viene stimata economicamente però, se riprendiamo il discorso del nostro articolo, Oltre la democrazia? La democrazia integrata, dove sosteniamo che Popolo siamo tutti, ma Popolo è anche ognuno di noi, capiamo che la negazione assoluta della libertà, cioè la perdita della propria vita, diventa un fattore difficilmente esaminabile a cui spetta una riflessione più attenta e profonda, che esula dallo scopo di questo articolo. Altrimenti si rischia sempre di creare una dittatura e non un sistema veramente democratico.Se questo articolo ti è piaciuto, non perderti Libertà Indefinita, un saggio sulla libertà e sulla legittimità di un sistema, il nostro, sempre più contestato dalla popolazione.banner liberta indefinita
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Sono Giuseppe Cirillo alias Fenrir, l’autore di questo blog. Nei nostri articoli ci sforziamo di offrire un’angolazione e una visione diversa rispetto ai media di regime. Per qualsiasi domanda o per un’eventuale collaborazione contattami alla seguente mail: fenrir1489@gmail.com 

 

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Yemen: la Battaglia Decisiva

yemen houthiTorniamo ad occuparci dello Yemen, dopo averne parlato nell’articolo Medio Oriente in guerra totale. L’Operazione Battaglia Decisiva (mai nome più appropriato) guidata dall’Arabia Saudita, continua con bombardamenti quotidiani contro i ribelli sciiti Houthi, ma attualmente i risultati ottenuti sono davvero pochi e i ribelli hanno guadagnato ulteriore territorio e controllano Bab el-Mandeb e gran parte della città di Aden, come vediamo in questa mappa:mappa guerra yemen

Ma nelle ultime ore giungono delle notizie dal fronte che possono ulteriormente cambiare la situazione: da una parte sono arrivate nei pressi delle acque yemenite due navi da guerra iraniane con lo scopo probabile di consentire l’evacuazione dei propri cittadini, cosa però impossibile dato che le navi da guerra egiziane e saudite non consentirebbero l’entrata di queste navi nelle acque dello Yemen, quindi esiste un forte rischio di scontro. Altra notizia recentissima è la controffensiva degli Houthi sul confine settentrionale contro le guardie di confine saudite che avrebbero sofferto dai sei ai diciotto morti e sarebbero state costrette alla ritirata lasciando ai ribelli yemeniti alcuni posti di blocco di frontiera.

Ma l’Arabia Saudita, oltre ad affrontare una costosa guerra esterna, si trova alle prese anche con il forte rischio di instabilità interna sopratutto nell’area orientale del paese confinante con il Bahrain, dove sono già avvenuti scontri tra la minoranza sciita della zona e le forze governative. Alcuni ipotizzano che l’Arabia Saudita rischi una guerra civile, ma la minoranza sciita è troppo piccola per poterla causare, l’unico serio rischio lo corrono a sud, dove se gli Houthi dovessero incredibilmente sfondare e avanzare in territorio saudita, il panico si diffonderebbe  e anche se i ribelli ovviamente venissero poi respinti, ci sarebbe il fortissimo rischio che elementi dell’ISIS o di al-Qaeda sfruttino questo caos per conquistare posizioni e insinuarsi anche in territorio saudita dallo Yemen, dove già controllano gran parte della zona desertica di confine.

Anche sul fronte delle alleanze i sauditi sembrano in difficoltà. Segnaliamo l’allontanamento diplomatico dell’Algeria, che si è rifiutata di entrare nella coalizione anti-Houthi e che ora rischia serie ripercussioni; il Pakistan che all’inizio sembrava essere in prima linea al fianco di Riyadh, ora ha cambiato posizione e si mantiene neutrale, gli Emirati Arabi hanno minacciato gravi conseguenze se il governo pakistano continuerà su questa linea; l’Oman, che è un paese non sunnita, ma ibadita (la terza famiglia dell’Islam) si è avvicinato all’Iran; la Turchia, con la recente visita a Teheran sembra essersi smarcata e pur combattendo e finanziando assieme al Qatar i jihadisti contro i governi e le milizie sciite si è allontanata dal gigante saudita suo diretto concorrente nella lotta per leadership regionale. Rimangono schierati con determinazione al fianco dei sauditi Egitto e Emirati Arabi Uniti.

Come vedete i sauditi sono in difficoltà sia dal punto di vista militare, sia dal punto di vista diplomatico e con una coalizione così ridotta è difficile pensare ad un intervento terrestre in Yemen, anche perché Riyadh non dispone di un esercito così ampio e preparato da poter sconfiggere i ben armati ed esperti ribelli Houthi. Un intervento terrestre sarebbe possibile esclusivamente con un massiccio supporto anche di Egitto ed Emirati Arabi che a nostro avviso probabilmente non sono così disponibili ad impegnarsi eccessivamente sul terreno. L’Egitto ha difficoltà a controllare totalmente la penisola del Sinai, dove esiste una forte presenza di gruppi legati all’ISIS e ad ovest deve supportare il governo libico nella sua lotta contro Alba Libica e contro il Califfato; gli Emirati Arabi invece sono vicinissimi all’Iran e impegnarsi in una guerra in Yemen li renderebbe troppo vulnerabili in caso di risposta iraniana. Non parliamo nemmeno di Giordania e Sudan che hanno troppe problematiche interne e di confine per aiutare i sauditi in Yemen se non con qualche raid e piccoli contingenti.

Lo Yemen, quindi, rischia di essere una trappola per i sauditi che però non accennano a fermarsi ed anzi, non hanno paura di rompere rapporti economici e diplomatici a causa di questa guerra. Il governo di Riyadh ormai deve andare avanti fino alla fine, altrimenti risulterebbe sconfitto agli occhi del mondo arabo e perderebbe molta della sua influenza. Il problema è però come risolvere questo conflitto dato che i raid a quanto pare non bastano. Non è escluso che i sauditi possano di proposito subire una disfatta sul confine meridionale e far avanzare gli Houthi nel proprio territorio così da costringere gli altri paesi arabi ad inviare contingenti in sua difesa che poi sarebbero usati anche in una offensiva terrestre in Yemen.

A contorno di tutto ciò, c’è il rischio sempre presente, di un incidente con l’Iran che possa causare una guerra regionale di ampia portata, se non il collasso totale dell’Arabia Saudita. Caos di cui si approfitterebbe sicuramente lo Stato Islamico espandendosi proprio nel paese culla dell’Islam. Le conseguenze per noi potrebbero essere enormi, dato che una guerra del genere riporterebbe il petrolio a livelli altissimi e complice il dollaro alto, ci ritroveremmo presto con la benzina oltre i due euro e con la debolissima ripresa economica affossata prima di partire.

Concludiamo dicendo che lo Yemen, potrebbe essere effettivamente la battaglia decisiva. La sconfitta dei Saud potrebbe rivelarsi il cigno nero di questo 2015. Non è escluso che però la guerra continui lenta e strisciante come in Ucraina. Noi continueremo a monitorare ed ad aggiornarvi.

P.S.: no, non aspettatevi l’intervento americano, ormai gli States hanno deciso di ritirarsi e proprio a causa del loro ritiro, far scatenare tutti i conflitti irrisolti ed anzi, vi dirò di più, agli USA questo conflitto conviene dato che necessitano di un prezzo del petrolio più alto e dato che se l’Arabia Saudita in futuro non dovesse essere più un fornitore affidabile gran parte dell’Occidente dovrà rivolgersi a loro per ottenere petrolio. Se questo articolo ti è piaciuto, non perderti Libertà Indefinita, un saggio sulla libertà e sulla legittimità di un sistema, il nostro, sempre più contestato dalla popolazione.banner liberta indefinita
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Oltre la democrazia? La democrazia integrata (in poche parole)

oltre la democraziaNel libro che ho recentemente pubblicato Libertà Indefinita, Manifesto della democrazia integrata, sostengo che la democrazia odierna, cioè la democrazia rappresentativa in un sistema economico capitalista con emissione privata del credito, non sia più sufficiente nel gestire le sfide che stanno travolgendo la maggioranza dei paesi del pianeta. I governi, anche eletti democraticamente, o comunque al governo grazie a legali procedure politiche (come il nostro) stanno subendo una forte crisi di credibilità e abbiamo visto grandi movimenti di contestazione extraparlamentare contro il sistema politico ed economico (Occupy Wall Street, Indignados, Forconi, Studenti, No Global, ecc). A mio avviso, questi sono i sintomi che la nostra democrazia non è più sufficiente, che è necessaria una democrazia più democratica.

Democrazia significa governo del popolo, popolo inteso sia come l’insieme di tutti gli individui ma anche come individuo singolo. Popolo siamo tutti, ma popolo è anche ognuno di noi. Se lasciamo alla maggioranza il diritto di opprimere il singolo, siamo sempre in una dittatura non in una democrazia. La democrazia integrata è il tentativo, la continua ricerca, di tutti gli strumenti necessari per garantire all’individuo ed alla comunità la libertà ottimale cioè la massima libertà negativa e positiva. Cosa intendiamo per libertà negativa e per libertà positiva? Per la libertà negativa, la libertà che appartiene ad ognuno di noi, al singolo, la libertà di scelta, la libertà di vivere; per libertà positiva invece la libertà che solo l’appartenenza ad una comunità ci può offrire.

Nel libro che ho pubblicato manca una sintesi degli obiettivi principali di questa ricerca post-democratica, oltre-democratica, che ho chiamato democrazia integrata e voglio elencarli qui di seguito. La democrazia integrata è la continua ricerca di un sistema politico che possa offrire legittimità, sostenibilità, rappresentabilità e governabilità. I primi due obiettivi appartengono alla sfera della libertà negativa, gli ultimi due alla sfera della libertà positiva. Vediamoli nel dettaglio:

1) LEGITTIMITÀ
La legittimità è quello che manca a tutti gli stati contemporanei, che sono dei poteri organizzati su base territoriale, che non hanno chiesto agli individui se volessero farne parte volontariamente ma che li hanno semplicemente obbligati a sottostare alla loro legge, in maniera coercitiva. Per ovviare a questa gravissima problematica, la democrazia integrata propone la necessità di fondare lo stato su un’Assemblea Costituente Aperta e la possibilità per l’individuo di aderire o meno allo stato. Come gestire questa possibilità senza cadere nell’anarchia è spiegato più approfonditamente nel libro. In poche parole l’obiettivo è quello di creare degli stati che non schiacciano il singolo solo grazie ad una presunta ma falsa legittimità che il voto fornirebbe al governo.

2) SOSTENIBILITÀ
Questo significa creare un sistema che possa essere sostenuto dai singoli individui, che non li schiacci, che non gli sottragga direttamente o indirettamente potere e libertà. Perché ogni potere esiste solo se si sostiene su qualcosa. Il re non sarebbe nulla senza il popolo che gli fornisce il potere. Sostenibilità significa far sì che non esistano concentrazioni di potere che ne sottraggano all’individuo senza una motivazione che sia utile per l’individuo stesso. Quindi vuol dire costruire un sistema dove non esistano enti privati o pubblici che possano distorcere gravemente un’equa e giusta distribuzione del potere. Nel nostro caso, il nostro sistema è insostenibile perché esistono poteri non democratici come il sistema bancario, le multinazionali, l’informazione mainstream che hanno spesso una concentrazione di potere tale da inficiare gravemente la nostra libertà individuale e la gestione democratica della società. E credo che questo sia ormai sotto gli occhi di tutti. La democrazia integrata mira a democratizzare tutte queste concentrazioni di potere o costituendo un sistema che renda impossibile la loro nascita ed esistenza o attraverso la gestione democratica degli stessi. E questo non vuol dire assolutamente estendere indefinitamente il governo statale, ma creare poteri indipendenti gestiti democraticamente con procedure e metodi diversi.

3) RAPPRESENTABILITÀ
Rappresentabilità è una della caratteristiche che di solito si chiede ad una legge elettorale. Generalmente sono i sistemi proporzionali a garantire la massima rappresentabilità. Nel nostro caso rappresentabilità è un concetto a 360° che implica un ampio uso della democrazia diretta, soprattutto per tutti quegli argomenti che riguardano la nostra libertà individuale, quindi potenziare di molto rispetto ad ora, la rappresentabilità diretta. Inoltre, implica la possibilità di essere rappresentati, anche con modi e procedure diversi, nella guida di tutti quei poteri collettivi democraticizzati. E ovviamente anche la classica rappresentabilità proporzionale nella ripartizione dei seggi parlamentari. Oltre a queste caratteristiche, rappresentabilità vuol dire anche non essere soltanto un numero di fronte alla legge ed allo stato, ma essere un soggetto vivo a cui si deve adattare una legge viva e personale. Questo radicale punto è meglio spiegato nella parte del libro chiamata disputa stato-cittadino.

4) GOVERNABILITÀ
Governabilità è il necessario contrappeso della rappresentabilità. Al singolo deve essere offerta la massima rappresentabilità ma al tempo stesso alla comunità deve essere fornito il potere necessario per gestire in maniera ottimale la parte di potere che gli individui gli hanno ceduto. Quindi creare un sistema dove le parti abbiano il giusto peso ma dove nessuna minoranza possa  accrescere in maniera esagerata il proprio potere come purtroppo accade negli stati gestiti con sistemi puramente proporzionali ma anche negli stati con leggi elettorali maggioritarie, dove sistemi elettorali sbagliati portano spesso delle minoranze invise alla popolazione al governo. Quindi democrazia integrata significa sia fornire più potere e più diritti agli individui ma anche consentire al potere organizzato di garantire al meglio quei governi e di gestire il potere in maniera efficiente ed ottimale.

Questi sono gli obiettivi principali della ricerca politica chiamata democrazia integrata, che ha come obiettivo generale quello della più ottimale e ampia distribuzione del potere. Ampia distribuzione del potere che il principale antidoto contro qualsiasi deriva antidemocratica.
In un nostro prossimo articolo parleremo anche di quale sistema elettorale si adatti maggiormente ai principi della democrazia integrata. Se questo articolo ti è piaciuto, non perderti Libertà Indefinita, un saggio sulla libertà e sulla legittimità di un sistema, il nostro, sempre più contestato dalla popolazione.banner liberta indefinita
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ISIS ONURumors assolutamente da confermare (quindi non chiedetemi la fonte), sostengono che negli ambienti diplomatici vicini alla Turchia e al Qatar, circoli una proposta per consentire al Califfato Islamico (o Stato Islamico o ISIS O Daesh) di ottenere un seggio alle Nazioni Unite come osservatore non membro, lo stesso status del Vaticano e della Palestina con la motivazione che data la difficoltà a sconfiggerlo e dato il supporto popolare di cui gode in certe zone occupate, è necessario poter dialogare diplomaticamente con loro per risolvere i conflitti in stallo come ad esempio quello libico. La proposta, ai nostri occhi occidentali, sembra assurda dato il livello di barbarie raggiunto dai combattenti dell’ISIS e il fatto che nonostante de facto siano uno stato, si comportino anche da organizzazione terroristica. Questa presunta notizia segue a ruota quella confermata e reale delle dichiarazioni del responsabile ONU per i diritti umani, il giordano Zeid Raad al-Hussein, che nel commentare il fenomeno dei foreign fighters, ha anche affermato che nello Stato Islamico esista una accettazione della diversità etnica maggiore che in alcuni paesi membri delle Nazioni Unite. Quindi ha espresso una sorta di apprezzamento su un fattore riguardante l’ISIS.

Ma anche da noi in Italia, quasi seguendo questo trend di comprensione del fenomeno del Califfato, e’ Massimo Fini, da sempre su posizioni controcorrente, ad aprire ad un riconoscimento dello Stato Islamico, sostenendo però che riconoscerlo, serve a dargli dei limiti che se superati ci consentirebbero di dichiarargli guerra ufficialmente. (Questo il link alle dichiarazioni di Fini).massimofini

Ora, al di là di queste dichiarazioni, vogliamo noi aprire una riflessione su questo argomento, cioè se l’IS deve oppure no avere un seggio alle Nazioni Unite. Prima di aprire questa riflessione dobbiamo necessariamente premettere che:

1) I primi tre scopi dell’ONU sono: a) mantenere la pace e la sicurezza internazionale; b) promuovere la soluzione delle controversie internazionali e risolvere pacificamente le situazioni che potrebbero portare a una rottura della pace; c) sviluppare le relazioni amichevoli tra le nazioni sulla base del rispetto del principio di uguaglianza tra gli Stati e l’autodeterminazione dei popoli.

2) Siamo consapevoli che l’ONU sia una marionetta statunitense (del resto ha sede a New York), assolutamente non egualitaria (data la presenza del Consiglio di Sicurezza con 5 membri con diritto di veto).

3) Siamo consapevoli che l’ISIS, anche se composta da fanatici che effettivamente credono in maniera radicale all’Islam, sia una marionetta di qualcuno. ( A questo proposito rimandiamo all’articolo Chi c’è dietro l’ISIS e all’articolo Medio Oriente in guerra totale).

Fatta questa premessa, abbiamo visto che lo scopo delle Nazioni Unite dovrebbe essere quello di promuovere la pace internazionale, la soluzione delle controversie tra gli stati e lo sviluppo di relazioni amichevoli tra stati considerati uguali tra loro. L’Assemblea dell’ONU è praticamente una sorta di suffragio universale degli stati atta a promuovere questi scopi.

Ma come funziona un suffragio universale? E’molto semplice, a tutte le persone, che siano uomini e donne, maggiorenni, viene consentito il diritto al voto, senza alcuna distinzione. Il problema è che l’ONU, non è un vero suffragio universale degli stati e questo non può che rendere sempre e comunque questa organizzazione qualcosa di non perfettamente funzionante e utile. Ma perché non è un suffragio universale degli stati? Per almeno due motivi:

1) Alcuni stati valgono più degli altri possedendo il diritto di veto (USA, Russia, Francia, Inghilterra e Cina).

2) A differenza del suffragio universale tra persone, dove riconoscere una persona è facilissimo e automatico, per essere riconosciuto stato membro dell’ONU si ha bisogno dell’approvazione degli altri membri. Chiaramente questo è assurdo, pensate se per essere riconosciuti cittadini votanti dovessimo avere il consenso degli altri, molte persone perderebbero il loro diritto di voto, è questo è chiaramente ingiusto.

Quindi le Nazioni Unite sono un’organizzazione fortemente distorta sia da una dittatura della minoranza (quella del Consiglio di Sicurezza dei cinque membri con potere di veto) sia da una dittatura della maggioranza (cioè il fatto che per essere riconosciuti come stati serva l’approvazione della maggioranza dei membri). A nostro avviso, se veramente l’ONU vuole essere un’organizzazione portatrice di pace che stimoli il dialogo tra gli stati per risolvere i conflitti pacificamente, l’essere riconosciuto uno stato legittimo, non deve essere qualcosa votato da altri ma deve essere qualcosa di automatico, come quando noi alla maggiore età riceviamo la tessera elettorale.

Ma ecco che veniamo al succo del discorso. Quale stato è legittimo? Nel mio libro Libertà Indefinita, Manifesto della Democrazia Integrata sostengo che in realtà, attualmente, nessun stato esistente sul pianeta sia uno stato legittimo, perché tutti, anche quelli più o meno democratici come il nostro (ora come ora molto meno che più) sono frutto di un atto di forza della minoranza/maggioranza al governo che continua a perpetuare un potere organizzato su scala territoriale in cui i sudditi o sottoposti o cittadini non hanno volontariamente deciso di aderire. Questo indipendentemente dal fatto che lo stato sia una democrazia oppure no. La volontà della maggioranza non è assolutamente sinonimo di legittimazione. Ovviamente molti lettori si chiederanno quale sia l’alternativa alla nostra democrazia se non l’anarchia, nel libro ho in qualche modo cercato di segnare una direzione con cui ripensare e rifondare uno stato che possa garantire un alto livello di legittimazione senza finire nell’anarchia (che non significa solo sbandati e terroristi, ma libertà, ma anche, purtroppo, utopia).

Detto questo torniamo a noi, premesso, quindi, che in realtà nessuno stato è legittimo, possiamo indicare dei requisiti che garantiscano, indipendentemente dal valore della maggioranza degli stati, il diritto di essere riconosciuto uno stato e quindi di poter parlare ad un’Assemblea di stati come quella dell’ONU? Io credo di sì. Ad esempio, potrebbe essere definito stato, ogni potere organizzato territorialmente che detenga effettivamente il controllo per almeno un certo arco di tempo minimo ( ad esempio sei mesi o un anno) di un territorio di una certa grandezza (almeno grande come il Vaticano, che è lo stato più piccolo del mondo, oppure anche più grande) composto da almeno un certo numero di persone che lo riconoscono o che lo rispettano ( tipo 50.000 o 100.000).

Una procedura del genere eliminerebbe per sempre il problema degli stati riconosciuti o non riconosciuti, se uno stato esiste, esiste e basta non ha bisogno di essere riconosciuto, come noi come persone non abbiamo bisogno per esistere di essere riconosciute dalle altre. Quindi, Palestina, Nuova Russia, Stato Islamico, Taiwan, Transnistria, ecc avrebbero diritto di sedere all’ONU e sostenere la propria posizione. Se non si attua una riforma del genere, l’ONU non sarà mai un’assemblea della Nazioni Unite ma sarà solo una fazione di una parte delle nazioni del pianeta. E’ assolutamente necessario un superamento della mentalità americana di bene o male, dove non esistono mai nazioni a cui dichiarare guerra, ma solo dittatori o governi da rovesciare con lo scopo messianico di liberare un paese. Questa mentalità dualistica figlia della Seconda Guerra Mondiale metterà presto fine alle Nazioni Unite come luogo di dialogo tra le nazioni, dato che sempre più parti del pianeta appartengono a stati che non ne fanno parte.

Tornando all’IS, quindi sì, noi crediamo che sia giusto dargli un seggio all’ONU, perché volenti o nolenti, loro sono uno stato, controllano un territorio, è assolutamente irrilevante che siano totalmente diversi da noi e che siano nostri nemici. Non c’è scritto da nessuna parte che gli stati delle Nazioni Unite debbano essere uguali. Questo, ovviamente, non indica che l’ISIS non sia da combattere, al contrario, personalmente penso che l’Europa debba svegliarsi e sradicare per sempre questa minaccia sia internamente sia esternamente. Ma neanche un giudizio morale che escluda l’ISIS ha senso, dato che membri delle Nazioni Unite, come gli Stati Uniti, hanno causato nelle recenti guerre di Afghanistan e Iraq direttamente e indirettamente milioni di morti, quindi un bilancio di vittime superiore anche all’efferato Stato Islamico. Del resto stato vuol dire anche morte e sopraffazione.

E’ necessaria un’Assemblea delle Nazioni Unite, amorale, indipendente, con requisiti di ammissibilità uguali per tutti, anche per gli stati che ancora non esistono, e senza membri di seria A e di serie B. Un’assemblea che possa veramente stimolare il dialogo anche tra le parti più lontane e rivali. Questo non significa necessariamente che con lo Stato Islamico si possa o si debba dialogare, ma comunque non riconoscerlo significa soltanto chiudere gli occhi, a mio avviso sarebbe solo un sintomo di profonda  immaturità politica. Se questo articolo ti è piaciuto, non perderti Libertà Indefinita, un saggio sulla libertà e sulla legittimità di un sistema, il nostro, sempre più contestato dalla popolazione.banner liberta indefinita
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bombardamenti in yemen

Dopo Siria, Iraq, Libano, Palestina, Libia anche lo Yemen viene travolto dalla guerra. Pochi giorni fa i guerriglieri ribelli Houthi, di religione sciita, hanno costretto il presidente dello Yemen, Hadi, a fuggire in Arabia Saudita. Subito dopo questa fuga, si è formata una coalizione di paesi arabi, guidata da Egitto ed Arabia Saudita, paesi sunniti, che ha iniziato pesanti bombardamenti contro le postazioni dei ribelli, causando centinaia di morti. Lo spazio aereo yemenita è ora sotto controllo della coalizione araba e, l’Egitto con le sue navi da guerra, controlla l’importante stretto di Bab al-Mandeb, che introduce al Mar Rosso.

Con questo articolo, vogliamo fare un po’ di chiarezza in questo complesso scenario medio-orientale dove ormai la totalità dei paesi è in guerra contro altri, ma dove è difficile capire alleanze e fronti. Chi riesce a capire questo divertente grafico postato da GeopoliticalCenter può anche non continuare la lettura dell’articolo:Alleanze Medio Oriente

Torniamo allo Yemen. Molti italiani probabilmente non hanno mai sentito parlare di questo paese ed a stento sanno dove si trova (questo senza alcuna nota polemica, non è obbligatorio interessarsi di geografia o geopolitica), quindi ne diamo una breve presentazione. Il paese si trova nella parte sud-occidentale della Penisola Arabica e confina al Nord con l’Arabia Saudita e ad Est con l’Oman. La popolazione è di ben 24 milioni di abitanti, la cui stragrande maggioranza è di etnia arabo-yemenita, con piccole minoranze africane ed occidentali. Il paese è però diviso dal lato religioso con il 58% della popolazione che è sunnita e il 42% sciita. Economicamente è tra i paesi più poveri della Penisola Arabica, con un tasso di disoccupazione di circa il 20%. La situazione attuale è figlia della Primavera Araba del 2011, che ha portato alla deposizione del precedente presidente Saleh (che ha anche rischiato di morire in un attentato) e all’estendersi dei territori controllati dai jihadisti di al-Qaeda ad est e dai ribelli sciiti Houthi a nord. Negli scorsi mesi, quest’ultimi sono riusciti a conquistare la capitale Sanaa facendo fuggire il presidente Hadi ad Aden, nel sud del paese. Attualmente i ribelli procedono proprio verso Aden e questo ha costretto, come abbiamo anticipato sopra, alla fuga definitiva del presidente. Ora i ribelli si apprestano ad assediare Aden, la seconda più importante città del paese dopo la capitale. Questa rapida espansione dei ribelli, ha costretto l’Arabia Saudita e gli altri paesi arabi ad intervenire. L’intervento è dovuto al fatto che il presidente Hadi ha chiesto ufficialmente aiuto alla Lega Araba per riuscire a cacciare i ribelli Houthi che essendo sciiti sono sostenuti militarmente e finanziariamente dall’Iran e quindi per i paesi arabi sunniti la guerra in Yemen serve a contenere l’espansione dell’area d’influenza sciita e iraniana che già comprende il Libano, la Siria controllata da Assad e l’Iraq controllato dal governo in carica che sta facendo retrocedere la sunnita ISIS. Qui di seguito la mappa della guerra in Yemen:MAPPA GUERRA YEMEN 2015

Ora la coalizione militare formata dalla Lega Araba e guidata dai paesi sunniti dell’Arabia Saudita e dell’Egitto, continua il suo intervento con bombardamenti aerei ed ha promesso di continuare la guerra fino alla totale sconfitta dei ribelli Houthi. I ribelli però sono ben armati e motivati e minacciano anche il confine saudita ammassando artiglieria e truppe. E’ probabile che presto assedieranno la città di Aden e quindi potremmo assistere a breve ad un intervento di terra saudita ed egiziano. Un intervento di terra è sicuramente una cosa diversa e più grave di un intervento aereo e non è esclusa una reazione iraniana sia attaccando direttamente i paesi della coalizione, in primis l’Arabia Saudita, sia inviando truppe in Yemen. Il rischio di una guerra totale tra questi paesi è veramente altissimo e nessuno sembra retrocedere di un millimetro. A questo si aggiunge la posizione della Russia, totalmente schierata con l’Iran e che potrebbe addirittura intervenire in questo conflitto, perlomeno con un supporto logistico. Inoltre a breve avremmo la conclusione dell’accordo sul nucleare iraniano, accordo fortemente osteggiato da Israele dove ha vinto di nuovo Netanyahu e dove si è formato un governo fortemente orientato al nazionalismo come già da noi prospettato in questo articolo. Accordo ovviamente osteggiato anche dagli altri paesi della Lega Araba che sono assolutamente contrari all’ascesa dell’Iran come potenza regionale. Le conseguenze di questa guerra ci riguardano direttamente dato che il prezzo del petrolio ha già iniziato a salire con l’inizio dei bombardamenti e che Arabia Saudita e Iran sono rispettivamente il primo e il quarto estrattore di petrolio al mondo. Una forte risalita del prezzo del petrolio ( che finora si era fortemente svalutato) accompagnata al dollaro forte, farebbe schizzare il prezzo della benzina oltre i due euro affossando la debole ripresa europea e aggravando la deflazione mondiale.

Ora passiamo all’analisi delle alleanze, che come abbiamo anticipato risulta particolarmente complessa e mutevole, del resto, chi ci segue, già sapeva che questo conflitto mondiale non sarebbe stato uguale ai due precedenti, quindi con fronti e alleanze definite, ma sarebbe stato liquido, quindi con fronti e alleanze mutevoli e soprattutto asimmetriche come scritto nel nostro articolo Terzo Conflitto Mondiale? Una guerra liquida.

Per prima cosa analizziamo il fronte del petrolio, cioè chi lo vuole basso e chi lo vuole alto:

LO VOGLIONO BASSO: Unione Europea, Cina, Giappone

LO VOGLIONO ALTO: Russia, USA e Iran

NEUTRALI: Paesi della Lega Araba

Già qui vediamo una situazione inedita, dove gli interessi europei e americani divergono ampiamente e invece collidono con quelli cinesi. Questo è abbastanza semplice da spiegare, europei e cinesi sono paesi dipendenti dal petrolio e quindi importarlo a caro prezzo danneggia le proprie economie facendo fuoriuscire capitali. Invece Russia, USA  e Iran hanno bisogno di un prezzo del petrolio elevato, oltre gli 80 dollari per poter sostenere le proprie estrazioni che sono più costose di quelle saudite. Abbiamo invece messo come neutrali i paesi arabi, perché questi effettivamente guadagnerebbero da un petrolio alto, ma finora erano interessati a tenerlo basso per far fallire i concorrenti soprattutto Russi e Americani. Quindi il recente ritiro americano dallo Yemen, preludio del dilagare dei ribelli Houthi, potrebbe quasi sembrare una strategia americana per far saltare la polveriera medio-orientale e far schizzare il petrolio verso l’alto, salvando così la propria industria estrattiva che in caso contrario rischierebbe seriamente di andare incontro al fallimento. Questa situazione quindi danneggia in primis europei e cinesi e favorisce americani e russi. E questo è il primo punto, quindi incredibilmente vediamo gli americani alleati dei russi in Medio-Oriente ma nemici in Ucraina.

Passiamo ad una seconda analisi, quello dei principali attori e delle principali alleanze protagoniste in Medio Oriente, li elenchiamo di seguito:

1) Israele o Entità Sionista: religione ebraica, nemico giurato formalmente di tutto il mondo islamico. Nemici effettivi: Hamas palestinese, Hezbollah libanesi, regime di Assad in Siria, Iran. Alleato degli USA ma in rottura. Buoni rapporti con la Russia e con  Grecia e Cipro.

2) Stato Islamico o Califfato Islamico o ISIS: religione sunnita salafita. Nemici principali: occidentali in generale, sciiti iracheni, regime di Assad in Siria, curdi siriani e iracheni, Hezbollah libanesi, milizie governative libiche, Nigeria, Tunisia, Iran. Attaccato per via aerea da : Stati Uniti, Francia, Regno Unito, Canada, Danimarca, Giordania, Bahrain, Emirati Arabi, Arabia Saudita, Egitto. Rapporti amichevoli solo con altre formazioni terroristiche come al-Qaeda o i Talebani. Mistero su chi sia il suo sponsor, forse Israele in funzione contenitiva dell’Iran, forse gli USA per seminare il caos in Medio Oriente, più probabilmente il Qatar e la Turchia in funzione anti-sciita e anti-curda.

3) Filo-Sauditi: di religione principalmente sunnita, essenzialmente i paesi che si sono resi disponibili ad attaccare i ribelli Houthi, quindi Arabia Saudita, Egitto, Emirati Arabi, Bahrain, Giordania, Sudan, Pakistan. Formalmente alleati degli USA (a parte Sudan ed Egitto) anche se ultimamente più indipendenti, nemici dell’ISIS ma soprattutto dell’Iran. Non troppo ostili contro Israele.

4) Turchia-Qatar: inedito asse turco-arabo, entrambi paesi sunniti con leadership islamiste.Sostengono la Fratellanza Musulmana e i movimenti fondamentalisti nel mondo arabo. Probabilmente vicini o almeno non-ostili allo Stato Islamico in Siria e Iraq. Controversa invece la loro posizione in Libia, dove ufficialmente appoggiano il governo islamista di Tripoli, retto dai miliziani islamici di Alba Libica, che però sono ostili all’ISIS libico con sede a Derna. Per maggiori info cliccare qui. Questo asse è ostile all’Iran e ai suoi alleati ma neanche in buoni rapporti con gli altri paesi filo-sauditi. Qatar è isolato dagli altri paesi del golfo e Turchia è ostile all’Egitto in Libia.

5) Filo-iraniani: di religione sciita, essenzialmente sono l’Iran, il regime di Assad, il governo legittimo iracheno, gli Hezbollah libanesi, i ribelli Houthi ma anche i sunniti di Hamas. Ostili agli USA, (anche se ultimamente meno), fortemente ostili allo Stato Islamico, ai Turco-Qatarioti e soprattuto ai Filo-Sauditi ma anche ad Israele. Alleati della Russia e in misura minore della Cina.

Questi cinque gruppi, costituiscono le principali fazioni presenti in Medio Oriente. Se il ruolo di Israele, dei filo-sauditi e dei filo-iraniani è abbastanza chiaro e definito, rimane più fumosa la posizione dei turco-qatarioti e dello Stato Islamico.

Con questo concludiamo l’intricata analisi (pur decisamente semplificata) dello scenario medio-orientale e dei suoi protagonisti. Vi aggiorneremo anche su  Facebook, riguardo ai prossimi avvenimenti come l’imminente invasione terrestre dello Yemen da parte della coalizione filo-saudita. Come vedete ormai la Terza Guerra Mondiale non è più un’ipotesi ma è una realtà ed ogni mese assistiamo ad un allargamento dei paesi coinvolti.Se questo articolo ti è piaciuto, non perderti Libertà Indefinita, un saggio sulla libertà e sulla legittimità di un sistema, il nostro, sempre più contestato dalla popolazione.banner liberta indefinita
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Fenrir

Sono Giuseppe Cirillo alias Fenrir, l’autore di questo blog. Nei nostri articoli ci sforziamo di offrire un’angolazione e una visione diversa rispetto ai media di regime. Per qualsiasi domanda o per un’eventuale collaborazione contattami alla seguente mail: fenrir1489@gmail.com 

 

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2016-2018: USA in guerra civile

usa in guerra civile“Nessun impero, anche se sembra eterno, può durare all’infinito.”
JACQUES ATTALI

Lo so, è da anni che da più parti si parla dell’imminente caduta degli Stati Uniti, della loro decadenza, del mondo multipolare e via dicendo e invece loro, nonostante ciò, continuano ad essere l’unica superpotenza del pianeta, con il dollaro che addirittura si rivaluta su tutte le altre valute. Però, io credo che ora si vedano dei segnali importantissimi direi segnali di fine impero, di fine regime.

Giusto di ieri, la notizia che gli USA hanno deciso di chiudere una storica base presente in Yemen e di ritirare truppe e personale diplomatico, a causa della crescente violenza tra milizie Houthi, jihadisti e governativi. Quindi, rendiamoci conto, gli USA che si ritirano non alla fine di un conflitto, ma proprio durante un’escalation. Gli stessi che per ogni accenno di instabilità  erano sempre pronti ad intervenire, ora si ritirano. Credo che già questo, insieme agli altri che elencheremo, siano segnali che l’Impero inizia a ritirarsi o perché schiacciato dal suo debito pubblico, dalle sue difficoltà economiche e dalle proprie problematiche interne o a causa di un ordine di poteri forti che probabilmente hanno bisogno della decadenza degli States.

Ma quali sono gli altri segnali della decadenza degli USA? Eccone alcuni:

1) Presidente Obama irrilevante e senza potere, con il Congresso in mano ai repubblicani. Stallo istituzionale decisamente grave, che ha portato allo Shutdown e che potrebbe ritornare a settembre. Stallo che potrebbe durare fino al 2016, quando ci saranno le elezioni per il nuovo presidente. Umiliazione del presidente da parte di Netanyahyu che ha parlato al Congresso senza incontrarlo.
2) Crisi con i principali alleati, Arabia Saudita, Turchia e Qatar sembrano seguire una propria linea indipendente, con Israele in rottura, con l’Unione Europea rapporti raffreddati dallo scandalo delle intercettazioni ai principali leader europei.
3) Nascita di una Banca Mondiale Cinese alla quale hanno aderito anche paesi filoamericani come Italia o Giappone.
4) Graduale ma costante riduzione degli scambi in dollari, soprattutto in Asia, a causa degli accordi bilaterali organizzati principalmente da Cina e Russia.
5) Totale incapacità di affrontare le sfide in politica estera, caos in quasi tutto il Medio Oriente e inadeguatezza nei confronti della Russia di Putin.
6) Aumento esponenziale della criminalità interna.
7) Manifestazioni, scontri e morti a causa della tensione tra afroamericani e forze dell’ordine.
8) Flash Crash del dollaro, dopo il rinvio del rialzo del tasso di interesse da parte della Federal Reserve. Calo del biglietto verde giornaliero più alto degli ultimi 15 anni. Come scritto in questo articolo di Wall Street Italia.
9) Le posizioni in leva su Wall Street iniziano a ridursi e di solito questo è un segnale che anticipa il crollo della borsa come descritto da questo articolo di Rischio Calcolato.

Questi, a nostro avviso, sono i principali segnali della decadenza strutturale dell’Impero Americano. Nel titolo abbiamo parlato di guerra civile, una guerra civile è una cosa grave, gli USA sono la maggiore potenza economica del pianeta, sembra impossibile uno scenario del genere, ma se prima si verificasse uno dei seguenti eventi noi non lo potremmo assolutamente escludere:

1) Crollo devastante del dollaro
2) Crollo altrettanto devastante di Wall Street
3) Importante attentato (uguale o più grande dell’11 Settembre)
4) Shutdown e scontro istituzionale
5) Morte di Obama
6) Evento climatico o naturale straordinario

Vediamo di analizzare brevemente ognuno di questi eventi che potrebbero anticipare una guerra civile:

1) Crollo devastante del dollaro
Il dollaro è il vero strumento e simbolo del potere americano sul resto del mondo. Possedere il vantaggio di poter stampare la valuta di riferimento mondiale, fornisce agli Stati Uniti la possibilità reale di vivere al di sopra delle proprie possibilità e quindi di poter sostenere il proprio costante deficit commerciale verso il resto del mondo e di sostenere il proprio bilancio pubblico sempre più deteriorato. Come sicuramente già sapete, è però in atto un graduale processo di sostituzione del dollaro come valuta di riferimento, processo a cui ha fortemente contribuito la nascita dell’Euro (che è la seconda valuta più importante del pianeta) ma che è soprattutto sostenuto dai paesi in rottura con gli States come Russia e Cina, che stanno procedendo verso una sempre più totale indipendenza dal dollaro. Molti di voi diranno che il dollaro è attualmente fortissimo, ma questo è a nostro avviso soltanto un enorme rimbalzo del gatto morto. Ed anzi il dollar standard come a suo tempo il gold standard, muore proprio quando le garanzie sono richieste quindi quando il dollaro o l’oro vengono richiesti al posto dei titoli di credito da essi derivati, come ho descritto nell’articolo Il colpo di coda del dollaro prima del suo collasso definitivo. Ora sarà interessante capire quando e come il crollo del dollaro avverrà. A nostro avviso, essendo il dollaro un sistema basato sulla fiducia, quando crollerà definitivamente avverrà in maniera molto veloce, come il Flash Crash avvenuto pochi giorni fa, ma sarà un Flash Crash spaventoso, che polverizzerà il dollaro e scatenerà l’iperinflazione negli USA. La situazione attuale vede l’economia americana che stenta a riprendersi e la Federal Reserve che di conseguenza ha rimandato l’innalzamento del tasso di interesse. Tutti se lo aspettano entro settembre. Se questo non dovesse avvenire a causa della situazione economica americana, i mercati potrebbero perdere fiducia nel dollaro e questo potrebbe iniziare a scendere, a quel punto non è escluso che paesi ostili come la Cina, che ha creato una sua Banca Mondiale, non sfruttino l’occasione per liberarsi dei titoli e delle riserve in dollari per distruggere gli USA e assumerne il ruolo di guida del pianeta. Alternativamente un rialzo dei tassi, produrrà un ulteriore ascesa del dollaro che danneggerà ancora di più l’economia americana e quella mondiale.

2) Crollo altrettanto devastante di Wall Street
crollo wall street
Guardando questo grafico io vedo il più assurdo rialzo borsistico di tutti i tempi, giustificato soltanto dell’immensa stampa di dollari operata dalla Fed. A mio avviso, questo grafico rappresenta la più grande bolla di tutti i tempi e come vedete, anche le due precedenti sono scoppiate dolorosamente, questa scoppierà da un’altezza ancora maggiore, stavolta gli USA ne saranno travolti. Sarà interessante capire se il crollo di Wall Street precederà il crollo del dollaro, se ne sarà contemporaneo o se sarà causato dall’innalzamento del tasso di interesse o da un fatto esterno. Credo che comunque in questo caso la divergenza tra dollaro e azionario ( di solito essendo il dollaro valuta rifugio si alza quando l’azionario crolla e viceversa) non ci sarà e potrebbero crollare entrambi come entrambi sono saliti. Quando questo avverrà ovviamente non lo sappiamo, potrebbe succedere nella seconda metà del 2015 o nel 2016, ma comunque ne siamo molto vicini e quando succederà, sarà un lampo, un flash e il mondo sarà cambiato.

3) Importante attentato
Da sempre i servizi segreti americani avvertono del rischio di un attentato con un piccolo ordigno nucleare o con una bomba sporca sul suolo degli Stati Uniti. Se non ricordo male, alcuni esponenti del governo Bush lo davano per certo entro il 2020. Se dovesse succedere un evento del genere, è difficile immaginare le conseguenze che questo potrebbe avere sugli USA e sul resto del mondo. Sicuramente potrebbe preannunciare anche lo sfaldamento degli States, dato che la situazione attuale è enormemente diversa dal 2001 ( dove gli USA erano al culmine del loro potere).

4) Shutdown e scontro istituzionale
A settembre potrebbero ricominciare le trattative per evitare un ennesimo shutdown, cioè la sospensione dei servizi offerti dallo Stato Federale a causa del mancato accordo per il finanziamento del bilancio americano. A nostro avviso non crediamo tanto nella sua possibilità, dato che i repubblicani sono in vantaggio e gli basterebbe aspettare fino alle fine del 2016 per tornare al potere. Oppure potrebbero causarlo cercando di scaricarne le responsabilità su Obama danneggiando così tanto gli USA da aprire poi le porte ad una larga vittoria repubblicana. L’eventuale realizzazione di questo scenario sarebbe molto destabilizzante per gli Stati Uniti.

5) Morte di Obama
Obama sembra essersi fatto molti nemici sia nella lobby delle armi, sia nella lobby ebraica. Una sua eliminazione potrebbe però essere probabile, a causa del contestato accordo sul nucleare iraniano. A chi sarebbe data la colpa per la sua uccisione? O all’ISIS cosa che potrebbe favorire l’instaurazione di leggi ancora più liberticide sul suolo americano o a qualche estremista bianco, cosa che potrebbe aggravare ancora di più la tensione etnica esistente.

6) Evento climatico o naturale straordinario
Gli USA sembrano negli ultimi anni sempre più interessati da uragani e da incredibili gelate invernali. Inoltre c’è sempre il rischio di un enorme terremoto in California. Quindi, un evento naturale potrebbe essere sempre una possibile causa dell’inizio del crollo degli USA, soprattutto in questo già grave periodo storico ed economico.

Questi sono gli eventi che a nostro avviso potrebbero far iniziare il crollo della superpotenza americana. Una guerra civile potrebbe scoppiare o subito dopo il verificarsi di uno di questi o a causa di qualche contestata scelta politica (vedi shutdown o legge contro il possesso di armi) o a nostro avviso con la probabile vittoria repubblicana nel 2016. Come ben sappiamo i repubblicani sono amanti della forza e rappresentano più la parte bianca ed economicamente più benestante del paese. Una loro affermazione accrescerebbe ancora di più la tensione sociale che potrebbe sfociare in una guerra civile. Ma perché parliamo tanto di guerra civile? Perché negli USA ci sono le condizioni ideali e le vediamo di seguito.

1) Velleità secessioniste: come descritte nel nostro articolo Verso gli Stati Divisi d’America.

2) Spaccatura politica del paese: il paese non è omogeneo politicamente ma spaccato in stati tradizionalmente repubblicani e stati tradizionalmente democratici come vediamo in questa mappa.polarizzazione politica usa
3) Spaccatura etnica del paese: gli Usa non sono più un paese etnicamente omogeneo come all’epoca di Tocqueville ma sono un paese multietnico, ma non omogeneamente multietnico. Questa mappa ci mostra le etnie dominanti in ogni zona del paese: mappa etnica degli stati uniti
In quest’altra mappa vediamo l’importante presenza degli afroamericani che sono l’etnia più sofferente sia socialmente che economicamente negli USA:
mappa neri d'america
Come sappiamo, nelle recenti guerre civili in Siria, Iraq, Libia, Ucraina, Yemen, Nigeria, la componente etnica, politica e religiosa è importantissima. Analizzando le mappe precedenti gli USA potrebbero facilmente dividersi in un ovest democratico, in una California democratica ed ispanica, in un nord-est democratico e europeo, in un centro america dal Texas fino al nord, bianco e repubblicano e poi abbiamo gli stati sud orientali dove gli afroamericani sono tantissimi ma i governi sono repubblicani. E sono proprio queste a nostro avviso le aeree di scontro etnico più pericolose.

4) Spaccatura religiosa del paese: gli USA sono un paese multireligioso per eccellenza, anche questo fattore può essere importante in una futura guerra civile, di seguito una mappa religiosa degli Stati Unitimappa religiosa degli usa

5) Il popolo più armato della terra: gli Stati Uniti hanno la popolazione più armata del pianeta con ben 90 armi ogni 100 abitanti. Questo a nostro avviso assieme al settarismo e alla forte presenza di gang armate, rappresentano una dei principali motivi che potrebbero far sfociare la tensione in lotta armata.

Abbiamo quindi riassunto i possibili scenari che potrebbero causare un crollo della potenza americana e le motivazioni che rendono credibile la possibilità di una guerra civile. Sicuramente, finché il dollaro e l’economia americana terranno, non assisteremo a niente di tutto ciò, ma se la fiducia nel biglietto verde dovesse polverizzarsi, allora vedremo cadere anche l’Impero Americano sia all’esterno (con la fine della sua influenza nel mondo e dei suoi interventi, cosa che sta già avvenendo) sia all’interno con la divisioni in stati separati o in opposte fazioni armate. La caduta del gendarme mondiale ci farà entrerà nella fase più grave della Terza Guerra Mondiale già in corso, dato che tutti i conflitti congelati si scongelerebbe a causa del tracollo economico e della mancanza degli Stati Uniti che fino ad ora sono sempre intervenuti in ogni area del pianeta.

P.S.: la caduta della nazione che rappresenta per eccellenza il sistema capitalista, ci farà entrare nel pieno del periodo già noi denominato, transizione post-capitalista. Una transizione dolorosa, dove il capitalismo esisterà ancora ma non avrà più la fiducia ideologica che l’esistenza della ricca potenza americana gli conferiva. Molti di voi si chiederanno transizione verso cosa? Questo non lo sappiamo, possiamo sicuramente escludere il comunismo, già caduto e storicamente sconfitto negli anni Novanta. Se questo articolo ti è piaciuto, non perderti Libertà Indefinita, un saggio sulla libertà e sulla legittimità di un sistema, il nostro, sempre più contestato dalla popolazione.banner liberta indefinita
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