ISIS dilagherà in Asia Centrale?

asia centrale isisL’ISIS, l’organizzazione terroristica che con il nome di Califfato Islamico o di Stato Islamico, sta espandendo sempre più i territori sotto il suo dominio in Siria, Iraq ed ora in Libia, senza contare i loro alleati di Boko Haram in Nigeria, sembra stia puntando i propri occhi sulle immense terre dell’Asia Centrale ed ora vedremo nel dettaglio la situazione.

Come ben sappiamo, nel cuore dell’Asia Centrale, c’è l’Afghanistan, che dopo quattordici anni di guerra, è ancora un paese diviso e distrutto, con i Talebani ancora presenti e che nell’ultimo periodo del 2014 ed inizio 2015 hanno intensificato ancora di più le proprie azioni contro l’esercito regolare. Ora, tra quest’anno e il prossimo, assisteremo probabilmente al completo ritiro dell’esercito statunitense, ma il paese rischia seriamente di finire come l’Iraq, che dopo il ritiro americano, è finito nella mani dello Stato Islamico. In Afghanistan la situazione potrebbe sembrare un tantino diversa, dato che i Talebani sembrano voler rimanere qualcosa di indipendente dall’ISIS, ma notizia proprio di pochi giorni fa, sembra che parte dei comandanti talebani, abbia deciso di allearsi attraverso l’organizzazione pakistana Jundallah, con lo Stato Islamico con l’obiettivo di autoproclamare in quei territori tra Iran, Afghanistan e Pakistan un Califfato fedele ad Al-Baghdadi, sull’esempio di quello successo in Libia. Territorio di cui già lo Stato Islamico ha denominato il nome, cioè Khorasan e l’emiro cioè l’ex capo del TTP Hafiz Saeed Khan.

Detto questo, non è assolutamente detto che l’ISIS riesca ad assumere direttamente il controllo di queste zone, data la forte presenza talebana che per ora non sembra volersi piegare al Califfo, è probabile però l’istituzione di califfati paralleli uno dell’ISIS e uno talebano sotto l’eroico e famoso Mullah Omar. Quindi è probabile anche uno scontro tra le due fazioni estremiste, sempre che i poteri forti dietro questi non riescano a comprare la maggioranza dei capi talebani e farli unire allo Stato Islamico. In qualsiasi caso, l’Afghanistan sembra destinato ad essere la base da cui possono partire jihadisti per tutta l’Asia Centrale.

Parliamo, ora, degli altri stati centroasiatici. Essi sono tutti musulmani e sono retti da autocrazie post-sovietiche, molto simili all’Egitto ed alla Libia pre Primavera Araba. Ed abbiamo visto che, dove il potere è concentrato, è molto facile sostituirlo rapidamente una volta che questo crolla. A nostro avviso è probabile un intensificarsi delle azioni jihadiste in questi paesi, soprattutto alle luce del fatto che moltissimi combattenti ora tra le fila dello Stato Islamico, provengono proprio da lì. Ora li analizzeremo tutti, ma partiamo dal più interessante e potenzialmente esplosivo, l’Uzbekistan.

In un nostro articolo, ne avevamo già parlato, ma ora il rischio che l’Uzbekistan salti, si fa sempre più reale. Il presidente-dittatore Islom Karimov, è sempre al potere e l’opposizione lo da per morto o in coma, un giorno si e l’altro pure, ma lui dimostra ogni volta di essere ancora vivo. Le elezioni presidenziali sono state fissate a marzo e la rielezione di Karimov è scontata, anche se illegale, dato che la costituzione uzbeka fissa al massimo a due , i mandati presidenziali. Non è esclusa quindi la possibilità di un’improvvisa e inaspettata primavera uzbeka, dato anche il crescente malcontento per lo sfruttamento minorile nella raccolta dell’oro bianco uzbeko, cioè il cotone e il ritorno di molto uzbeki dalla Russia, che saranno gettati nella miseria della disoccupazione. Se a questo aggiungiamo l’alleanza tra i territoristi dell’IMU (Islamic Movement of Uzbekistan) e l’ISIS, la situazione potrebbe presto degenerare.

Altro paese a rischio, è il Kazakistan, che pur essendo alleato della Russia, è stretto tra i crescenti scontri tribali tra le centinaia di etnie diverse presenti nel paese e l’aggressività panrussa del suo ingombrante alleato. A tutto ciò si somma, una valuta in caduta libera, un’economia che risente fortemente dei problemi della Russia e un crescente malcontento popolare proprio a causa della congiuntura economica. Malcontento che da motivi economici passa facilmente a motivazioni politiche, dove anche qua vediamo un’autocrazia che calpesta senza problemi le norme democratiche. Kazakistan che è anche sottoposto ad una campagna di reclutamento jihadista e che ha subito recentemente minacce dirette, con video in cui sono stati mostrati decine di bambini kazaki mentre ricevono addestramento militare da parte dei miliziani dell’ISIS. Anche qui, ad aprile avremo le elezioni-farsa che confermeranno il presidente Nazarbayev per l’ennesima volta. Non escludiamo possibili moti di protesta soprattutto se le condizioni economiche dovessero peggiorare o se proteste simili dovessero iniziare in Uzbekistan.

Il Kirghizistan, altro paese musulmano centroasiatico, è quello effettivamente messo peggio e con una forte presenza dell’integralismo islamico. Infatti, il paese è stato scosso da forti proteste contro le ultime vignette di Charlie Hebdo. La disoccupazione, i recenti scontri della primavera del 2010, l’aumento della tensione etnica tra kirghisi, uzbeki e tagiki, possono fare di questo paese il potenzialmente più pericoloso dell’area, contando che moltissimi jihadisti provengono da questi territori e che sembrerebbe che molti stiano ritornando in patria addestrati e pronti a compiere attentati ed attacchi.

Il Tagikistan similmente al Kirghizistan è un paese povero, che sta subendo la crisi economica della Russia con il calo delle rimesse dei lavoratori tagiki. Proprio nella giornata odierna, si svolgeranno le elezioni, scontata la vittoria del partito al governo che ha usato qualsiasi mezzo per danneggiare e impedire alle opposizioni di partecipare regolarmente alla tornata elettorale. Anche in questo caso non sono esclusi moti di protesta nel breve-medio periodo, considerando, tra l’altro, che il paese vorrebbe sganciarsi dal dollaro e assumere come valuta di riferimento lo Yuan cinese, cosa che come sappiamo, spinge CIA  e company a compiere azioni destabilizzanti. A questo proposito segnaliamo l’allarme delle guardie di frontiera tagike al confine con l’Afghanistan, che parlano di ammassamento di truppe, probabilmente dell’IMU, dei Talebani e dell’ISIS, che potrebbero presto presentare una minaccia per il paese che non ha abbastanza risorse per fronteggiare un attacco su vasta scala.

Il Turkmenistan, essendo un paese vicino alla Turchia e con un governo abbastanza lontano da Mosca, e con un sentimento religioso meno importante che negli altri paesi, potrebbe non essere coinvolto direttamente in una destabilizzazione fondamentalista, almeno non in un primo momento.

Situazione molto pericolosa in Pakistan, da tempo paese sottoposto all’estremismo islamico ed a feroci attentati. Questo è stato anche recentemente scosso da un tentativo di primavera democratica e da forti proteste antigovernative. In Pakistan esistono due aree praticamente in mano agli estremisti islamici, il Waziristan, al confine con l’Afghanistan, sotto il controllo delle tribù filo-talebane e il Belucistan, territorio con velleità indipendentiste, dove proprio di recente si stima una forte attività di reclutamento da parte dell’ISIS che avrebbe già in loco 12000 uomini. Il Belucistan è molto importante perché si estende anche a parte dell’Afghanistan e all’Iran. Nel Belucistan iraniano vive la totalità della minoranza sunnita presente nel paese. A nostro avviso è probabile che il Pakistan sia presto scosso da forti scontri sociali e da una nuova scia di attentati. Se l’esercito dovesse riprendere il controllo come in passato, una guerra civile potrebbe essere imminente. La pericolosità di questo paese è data dal fatto che è un paese nucleare, se nel caos, questi ordigni o anche semplicemente materiale radioattivo, dovessero finire nelle mani sbagliare, le conseguenze potrebbero essere terribili per tutti.belucistan indipendente

Per quanto riguarda l’Iran, essendo un paese totalmente sciita, difficilmente lo Stato Islamico potrebbe infiltrarsi se non nell’aerea sunnita del Belucistan ed attualmente l’Iran è troppo forte per lasciare il minimo spazio ai jihadisti. Le cose potrebbero però cambiare se il prezzo del petrolio tornasse a scendere, se, quindi, l’economia iniziasse a contrarsi e se dovessero presentarsi nuovi moti di piazza. A nostro avviso, però, il principale fattore destabilizzante per l’Iran, potrebbero essere una guerra aperta con Israele.

Abbiamo, quindi, fatto il quadro della situazione. Ricapitolando sosteniamo la tesi che l’Asia Centrale potrebbe presto rivelarsi un territorio ideale di espansione dello Stato Islamico per i seguenti motivi:

1) La probabile ulteriore destabilizzazione dell’Afghanistan in seguito al complemento del ritiro statunitense (tipo Iraq).

2) La presenza di governi dittatoriali e quindi la possibilità di rivoluzioni democratiche, anche pilotate (stile Ucraina, Egitto).

3) L’inizio di una fase di rallentamento economico, dovuta alla crisi della Russia e quindi il conseguente aumento della disoccupazione.

4) La presenza e l’incremento di forti rivalità etniche all’interno di ognuno di questi paesi.

5) Il ritorno di migliaia di jihadisti unitisi all’ISIS.

6) Ultimo, ma probabilmente non il meno importante, l’utilità strategica per gli USA di creare un’immensa aerea di fondamentalismo islamico, grande dieci volte l’Afghanistan che creerebbe pressioni al lunghissimo confine con la Russia, si collegherebbe ai fondamentalisti Uiguri in Cina e al Kashmir indiano, dove da sempre gli islamici combattono per l’indipendenza. Quindi un piano del genere servirebbe per colpire indirettamente tre dei cinque BRICS, praticamente i più importanti, dato che direttamente è impossibile colpirli. Se questi dovessero impegnarsi in degli interventi militari diretti troverebbero un immenso Vietnam, senza contare la possibilità di feroci attentati interni, con tutte le conseguenze destabilizzanti del caso.

Concludiamo dicendo che i prossimi mesi, saranno importanti per capire se effettivamente ci sarà l’inizio della campagna in Asia Centrale del Califfato o se quest’ultimo ha già esaurito il suo compito e la sua espansione (ipotesi meno probabile a nostro avviso). Se questo articolo ti è piaciuto, non perderti Libertà Indefinita, un saggio sulla libertà e sulla legittimità di un sistema, il nostro, sempre più contestato dalla popolazione.banner liberta indefinita
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Sono Giuseppe Cirillo alias Fenrir, l’autore di questo blog. Nei nostri articoli ci sforziamo di offrire un’angolazione e una visione diversa rispetto ai media di regime. Per qualsiasi domanda o per un’eventuale collaborazione contattami alla seguente mail: fenrir1489@gmail.com 

 

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Libertà indefinita – Manifesto della democrazia integrata

copertina  Finalmente sono riuscito a pubblicare il mio primo saggio, Libertà indefinita, Manifesto della democrazia integrata. In questo articolo vorrei brevemente enunciare le ragioni che mi hanno portato a scrivere questo libro.

Molti di voi si chiederanno perché parlare ancora di libertà, sono stati scritti fiumi di parole su questo argomento, ma proprio ora è necessario parlarne, dato che il nostro regime politico, democratico, fondato sulla libertà, è messo in discussione dai moti di piazza, dalla sfiducia verso la politica, dall’astensione, dalla speculazione manipolata, dalla guerra che avanza e dal terrorismo.

Dato che il nostro sistema, si basa teoricamente sulla libertà individuale e sulla democrazia ed ora è in una profonda crisi strutturale, ho pensato che bisognasse partire proprio dalle fondamenta per poterlo analizzare e per poter pensare ad una alternativa.

Lo scopo principale di questa trattazione è proprio quello di ripensare e di riparlare del concetto di libertà, che ormai diamo per scontato e quindi anche provare a rifondarlo. Per raggiungere questo scopo, si cerca di strappare il concetto di libertà da ogni definizione interessata e proprio per salvaguardarlo e proteggerlo se ne dimostra l’indefinitezza.

Dimostrata l’indefinitezza della libertà, questa non può che essere riconsegnata ad ognuno di noi, all’individuo, ma non sfociando nell’estremo individualismo tipico del nostro attuale regime, ma cercando di integrarla in una proposta politica che possa unire nel miglior modo possibile la libertà negativa, cioè la libertà di agire, con la libertà positiva, cioè la capacità di agire.

Anche la scelta della copertina può spiegare lo scopo di questo saggio. Il colore di fondo è nero, come l’epoca negativa e depressa che stiamo vivendo e che vivremo, le mani legate simboleggiano l’oppressione della maggioranza delle persone in questo pianeta, oppressione economica, politica, morale. Sono in bianco e nero, come tutte le ideologie politiche ed economiche dominanti,che vedono soltanto il giusto (la loro versione) e lo sbagliato. Le due farfalle che si liberano sono colorate, rappresentano la molteplicità, l’immensa varietà di colori e l’immensa varietà di libertà individuali, finalmente liberate da qualsiasi giogo.

Non aspettatevi in questo trattato discorsi politici contingenti o una critica alla deviata struttura economica dominante che ci sta inabissando sempre più in una crisi strutturale senza via d’uscita. Sono temi importantissimi, ma non sono trattati in questo libro. Troverete invece l’assalto teorico all’ideale vessillo del nostro regime, quello della libertà. E parlando di libertà, si arriverà a parlare anche della legittimità del sistema o meglio della sua illegittimità.

Nell’ultimo capitolo di questo saggio, si cerca di proporre un manifesto politico che possa essere un superamento della nostra democrazia rappresentativa, un superamento chiamato democrazia integrata. Ripeto, il manifesto della democrazia integrata non propone una risoluzione di tutti gli importanti problemi contingenti, ma è una proposta di riforma delle basi strutturali di questo sistema.

La democrazia integrata proposta in questo libro, inoltre, è un concetto aperto, che può essere continuamente integrato. La democrazia integrata è una direzione, è la ricerca costante dei migliori strumenti per poter garantire la massima libertà individuale in una comunità pienamente e realmente democratica.

Credo possano essere interessanti anche le quattro postfazioni presenti alla fine del trattato, che sono già un tentativo di continuare nella direzione e nella ricerca chiamata democrazia integrata, un concetto non risolutivo ma vivo.

Chi dei lettori di questo blog, avrà voglia di comprare il mio libro, potrà, se lo vorrà, proporne una critica o un ampliamento che poi potranno eventualmente essere pubblicate, in futuro aggiornamento di questo trattato.

Per poter acquistare il libro, sia in formato cartaceo, sia in formato ebook, cliccare in questa pagina oppure sul seguente banner, dove potete scegliere il rivenditore che preferite.

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QUARTA DI COPERTINA

“… un fecondissimo timbro antiadattivo che attraversa ogni pagina …”
Diego Fusaro

In un periodo storico in cui i regimi politici, anche se democratici, vengono sempre più contestati e sfiduciati nelle piazze e nelle urne, Giuseppe Cirillo ha il coraggio di assaltare il dogma fondamentale e incontestabile della nostra società: quello della libertà. Il vessillo della libertà deve essere ammainato e riconsegnato ad ognuno di noi, su questa premessa si fonda la proposta teorica alternativa che Cirillo chiama democrazia integrata.

DESCRIZIONE DELL’OPERA

Il “Manifesto della democrazia integrata” costituisce un trattato in cui l’autore illustra la sua proposta politica nell’ordine della realizzazione di un sistema garante del massimo grado di libertà per ciascun individuo. Una disquisizione nel più ampio senso politico (che include anche la filosofia e la storia) che trae ispirazione da un’analisi delle definizioni esistenti sul concetto di “libertà”. Giuseppe Cirillo ha ideato un dialogo fittizio con un fantomatico interlocutore con cui si procede alla critica del sistema mondiale quale quello che conosciamo, inteso come una dittatura e una gabbia per l’individuo, nell’esplorazione della vacuità se non dell’insensatezza di diritti umani naturali, nell’analisi delle visioni sullo stato di natura e nel predominio della forza su qualsiasi altro ordine di leggi. Una critica al sistema che muta in proposta costruttiva di trasformazione per consentire una più generale e ampia partecipazione degli individui nella gestione del pubblico, inteso come l’insieme dei poteri esistenti nella società, evitando così una “dittatura della maggioranza”.

L’Italia pronta alla guerra in Libia contro l’ISIS

missili isis contro italia I jihadisti dell’Isis in Libia, dopo aver conquistato la città di Derna, hanno ora preso possesso della città di Sirte e minacciano di avanzare su Misurata e poi soprattutto su Tripoli. Il ministro degli esteri italiano Gentiloni, dopo la notizia della presa di Sirte, ha dato ordine a tutti gli italiani rimasti, di abbandonare immediatamente il paese, dato che questo è completamente collassato e ci sono notizie di intelligence che danno per imminente un dilagare dei guerriglieri dell’ISIS e inoltre, con parole estremamente bellicose per la diplomazia italiana, ha detto che l’Italia è pronta a combattere e quindi ad intervenire sotto l’egida dell’Onu.

Ma perché l’Italia dovrebbe intervenire? Per prima cosa per difendere i propri interessi strategici, soprattutto il gasdotto che da Tripoli porta il gas in Italia, come descritto bene da questo articolo di Rischio Calcolato e seconda cosa perché l’ISIS, attraverso i suoi account Twitter ha fin da subito minacciato di colpire l’Italia con dei missili scud, che presumibilmente potrebbero arrivare fino in Sicilia. Nella seguente mappa possiamo analizzare la situazione strategica in Libia:

mappa espansione isis libia

Come vedete, dopo Sirte i prossimi obiettivi del califfato sono la città di Misurata e poi la vecchia capitale Tripoli, mentre nell’ovest e ad est, il territorio è controllato dalle milizie militari laiche filoegiziane che a Tobruk hanno insediato l’unico governo riconosciuto a livello internazionale. La questione fondamentale è che Misurata e Tripoli sono parzialmente controllate dalle milizie islamiche dell’alleanza chiamata Alba Libica e quindi nei prossimi giorni capiremo se l’ISIS andrà allo scontro con queste o se invece ci sarà un’alleanza che porterà a chiudere un occhio all’avanzata dei jihadisti e quindi a lasciargli estendere il califfato su Tripoli e su Misurata. In tal caso è molto probabile che le milizie filoegiziane di Zintan intervengano.

Presumibilmente il governo italiano starà ancora a guardare per un po’, ma uno dei seguenti avvenimenti potrebbe spingerlo ad intervenire rapidamente:

1) Conquista di Misurata

2) Attacco alla città di Tripoli

3) Lancio di missile scud contro l’Italia

4) Attentato islamico sul suolo italiano

5) Sequestro di italiani in Libia

Uno dei seguenti fatti darebbe sicuramente l’occasione al governo italiano di farsi autorizzare dalle Nazioni Unite un intervento militare. Se le milizie islamiche di Alba Libica si alleano con i jihadisti o vengono “incredibilmente” sconfitte, l’intervento italiano sarà molto probabile, se invece queste daranno battaglia al califfato, l’Italia potrebbe prendere  tempo ed aspettare l’evolversi degli eventi.

In caso di intervento è molto importante fare un quadro della situazione delle forze presenti in Libia:

Milizie di Zintan: sono milizie laiche composte dai soldati vicini al decaduto governo di Gheddafi, sono fortemente appoggiate dall’Egitto a sua volta ormai divenuto filorusso. Presenti a Zintan, Tobruk e Bengasi

Alba Libica: sono milizie islamiche leggermente più moderate dell’ISIS  e sono appoggiate da Turchia e Qatar. Presenti a Tripoli e Misurata e a Sirte.

ISIS: i guerriglieri che hanno giurato fedeltà al Califfato Islamico hanno la loro capitale in Libia a Derna ed ora hanno conquistato Sirte. Chi li appoggia rimane un mistero e rimandiamo all’articolo Chi c’è dietro l’ISIS?

Ora, se Alba Libica dovesse misteriosamente perdere o cedere territorio all’ISIS, a noi ci sembrerebbe un po’ sospetto, e quindi potrebbe essere che sia stata finanziata un’alleanza islamica “non-ISIS” per farle conquistare città chiave per poi farle perdere terreno e fare vincere velocemente il Califfato. Se questo dovesse avvenire, i sospetti su chi ci sia dietro gli islamisti diventerebbero sempre più forti.

Detto questo, come dovrebbe intervenire l’Italia? Probabilmente interverrà in alleanza con le milizie laiche di Zintan, quindi la nostra aeronautica farebbe dei raid contro i jihadisti e  i nostri soldati presumo sbarcherebbero a Tobruk oppure a Tripoli in dei territori coperti dalle milizie laiche, oppure direttamente in Tunisia se questa dovesse appoggiare l’intervento italiano. Personalmente penso sia giusto intervenire in Libia per difendere i nostri interessi strategici e per evitare il rischio di essere colpiti da missili, ma come abbiamo scritto per la Giordania, questa potrebbe essere una trappola e l’Italia si troverebbe in una guerra ibrida difficile da gestire: l’opinione pubblica e il parlamento italiano saranno in grado di sopportare decine se non centinaia di soldati italiani uccisi? Saranno in grado di sopportare l’esplosione del debito pubblico per spese militari? Saranno in grado di sopportare di  venire colpiti dall’interno con diversi attentati? La situazione potrebbe facilmente diventare questa, soprattutto se il nostro governo interverrà con un contingente limitato che potrebbe anche venire sconfitto, dato che si combatte con guerriglieri esperti.

L’ISIS sembra essere come un agente patogeno con il quale se si viene a contatto si va in rovina e soprattutto, pensiamo bene agli schieramenti di cui abbiamo parlato sopra; pensate veramente che gli americani e i turchi staranno a guardare mentre sconfiggiamo gli islamisti e aiutiamo le milizie filoegiziane e quindi filorusse di Zintan a riprendersi il paese? Probabilmente no e questo significa che i miliziani islamici saranno segretamente ben riforniti e ben equipaggiati, in maniera tale da poter fronteggiare quasi alla pari gli italiani. Incredibilmente un piccolo intervento militare in Libia, potrebbe avere conseguenze enormi sulla stabilità del nostro paese e forse anche questo non è casuale e chi segue questo blog, penso intuisca di cosa stiamo parlando.

Concludiamo dicendo che anche l’Italia si appresta ad entrare nella Terza Guerra Mondiale. Se interverrà con un piccolo contingente sarà un disastro; se intervento ci deve essere dovrà essere massiccio, altrimenti saremmo travolti e rischiamo di essere sconfitti, fare una figuraccia internazionale, vedere incrementare il debito pubblico per le spese militari e inoltre essere vittima di attentati interni. Conoscendo i nostri governanti e la loro capacità, non starei affatto tranquillo, sono riusciti a devastare il paese in tempo di pace, non voglio pensare in tempo di guerra. Se questo articolo ti è piaciuto, non perderti Libertà Indefinita, un saggio sulla libertà e sulla legittimità di un sistema, il nostro, sempre più contestato dalla popolazione.banner liberta indefinita
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Riflessioni sull’intelligenza artificiale

intelligenza artificiale Recentemente ho scoperto il blog Kein Pfusch di Uriel Fanelli e al di là dello stile dell’autore, che a volte tende ad irritare o al di là delle sue categoriche conclusioni, con cui alle volte possiamo non essere d’accordo, questo blogger ha la capacità di scrivere articoli che stimolano la riflessione e questo per me è punto fondamentale. Detto questo, oggi usciamo un po’ dal nostro abituale campo di analisi geopolitica ed economica e parliamo di intelligenza artificiale, partendo da due articoli, recentemente scritti da Fanelli.

Il primo di questi articoli, Intelligenza artificiale, e blablabla (Post H+), è più che altro un esercizio intellettuale, per dimostrare l’assurdità della pretesa di sostenere che macchine dotate di intelligenza artificiale siano intelligenti come l’uomo. L’autore sostiene che questo non ha senso dato che non tutti gli uomini sono intelligenti, che sono delle rarità intelligenze come quelle di Leonardo da Vinci, e che un uomo, anche se intelligente, può non esserlo di continuo e sopratutto anche se lo è, può non offrire delle soluzioni giuste. Questo è sicuramente vero, ed infatti, penso che se l’uomo riuscirà a creare macchine dotate di intelligenza artificiale, ovviamente queste dovranno essere più efficienti dell’uomo medio e soprattutto con un determinato scopo. Quello che vogliamo dire è che l’intelligenza artificiale di un determinato autonoma sarà indirizzata a risolvere un determinato compito, e lo risolverà nella maniera più precisa possibile, in una maniera non-umana, dato che la macchina può arrivare vicino alla perfezione.

E detto questo, vogliamo fare un piccolo appunto sul concetto di intelligenza. L’autore in questo suo primo articolo, ha in qualche modo fatto intendere che esista un’intelligenza assoluta, cioè che si possa dire quest’uomo è intelligente e quest’altro no. Io personalmente sono fortemente contrario a qualsiasi modo di intendere un concetto in maniera assoluta ed anzi sostengo che l’intelligenza, come da definizione, è strettamente legata alla capacità di risolvere un problema o fornire una nuova intuizione in un determinato campo. Un’ intelligenza assoluta non esiste, non avrebbe senso ed è anche assurdo dire che Tizio è più intelligente di Caio, anche se ovviamente nella vita quotidiana tutti emettiamo questi giudizi. Perché di intelligenze ne esistono di infinite, quanti probabilmente sono infiniti i campi di attività esistenti nella nostra realtà. Tizio può avere un’intelligenza logica superiore di Caio, ma Caio può avere un’intelligenza emotiva superiore di Tizio. La razza umana ha un’intelligenza tecnologica superiore a quella delle api, ma le api hanno un’intelligenza nella creazione del miele superiore a quella degli umani. Quindi, tutto è sempre relativo e l’intelligenza artificiale di una macchina non sarà mai assoluta (cosa vorrebbe dire intelligenza assoluta? Per avere un’intelligenza assoluta dovrebbe esistere uno scopo assoluto della vita e questo, per fortuna, non esiste).

Nel suo secondo articolo, Intelligenza artificiale e blablabla (Post H+) II, Fanelli sostituisce giustamente il termine intelligenza con quello di produttività, e qui i conti tornano, la macchina e l’uomo possono essere confrontati senza ambiguità sulla produttività in un determinato campo e normalmente, se una macchina viene costruita e perché questa è più produttiva dell’uomo. E questa è chiaramente un’ovvietà, l’industria attuale è già ampiamente provvista di macchine e di robot. L’intelligenza artificiale però è qualcosa di diverso, perché li la macchina sostituisce l’uomo nei compiti intellettuali cosa che ancora non si era visto.

L’articolo prosegue sostenendo che quindi esisterà un’industria del pensiero e che il software, programma che l’utente deve saper usare, quindi uno strumento che aiuta l’uomo, non una macchina che lavora da sola, verrà sostituito da qualcosa di diverso che oltre a funzionare ed ad aiutare l’uomo, lavora anche da solo. Conseguenza di ciò, è che, una volta creata e standardizzata un’industria di programmi o macchine dotate di intelligenza artificiale, che quindi possono sostituire al meglio l’uomo anche nei lavori intellettuali, molti di questi lavori, oggi svolti da esseri umani, non esisteranno più, perché svolti da macchine. Ad esempio, il commercialista, l’ingegnere, il medico, ma anche qualsiasi altro lavoro, potranno essere sostituiti, una volta creata una macchina che sa replicare il lavoro dell’uomo con la sua stessa capacità di decidere, ma con una mole di informazioni e con una decisione che rasenta la perfezione. Fanelli dice di pensare a che lavori potremmo fare quando questo succederà, io penso che avvenuta questa singolarità, la struttura sociale, economica e politica dovrà cambiare drasticamente perché semplicemente non potranno esserci abbastanza posti di lavoro per tutti e questo lo vediamo già oggi, la disoccupazione è già alta in gran parte del mondo e soprattutto una grandissima parte delle persone è impiegata in lavori in cui in realtà non servirebbe più, ma per ragioni sindacali, assistenziali o politiche continuano a lavorare, quindi in realtà la disoccupazione reale, al netto di queste distorsioni politiche, sarebbe ancora più elevata di quella attuale. E inutile pensare che lavoro potremmo fare in questo futuro (non ancora prossimo), perché una volta che esisterà l’intelligenza artificiale, questa potrà fare quel lavoro sicuramente meglio di noi.

Molti potrebbero sostenere, che con l’avvento dell’intelligenza artificiale, le persone ricercheranno l’intelligenza umana anche se imperfetta, come oggi si ricercano gli articoli fatti a mano anche se imperfetti rispetto a quelli fatti in serie (la perfezione annoia a quanto pare). Questo è sicuramente vero, il problema è che probabilmente abbonderà anche l’intelligenza umana, come oggi grazie ad internet, il numero di scrittori, analisti, opinionisti, artisti e via dicendo è cresciuto esponenzialmente, così in una società robotizzata, potenzialmente tutta l’umanità si dirigerà verso questi campi e quindi non ci sarà profitto nemmeno in questi. In una futura era di abbondanza tecnologica, la struttura del nostra sistema capitalista, che si base sulla scarsità, non sarà più adeguata. Ovviamente, questo non vuol dire che l’alternativa sia il comunismo, però sicuramente il capitalismo non sarà più funzionale. E per fortuna anche negli ambienti liberisti, si inizia intelligentemente ad interrogarsi su questo importantissimo e direi già attuale problema, come in questo recente articolo di Rischio Calcolato.

Fatte queste considerazioni, è importante sottolineare una cosa. Dove si può spingere l’intelligenza artificiale? L’industria delle idee di cui ci parla Fanelli può sostituirci in maniera totale? Io sostengo due differenze fondamentali. Le macchine dotate di AI potranno sostituire l’uomo in tutti quei campi intellettuali che l’uomo non farebbe gratuitamente (fareste il commercialista o il programmatore senza alcun minimo profitto? A parte rarissimi casi, credo di no) e in tutti quei campi in cui esista uno scopo preciso, un problema da risolvere: come nell’articolo di Rischio Calcolato, l’assistenza agli anziani, oppure la gestione di un’industria, oppure nelle operazioni dentistiche e mediche e via dicendo. Mentre in tutti quei campi che l’uomo farebbe anche gratuitamente, solo per passione (dove quindi essere sostituiti da una macchina non ha senso), oppure che non hanno uno scopo predefinito, campi come possono essere la scrittura, la filosofia, l’arte e via dicendo, dove intelletto ed emozione vanno di pari passo, l’intelligenza artificiale non potrà mai sostituire l’uomo. O almeno, non dovrebbe sostituirlo ma sicuramente potrà affiancarlo. Immaginiamo dei robot che creeranno meravigliose musiche o meravigliosi quadri, potranno stimolare l’attività umana, ma per fortuna, essendo tutti noi soggetti diversi, non saranno mai meravigliosi per tutti o il meglio per tutti. Quindi possiamo sostenere che l’intelligenza artificiale possa benissimo sostituirci in tutti quei campi intellettuali che faremmo a meno di svolgere, ma non in tutti gli altri campi che invece svolgiamo con piacere.

 A livello politico, la macchina ci può sostituire? Qua torniamo nelle considerazioni precedenti, la politica è un’attività con uno scopo preciso o senza uno scopo preciso? Sicuramente l’amministrazione di determinati apparati pubblici ha scopi ben precisi, ma io credo che la politica oltre che gestione, sia anche in qualche modo conduzione, direzione, scelta e interpretazione dello scopo della comunità da governare. La nostra società non ha uno scopo preciso, solo la democrazia e i rappresentanti a cui abbiamo dato il compito di guidare il paese, dovranno sceglierlo di volta in volta.  Le macchine potranno sostenere ed aiutare l’attività politica, magari fornendo un accurato quadro degli scenari che ogni scelta potrebbe sviluppare, ma la decisione su quale scenario scegliere ed affrontare, dovrà essere sempre una decisione umana, una decisione politica. Quindi alla domanda iniziale, diciamo che nel campo politico, nessuna macchina potrà sostituirci. Questo potrebbe avvenire, solo nel caso che la comunità abbia deciso uno scopo assoluto e definitivo della propria esistenza, quindi potrebbe delegare ad una macchina tutti i poteri per raggiungere quel determinato scopo, ma una decisione del genere metterebbe seriamente in dubbio la legittimità nel tempo di una società del genere, soprattutto perché le generazioni successive, potrebbero non essere d’accordo sullo scopo della società deciso dalle generazioni precedenti.

Facciamo quindi un piccolo schemino per sintetizzare la nostra visione sull’intelligenza artificiale:

CAMPI DI APPLICAZIONE TOTALE: lavori con scopi manuali ed intellettuali chiaramente definiti e lavori che l’uomo non svolgerebbe mai gratuitamente.
CAMPI DI APPLICAZIONE PARZIALE: lavori con scopi manuali ed intellettuali non definibili e lavori che l’uomo svolgerebbe per passione.

Concludiamo dicendo, che l’intelligenza artificiale, aprirà molteplici campi di discussione, dal nostro punto di vista sosteniamo con forza l’avvento di macchine che possano renderci la vita migliore di quel che è, ma al tempo stesso non abbasseremo mai la guardia nei confronti di eventuali tentazioni che potrebbero spingere l’intelligenza artificiale a soppiantarci, anche se inconsapevolmente. Tutte le persone interessate a concetti come la legittimità del sistema, non si perdano Libertà Indefinita, un saggio sulla libertà e sulla legittimità di un sistema, il nostro, sempre più contestato dalla popolazione. banner liberta indefinita
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Sono Giuseppe Cirillo alias Fenrir, l’autore di questo blog. Nei nostri articoli ci sforziamo di offrire un’angolazione e una visione diversa rispetto ai media di regime. Per qualsiasi domanda o per un’eventuale collaborazione contattami alla seguente mail: fenrir1489@gmail.com 

 

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Giordania in guerra… o in trappola?

giordania in guerra Dopo la barbara morte del pilota giordano, catturato e bruciato vivo dai guerriglieri dell’Isis, la risposta militare giordana non si è fatta attendere e lo stesso re Abd Allah ha guidato le numerose operazione aeree che hanno bombardato postazioni strategiche dello Stato Islamico. Dalle ultime informazioni sembra che il piccolo regno mediorientale non si voglia ancora fermare ed è probabile un’azione di terra  in Iraq, dove confina direttamente con lo Stato Islamico ma non è esclusa un’azione anche in Siria. Un’azione di terra però è qualcosa di sostanzialmente diverso da un’azione aerea e potrebbe essere una trappola ed ora vedremo quali scenari  un intervento del genere potrebbe aprire.

Sicuramente possiamo dire che già questo massiccio intervento aereo contro lo Stato Islamico fa diventare la Giordania un loro principale nemico e quindi, considerando la presenza in Giordania di decine di migliaia di profughi siriani e palestinesi e considerando che centinaia di miliziani dell’ISIS sono giordani, è facile presupporre che a breve potrebbero verificarsi attentati sul suolo giordano che finora, a parte le proteste della Primavera Araba, era rimasto abbastanza immune dai tumulti che ha travolto il mondo arabo. Se invece si concretizzasse un intervento terrestre non dobbiamo dimenticare cosa scritto nell’articolo Chi c’è dietro l’ISIS? e che quindi far entrare il regno giordano in questa Terza Guerra Mondiale potrebbe paradossalmente servire proprio allo Stato Islamico; ma vediamo adesso alcuni scenari che potrebbero succedere:

1) La Giordania invade militarmente lo Stato Islamico, presto si trova invischiata in una guerra in un territorio che non conosce, dove i jihadisti combattono da anni, con il forte rischio di subire ingenti perdite. Il regno di Abd Allah inoltre non versa in condizioni economiche splendide, disoccupazione alta, crescita modesta, costante deficit della bilancia commerciale. Le spese militari aumenterebbero a dismisura. Contemporaneamente lo Stato Islamico potrebbe reagire con attentati sul suolo giordano, che porterebbero ad un crollo del turismo che rappresentata il 15% del PIL del paese. Nuovi tumulti di piazza come nel 2011-2014. Oltre a tutto ciò non dimentichiamoci che il regno è circondato ad est dal Sinai, dove è fortemente incrementata la presenza di jihadisti che stanno dando filo da torcere all’esercito egiziano, a nord dalla Palestina dove secondo le ultime informazioni il Califfato si starebbe radicando e che è vicina alla città di Maan, roccaforte salafita e città costantemente in ribellione contro il governo centrale e dove esiste molta simpatia verso lo Stato Islamico . Da est e da nord elementi jihadisti potrebbero infiltrarsi e minacciare il paese dall’interno. A quel punto lo Stato Islamico potrebbe realizzare la stessa strategia usata per travolgere l’Iraq ai suoi esordi. Prima una serie di attentati per demoralizzare il paese e fiaccarne l’economia e poi l’insinuazione territoriale grazie all’instabilità sociale e politica creata.

2) Se il primo scenario verte più su una possibile disfatta della Giordania che darebbe la possibilità allo Stato Islamico di collegarsi con il Sinai e chissà poi anche con la Libia se l’Egitto dovesse tornare nel caos, questo secondo scenario vede più la Giordania come cavallo di troia statunitense che sfrutta il casus belli del pilota giordano per invadere militarmente Siria e Iraq. Essendo la Giordania sunnita, mentre invece il regime siriano e il governo iracheno e l’Iran sono sciiti, un’avanzata giordana potrebbe essere vista come una minaccia da questi paesi e soprattutto l’Iran che non è mai stato amico della Giordania e che nel 2013 minacciava il regno di guerra dopo i bombardamenti israeliani in Siria che si sono anche ripetuti di recente. Quindi la Giordania potrebbe essere usata come esca per ampliare il conflitto per poi magari venire attaccata dall’Iran e di conseguenza far poi entrare in aiuto giordano Arabia Saudita, Emirati e Qatar e quindi scatenare il tutti contro tutti che già esiste in Siria. A questo punto sarà inevitabile anche un intervento turco, alleato del Qatar e nemico di sciiti e curdi. Quindi in Iraq e Siria potremmo vedere Sciiti siriani, iracheni e iraniani contro jihadisti e stati sunniti, Stato Islamico contro regni sunniti e sciiti, stati sunniti ovviamente contro sciiti e jihadisti. L’apertura di un fronte del genere potrebbe essere una strategia us-israeliana per devastare l’intero mondo islamico e liberarsi dei principali nemici nella zona cioè i filorussi sciiti della Siria, dell’Iran e del Libano e trascinando dentro forse anche l’Egitto che finora ha tenuto una posizione ambigua ma nel quale la popolazione è tornata recentemente a ribellarsi senza considerare che confina con la Libia dove lo Stato Islamico si sta espandendo.

3) Il terzo scenario invece è quello di una Giordania che si è accorta del doppio gioco israeliano, americano, qatariota e saudita e che quindi ha deciso di difendersi da sola, andando in aiuto e non contro gli sciiti iracheni e siriani. Se come abbiamo ipotizzato lo Stato Islamico è una creatura appoggiata da poteri molti forti, allora una mossa del genere non sarà perdonata e quindi torniamo allo scenario numero 1.

4) Ultima possibilità è che la Giordania venga usata come lo Stato Iracheno, cioè che abbia una leadership totalmente corrotta e traditrice (ricordiamoci che la famiglia reale giordana è un fantoccio occidentale di cultura ed educazione anglosassone) e che quindi una volta iniziato un conflitto con l’ISIS perda di proposito (come fatto dall’esercito iracheno che si arrendeva senza motivo ai guerriglieri lasciandogli armi e mezzi corazzati) così da fornire allo Stato Islamico ulteriori mezzi militari moderni che poi verrebbero usati proprio per conquistarla. Uno scenario del genere sarebbe di una sconvolgente banalità e farebbe aumentare in maniera esponenziale i dubbi su chi appoggia l’ISIS e quindi lo ritengo improbabile, penso sia più realistico il primo scenario.

In questa guerra mondiale liquida comprendere alleanze, scopi e motivazioni non è affatto facile, sicuramente la Giordania pur possedendo un esercito moderno e attrezzato, ha molto da perdere in uno scontro diretto, avendo un’economia debole e totalmente dipendente dagli aiuti esterni. Se venisse travolta dagli attentati e da attacchi interni il turismo crollerebbe e probabilmente anche il già modesto settore industriale e il paese in recessione, pieno di profughi, con una disoccupazione elevata e con la forte presenza salafita non potrebbe che esplodere socialmente creando il situazione ideale per l’espansione dello Stato Islamico.
Ma a chi potrebbe servire la disfatta giordana o semplicemente l’intervento giordano in questa guerra? Se ipotizziamo che dietro l’ISIS ci sia il Mossad come scritto nell’articolo che abbiamo linkato, allora la conquista della Giordania servirebbe a far circondare Israele dai terroristi islamici e così da dare allo stesso la giustificazione pubblica, magari dopo un attentato o una serie di sequestri, per invadere i territori circostanti (che sarebbero venuti in possesso dell’odiato Stato Islamico) e quindi ricreare la Grande Israele a cui aspirano i settori più estremisti del governo israeliano. Se invece ipotizziamo che dietro l’Isis ci siano gli USA, lo scopo potrebbe anche essere sempre quello di agevolare una futura espansione di Israele oppure potrebbe essere semplicemente quello di creare una guerra tale che possa travolgere indirettamente i nemici filorussi di Iran e Siria. Se invece dietro l’ISIS vediamo il Qatar e la Turchia, è chiaro che lo scopo è riunire il mondo islamico, in unico Califfato Salafita che va dalla Nigeria alla Cina orientale e piano piano, grazie alla strategia ibrida e spietata dell’ISIS, ci stanno riuscendo. Oppure potrebbero esserci anche tutti e tre questi mandanti con scopi paralleli.

Le nostre ipotesi ovviamente si basano solo sulle analisi degli eventi, non possediamo nessuna prova che l’ISIS sia spalleggiata da uno stato terzo. Però osservando chi viene avvantaggiato dalla sua azione, si possono ipotizzare diversi scenari. Concludiamo dicendo che dopo Siria, Iraq, Libano, Israele, Egitto, Libia, Nigeria, Mali, Camerun, Yemen, Ucraina, anche la Giordania entra nella Terza Guerra Mondiale, ma a nostro avviso potrebbe essere una trappola, presto capiremo per chi.

P.S.: il fatto che il Re di Giordania, essendo aviatore, partecipi direttamente alle operazioni militari, ci sembra sospetto, e non dovremmo sorprenderci se casualmente morisse in battaglia lasciando il regno nel caos.

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Il pericoloso asse Atene-Mosca

alleanza atene mosca  La scorsa domenica abbiamo assistito al rito delle elezioni greche che ha portato alla vittoria del partito di estrema sinistra Syriza ed alla formazione di un governo nazional-socialista, a dimostrazione del fatto che nei periodi di crisi, il nazional-socialismo va forte. Ovviamente non vogliamo dire che siano saliti al potere dei nazisti, ma che il governo è definibile nazional-socialista perché unisce il socialismo del partito Syriza, con il nazionalismo del suo alleato di governo Anel. Questa alleanza ha sorpreso tutti, ma i due partiti hanno limato le differenze ideologiche in nome della lotta all’Europa dell’austerità.

Ora il governo sembra tenere una linea molto forte e  non sembra voler cedere e si prepara allo scontro con Bruxelles e a non rispettare nessuna delle richieste della Troika che di fatto aveva commissariato i governi precedenti; ed infatti Tsipras si prepara al alzare il salario minimo ed a fermare le privatizzazioni. L’Europa, però, non sembra intenzionata a cedere più di tanto e per ora ha promesso soltanto di allungare un po’ le scadenze ma non ha nessuna intenzione di fare sconti ad Atene sull’entità dei debiti da pagare, anche perché un precedente del genere si allargherebbe velocemente agli altri paesi indebitati come Irlanda, Portogallo, Spagna e anche Italia, iniziando una spirale che per essere risolta necessiterebbe di una stampa di denaro da parte della Banca Centrale Europa decisamente superiore a quella decisa la scorsa settimana, che porterebbe ad una svalutazione pericolosa dell’Euro che Berlino e gli altri paesi suoi alleati sicuramente non accetterebbero mai. A nostro avviso, quindi, si va al muro contro muro  e sembra che anche il governo greco non sia disposto a trattare più di tanto.

In questa già difficile situazione si aggiunge la politica estera del nuovo esecutivo greco, che è chiaramente orientata ad un veloce avvicinamento a Mosca. Infatti già ieri, la Grecia ha combattuto contro le nuove sanzioni che Bruxelles voleva applicare alla Russia ed oggi Mosca si è detta disponibile ad aiutare finanziariamente Atene. Questa inedita alleanza Atene-Mosca è supportata anche dalla comune matrice culturale ortodossa e bizantina dei due paesi ed è probabile che nei piani più ambiziosi di Putin, c’è spazio per un’Unione Euroasiatica che vada dalla Siberia fino ai paesi slavi balcanici (Serbia e Montenegro) per giungere all’ortodossa Grecia. Possiamo quindi ipotizzare che il nuovo premier greco Tsipras abbia, nelle trattative per ridurre il debito, le spalle coperte da Mosca che in caso di uscita della Grecia dall’Euro sarebbe pronta a supportare una neo-dracma ed un’entrata di Atene nell’Unione Euroasiatica di Putin, che attualmente comprende Russia, Bielorussia e Kazakistan.

Ma quali sarebbero i vantaggi per Mosca in un’annessione geopolitica della Grecia? Noi ne vediamo almeno tre: 1) Lo sfaldamento del blocco euro-atlantico in Europa e il rafforzamento dell’attualmente debole Unione Euroasiatica; 2) La possibilità di avere un nuovo e più sicuro sbocco militare nel Mediterraneo oltre quello di Tartus in Siria; 3) Non per ultimo, il via libera del governo greco all’acquisizione della rete gas nazionale da parte della russa Gazprom, prima bloccato dal veto europeo. A tutto questo si aggiunge il fatto che il partito Syriza, nel suo programma ha l’uscita del paese dalla Nato, cosa che farebbe molto piacere alla Russia.

Fatte queste considerazioni, perché diciamo che l’asse Atene-Mosca è pericoloso? Perché l’Europa e ancora di più gli Stati Uniti non staranno a guardare la Grecia che passa tranquillamente dall’altra parte e quindi hanno sicuramente in serbo qualcosa per evitare questo scenario, vediamo ora quello che potrebbero succedere nei prossimi mesi, in parte già enunciato in un nostro articolo precedente:

1) Bruxelles riesce a “convincere” Tsipras a moderare le sue posizioni in cambio di qualche piccola concessione, la situazione si stabilizza.

2) Bruxelles e Atene non vanno avanti nella trattative e finisce la già scarsa liquidità delle banche greche, gli sportelli bancari vengono chiusi e si scatena il panico che può portare ad una di queste cose:
a) Forti proteste di piazza contro il governo che non garantisce la liquidità per andare avanti (stile fallimento Argentina) ricordiamo che circa metà del paese ha comunque votato partiti europeisti. Conseguenza di ciò, probabile sfaldamento della maggioranza parlamentare (basta una compravendita di una trentina di parlamentari) e fine del governo Tsipras.
b) Idem come sopra, ma con intervento dei militari greci appoggiati dall’Europa e dalla Nato, destituzione del governo e legge marziale fino ad un ritorno della stabilità finanziaria. Successive forti proteste di piazza dei militanti di Syriza e di tutti i partiti euro-ostili.
c) Idem come sopra, ma con deriva violenta della situazione con intervento dei gruppi neonazisti di Alba Dorata, da questo punto di vista la situazione ricorda l’Ucraina pre-rivoluzione, con un governo di sinistra filo-russo, spodestato da moti di piazza europeisti e neonazisti.

3) I poteri forti internazionali potrebbero utilizzare un altro paese NATO, la Turchia da sempre ostile alla Grecia, per destabilizzare questa Grecia filo-russa. Basterebbe un incidente a Cipro o sul confine e con questo governo greco nazionalista da una parte e con l’irruento Erdogan, dall’altra la situazione potrebbe facilmente deteriorarsi. Ricordiamo che in Tracia orientale esiste una forte minoranza turca e la Turchia potrebbe sfruttare un’eventuale instabilità per fomentare una rivolta filo-turca in quelle zone e annetterle (stile guerra ibrida di Putin in Crimea ed est ucraina). Uno scenario del genere è sicuramente molto complesso dato che attualmente i due paesi sono entrambi membri della NATO in caso di scontro questa potrebbe rimanere neutrale fino a quando la Turchia non avrà abbattuto il governo euro-ostile di Atene in quel caso poi sarebbe obbligata a ritirarsi, ma si ritirerebbe data l’aggressività dell’attuale governo turco? Questo scenario rimane attualmente improbabile, dato che questa maggioranza è composta anche da dei rappresentati della minoranza turca, ma in caso di forte allontanamento greco da Bruxelles e dalla NATO, tutto è possibile. Alternativamente potrebbero anche essere fomentati disordini con i vicini Albanesi e Macedoni, con cui la Grecia non è mai stata in buoni rapporti.

4) Nel breve-medio periodo potremmo anche assistere ad un mix degli scenari sopraddetti dato che come ormai sappiamo e come scritto nel nostro articolo Terzo Conflitto Mondiale? Una guerra liquida, questa nostra epoca sarà proprio caratterizzata da conflitti ibridi con fronti mutevoli ed anche imprevedibili.

Questo può essere un quadro abbastanza ampio della situazione, la sensazione rimane che la guerra dalla Siria stia salendo e la Grecia possa essere il prossimo fronte. Ed anche importante considerare che l’Eurocrazia possa usare la Grecia come esempio di stato ribelle da punire, quindi potrebbe dare un po’ di corda a Tsipras per poi punirlo con un attacco speculativo e finanziario che metta definitivamente in ginocchio il paese portando agli scenari tragici che abbiamo descritto. Inoltre, se come abbiamo ipotizzato e come confermato dai fatti, scopo dell’Eurocrazia è usare le crisi per togliere sovranità nazionale, nel caso della Grecia un grave tracollo finanziario, un colpo di stato o addirittura una guerra civile possono servire a togliergli definitivamente importanti poteri come la politica estera e la difesa e una grave crisi economica e militare ellenica può spingere tutti gli stati membri nella direzione dell’unico esercito europeo, dell’unica politica estera, dell’unico intelligence e dell’unica gendarmeria europea.

Concludiamo dicendo che sicuramente Washington e Bruxelles non staranno a guardare questa Grecia ribelle che aspira a gettarsi tra le braccia di Putin, del resto non ci hanno messo molto ad eliminare politicamente Berlusconi e Letta quando si sono avvicinati al Cremlino. Data l’audacia di questo governo greco in questo caso potrebbero usare la mano ancora più pesante, bisognerà però monitorare se stavolta Mosca rimarrà con le mani in mano o se interverrà seriamente nel cambiare questi equilibri geopolitici. L’Europa si trova in una situazione sempre più scottante al sud l’Isis in Libia e l’Egitto instabile, a sud-est Israele e Libano quasi in conflitto e Siria ed Iraq in guerra, ad est continua l’escalation del conflitto ucraino ed è probabile un intervento (vedremo di che portata) Lituano e Polacco in supporto di Kiev ed ora si aggiunge la Grecia che può far saltare il banco ma anche saltare essa stessa. Sembra che la resa dei conti si avvicini. Se questo articolo ti è piaciuto, non perderti Libertà Indefinita, un saggio sulla libertà e sulla legittimità di un sistema, il nostro, sempre più contestato dalla popolazione. banner liberta indefinita
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La Svizzera entrerà nell’Euro?

svizzera entra nell'unione europea Come sicuramente già sapete, la Banca Centrale Svizzera ha improvvisamente ed incredibilmente liberato il Franco dall’agganciamento artificiale all’Euro, sul rapporto di 1,20 smettendo quindi di creare Franchi per comprare Euro allo scopo di tenere il Franco sottovalutato. Lasciato libero di fluttuare sul mercato il cross EUR/CHF è crollato fin quasi sotto la parità causando un vero e proprio 11 Settembre della finanza, con la borsa svizzera che in due giorni ha perso quasi 15 punti percentuali e con diversi hedge fund e brokers rovinati da questa decisione inaspettata, dato che poco tempo prima il direttore della BNS aveva spergiurato che avrebbe difeso fino alla morte il rapporto di 1,20. Ora, ancora non è chiarissimo il perché di questa decisione, ma sicuramente la BNS ha deciso che era meglio prendersi delle perdite subito piuttosto che comprare ancora Euro che probabilmente, secondo le informazioni riservate della banca centrale elvetica, ha come destino quello di svalutarsi ulteriormente. A nostro avviso questa scelta è dovuta ad una di queste possibilità:
a) Hanno saputo che il Quantitative Easing che la BCE dovrà decidere la prossima settimana, sarà effettivamente ampio, e quindi sarebbe divenuto insostenibile reggere il livello di 1,2 (possibilità più probabile).
b) Hanno saputo che in Grecia la vittoria di Syriza sarà più ampia del previsto e che quindi è prevedibile un notevole afflusso di capitali dalla Grecia più una ulteriore svalutazione dell’Euro (probabile e può anche sommarsi al punto precedente).
c) Credono che la nuova politica espansiva della BCE porti ad una spaccatura nell’ Eurozona con addirittura un’ uscita della Germania dall’Euro (improbabile perché troppo dannoso per Berlino).
d) Sono venuti a conoscenza di un imminente atto di guerra (vedi peggioramento fronte ucraino) o di possibili grossi attentati (tutto è possibile ricordiamoci che sono banchieri).
 e) La Fed è in procinto di alzare i tassi di interesse e quindi l’Euro è in procinto di arrivare alla parità con il Dollaro ed hanno deciso di tagliare le perdite, a questo proposito sarebbe interessante se la BNS iniziasse a comprare dollari.
 f) Qualcos’altro di imprevedibile, dato che ormai, l’economia è sinonimo di follia e tutto sta inesorabilmente collassando.
 g) Tutti i punti precedenti (escluso quello sulla Germania).

Qual è lo scenario più veritiero lo scopriremo nei prossimi giorni, ma ora quello che a noi interessa è, che quello che sta succedendo in Svizzera, è in piccolo ciò che dovrebbe avvenire con il dollaro su scala globale come descritto nel nostro articolo Il colpo di coda del dollaro prima del collasso definitivo. Cosa hanno in comune il Franco Svizzero e il Dollaro Americano? Che entrambi hanno un valore extra rispetto al semplice valore di valuta avente come contropartita i beni e servizi offerti da un paese. Un valore extra dovuto al fatto di essere un bene rifugio e quindi non solo un semplice strumento di scambio. Come hanno ottenuto questo valore extra? Gli USA chiaramente perché sono la potenza egemonica militare, culturale ed economica del pianeta; la Svizzera in virtù della sua neutralità, del suo altissimo livello di democrazia, grazia al segreto bancario che consentiva un costante afflusso di valuta straniera ed ad un economia efficiente, oltre che ad una storica stabilità. Ma il 15 gennaio 2015, il Franco standard in realtà muore e vi mostro il perché. Un sistema di valore come è quello del Franco o più in grande quello del dollaro, è sano finché non si mettono in dubbio le fondamenta, finché le garanzie non vengono richieste. L’esempio storico più grande e chiaro è quello del gold standard. Il sistema basato sulla riserva aurifera regge finché si ha fiducia nell’economia da esso generata, ma quando questa fiducia manca si va a richiedere direttamente l’oro, facendo ovviamente saltare il banco. Idem in Svizzera, il sistema franco ha retto finché la BNS ha compensato stampando e comprando euro, ma bloccando questo gioco il franco ovviamente si rivaluta e fa saltare la stessa base del franco stesso cioè la Svizzera. Cosa succederà ora? La Svizzera si troverà con una valutata rivalutata che inevitabilmente provocherà deflazione e una conseguente recessione dovuta principalmente al calo delle esportazioni, all’incremento delle importazioni, alla forte diminuzione del turismo e all’incremento del turismo svizzero verso l’estero e all’inevitabile rivalutazione dei debiti, che porta ad una estrazione di ricchezza che defluisce dall’economia reale verso il sistema finanziario. Ora sarà interessante vedere come si evolverà questa situazione se quindi il franco continuerà a rivalutarsi arrivando fino a 0,80, con effetti recessivi sempre più gravi oppure se si stabilizzerà intorno alla parità. Data l’instabilità globale è probabile che da tutto il mondo continui il flusso di capitali verso il Franco, dato che gli unici altri beni rifugio esistenti, cioè il dollaro e l’oro ancora non hanno preso una forte direzione definitiva. Per questo non escludiamo che la BNS inizi a comprare dollari e titoli americani in vista della continua rivalutazione del dollaro e del possibile aumento dei tassi di interesse, così anche da togliere una certa pressione sul franco svizzero e rendendo globalmente più appetibile il dollaro.

Detto questo, abbiamo un titolo che ipotizza una futura entrata della Svizzera nell’Euro. Ai più sembrerà follia questa affermazione, figurati se gli Svizzeri entreranno nell’Euro, ma la nostra stella polare si chiama Lunga marcia dell’Eurocrazia e probabilmente i poteri che hanno iniziato questa marcia sono gli stessi poteri che hanno obbligato la BNS alla scelta del 15 gennaio. E la tattica, come abbiamo già sostenuto, è sempre la stessa, già utilizzata e quasi banale, prima dare credito facile e improvvisamente restringerlo, ottenendo così il risultato prefissato. Ma cosa c’entra la lunga marcia dell’Eurocrazia con il franco svizzero? Come ben sapete in quell’articolo sosteniamo che il Superstato Europeo debba inevitabilmente coprire l’intera Europa geografica. Con la scelta della BNS di liberare la rivalutazione del Franco, l’eurocrazia ha ottenuto due piccioni con una fava: da una parte porterà alla gravissima rivalutazione dei dei debiti di moltissimi cittadini ed imprese ungheresi, polacche, ceche, rumene e in misura minore di altri paesi dell’est, che li spingerà, dato che ultimamente era divenuti un po’ riottosi nei confronti dell’Euro, tra le sempre più stringenti braccia di Bruxelles e Francoforte; dall’altra si affossa l’economia svizzera e si porta anch’essa in Europa e vediamo in che modo questo potrebbe concretizzarsi:

a) con un’immediata e forte recessione dovuta ad un franco che si spinge fino a valere 0,7-0,8 euro che quindi probabilmente convincerà la popolazione in crisi a votare un referendum per entrare in Europa adottando così una valuta più bassa e ridando quindi slancio all’economia, praticamente quello che successo in grande alla Germania. Ricordiamoci che nonostante la bocciatura per pochissimi voti del referendum per entrare nell’Unione del 1992, la Svizzera non ha mai formalmente ritirato la domanda di adesione, quindi basterebbe un referendum positivo per portare a termine la domanda.
 b) con una graduale e strisciante recessione e/o stagnazione dovuta ad una franco che oscilla tra 0,9-1,1 che convincerà la popolazione in crisi a votare un’annessione all’Europa, magari fra due-tre anni, cosa che potrebbe ridare slancio ad un futuro Euro divenuto a quel punto troppo debole.
 c) con un’incredibile iperinflazione da crollo della fiducia, successiva a questa temporanea grande rivalutazione del franco (qua ovviamente siamo nella fanta-economia ma ultimamente ci azzecca più la fantasia che l’analisi economica): dopo, appunto, questa attuale rivalutazione del franco, una futura recessione, lo scoppio della bolla dei debiti in franchi sia interarnamente che all’estero, data la mancanza di fiducia nella banca centrale (dopo questo voltagabbana inaspettato), dopo la probabile grande rivalutazione del dollaro e perché no anche dell’oro (valuta aurea in Cina o in Russia o nei paesi del Golfo, ad esempio), dopo la fine del segreto bancario svizzero, l’afflusso di capitale si inverte, molti investitori iniziano scegliere altri lidi più sicuri, come abbiamo detto dollaro e oro, scoppia il panico e l’immensa valanga di franchi esistenti viene venduta e tutto il valore extra del franco di cui parlavamo prima, basato sulla fiducia nella Svizzera, sparisce, il franco crolla e si scatena una svalutazione immensa del franco (come a mio avviso è giusto che sia, con tutta questa stampa non è solo sopravvalutato è ultra-sopravvalutato), iperinflazione e successivo salvataggio dell’Europa e quindi fine dell’indipendenza svizzera, sempre tramite referendum che ovviamente che gli svizzeri saranno ben felici di votare a quel punto.

Ecco, a mio avviso, si vede chiaramente che questa è la direzione; nei mesi scorsi mi interrogavo su come l’eurocrazia avrebbe conquistato la Svizzera e la recente esposizione della BNS iniziava seriamente a preoccupare, ora è chiaro che è questo il modo per intrappolare il piccolo ma potente stato svizzero. Sarà veramente interessante se il tutto si evolverà semplicemente in una spirale recessiva e deflattiva oppure se si scatenerà un’iperinflazione da panico (ricordatevi che le iperinflazioni nascono sempre da quello). E sarà interessante perché questo sarà in piccolo quello che avverrà per l’ultima valuta di riferimento che rimarrà in piedi, cioè il dollaro ovviamente con la conseguenza, in quel caso,  di scaraventarci direttamente nel post-capitalismo e nella fase tragica della Terza Guerra Mondiale, ora agli inizi (sterlina e yen? può darsi succeda qualcosa di simile, ma staremo a vedere).

Ci tenevo a fare un piccolo appunto sul concetto di deflazione ed inflazione che divide il web in assurde tifoserie tra fan della teoria austriaca iperliberista e fan dell’economia keynesiana più interventista. Deflazione e inflazione in sé non sono qualcosa di positivo o negativo in assoluto, individualmente dipende ovviamente dal nostro mestiere e dalla nostra situazione patrimoniale personale; a livello generale la deflazione è positiva se per il 90% degli individui (escludiamo un 10% o meno, ultra-ricco) il reddito incrementa, rimane stabile oppure diminuisce meno di quanto sono calati i prezzi; al contrario l’inflazione è positiva esclusivamente se il reddito sale più di quanto siano aumentati i prezzi. Presi in sé i due fenomeni non significano nulla, è fondamentale vedere anche se i redditi della grande maggioranza delle persone (dicono questo perché il PIL non basta assolutamente, perché ora ad esempio negli USA il PIL aumenta, ma aumenta anche la disparità economica, quindi solo una minoranza si sta arricchendo e questo credo sia una cosa non positiva se non si è parte di quella esigua minoranza) aumentano, se quindi aumenta il loro potere d’acquisto oppure no. In linea di massima la deflazione è più dannosa dell’inflazione, perché il minore introito si trasmette più velocemente di quanto velocemente si adeguino i prezzi (inoltre spesso non possono adeguarsi) e perché non esisterà mai abbastanza denaro per ripagare appunto un denaro che nel nostro sistema viene emesso come debito e che quindi necessita di rientrare con un interesse ( e dove lo trovo questo interesse se non estraendolo dalla ricchezza reale?) Al contrario, nell’inflazione, i prezzi non salgono più velocemente dei redditi (escludendo i casi di iperinflazione e svalutazioni da panico o da speculazione organizzata) e i debiti possono essere ripagati perché si crea il denaro in più necessario per pagare anche gli interessi. Ovviamente questo in linea di massima, poi dipende moltissimo da caso a caso e ripeto non sono due fenomeni su cui fissarsi come dei tifosi, le variabili sono tantissime. Finché esisterà il debito e il tasso d’interesse, l’inflazione sarà sempre necessaria e la deflazione nella maggior parte dei casi sarà un fenomeno negativo, se un giorno, come io spero, questo dovesse cambiare, allora forse ci liberemo anche dall’inflazione e potremmo godere della deflazione naturale, ma questa è un’altra storia. Nel caso della Svizzera, ora la Banca Centrale, se volesse fare una scelta sana, dovrebbe continuare a stampare, non per comprare euro o titoli di stato, ma stampare per finanziare gratuitamente lo stato svizzero, abbassando ulteriormente le tasse, o investendo in infrastrutture utili, o garantendo una favorevole politica demografica o investendo in ampi progetti di ricerca e lo può fare perché la sua valuta ha attualmente un valore extra, è come se potesse estrarre oro gratuitamente o come se noi potessimo creare dal nulla il denaro che spendiamo. Se facesse questo con moderazione, potrebbe sia riportare con gradualità il franco verso il livello di 1,20, sia evitare la recessione, sia rinforzare la struttura attuale e futura della società elvetica. Ripeto, questo non lo possono fare tutti gli stati, lo può fare la Svizzera perché il Franco possiede un valore extra dovuto al suo status di moneta rifugio. Ma ovviamente non lo farà, perché come abbiamo visto, lo scopo è un altro, affossare la Svizzera e spingerla in Europa.Se questo articolo ti è piaciuto, non perderti Libertà Indefinita, un saggio sulla libertà e sulla legittimità di un sistema, il nostro, sempre più contestato dalla popolazione. banner liberta indefinita CONDIVISIONE  E’ RIVOLUZIONE
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Sono Giuseppe Cirillo alias Fenrir, l’autore di questo blog. Nei nostri articoli ci sforziamo di offrire un’angolazione e una visione diversa rispetto ai media di regime. Per qualsiasi domanda o per un’eventuale collaborazione contattami alla seguente mail: fenrir1489@gmail.com 

 

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Come molti dei nostri lettori sapranno, noi abbiamo ipotizzato nel nostro articolo La Terza Guerra Mondiale è già iniziata?, l’inizio di un nuovo conflitto mondiale lo scorso giugno, con la nascita dello Stato Islamico in Siria ed Iraq, quindi con la continuazione del grave conflitto in quella zona più l’espansione dello stesso in Libia, Libano, Nigeria, penisola del Sinai, Yemen, dove sono sempre all’opera milizie legate all’ISIS. Mentre si svolgevano i fatti di Parigi, in Nigeria i miliziani di Boko Haram, alleati dell’ISIS hanno raso al suolo ben sedici villaggi facendo almeno 2000 morti nel silenzio quasi assordante della maggior parte dei media occidentali, per i quali probabilmente ci sono morti di seria A e di serie B. Il conflitto si è poi contemporaneamente esteso all’Ucraina dove si fronteggiano nell’est del paese, filorussi contro ucraini e dove segnaliamo la fine della tregua e la ripresa ieri di forti scontri che hanno portato all’uccisione di dieci civili ucraini all’interno di un autobus e il crollo della torre dell’aereoporto di Donetsk (quella della foto), attualmente in mano agli ucraini ma in territorio filorusso. Mentre in Siria, Iraq, Libia e Nigeria le vittime ormai sono a centinaia di migliaia, in Ucraina siamo già giunti a 5000 morti. Quindi la guerra che ci sembra così lontana (anche se Siria e Libia sono dietro l’angolo) è già presente in Europa e nei giorni scorsi ne abbiamo visto un suo assaggio proprio nel cuore dell’Europa, a Parigi, con un totale di 20 morti, compresi i terroristi (che sono comunque francesi). Il conflitto mondiale si estende poi anche a livello economico dove non possiamo non segnalare le crescenti difficoltà dei paesi emergenti a sostenere il continuo crollo del petrolio e la continua rivalutazione del dollaro. Segnaliamo a questo proposito i negozi vuoti in Venezuela, l’emorragia di capitali in Grecia in vista delle prossime elezioni, il crollo delle valute dei paesi vicini alla Russia, la grave situazione economica giapponese e il rallentamento della Cina.

Ora analizziamo brevemente la situazione dopo gli attentati di Parigi, non paragonabili come portata all’ 11 Settembre ma assolutamente rivelanti per le loro conseguenze. Non vogliamo perderci in dietrologie che hanno comunque trovato importanti riscontri in Turchia, Russia ed anche nelle dichiarazioni di importanti esponenti politici italiani e internazionali, non avendo la conoscenza di chi effettivamente possa esserci dietro, noi ci limitiamo a studiare le conseguenze e vedere se vanno in particolari direzioni. Sicuramente vedere 80000 mila forze dell’ordine francesi mobilitate, sparatorie e morti nel cuore dell’Europa, a Parigi, fa un certo effetto ma ora cosa potrebbe succedere? Per prima cosa, evidentemente, l’ostilità verso i musulmani ha subito un forte incremento e già vengono segnalati diversi episodi anti-islamici in tutta Europa, per ora di lieve entità. Molti di voi potrebbero dire che già ci sono stati attentati fondamentalisti in Europa, a Londra ed a Madrid e non c’è stata nessuna deriva violenta. Questo è vero, ma ora la situazione è totalmente diversa. All’epoca, gli attentati erano puro terrorismo, ora sono un vero e proprio atto di guerra, dato che lo Stato Islamico è un’entità de facto statale con un suo territorio anche abbastanza esteso, senza contare i territori occupati dagli islamisti in Libia e in Nigeria. Inoltre, economicamente, la situazione è diversa, all’epoca si era in un periodo di relativo benessere economico ora siamo nel centro di una crisi che si avvia ad un nuovo peggioramento e questo comporta sia più islamici disperati pronti a colpire, sia più occidentali pronti a scatenare la propria collera verso il nemico islamico. In Germania, per chi non lo sapesse, è già nato un movimento, PEGIDA, che sta crescendo esponenzialmente ed ha raggiunto già i 40000 membri, che si oppone all’islamizzazione dell’Europa e contemporaneamente in Germania si segnala l’incremento tra i musulmani della setta dei salafiti, l’ala più estrema dell’Islam, di cui fanno parte la maggior parte dei terroristi e dei guerriglieri. Se dovessero succedere un altro paio di attacchi come quelli di Parigi, ci sarebbe un’escalation gravissima dato che sicuramente le formazioni razziste e di estrema destra reagirebbe attaccando pesantemente qualche moschea o direttamente scontrandosi con gruppi di musulmani. E questo è facilmente ipotizzabile e prevedibile perché è alimentato dalla crescente crisi economica che ovviamente tende ad estremizzare le posizioni. Probabilmente, come negli anni passati, non ci sarebbe nessuna escalation se le condizioni economiche fossero differenti.

Benzina sul fuoco la mette proprio il giornale Charlie Hebdo che oggi torna in edicola con un Maometto irriverente che dice “Je suis Charlie”. A questo proposito noi non vogliamo prendere posizione nella diatriba tra chi sostiene la totale libertà di parola e chi dice che questa non deve portare all’insulto religioso, a nostro avviso se per la democrazia francese era legale, si può essere personalmente d’accordo o meno con le vignette, ma non si può assolutamente denunciarne l’illegalità e nemmeno dire che se la sono cercata. Inoltre, sottolineiamo che questi fatti, proprio perché sono soprattutto un attentato alla libertà di parola e se vogliamo al laicismo, non comportano un conseguente riavvicinamento al Cristianesimo, in risposta all’Islamismo, perché ormai il primo ha perso totalmente il suo appeal tra gli Europei e si avvia secondo noi alla graduale secolarizzazione e scomparsa, ma invece un forte posizionamento sul valore della libertà, libertà come vero valore degli Europei e il fatto che lo slogan “Je suis Charlie” sia così stato usato e che oggi si prevedono più di cinque milioni di copie vendute, dimostra che lo scontro non è più tra Europa Cristiana ed Islam ma tra l’Europa della libertà e dei diritti contro l’oppressione, in questo caso religiosa. Noi notiamo, quindi, che questi fatti oltre a rendere gli Europei anti-islamici, li rende anche più lontani dalla religione, anche quella cristiana. E non lo stiamo dicendo come critica, io personalmente sono agnostico, ma solo come analisi dei fatti.

Parlando, invece, delle conseguenze politiche di questi fatti possiamo dire che sicuramente il Fronte Nazionale di Marine Le Pen continua la sua ascesa e viene dato anche oltre il 30% dei consensi. Le elezioni presidenziali francesi sono nel 2017, ma a nostro avviso rimane comunque improbabile che la Le Pen diventi presidente, perché la Francia ha come sistema elettorale quello del doppio turno ed attualmente anche se il Fronte è primo nei sondaggi, subito dopo viene il centrodestra gollista di Sarkozy e il partito di Hollande ancora più in basso. Quindi, come già successo in passato, se ci dovesse essere un ballottaggio estrema destra e centrodestra, sicuramente vincerebbe quest’ultimo. L’estrema destra francese ha possibilità di affermarsi solo in questi casi: a) grazie all’estremismo islamico, continua ad erodere così tanto consenso al centrodestra in maniera tale da andare al ballottaggio con il centrosinistra; b) il centrodestra si frantuma (è possibile) e quindi FN va al ballottaggio con il centrosinistra; c) il centrosinistra si presenta unito ad altre formazioni di sinistra, con un candidato carismatico e riesce a superare il primo turno. Se dovessero verificarsi uno di questi tre scenari e quindi il Fronte Nazionale si trovasse al secondo turno con la sinistra, inevitabilmente, gran parte degli elettori di centrodestra e una parte di quelli di centro voterebbero l’estrema destra, dopo l’attuale rovinoso governo di sinistra e consegnerebbero il paese a Marine Le Pen. Se questo dovesse avvenire l’Europa tremerà, sia perché la Le Pen è forse finanziata da Putin e quindi potrebbe essere un cavallo di troia per sfasciare l’Unione Europea dall’interno, sia perché un governo di estrema destra porterebbe sicuramente alle rivolte delle periferie degradate francesi e allo scontro con le minoranze straniere ed islamiche che si sono una minoranza, ma una minoranza giovane senza nulla da perdere e quindi più combattiva ed attiva del resto dei francesi. Il rischio che si ripetano le gravi rivolte delle banlieues del 2005 sarebbe altissimo e non escludo una vera e propria guerra civile, considerando che nel 2017 la situazione sarà ulteriormente deteriorata rispetto ad ora. Anche in caso di vittoria del centrodestra non è comunque da escludere una situazione simile ed anzi non è da escludere nemmeno adesso se la tensione dovesse ancora salire.

Fatte queste analisi, abbiamo detto che volevamo trovare una direzione, e questa sembra sempre essere quella della Lunga marcia dell’Eurocrazia. Se andate a leggere quell’articolo vedrete che tra gli obiettivi ci sono quello di una politica interna comune, quello dell’eliminazione del Vaticano (e quindi del sentimento religioso) e la nascita di un sentimento europeista. Bene, dopo i fatti di Charlie Hebdo, ad esempi Renzi ha già chiesto un’intelligence europea, la religione è diventata sinonimo di oppressione e di morte e soprattutto, come abbiamo già sostenuto da tempo, per far nascere un sentimento europeista serve un nemico da combattere in nome di un ideale europeo. L’ideale sembra essere quello della libertà, il nemico di questa da una parte è Putin, contro cui stanno combattendo gli ucraini, dall’altra l’estremismo islamico che colpisce e che minaccia di colpire l’Europa dappertutto. Abbiamo visto i leader europei a braccetto domenica 11 gennaio, io vedo la nascita del nazionalismo europeista, quello che mancava ancora a questa Unione Europea. La lunga marcia dell’Eurocrazia continua. Ovviamente analizzare questa marcia non vuol dire essere per forza contro tutto quello che si sta realizzando, personalmente sono favorevole all’Europa Unita e all’europeismo ed alla libertà, ma assolutamente non posso che essere contrario all’attuale oligarchia dominante, piena espressione dalla dittatura finanziaria vigente. A mio avviso, se la vera caratteristica degli Europei è quella di aspirare alla libertà, sarà inevitabile, alla fine doversi liberare anche da questo ipocrita giogo. Se questo articolo ti è piaciuto, non perderti Libertà Indefinita, un saggio sulla libertà e sulla legittimità di un sistema, il nostro, sempre più contestato dalla popolazione. banner liberta indefinita CONDIVISIONE  E’ RIVOLUZIONE
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Da quando la crisi economica del 2007-2008 ha costretto gli Stati Uniti a ricorrere al Quantitative Easing per sostenere la propria economia, da più parti si è detto che il dollaro andava incontro alla sua fine, che il collasso era imminente, che l’oro o il bitcoin o l’euro o lo yuan lo avrebbero sostituito e via dicendo. Il Quantitative Easing è finito ed attualmente addirittura gli USA annunciano una crescita del 5% (anche se questa gravemente manipolata dall’Obamacare e non supportata dal calo dei consumi, dal dato sul tasso di occupazione, dalla sfiducia al governo e da proteste e criminalità dilagante). Questo effettivamente potrebbe bastare a smontare definitivamente la tesi che il dollaro si avvii verso il suo collasso, dato che invece si sta rafforzando e gli USA sono in una presunta forte ripresa, ma noi ora vogliamo dimostrare il contrario.

Come molti lettori probabilmente sapranno le banconote che oggi usiamo derivano dalle promesse di pagamento con cui il portatore di una determinata banconota poteva riscuotere dalla banca emittente una certa quantità di oro scritto sulla stessa. Questo fin dai suoi esordi medievali. In seguito, questo sistema è divenuto centralizzato, quindi era la banca centrale del paese a garantire la banconota emessa, garantita da una determinata quantità di oro. Questo sistema ad un certo punto crollò, perché, inevitabilmente, durante le crisi politiche, geopolitiche ed economiche, la richiesta di oro aumentava e la riserva non bastava a coprirla. L’evoluzione di questo sistema furono gli accordi di Bretton Woods, dove ci si accordò nel rendere il dollaro statunitense la valuta di riferimento mondiale con cui si devono compiere i principali scambi commerciali e fu l’unica che fu legata all’oro, tutte le altre valute furono invece coperte dal dollaro, quindi solo indirettamente dall’oro. Anche questo sistema fallì, perché sotto Nixon, non si riuscì più a coprire le richieste di conversione del dollaro in oro e quindi fu annunciata unilateralmente la sospensione della convertibilità del dollaro in oro. Quindi si passò ad un regime di cambi variabili, ma il dollaro rimase la valuta di riferimento sia perché lo era già sia per la potenza militare ed economica degli USA che quindi la rendeva la valuta più sicura. Da quel momento in poi gli USA ebbero un grandissimo vantaggio quello di poter emettere una supevaluta che non serviva soltanto come moneta circolante per far funzionare la propria economia ma era anche usata a livello internazionale negli scambi tra le nazioni. Quindi oltre al suo valore di valuta nazionale coperta dalla capacità produttiva del paese possedeva anche un valore intrinseco dovuto al fatto di essere la valuta di riferimento mondiale, quindi non era richiesta solo per essere usata negli USA ma anche e soprattutto per essere usata come riserva di valore e negli scambi internazionali. Il vantaggio che questa situazione ha dato agli USA è grandissimo e come se durante il Gold Standard, uno stato avesse il monopolio nella produzione di oro. Gli USA hanno usato questo vantaggio sia per sostenere la propria economia interna, sia nelle immense spese militari ed anche per sostenere costantemente il deficit della bilancia commerciale. Quindi gli USA hanno sempre vissuto al di sopra delle proprie possibilità grazie al dollaro, scaricando sugli altri le proprie necessità. Se da questo punto di vista gli States hanno effettivamente un grande vantaggio su tutti, al tempo stesso l’emissione di dollari anche se fa vivere lo Stato e la società americana al di sopra delle proprie possibilità sostiene la crescita dell’economia mondiale.

Il Quantitative Easing è la dimostrazione lampante del discorso appena fatto. Molti analisti austriaci ma anche keynesiani sbagliano a pensare che il Quantitative Easing sia uguale a quello di una qualsiasi altra nazione del pianeta ed infatti gli effetti sono decisamente diversi. Quello americano non riguarda solo la società americana ma è un QE globale, perché il dollaro è la valuta base del pianeta. Questa manovra monetaria ha avuto come conseguenza quella di favorire l’ascesa dei diversi paesi emergenti del mondo e la salita del prezzo di diverse materie prime di cui questi sono produttori. Questa ascesa è data dal fatto che nel mondo attualmente sono presenti circa 158 trilioni di debito in dollari. Quindi chi pensa che il dollaro sia in difficoltà perché Washington ha un debito pubblico di circa 18 trilioni deve comprendere che gli USA non sono il Giappone o la Russia e che quel debito non è in una valuta soltanto nazionale ma in una valuta di riferimento mondiale che è coperta da 158 trilioni di debito. Quindi se Washington deve ai sottoscrittori 18 trilioni al tempo stesso nel mondo i debitori devono restituire 158 trilioni di dollari. Praticamente il debito pubblico americano è coperto dai debiti internazionali sottoscritti in dollari ed ha attualmente una copertura di più di 8 volte superiore, per quello il dollaro non è crollato con il QE. Ora con la fine del QE, il dollaro torna velocemente a salire e negli ultimi sei mesi la maggioranza delle valute mondiali si è svalutata nei suoi confronti ed anche le materie prime. Questo comporta una serie di conseguenze: che il debito in dollari, salendo il dollaro, aumenta e che quindi diventa più difficile restituirlo ed inoltre essendo venuta meno l’iniezione di liquidità, manca inevitabilmente il circolante in dollari necessario atto a garantire il pagamento degli interessi e quindi tutti i paesi, soprattutto quelli emergenti e dipendenti dalle materie prime, sono costretti a estrarre della propria ricchezza nazionale per pagare direttamente o indirettamente il debito in dollari con conseguenze recessive o rallentanti sulla propria economia. E le conseguenze di questa situazione si sono già abbattute pesantemente sul petrolio e sui diversi paesi emergenti, soprattutto quelli legati a questa materia prima ma non solo quelli. Il rublo russo, come già sappiamo, è stato tra quelli più colpiti ed adesso tutti i paesi in cui esiste una certa influenza russa sulla propria economia dalla Serbia, alla Bielorussia, al Kazakistan, al Turkmenistan, ecc stanno subendo una forte svalutazione e c’è il forte rischio che questo comporti dal Venezuela, alla Nigeria fino all’Indonesia un grave aumento dell’instabilità sociale e politica.

Detto questo, molti di voi si chiederanno perché il dollaro dovrebbe collassare dato che anzi si sta rafforzando sulle spalle di tutti. E’ proprio la Storia ad insegnarcelo. Quando vigeva la riserva aurea, è proprio nei momenti di crisi generale che l’oro è più forte e che quindi viene richiesto ed è proprio questo che fa saltare il banco e che porta alla bancarotta. Al tempo stesso, avendo il dollaro il ruolo che prima era dell’oro, dimostrando gli USA una certa presunta crescita e provocando con la fine del QE la svalutazione di tutte le valute mondiali, accrescono di nuovo a dismisura il ruolo del dollaro come valuta di riferimento e quindi la richiesta di esso continuerà a salire ma questo provocherà una grave deflazione interna ed essendo la società americana gravemente indebitata, inevitabilmente non riuscirà a restituire una valuta rivalutata dato che a malapena riesce a restituirla adesso. E questo vale ovviamente  anche per il debito pubblico. Se il debito pubblico americano era garantito dal debito in dollari nel Mondo, se quest’ultimo salta e non vale più, anche il primo non è più coperto. E se la recessione è stata finora abbastanza sopportata in Europa, dove prima della crisi economica la diseguaglianza sociale era abbastanza mitigata quindi un suo incremento finora è stato ancora tollerato, negli USA dove la diseguaglianza è già a livello di Terzo Mondo e dove la tensione sociale è già ora alle stelle, l’austerity comporterà un esplosione sociale senza precedenti. A questo punto che l’instabilità economica, sociale e politica statunitense potrebbe mettere fine al dollaro, perché il dollaro rimarrà forte finché gli effetti recessivi della sua forza non si manifesteranno ed a quel punto il governo sarà costretto a una di queste tre cose: 1) austerity, quindi ridurre il debito pubblico con tutte le conseguenze sociale del caso 2) aumentare a dismisura il debito mettendo però in dubbio l’effettiva forza del dollaro 3) Ricominciare con il QE, dimostrando il totale fallimento della presunta ripresa americana. In tutti e tre questi scenari, il dollaro, dopo l’apparente forza, verrebbe messo seriamente in dubbio e quindi in questa fase probabilmente assisteremo alla sua disfatta definitiva.

Se fino qua la previsione può essere espressa abbastanza chiaramente, quello che avverrà dopo la disfatta del dollaro non è così facile da prevedere. Sicuramente la Terza Guerra Mondiale già iniziata aumenterà d’intensità e si estenderà come una vera e propria guerra civile globale. Probabilmente assisteremo all’ascesa, come in tutti i momenti di crisi, del prezzo dell’oro, che probabilmente diventerà molto ricercato, soprattutto dopo che sempre più paesi ne richiederanno indietro le riserve all’Impero fallito americano e questo dimostrerà di non averle più. E’ probabile, nella fase iniziale della disfatta del dollaro, che si affermi lo Yuan cinese, magari legato ad una riserva aurifera già in suo possesso, ma a nostro avviso sarà un’affermazione effimera dato che la Cina non ha le caratteristiche per sostenere una valuta di riferimento globale ed ancora peggio se la legherà all’oro. I motivi del perché lo Yuan non sarà la valuta di riferimento mondiale, li elencheremo in un nostro futuro articolo. E al tempo stesso non sarà neanche possibile un ritorno al Gold Standard come da molti ipotizzato. Un sistema del genere come quello del dollaro non può che crollare perché è un sistema di debito impagabile, dove è necessaria la continua creazione di moneta almeno per ripagare gli interessi sul debito emesso, altrimenti questi dovranno essere estratti dall’economia reale innescando inevitabilmente la crisi. L’oro non può funzionare, sia perché in parte viene sottratto alla circolazione con lo smarrimento e soprattutto con l’accumulo e soprattutto se viene prestato ad interesse inevitabilmente sarà sempre impagabile se non supportato da un’attività estrattiva pari all’ammontare degli interessi più alla deflazione naturale del sistema, cosa impossibile; e del resto per questo esso non ha funzionato in passato. Ed ora accade lo stesso agli USA, paradossalmente era meglio che continuassero con graduale QE che mantenesse il dollaro stabile  e rendesse ripagabili i debiti contratti. Per questo sosteniamo che propria la sua attuale e futura forza ne determina la successiva disfatta. E dato che il trucco di emettere soldi facili e poi rendere impossibile restituirli è stato usato con determinati obiettivi politici da secoli, fino anche all’Unione Europea, ci sentiamo anche di metterne in dubbio la casualità, ma intravediamo, invece, una mano consapevole degli stessi che portano avanti la lunga marcia dell’Eurocrazia. La disfatta USA potrebbe tradursi credo in due modi, se tutti i rimedi falliranno: o in una unione monetaria, politica e militare con Canada, Messico ed Europa, così da ricostituire una fortissima valuta di riferimento; o come personalmente credo, alla disintegrazione interna degli USA e il conseguente inasprimento del conflitto mondiale, come scritto in questo articolo. In qualsiasi caso ci avviciniamo spediti ad una lunga fase di transizione post-capitalista o post-socialista se siete economicamente austriaci. Comunque la vogliate chiamare, sarà una transizione dolorosa dovuta alla lunga e graduale fine di un sistema di accentramento distopico del potere. (Attraverso l’accentramento del valore nel capitalismo e con l’accentramento del potere statale nel socialismo). Se questo articolo ti è piaciuto, non perderti Libertà Indefinita, un saggio sulla libertà e sulla legittimità di un sistema, il nostro, sempre più contestato dalla popolazione. banner liberta indefinita CONDIVISIONE  E’ RIVOLUZIONE
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