Il pericoloso asse Atene-Mosca

alleanza atene mosca  La scorsa domenica abbiamo assistito al rito delle elezioni greche che ha portato alla vittoria del partito di estrema sinistra Syriza ed alla formazione di un governo nazional-socialista, a dimostrazione del fatto che nei periodi di crisi, il nazional-socialismo va forte. Ovviamente non vogliamo dire che siano saliti al potere dei nazisti, ma che il governo è definibile nazional-socialista perché unisce il socialismo del partito Syriza, con il nazionalismo del suo alleato di governo Anel. Questa alleanza ha sorpreso tutti, ma i due partiti hanno limato le differenze ideologiche in nome della lotta all’Europa dell’austerità.

Ora il governo sembra tenere una linea molto forte e  non sembra voler cedere e si prepara allo scontro con Bruxelles e a non rispettare nessuna delle richieste della Troika che di fatto aveva commissariato i governi precedenti; ed infatti Tsipras si prepara al alzare il salario minimo ed a fermare le privatizzazioni. L’Europa, però, non sembra intenzionata a cedere più di tanto e per ora ha promesso soltanto di allungare un po’ le scadenze ma non ha nessuna intenzione di fare sconti ad Atene sull’entità dei debiti da pagare, anche perché un precedente del genere si allargherebbe velocemente agli altri paesi indebitati come Irlanda, Portogallo, Spagna e anche Italia, iniziando una spirale che per essere risolta necessiterebbe di una stampa di denaro da parte della Banca Centrale Europa decisamente superiore a quella decisa la scorsa settimana, che porterebbe ad una svalutazione pericolosa dell’Euro che Berlino e gli altri paesi suoi alleati sicuramente non accetterebbero mai. A nostro avviso, quindi, si va al muro contro muro  e sembra che anche il governo greco non sia disposto a trattare più di tanto.

In questa già difficile situazione si aggiunge la politica estera del nuovo esecutivo greco, che è chiaramente orientata ad un veloce avvicinamento a Mosca. Infatti già ieri, la Grecia ha combattuto contro le nuove sanzioni che Bruxelles voleva applicare alla Russia ed oggi Mosca si è detta disponibile ad aiutare finanziariamente Atene. Questa inedita alleanza Atene-Mosca è supportata anche dalla comune matrice culturale ortodossa e bizantina dei due paesi ed è probabile che nei piani più ambiziosi di Putin, c’è spazio per un’Unione Euroasiatica che vada dalla Siberia fino ai paesi slavi balcanici (Serbia e Montenegro) per giungere all’ortodossa Grecia. Possiamo quindi ipotizzare che il nuovo premier greco Tsipras abbia, nelle trattative per ridurre il debito, le spalle coperte da Mosca che in caso di uscita della Grecia dall’Euro sarebbe pronta a supportare una neo-dracma ed un’entrata di Atene nell’Unione Euroasiatica di Putin, che attualmente comprende Russia, Bielorussia e Kazakistan.

Ma quali sarebbero i vantaggi per Mosca in un’annessione geopolitica della Grecia? Noi ne vediamo almeno tre: 1) Lo sfaldamento del blocco euro-atlantico in Europa e il rafforzamento dell’attualmente debole Unione Euroasiatica; 2) La possibilità di avere un nuovo e più sicuro sbocco militare nel Mediterraneo oltre quello di Tartus in Siria; 3) Non per ultimo, il via libera del governo greco all’acquisizione della rete gas nazionale da parte della russa Gazprom, prima bloccato dal veto europeo. A tutto questo si aggiunge il fatto che il partito Syriza, nel suo programma ha l’uscita del paese dalla Nato, cosa che farebbe molto piacere alla Russia.

Fatte queste considerazioni, perché diciamo che l’asse Atene-Mosca è pericoloso? Perché l’Europa e ancora di più gli Stati Uniti non staranno a guardare la Grecia che passa tranquillamente dall’altra parte e quindi hanno sicuramente in serbo qualcosa per evitare questo scenario, vediamo ora quello che potrebbero succedere nei prossimi mesi, in parte già enunciato in un nostro articolo precedente:

1) Bruxelles riesce a “convincere” Tsipras a moderare le sue posizioni in cambio di qualche piccola concessione, la situazione si stabilizza.

2) Bruxelles e Atene non vanno avanti nella trattative e finisce la già scarsa liquidità delle banche greche, gli sportelli bancari vengono chiusi e si scatena il panico che può portare ad una di queste cose:
a) Forti proteste di piazza contro il governo che non garantisce la liquidità per andare avanti (stile fallimento Argentina) ricordiamo che circa metà del paese ha comunque votato partiti europeisti. Conseguenza di ciò, probabile sfaldamento della maggioranza parlamentare (basta una compravendita di una trentina di parlamentari) e fine del governo Tsipras.
b) Idem come sopra, ma con intervento dei militari greci appoggiati dall’Europa e dalla Nato, destituzione del governo e legge marziale fino ad un ritorno della stabilità finanziaria. Successive forti proteste di piazza dei militanti di Syriza e di tutti i partiti euro-ostili.
c) Idem come sopra, ma con deriva violenta della situazione con intervento dei gruppi neonazisti di Alba Dorata, da questo punto di vista la situazione ricorda l’Ucraina pre-rivoluzione, con un governo di sinistra filo-russo, spodestato da moti di piazza europeisti e neonazisti.

3) I poteri forti internazionali potrebbero utilizzare un altro paese NATO, la Turchia da sempre ostile alla Grecia, per destabilizzare questa Grecia filo-russa. Basterebbe un incidente a Cipro o sul confine e con questo governo greco nazionalista da una parte e con l’irruento Erdogan, dall’altra la situazione potrebbe facilmente deteriorarsi. Ricordiamo che in Tracia orientale esiste una forte minoranza turca e la Turchia potrebbe sfruttare un’eventuale instabilità per fomentare una rivolta filo-turca in quelle zone e annetterle (stile guerra ibrida di Putin in Crimea ed est ucraina). Uno scenario del genere è sicuramente molto complesso dato che attualmente i due paesi sono entrambi membri della NATO in caso di scontro questa potrebbe rimanere neutrale fino a quando la Turchia non avrà abbattuto il governo euro-ostile di Atene in quel caso poi sarebbe obbligata a ritirarsi, ma si ritirerebbe data l’aggressività dell’attuale governo turco? Questo scenario rimane attualmente improbabile, dato che questa maggioranza è composta anche da dei rappresentati della minoranza turca, ma in caso di forte allontanamento greco da Bruxelles e dalla NATO, tutto è possibile. Alternativamente potrebbero anche essere fomentati disordini con i vicini Albanesi e Macedoni, con cui la Grecia non è mai stata in buoni rapporti.

4) Nel breve-medio periodo potremmo anche assistere ad un mix degli scenari sopraddetti dato che come ormai sappiamo e come scritto nel nostro articolo Terzo Conflitto Mondiale? Una guerra liquida, questa nostra epoca sarà proprio caratterizzata da conflitti ibridi con fronti mutevoli ed anche imprevedibili.

Questo può essere un quadro abbastanza ampio della situazione, la sensazione rimane che la guerra dalla Siria stia salendo e la Grecia possa essere il prossimo fronte. Ed anche importante considerare che l’Eurocrazia possa usare la Grecia come esempio di stato ribelle da punire, quindi potrebbe dare un po’ di corda a Tsipras per poi punirlo con un attacco speculativo e finanziario che metta definitivamente in ginocchio il paese portando agli scenari tragici che abbiamo descritto. Inoltre, se come abbiamo ipotizzato e come confermato dai fatti, scopo dell’Eurocrazia è usare le crisi per togliere sovranità nazionale, nel caso della Grecia un grave tracollo finanziario, un colpo di stato o addirittura una guerra civile possono servire a togliergli definitivamente importanti poteri come la politica estera e la difesa e una grave crisi economica e militare ellenica può spingere tutti gli stati membri nella direzione dell’unico esercito europeo, dell’unica politica estera, dell’unico intelligence e dell’unica gendarmeria europea.

Concludiamo dicendo che sicuramente Washington e Bruxelles non staranno a guardare questa Grecia ribelle che aspira a gettarsi tra le braccia di Putin, del resto non ci hanno messo molto ad eliminare politicamente Berlusconi e Letta quando si sono avvicinati al Cremlino. Data l’audacia di questo governo greco in questo caso potrebbero usare la mano ancora più pesante, bisognerà però monitorare se stavolta Mosca rimarrà con le mani in mano o se interverrà seriamente nel cambiare questi equilibri geopolitici. L’Europa si trova in una situazione sempre più scottante al sud l’Isis in Libia e l’Egitto instabile, a sud-est Israele e Libano quasi in conflitto e Siria ed Iraq in guerra, ad est continua l’escalation del conflitto ucraino ed è probabile un intervento (vedremo di che portata) Lituano e Polacco in supporto di Kiev ed ora si aggiunge la Grecia che può far saltare il banco ma anche saltare essa stessa. Sembra che la resa dei conti si avvicini. Se questo articolo ti è piaciuto, non perderti Libertà Indefinita, un saggio sulla libertà e sulla legittimità di un sistema, il nostro, sempre più contestato dalla popolazione. Prossimamente in uscita
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Sono Giuseppe Cirillo alias Fenrir, l’autore di questo blog. Nei nostri articoli ci sforziamo di offrire un’angolazione e una visione diversa rispetto ai media di regime. Per qualsiasi domanda o per un’eventuale collaborazione contattami alla seguente mail: fenrir1489@gmail.com 

 

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La Svizzera entrerà nell’Euro?

svizzera entra nell'unione europea Come sicuramente già sapete, la Banca Centrale Svizzera ha improvvisamente ed incredibilmente liberato il Franco dall’agganciamento artificiale all’Euro, sul rapporto di 1,20 smettendo quindi di creare Franchi per comprare Euro allo scopo di tenere il Franco sottovalutato. Lasciato libero di fluttuare sul mercato il cross EUR/CHF è crollato fin quasi sotto la parità causando un vero e proprio 11 Settembre della finanza, con la borsa svizzera che in due giorni ha perso quasi 15 punti percentuali e con diversi hedge fund e brokers rovinati da questa decisione inaspettata, dato che poco tempo prima il direttore della BNS aveva spergiurato che avrebbe difeso fino alla morte il rapporto di 1,20. Ora, ancora non è chiarissimo il perché di questa decisione, ma sicuramente la BNS ha deciso che era meglio prendersi delle perdite subito piuttosto che comprare ancora Euro che probabilmente, secondo le informazioni riservate della banca centrale elvetica, ha come destino quello di svalutarsi ulteriormente. A nostro avviso questa scelta è dovuta ad una di queste possibilità:
a) Hanno saputo che il Quantitative Easing che la BCE dovrà decidere la prossima settimana, sarà effettivamente ampio, e quindi sarebbe divenuto insostenibile reggere il livello di 1,2 (possibilità più probabile).
b) Hanno saputo che in Grecia la vittoria di Syriza sarà più ampia del previsto e che quindi è prevedibile un notevole afflusso di capitali dalla Grecia più una ulteriore svalutazione dell’Euro (probabile e può anche sommarsi al punto precedente).
c) Credono che la nuova politica espansiva della BCE porti ad una spaccatura nell’ Eurozona con addirittura un’ uscita della Germania dall’Euro (improbabile perché troppo dannoso per Berlino).
d) Sono venuti a conoscenza di un imminente atto di guerra (vedi peggioramento fronte ucraino) o di possibili grossi attentati (tutto è possibile ricordiamoci che sono banchieri).
 e) La Fed è in procinto di alzare i tassi di interesse e quindi l’Euro è in procinto di arrivare alla parità con il Dollaro ed hanno deciso di tagliare le perdite, a questo proposito sarebbe interessante se la BNS iniziasse a comprare dollari.
 f) Qualcos’altro di imprevedibile, dato che ormai, l’economia è sinonimo di follia e tutto sta inesorabilmente collassando.
 g) Tutti i punti precedenti (escluso quello sulla Germania).

Qual è lo scenario più veritiero lo scopriremo nei prossimi giorni, ma ora quello che a noi interessa è, che quello che sta succedendo in Svizzera, è in piccolo ciò che dovrebbe avvenire con il dollaro su scala globale come descritto nel nostro articolo Il colpo di coda del dollaro prima del collasso definitivo. Cosa hanno in comune il Franco Svizzero e il Dollaro Americano? Che entrambi hanno un valore extra rispetto al semplice valore di valuta avente come contropartita i beni e servizi offerti da un paese. Un valore extra dovuto al fatto di essere un bene rifugio e quindi non solo un semplice strumento di scambio. Come hanno ottenuto questo valore extra? Gli USA chiaramente perché sono la potenza egemonica militare, culturale ed economica del pianeta; la Svizzera in virtù della sua neutralità, del suo altissimo livello di democrazia, grazia al segreto bancario che consentiva un costante afflusso di valuta straniera ed ad un economia efficiente, oltre che ad una storica stabilità. Ma il 15 gennaio 2015, il Franco standard in realtà muore e vi mostro il perché. Un sistema di valore come è quello del Franco o più in grande quello del dollaro, è sano finché non si mettono in dubbio le fondamenta, finché le garanzie non vengono richieste. L’esempio storico più grande e chiaro è quello del gold standard. Il sistema basato sulla riserva aurifera regge finché si ha fiducia nell’economia da esso generata, ma quando questa fiducia manca si va a richiedere direttamente l’oro, facendo ovviamente saltare il banco. Idem in Svizzera, il sistema franco ha retto finché la BNS ha compensato stampando e comprando euro, ma bloccando questo gioco il franco ovviamente si rivaluta e fa saltare la stessa base del franco stesso cioè la Svizzera. Cosa succederà ora? La Svizzera si troverà con una valutata rivalutata che inevitabilmente provocherà deflazione e una conseguente recessione dovuta principalmente al calo delle esportazioni, all’incremento delle importazioni, alla forte diminuzione del turismo e all’incremento del turismo svizzero verso l’estero e all’inevitabile rivalutazione dei debiti, che porta ad una estrazione di ricchezza che defluisce dall’economia reale verso il sistema finanziario. Ora sarà interessante vedere come si evolverà questa situazione se quindi il franco continuerà a rivalutarsi arrivando fino a 0,80, con effetti recessivi sempre più gravi oppure se si stabilizzerà intorno alla parità. Data l’instabilità globale è probabile che da tutto il mondo continui il flusso di capitali verso il Franco, dato che gli unici altri beni rifugio esistenti, cioè il dollaro e l’oro ancora non hanno preso una forte direzione definitiva. Per questo non escludiamo che la BNS inizi a comprare dollari e titoli americani in vista della continua rivalutazione del dollaro e del possibile aumento dei tassi di interesse, così anche da togliere una certa pressione sul franco svizzero e rendendo globalmente più appetibile il dollaro.

Detto questo, abbiamo un titolo che ipotizza una futura entrata della Svizzera nell’Euro. Ai più sembrerà follia questa affermazione, figurati se gli Svizzeri entreranno nell’Euro, ma la nostra stella polare si chiama Lunga marcia dell’Eurocrazia e probabilmente i poteri che hanno iniziato questa marcia sono gli stessi poteri che hanno obbligato la BNS alla scelta del 15 gennaio. E la tattica, come abbiamo già sostenuto, è sempre la stessa, già utilizzata e quasi banale, prima dare credito facile e improvvisamente restringerlo, ottenendo così il risultato prefissato. Ma cosa c’entra la lunga marcia dell’Eurocrazia con il franco svizzero? Come ben sapete in quell’articolo sosteniamo che il Superstato Europeo debba inevitabilmente coprire l’intera Europa geografica. Con la scelta della BNS di liberare la rivalutazione del Franco, l’eurocrazia ha ottenuto due piccioni con una fava: da una parte porterà alla gravissima rivalutazione dei dei debiti di moltissimi cittadini ed imprese ungheresi, polacche, ceche, rumene e in misura minore di altri paesi dell’est, che li spingerà, dato che ultimamente era divenuti un po’ riottosi nei confronti dell’Euro, tra le sempre più stringenti braccia di Bruxelles e Francoforte; dall’altra si affossa l’economia svizzera e si porta anch’essa in Europa e vediamo in che modo questo potrebbe concretizzarsi:

a) con un’immediata e forte recessione dovuta ad un franco che si spinge fino a valere 0,7-0,8 euro che quindi probabilmente convincerà la popolazione in crisi a votare un referendum per entrare in Europa adottando così una valuta più bassa e ridando quindi slancio all’economia, praticamente quello che successo in grande alla Germania. Ricordiamoci che nonostante la bocciatura per pochissimi voti del referendum per entrare nell’Unione del 1992, la Svizzera non ha mai formalmente ritirato la domanda di adesione, quindi basterebbe un referendum positivo per portare a termine la domanda.
 b) con una graduale e strisciante recessione e/o stagnazione dovuta ad una franco che oscilla tra 0,9-1,1 che convincerà la popolazione in crisi a votare un’annessione all’Europa, magari fra due-tre anni, cosa che potrebbe ridare slancio ad un futuro Euro divenuto a quel punto troppo debole.
 c) con un’incredibile iperinflazione da crollo della fiducia, successiva a questa temporanea grande rivalutazione del franco (qua ovviamente siamo nella fanta-economia ma ultimamente ci azzecca più la fantasia che l’analisi economica): dopo, appunto, questa attuale rivalutazione del franco, una futura recessione, lo scoppio della bolla dei debiti in franchi sia interarnamente che all’estero, data la mancanza di fiducia nella banca centrale (dopo questo voltagabbana inaspettato), dopo la probabile grande rivalutazione del dollaro e perché no anche dell’oro (valuta aurea in Cina o in Russia o nei paesi del Golfo, ad esempio), dopo la fine del segreto bancario svizzero, l’afflusso di capitale si inverte, molti investitori iniziano scegliere altri lidi più sicuri, come abbiamo detto dollaro e oro, scoppia il panico e l’immensa valanga di franchi esistenti viene venduta e tutto il valore extra del franco di cui parlavamo prima, basato sulla fiducia nella Svizzera, sparisce, il franco crolla e si scatena una svalutazione immensa del franco (come a mio avviso è giusto che sia, con tutta questa stampa non è solo sopravvalutato è ultra-sopravvalutato), iperinflazione e successivo salvataggio dell’Europa e quindi fine dell’indipendenza svizzera, sempre tramite referendum che ovviamente che gli svizzeri saranno ben felici di votare a quel punto.

Ecco, a mio avviso, si vede chiaramente che questa è la direzione; nei mesi scorsi mi interrogavo su come l’eurocrazia avrebbe conquistato la Svizzera e la recente esposizione della BNS iniziava seriamente a preoccupare, ora è chiaro che è questo il modo per intrappolare il piccolo ma potente stato svizzero. Sarà veramente interessante se il tutto si evolverà semplicemente in una spirale recessiva e deflattiva oppure se si scatenerà un’iperinflazione da panico (ricordatevi che le iperinflazioni nascono sempre da quello). E sarà interessante perché questo sarà in piccolo quello che avverrà per l’ultima valuta di riferimento che rimarrà in piedi, cioè il dollaro ovviamente con la conseguenza, in quel caso,  di scaraventarci direttamente nel post-capitalismo e nella fase tragica della Terza Guerra Mondiale, ora agli inizi (sterlina e yen? può darsi succeda qualcosa di simile, ma staremo a vedere).

Ci tenevo a fare un piccolo appunto sul concetto di deflazione ed inflazione che divide il web in assurde tifoserie tra fan della teoria austriaca iperliberista e fan dell’economia keynesiana più interventista. Deflazione e inflazione in sé non sono qualcosa di positivo o negativo in assoluto, individualmente dipende ovviamente dal nostro mestiere e dalla nostra situazione patrimoniale personale; a livello generale la deflazione è positiva se per il 90% degli individui (escludiamo un 10% o meno, ultra-ricco) il reddito incrementa, rimane stabile oppure diminuisce meno di quanto sono calati i prezzi; al contrario l’inflazione è positiva esclusivamente se il reddito sale più di quanto siano aumentati i prezzi. Presi in sé i due fenomeni non significano nulla, è fondamentale vedere anche se i redditi della grande maggioranza delle persone (dicono questo perché il PIL non basta assolutamente, perché ora ad esempio negli USA il PIL aumenta, ma aumenta anche la disparità economica, quindi solo una minoranza si sta arricchendo e questo credo sia una cosa non positiva se non si è parte di quella esigua minoranza) aumentano, se quindi aumenta il loro potere d’acquisto oppure no. In linea di massima la deflazione è più dannosa dell’inflazione, perché il minore introito si trasmette più velocemente di quanto velocemente si adeguino i prezzi (inoltre spesso non possono adeguarsi) e perché non esisterà mai abbastanza denaro per ripagare appunto un denaro che nel nostro sistema viene emesso come debito e che quindi necessita di rientrare con un interesse ( e dove lo trovo questo interesse se non estraendolo dalla ricchezza reale?) Al contrario, nell’inflazione, i prezzi non salgono più velocemente dei redditi (escludendo i casi di iperinflazione e svalutazioni da panico o da speculazione organizzata) e i debiti possono essere ripagati perché si crea il denaro in più necessario per pagare anche gli interessi. Ovviamente questo in linea di massima, poi dipende moltissimo da caso a caso e ripeto non sono due fenomeni su cui fissarsi come dei tifosi, le variabili sono tantissime. Finché esisterà il debito e il tasso d’interesse, l’inflazione sarà sempre necessaria e la deflazione nella maggior parte dei casi sarà un fenomeno negativo, se un giorno, come io spero, questo dovesse cambiare, allora forse ci liberemo anche dall’inflazione e potremmo godere della deflazione naturale, ma questa è un’altra storia. Nel caso della Svizzera, ora la Banca Centrale, se volesse fare una scelta sana, dovrebbe continuare a stampare, non per comprare euro o titoli di stato, ma stampare per finanziare gratuitamente lo stato svizzero, abbassando ulteriormente le tasse, o investendo in infrastrutture utili, o garantendo una favorevole politica demografica o investendo in ampi progetti di ricerca e lo può fare perché la sua valuta ha attualmente un valore extra, è come se potesse estrarre oro gratuitamente o come se noi potessimo creare dal nulla il denaro che spendiamo. Se facesse questo con moderazione, potrebbe sia riportare con gradualità il franco verso il livello di 1,20, sia evitare la recessione, sia rinforzare la struttura attuale e futura della società elvetica. Ripeto, questo non lo possono fare tutti gli stati, lo può fare la Svizzera perché il Franco possiede un valore extra dovuto al suo status di moneta rifugio. Ma ovviamente non lo farà, perché come abbiamo visto, lo scopo è un altro, affossare la Svizzera e spingerla in Europa.Se questo articolo ti è piaciuto, non perderti Libertà Indefinita, un saggio sulla libertà e sulla legittimità di un sistema, il nostro, sempre più contestato dalla popolazione. Prossimamente in uscita
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Come molti dei nostri lettori sapranno, noi abbiamo ipotizzato nel nostro articolo La Terza Guerra Mondiale è già iniziata?, l’inizio di un nuovo conflitto mondiale lo scorso giugno, con la nascita dello Stato Islamico in Siria ed Iraq, quindi con la continuazione del grave conflitto in quella zona più l’espansione dello stesso in Libia, Libano, Nigeria, penisola del Sinai, Yemen, dove sono sempre all’opera milizie legate all’ISIS. Mentre si svolgevano i fatti di Parigi, in Nigeria i miliziani di Boko Haram, alleati dell’ISIS hanno raso al suolo ben sedici villaggi facendo almeno 2000 morti nel silenzio quasi assordante della maggior parte dei media occidentali, per i quali probabilmente ci sono morti di seria A e di serie B. Il conflitto si è poi contemporaneamente esteso all’Ucraina dove si fronteggiano nell’est del paese, filorussi contro ucraini e dove segnaliamo la fine della tregua e la ripresa ieri di forti scontri che hanno portato all’uccisione di dieci civili ucraini all’interno di un autobus e il crollo della torre dell’aereoporto di Donetsk (quella della foto), attualmente in mano agli ucraini ma in territorio filorusso. Mentre in Siria, Iraq, Libia e Nigeria le vittime ormai sono a centinaia di migliaia, in Ucraina siamo già giunti a 5000 morti. Quindi la guerra che ci sembra così lontana (anche se Siria e Libia sono dietro l’angolo) è già presente in Europa e nei giorni scorsi ne abbiamo visto un suo assaggio proprio nel cuore dell’Europa, a Parigi, con un totale di 20 morti, compresi i terroristi (che sono comunque francesi). Il conflitto mondiale si estende poi anche a livello economico dove non possiamo non segnalare le crescenti difficoltà dei paesi emergenti a sostenere il continuo crollo del petrolio e la continua rivalutazione del dollaro. Segnaliamo a questo proposito i negozi vuoti in Venezuela, l’emorragia di capitali in Grecia in vista delle prossime elezioni, il crollo delle valute dei paesi vicini alla Russia, la grave situazione economica giapponese e il rallentamento della Cina.

Ora analizziamo brevemente la situazione dopo gli attentati di Parigi, non paragonabili come portata all’ 11 Settembre ma assolutamente rivelanti per le loro conseguenze. Non vogliamo perderci in dietrologie che hanno comunque trovato importanti riscontri in Turchia, Russia ed anche nelle dichiarazioni di importanti esponenti politici italiani e internazionali, non avendo la conoscenza di chi effettivamente possa esserci dietro, noi ci limitiamo a studiare le conseguenze e vedere se vanno in particolari direzioni. Sicuramente vedere 80000 mila forze dell’ordine francesi mobilitate, sparatorie e morti nel cuore dell’Europa, a Parigi, fa un certo effetto ma ora cosa potrebbe succedere? Per prima cosa, evidentemente, l’ostilità verso i musulmani ha subito un forte incremento e già vengono segnalati diversi episodi anti-islamici in tutta Europa, per ora di lieve entità. Molti di voi potrebbero dire che già ci sono stati attentati fondamentalisti in Europa, a Londra ed a Madrid e non c’è stata nessuna deriva violenta. Questo è vero, ma ora la situazione è totalmente diversa. All’epoca, gli attentati erano puro terrorismo, ora sono un vero e proprio atto di guerra, dato che lo Stato Islamico è un’entità de facto statale con un suo territorio anche abbastanza esteso, senza contare i territori occupati dagli islamisti in Libia e in Nigeria. Inoltre, economicamente, la situazione è diversa, all’epoca si era in un periodo di relativo benessere economico ora siamo nel centro di una crisi che si avvia ad un nuovo peggioramento e questo comporta sia più islamici disperati pronti a colpire, sia più occidentali pronti a scatenare la propria collera verso il nemico islamico. In Germania, per chi non lo sapesse, è già nato un movimento, PEGIDA, che sta crescendo esponenzialmente ed ha raggiunto già i 40000 membri, che si oppone all’islamizzazione dell’Europa e contemporaneamente in Germania si segnala l’incremento tra i musulmani della setta dei salafiti, l’ala più estrema dell’Islam, di cui fanno parte la maggior parte dei terroristi e dei guerriglieri. Se dovessero succedere un altro paio di attacchi come quelli di Parigi, ci sarebbe un’escalation gravissima dato che sicuramente le formazioni razziste e di estrema destra reagirebbe attaccando pesantemente qualche moschea o direttamente scontrandosi con gruppi di musulmani. E questo è facilmente ipotizzabile e prevedibile perché è alimentato dalla crescente crisi economica che ovviamente tende ad estremizzare le posizioni. Probabilmente, come negli anni passati, non ci sarebbe nessuna escalation se le condizioni economiche fossero differenti.

Benzina sul fuoco la mette proprio il giornale Charlie Hebdo che oggi torna in edicola con un Maometto irriverente che dice “Je suis Charlie”. A questo proposito noi non vogliamo prendere posizione nella diatriba tra chi sostiene la totale libertà di parola e chi dice che questa non deve portare all’insulto religioso, a nostro avviso se per la democrazia francese era legale, si può essere personalmente d’accordo o meno con le vignette, ma non si può assolutamente denunciarne l’illegalità e nemmeno dire che se la sono cercata. Inoltre, sottolineiamo che questi fatti, proprio perché sono soprattutto un attentato alla libertà di parola e se vogliamo al laicismo, non comportano un conseguente riavvicinamento al Cristianesimo, in risposta all’Islamismo, perché ormai il primo ha perso totalmente il suo appeal tra gli Europei e si avvia secondo noi alla graduale secolarizzazione e scomparsa, ma invece un forte posizionamento sul valore della libertà, libertà come vero valore degli Europei e il fatto che lo slogan “Je suis Charlie” sia così stato usato e che oggi si prevedono più di cinque milioni di copie vendute, dimostra che lo scontro non è più tra Europa Cristiana ed Islam ma tra l’Europa della libertà e dei diritti contro l’oppressione, in questo caso religiosa. Noi notiamo, quindi, che questi fatti oltre a rendere gli Europei anti-islamici, li rende anche più lontani dalla religione, anche quella cristiana. E non lo stiamo dicendo come critica, io personalmente sono agnostico, ma solo come analisi dei fatti.

Parlando, invece, delle conseguenze politiche di questi fatti possiamo dire che sicuramente il Fronte Nazionale di Marine Le Pen continua la sua ascesa e viene dato anche oltre il 30% dei consensi. Le elezioni presidenziali francesi sono nel 2017, ma a nostro avviso rimane comunque improbabile che la Le Pen diventi presidente, perché la Francia ha come sistema elettorale quello del doppio turno ed attualmente anche se il Fronte è primo nei sondaggi, subito dopo viene il centrodestra gollista di Sarkozy e il partito di Hollande ancora più in basso. Quindi, come già successo in passato, se ci dovesse essere un ballottaggio estrema destra e centrodestra, sicuramente vincerebbe quest’ultimo. L’estrema destra francese ha possibilità di affermarsi solo in questi casi: a) grazie all’estremismo islamico, continua ad erodere così tanto consenso al centrodestra in maniera tale da andare al ballottaggio con il centrosinistra; b) il centrodestra si frantuma (è possibile) e quindi FN va al ballottaggio con il centrosinistra; c) il centrosinistra si presenta unito ad altre formazioni di sinistra, con un candidato carismatico e riesce a superare il primo turno. Se dovessero verificarsi uno di questi tre scenari e quindi il Fronte Nazionale si trovasse al secondo turno con la sinistra, inevitabilmente, gran parte degli elettori di centrodestra e una parte di quelli di centro voterebbero l’estrema destra, dopo l’attuale rovinoso governo di sinistra e consegnerebbero il paese a Marine Le Pen. Se questo dovesse avvenire l’Europa tremerà, sia perché la Le Pen è forse finanziata da Putin e quindi potrebbe essere un cavallo di troia per sfasciare l’Unione Europea dall’interno, sia perché un governo di estrema destra porterebbe sicuramente alle rivolte delle periferie degradate francesi e allo scontro con le minoranze straniere ed islamiche che si sono una minoranza, ma una minoranza giovane senza nulla da perdere e quindi più combattiva ed attiva del resto dei francesi. Il rischio che si ripetano le gravi rivolte delle banlieues del 2005 sarebbe altissimo e non escludo una vera e propria guerra civile, considerando che nel 2017 la situazione sarà ulteriormente deteriorata rispetto ad ora. Anche in caso di vittoria del centrodestra non è comunque da escludere una situazione simile ed anzi non è da escludere nemmeno adesso se la tensione dovesse ancora salire.

Fatte queste analisi, abbiamo detto che volevamo trovare una direzione, e questa sembra sempre essere quella della Lunga marcia dell’Eurocrazia. Se andate a leggere quell’articolo vedrete che tra gli obiettivi ci sono quello di una politica interna comune, quello dell’eliminazione del Vaticano (e quindi del sentimento religioso) e la nascita di un sentimento europeista. Bene, dopo i fatti di Charlie Hebdo, ad esempi Renzi ha già chiesto un’intelligence europea, la religione è diventata sinonimo di oppressione e di morte e soprattutto, come abbiamo già sostenuto da tempo, per far nascere un sentimento europeista serve un nemico da combattere in nome di un ideale europeo. L’ideale sembra essere quello della libertà, il nemico di questa da una parte è Putin, contro cui stanno combattendo gli ucraini, dall’altra l’estremismo islamico che colpisce e che minaccia di colpire l’Europa dappertutto. Abbiamo visto i leader europei a braccetto domenica 11 gennaio, io vedo la nascita del nazionalismo europeista, quello che mancava ancora a questa Unione Europea. La lunga marcia dell’Eurocrazia continua. Ovviamente analizzare questa marcia non vuol dire essere per forza contro tutto quello che si sta realizzando, personalmente sono favorevole all’Europa Unita e all’europeismo ed alla libertà, ma assolutamente non posso che essere contrario all’attuale oligarchia dominante, piena espressione dalla dittatura finanziaria vigente. A mio avviso, se la vera caratteristica degli Europei è quella di aspirare alla libertà, sarà inevitabile, alla fine doversi liberare anche da questo ipocrita giogo. Se questo articolo ti è piaciuto, non perderti Libertà Indefinita, un saggio sulla libertà e sulla legittimità di un sistema, il nostro, sempre più contestato dalla popolazione. Prossimamente in uscita
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Da quando la crisi economica del 2007-2008 ha costretto gli Stati Uniti a ricorrere al Quantitative Easing per sostenere la propria economia, da più parti si è detto che il dollaro andava incontro alla sua fine, che il collasso era imminente, che l’oro o il bitcoin o l’euro o lo yuan lo avrebbero sostituito e via dicendo. Il Quantitative Easing è finito ed attualmente addirittura gli USA annunciano una crescita del 5% (anche se questa gravemente manipolata dall’Obamacare e non supportata dal calo dei consumi, dal dato sul tasso di occupazione, dalla sfiducia al governo e da proteste e criminalità dilagante). Questo effettivamente potrebbe bastare a smontare definitivamente la tesi che il dollaro si avvii verso il suo collasso, dato che invece si sta rafforzando e gli USA sono in una presunta forte ripresa, ma noi ora vogliamo dimostrare il contrario.

Come molti lettori probabilmente sapranno le banconote che oggi usiamo derivano dalle promesse di pagamento con cui il portatore di una determinata banconota poteva riscuotere dalla banca emittente una certa quantità di oro scritto sulla stessa. Questo fin dai suoi esordi medievali. In seguito, questo sistema è divenuto centralizzato, quindi era la banca centrale del paese a garantire la banconota emessa, garantita da una determinata quantità di oro. Questo sistema ad un certo punto crollò, perché, inevitabilmente, durante le crisi politiche, geopolitiche ed economiche, la richiesta di oro aumentava e la riserva non bastava a coprirla. L’evoluzione di questo sistema furono gli accordi di Bretton Woods, dove ci si accordò nel rendere il dollaro statunitense la valuta di riferimento mondiale con cui si devono compiere i principali scambi commerciali e fu l’unica che fu legata all’oro, tutte le altre valute furono invece coperte dal dollaro, quindi solo indirettamente dall’oro. Anche questo sistema fallì, perché sotto Nixon, non si riuscì più a coprire le richieste di conversione del dollaro in oro e quindi fu annunciata unilateralmente la sospensione della convertibilità del dollaro in oro. Quindi si passò ad un regime di cambi variabili, ma il dollaro rimase la valuta di riferimento sia perché lo era già sia per la potenza militare ed economica degli USA che quindi la rendeva la valuta più sicura. Da quel momento in poi gli USA ebbero un grandissimo vantaggio quello di poter emettere una supevaluta che non serviva soltanto come moneta circolante per far funzionare la propria economia ma era anche usata a livello internazionale negli scambi tra le nazioni. Quindi oltre al suo valore di valuta nazionale coperta dalla capacità produttiva del paese possedeva anche un valore intrinseco dovuto al fatto di essere la valuta di riferimento mondiale, quindi non era richiesta solo per essere usata negli USA ma anche e soprattutto per essere usata come riserva di valore e negli scambi internazionali. Il vantaggio che questa situazione ha dato agli USA è grandissimo e come se durante il Gold Standard, uno stato avesse il monopolio nella produzione di oro. Gli USA hanno usato questo vantaggio sia per sostenere la propria economia interna, sia nelle immense spese militari ed anche per sostenere costantemente il deficit della bilancia commerciale. Quindi gli USA hanno sempre vissuto al di sopra delle proprie possibilità grazie al dollaro, scaricando sugli altri le proprie necessità. Se da questo punto di vista gli States hanno effettivamente un grande vantaggio su tutti, al tempo stesso l’emissione di dollari anche se fa vivere lo Stato e la società americana al di sopra delle proprie possibilità sostiene la crescita dell’economia mondiale.

Il Quantitative Easing è la dimostrazione lampante del discorso appena fatto. Molti analisti austriaci ma anche keynesiani sbagliano a pensare che il Quantitative Easing sia uguale a quello di una qualsiasi altra nazione del pianeta ed infatti gli effetti sono decisamente diversi. Quello americano non riguarda solo la società americana ma è un QE globale, perché il dollaro è la valuta base del pianeta. Questa manovra monetaria ha avuto come conseguenza quella di favorire l’ascesa dei diversi paesi emergenti del mondo e la salita del prezzo di diverse materie prime di cui questi sono produttori. Questa ascesa è data dal fatto che nel mondo attualmente sono presenti circa 158 trilioni di debito in dollari. Quindi chi pensa che il dollaro sia in difficoltà perché Washington ha un debito pubblico di circa 18 trilioni deve comprendere che gli USA non sono il Giappone o la Russia e che quel debito non è in una valuta soltanto nazionale ma in una valuta di riferimento mondiale che è coperta da 158 trilioni di debito. Quindi se Washington deve ai sottoscrittori 18 trilioni al tempo stesso nel mondo i debitori devono restituire 158 trilioni di dollari. Praticamente il debito pubblico americano è coperto dai debiti internazionali sottoscritti in dollari ed ha attualmente una copertura di più di 8 volte superiore, per quello il dollaro non è crollato con il QE. Ora con la fine del QE, il dollaro torna velocemente a salire e negli ultimi sei mesi la maggioranza delle valute mondiali si è svalutata nei suoi confronti ed anche le materie prime. Questo comporta una serie di conseguenze: che il debito in dollari, salendo il dollaro, aumenta e che quindi diventa più difficile restituirlo ed inoltre essendo venuta meno l’iniezione di liquidità, manca inevitabilmente il circolante in dollari necessario atto a garantire il pagamento degli interessi e quindi tutti i paesi, soprattutto quelli emergenti e dipendenti dalle materie prime, sono costretti a estrarre della propria ricchezza nazionale per pagare direttamente o indirettamente il debito in dollari con conseguenze recessive o rallentanti sulla propria economia. E le conseguenze di questa situazione si sono già abbattute pesantemente sul petrolio e sui diversi paesi emergenti, soprattutto quelli legati a questa materia prima ma non solo quelli. Il rublo russo, come già sappiamo, è stato tra quelli più colpiti ed adesso tutti i paesi in cui esiste una certa influenza russa sulla propria economia dalla Serbia, alla Bielorussia, al Kazakistan, al Turkmenistan, ecc stanno subendo una forte svalutazione e c’è il forte rischio che questo comporti dal Venezuela, alla Nigeria fino all’Indonesia un grave aumento dell’instabilità sociale e politica.

Detto questo, molti di voi si chiederanno perché il dollaro dovrebbe collassare dato che anzi si sta rafforzando sulle spalle di tutti. E’ proprio la Storia ad insegnarcelo. Quando vigeva la riserva aurea, è proprio nei momenti di crisi generale che l’oro è più forte e che quindi viene richiesto ed è proprio questo che fa saltare il banco e che porta alla bancarotta. Al tempo stesso, avendo il dollaro il ruolo che prima era dell’oro, dimostrando gli USA una certa presunta crescita e provocando con la fine del QE la svalutazione di tutte le valute mondiali, accrescono di nuovo a dismisura il ruolo del dollaro come valuta di riferimento e quindi la richiesta di esso continuerà a salire ma questo provocherà una grave deflazione interna ed essendo la società americana gravemente indebitata, inevitabilmente non riuscirà a restituire una valuta rivalutata dato che a malapena riesce a restituirla adesso. E questo vale ovviamente  anche per il debito pubblico. Se il debito pubblico americano era garantito dal debito in dollari nel Mondo, se quest’ultimo salta e non vale più, anche il primo non è più coperto. E se la recessione è stata finora abbastanza sopportata in Europa, dove prima della crisi economica la diseguaglianza sociale era abbastanza mitigata quindi un suo incremento finora è stato ancora tollerato, negli USA dove la diseguaglianza è già a livello di Terzo Mondo e dove la tensione sociale è già ora alle stelle, l’austerity comporterà un esplosione sociale senza precedenti. A questo punto che l’instabilità economica, sociale e politica statunitense potrebbe mettere fine al dollaro, perché il dollaro rimarrà forte finché gli effetti recessivi della sua forza non si manifesteranno ed a quel punto il governo sarà costretto a una di queste tre cose: 1) austerity, quindi ridurre il debito pubblico con tutte le conseguenze sociale del caso 2) aumentare a dismisura il debito mettendo però in dubbio l’effettiva forza del dollaro 3) Ricominciare con il QE, dimostrando il totale fallimento della presunta ripresa americana. In tutti e tre questi scenari, il dollaro, dopo l’apparente forza, verrebbe messo seriamente in dubbio e quindi in questa fase probabilmente assisteremo alla sua disfatta definitiva.

Se fino qua la previsione può essere espressa abbastanza chiaramente, quello che avverrà dopo la disfatta del dollaro non è così facile da prevedere. Sicuramente la Terza Guerra Mondiale già iniziata aumenterà d’intensità e si estenderà come una vera e propria guerra civile globale. Probabilmente assisteremo all’ascesa, come in tutti i momenti di crisi, del prezzo dell’oro, che probabilmente diventerà molto ricercato, soprattutto dopo che sempre più paesi ne richiederanno indietro le riserve all’Impero fallito americano e questo dimostrerà di non averle più. E’ probabile, nella fase iniziale della disfatta del dollaro, che si affermi lo Yuan cinese, magari legato ad una riserva aurifera già in suo possesso, ma a nostro avviso sarà un’affermazione effimera dato che la Cina non ha le caratteristiche per sostenere una valuta di riferimento globale ed ancora peggio se la legherà all’oro. I motivi del perché lo Yuan non sarà la valuta di riferimento mondiale, li elencheremo in un nostro futuro articolo. E al tempo stesso non sarà neanche possibile un ritorno al Gold Standard come da molti ipotizzato. Un sistema del genere come quello del dollaro non può che crollare perché è un sistema di debito impagabile, dove è necessaria la continua creazione di moneta almeno per ripagare gli interessi sul debito emesso, altrimenti questi dovranno essere estratti dall’economia reale innescando inevitabilmente la crisi. L’oro non può funzionare, sia perché in parte viene sottratto alla circolazione con lo smarrimento e soprattutto con l’accumulo e soprattutto se viene prestato ad interesse inevitabilmente sarà sempre impagabile se non supportato da un’attività estrattiva pari all’ammontare degli interessi più alla deflazione naturale del sistema, cosa impossibile; e del resto per questo esso non ha funzionato in passato. Ed ora accade lo stesso agli USA, paradossalmente era meglio che continuassero con graduale QE che mantenesse il dollaro stabile  e rendesse ripagabili i debiti contratti. Per questo sosteniamo che propria la sua attuale e futura forza ne determina la successiva disfatta. E dato che il trucco di emettere soldi facili e poi rendere impossibile restituirli è stato usato con determinati obiettivi politici da secoli, fino anche all’Unione Europea, ci sentiamo anche di metterne in dubbio la casualità, ma intravediamo, invece, una mano consapevole degli stessi che portano avanti la lunga marcia dell’Eurocrazia. La disfatta USA potrebbe tradursi credo in due modi, se tutti i rimedi falliranno: o in una unione monetaria, politica e militare con Canada, Messico ed Europa, così da ricostituire una fortissima valuta di riferimento; o come personalmente credo, alla disintegrazione interna degli USA e il conseguente inasprimento del conflitto mondiale, come scritto in questo articolo. In qualsiasi caso ci avviciniamo spediti ad una lunga fase di transizione post-capitalista o post-socialista se siete economicamente austriaci. Comunque la vogliate chiamare, sarà una transizione dolorosa dovuta alla lunga e graduale fine di un sistema di accentramento distopico del potere. (Attraverso l’accentramento del valore nel capitalismo e con l’accentramento del potere statale nel socialismo). Se questo articolo ti è piaciuto, non perderti Libertà Indefinita, un saggio sulla libertà e sulla legittimità di un sistema, il nostro, sempre più contestato dalla popolazione. In uscita a Gennaio 2015.
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Cade il governo di Atene: gli scenari della disfatta

grecia disfattaIl nostro blog ha tra i suoi obiettivi principali quello di seguire la lunga marcia dell’Eurocrazia tesa a creare il Superstato Europeo eliminando definitivamente gli stati nazionali. Come ben sappiamo lo strumento principale con cui i poteri forti finanziari stanno costringendo gli stati nazionali a cedere parti sempre più consistenti di sovranità, è stata la crisi dei debiti sovrani europei e quindi gli attacchi speculativi nei confronti dei titoli di stato dei paesi da sottomettere. La Grecia è stato il primo paese ad essere attaccato ed attualmente sta pagando il prezzo più amaro nel seguire l’austerity imposta da Bruxelles. Oggi c’è stato il terzo scrutinio parlamentare per poter eleggere il Presidente della Repubblica. La legge greca prevede che nei primi due turni siano necessari 200 parlamentari per eleggerlo, mentre nel terzo 180, ma anche il terzo è fallito e quindi, secondo la costituzione greca, se non si riesce ad eleggere il Presidente, cade il governo e si va ad elezioni anticipate che si svolgeranno il 25 gennaio, nel mentre la borsa di Atene perde dieci punti percentuali e lo spread sui titoli di stato ellenici torna ad crescere.

Ora proviamo a delineare i possibili scenari che quindi potrebbero verificarsi, ma prima di elencarli abbiamo scritto nel titolo “scenari della disfatta” perché probabilmente da ora in poi si mostrerà la fase finale della disfatta dello stato nazionale greco e la sua completa cessione di sovranità all’Europa e vediamo il perché. Dobbiamo premettere che il parlamento di Atene è composto da 300 seggi, 250 eletti con sistema proporzionale e il restanti 50 come premio al primo partito. I principali partiti in corsa e i relativi ultimi sondaggi potete vederli in questo ottimo link: Greece General Election. Come si può notare attualmente il favorito è il partito Syriza guidato da Tsipras, movimento di estrema sinistra che vuole fermare l’austerity e cancellare parte del debito greco. Passiamo ora ai nostri scenari:

1) Larga vittoria di Syriza (estrema sinistra) e accordo per eleggere presidente, blando attacco speculativo: il partito di estrema sinistra Syriza è il primo partito e riesce scendendo a compromessi con i partiti europeisti ad eleggere il presidente. Attacco speculativo per indicare la direzione giusta al nuovo governo, tradimento delle promesse elettorali e minimo accoglimento delle richieste da parte di Bruxelles. La disfatta del paese continua gradualmente. Possibile ristrutturazione del debito come chiesto da Syriza in cambio di grande cessione di sovranità. Vittoria soft dell’Eurocrazia.

2) Larga vittoria di Syriza e accordo con KKE(comunisti) e con parte del PASOK(sinistra moderata): creazione quindi di un governo fortemente di sinistra, durissimo attacco speculativo, probabile bancarotta del paese e di conseguenza due opzioni:
a) Rivolta anticomunista guidata dai neonazisti di Alba Dorata stile rivoluzione ucraina e quindi ribaltamento del risultato elettorale da parte della piazza, caos e rischio guerra civile tra neonazisti e comunisti;
b) Nel caso di bancarotta colpo di stato militare contro il governo oppure in seguito ad esplosione sociale fomentata dai neonazisti, con la scusa di ristabilire l’ordine (strategia Egitto, prima rivoluzione islamica, poi colpo di stato militare).
c) Nonostante intervento esercito continua i disordini e la guerra civile per un tempo indeterminato, creazione di emergenza dell’Esercito Europeo o utilizzo di una forza di intervento come l’Eurogendarmeria.
In tutti questi casi totale cessione di sovranità della Grecia e probabile guida militare del paese oppure direttamente da parte di un commissario europeo. Quindi totale eliminazione della nazione greca. Vittoria hard dell’Eurocrazia.

3) Vittoria di Syriza e impossibilità di raggiunge un accordo, nuove elezioni anticipate: Syriza vince le elezioni ma non riesce a raggiunge i 180 parlamentari per eleggere il presidente. Riconvocazione delle urne e quindi di nuove diverse opzioni:
a) Vittoria dei partiti europeisti
b) Grandissima vittoria di Syriza (improbabile)
c) Colpo di stato militare nel caso di collasso dell’economia e quindi torniamo alle opzioni precedenti.

4) Vittoria a sorpresa dei partiti europeisti e accordo per eleggere presidente: in questo caso vincono i partiti europeisti e riescono a questo punto ad accordarsi con Syriza per eleggere il presidente in cambio di un leggero allentamento dell’austerity. Continua la graduale disfatta greca, Syriza inizia il suo declino, probabile crescita degli estremismi, comunisti e neonazisti.

5) Vittoria a sorpresa dei partiti europeisti e nessun accordo per eleggere presidente: in questo caso si dovrebbe tornare alle urne da dove probabilmente uscirà un risultato simile. Continua l’attacco speculativo, possibile cambiamento unilaterale della costituzione sotto l’egida dell’Unione Europea e in nome della stabilità. Probabili moti di piazza.

6) Caso 1,4,5 con deriva violenta: gli scenari 1,4,5 potrebbero comunque portare alla bancarotta o ad una grave recessione quindi la deriva violenta, il rischio guerra civile, l’intervento militare o addirittura europeo potrebbero ripresentarsi.

In sostanza questo è il quadro della situazione, in quasi tutti i casi l’Eurocrazia spezzerà le reni alla Grecia. Molti si sono entusiasmati per la caduta del governo greco e credono che Tsipras cambierà l’Europa, io credo che questa sia solo un’illusione; se ragioniamo su chi veramente comanda in Europa, cioè i poteri forti finanziari che hanno più potere economico di interi stati nazionali, sicuramente un partito di un piccolo paese europeo non gli fa nessuna paura anzi probabilmente è già tutto programmato. Credo che gli eurocrati questa volta vogliano usare le manieri forti e definitivamente togliere la sovranità alla Grecia. Non fatevi illusioni, nessuno uscirà dall’Unione Europea, questo è un piano ben calcolato per eliminare gli stati nazionali attraverso le crisi e non solo io lo dico, ma gli stessi Monti e Draghi lo hanno praticamente ammesso. La presenza in Grecia di un forte partito neonazista, Alba Dorata, potrebbe servire a replicare lo scenario ucraino e quindi a portare la Grecia verso la guerra civile. In caso di guerra civile non escludiamo tensioni con la nemica storica, cioè la Turchia e la presenza di mercenari albanesi e/o slavi e inoltre la possibilità che la Grecia si frantumi in Attica, Tessaglia, Tracia, Creta e Dodecanneso favorendo il movimento centrifugo molto utile alla creazione del Superstato Europeo.

Molti lettori potranno vedere un certo fatalismo nelle mie argomentazioni, ma assolutamente io non sono tra quelli che dicono che “tanto tutto è inutile, è già tutto scritto”. Io certo, credo che questo sia un piano ben studiato e ragionato per creare unico stato europeo, ma al tempo stesso credo che il cambiamento sia possibile se tutti ci impegneremo, ma sicuramente questo non passerà mai per le urne finché esistono dei poteri finanziari che hanno un potere decisamente superiore alla politica ed ai governi. Quando e se abbatteremo questi poteri, allora si potrà ripensare alla democrazia, ora come ora questa è solo una triste presa in giro. Noi continueremo a monitorare la situazione greca, per vedere e capire la strategia dell’Eurocrazia nel raggiungimento del suo obiettivo principale, cioè l’eliminazione degli stati nazionali, in attesa anche di vedere chi sarà il prossimo bersaglio: a nostro avviso probabilmente Spagna, Italia, Francia, paesi dell’est non propriamente allineati (Ungheria, Cechia, Serbia, Bulgaria), Turchia, Inghilterra e credo per ultima la Germania. Senza dimenticarci che continua la pressione contro l’orso russo, dato che il rublo proprio oggi torna a crollare.
AGGIORNAMENTO
Come segnalato dall’utente Stigni che ringraziamo, dopo l’attuale caduta del governo greco e le conseguenti elezioni anticipate ci saranno altri tre turni di votazione per eleggere il presidente il primo con 180 voti necessari, il secondo con 151 e il terzo ed ultimo con la semplice maggioranza relativa. Questo fa effettivamente decadere parte del discorso fatto sopra anche se continua a rimanere necessaria la maggioranza di 151 per avere la maggioranza assoluta per formare il governo, cosa sicuramente più fattibile. Quindi diventano più probabili gli scenari 2 o 4, anche se non escludo una renzizzazione di Tsipras e quindi lo scenario 1. Aggiungiamo un ultimo scenario, quello dell’abbandono dell’euro e della successiva distruzione della Grecia post-euro ad opera della speculazione così da fare da monito per eventuali altri paesi che volessero uscire, come scritto in questo articolo di Rischio Calcolato.

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“Come arginare l’irrompere delle masse cinesi che non inonderanno soltanto la Siberia, compresi i nuovi possedimenti dell’Asia centrale, ma dilagheranno oltre gli Urali, fino al Volga?”  Bakunin, Stato e anarchia.

Bakunin, nel suo Stato e anarchia, scritto nel 1873, aveva giustamente profetizzato diversi avvenimenti storici, che si verificarono nel secolo successivo, come l’eccessiva violenza e zelo dell’esercito e del popolo tedesco, come l’impossibilità della Russia zarista di condurre una guerra contro la Germania e tra tante analisi azzeccate, una ancora non si è verificata, ma a nostro avviso, presto potrebbe accadere, cioè l’invasione cinese della Siberia e della Russia estremo-orientale. Facciamo una piccola premessa. La Cina non è un alleato della Russia ma un paese con attualmente dei buoni rapporti diplomatici, ma niente di più. Non c’è tra Russia e Cina un’alleanza militare con cui si difendono l’un l’altro come i paesi della NATO. Detto questo, anche recentemente, la Cina si è astenuta nella risoluzione contro l’annessione russa della Crimea. Inoltre ricordiamo come i due paesi, in passato, abbiamo anche avuto dei limitati conflitti militari, quindi i rapporti non furono mai idilliaci. E proprio su questa linea è da vedere il forte avvicinamento tra Russia ed India, due paesi confinanti con la Cina che stanno sentendo sempre di più il fiato del dragone cinese sul collo.

Fatta questa premessa, ora analizziamo insieme la situazione, ed ognuno tragga da sé le proprie conclusioni: da una parte gli Stati Uniti mettono fine all’embargo ad un tradizionale alleato della Russia, Cuba, con il chiaro intento di consolidare il proprio ruolo di potenza egemone nel continente americano e di sottrarre alleati alla Russia. Dall’altro capo, abbiamo un paese, la Cina, che vuole diventare la potenza egemone dell’Asia, ha una popolazione enorme in continua crescita, ha bisogno vorace quindi di spazio, di gas, petrolio e materie prime ed è circondata da paesi sovraffollati che non gli possono offrire nessuna consistente risorsa energetica. L’unico paese confinante, pieno di risorse e praticamente vuoto è la Russia. Credo che senza scomodare considerazioni geopolitiche complesse, solo per un principio osmotico, la Cina ha bisogno della Russia estremo-orientale, come la Germania nazista aveva bisogno del suo spazio vitale. A queste considerazioni è da sommare la graduale invasione migratoria dei cinesi in queste regioni russe e le rivendicazioni indipendentiste della Siberia. Inoltre, Russia e Cina sono rivali perché la prima punta all’espansione dell’Unione Euroasiatica e la seconda all’espansione della Silk Road Economic Belt. E non dimentichiamoci che la Cina ha bisogno dell’Occidente per poter continuare la propria crescita economica, ha bisogno dei compratori, mentre della Russia ha bisogno delle sue risorse ed è strategicamente più sensato conquistare le risorse e tenere buoni rapporti con i compratori. Ed ancora, eliminata la Russia in Asia, rimarrebbe solo l’India come serio rivale all’egemonia cinese.

Alla luce di queste considerazioni, la strategia occidentale tesa a distruggere economicamente la Russia e l’incremento della pressione militare ai confini, più che ad un cambio di regime immediato ha lo scopo di spingere Putin ad una guerra in Europa Orientale e a fargli commettere un passo falso. O almeno a creare la situazione giusta in cui organizzare un evento tragico a cui dare la colpa al Cremlino, sullo stile dell’abbattimento dell’aereo malese. Una volta impegnato Putin in una guerra ibrida o aperta di vaste proporzioni in Europa Orientale, probabilmente nell’enorme territorio russo la povertà aumenterà in maniera esponenziale e il sostegno allo Zar inizierà sempre più a diminuire. A questo punto, la Cina potrebbe sfruttare l’occasione o per invadere direttamente la Russia, magari appoggiando una risoluzione dell’ONU in tal senso o a causa di una qualche divergenza sulle forniture di gas,  oppure sobillando ed aiutando le popolazioni non etnicamente russe presenti nella Russia dell’est,(a questo proposito rimandiamo al nostro artico La Russia verso la frammentazione) a rivoltarsi, con lo scopo di creare una serie di stati indipendenti facilmente assimilabili dalla Cina; quindi utilizzando la stessa tattica usata da Putin in Crimea. A sostegno della nostra tesi c’è anche il fatto che il cannone finanziario internazionale si sia scagliato ultimamente contro la Russia mentre contro la Cina ancora no. Non è da escludere che Occidente e Cina non abbiano intavolato una trattativa per spartirsi la Russia, come fecero Germania e Unione Sovietica nei confronti della Polonia nella Seconda Guerra Mondiale. Una trattativa che lascerebbe la Russia orientale nelle mani della Cina e, a quel punto, probabilmente nella Russia occidentale, privata delle proprie risorse economiche principali, ci sarebbe un cambio di regime favorevole all’espansione definitiva dell’Unione Europea a tutta l’Europa geografica, come già sostenuto nell’articolo La lunga marcia dell’Eurocrazia.

Molti lettori sicuramente obietteranno che questa è follia, che Russia e Cina sono alleate contro gli USA e via dicendo, ma io non sottovaluterei l’intelligenza strategica e l’amoralità della classe dirigente cinese e inoltre, la Storia è piena di cambi di alleanza e tradimenti, come l’attacco dell’Italia all’Austria nella Prima Guerra Mondiale o l’invasione tedesca della Russia dopo la spartizione della Polonia. Concludiamo dicendo ad ognuno di monitorare con la propria testa l’evoluzione di queste situazioni geopolitiche; a nostro avviso l’ostilità della Cina nei confronti della Russia non è questione di se ma di quando.Non perderti il mio ultimo libro, Libertà Indefinita, un saggio sulla libertà e sulla legittimità di un sistema, il nostro, sempre più contestato dalla popolazione. In uscita a Gennaio 2015.
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crollo prezzo petrolio Da settembre di quest’anno ad oggi, il prezzo del petrolio ha progressivamente continuato a scendere, fino a toccare, nel momento in cui scrivo, quota 58 dollari al barile, quindi perdendo da settembre circa il 40%. Questa brusca discesa è stata causata essenzialmente, oltre che dalla solita speculazione internazionale, dalla politica del principale produttore di greggio, l’Arabia Saudita, che nonostante il calo della richiesta di petrolio, a causa della crisi economica, ha continuato a mantenere inalterata la sua produzione, causando di conseguenza l’abbassamento del prezzo. Molti lettori penseranno, giustamente, che un calo del prezzo del petrolio sia una cosa favorevole, perché riduce ovviamente i costi dei trasporti, degli spostamenti e di conseguenza anche quello dei prezzi finali dei prodotti, ma ha un suo rovescio della medaglia, cioè la riduzione degli investimenti per trovare fonti di energia alternative, dato che continua ad esserci il petrolio a buon mercato quindi continuare ad inquinare e soprattutto il grave danneggiamento di molti paesi produttori di petrolio, che, per sostenere i costi di estrazione e il loro bilancio pubblico, avrebbero avuto bisogno di un prezzo molto più alto. Oltre a tutte queste considerazioni è da tenere presente il rischio fallimento delle numerose aziende americane che avevano puntato sull’estrazione del petrolio di scisto, che necessita di un prezzo del greggio molto più alto. Quindi, se da un lato i paesi importatori, come gran parte dell’Unione Europea, tireranno un sospiro di sollievo grazie al basso costo del greggio, dall’altra il tracollo di gran parte dei paesi produttori potrebbe innescare una nuova fase di questa crisi economica iniziata nel 2008, la fase a nostro avviso più tragica.

Chi sono i paesi attualmente colpiti da questo crollo? Facciamo un breve elenco: sicuramente la Russia, con il rublo che è crollato seguendo in maniera direttamente proporzionale il prezzo del greggio, poi c’è l’Iran, il Venezuela che è già in iperinflazione di suo e che rischia la bancarotta, la Nigeria, gli Emirati Arabi Uniti, l’Iraq, il Brasile, la Norvegia, il Kazakistan, il Canada, il Messico, l’Indonesia e il Regno Unito. In molti di questi paesi la valuta sta scendendo velocemente. A nostro avviso, anche questa crisi del petrolio, come quella dei mutui sub-prime del 2008, è studiata a tavolino ed ha degli obiettivi geopolitici ben precisi. Cerchiamo di ipotizzarli, valutando le conseguenze e chi potrebbero favorire:

1) Russia: il pesante crollo del rublo, può far ipotizzare che questa speculazione al ribasso sul petrolio abbia come obiettivo principale quello di attaccarla economicamente. Questo è assolutamente probabile e la Russia, a causa delle sanzioni occidentali e del crollo del greggio, sta subendo un’impennata dell’inflazione e la popolazione sta rapidamente vendendo il rublo per acquistare dollari ed euro e già in molti supermercati alcuni beni di prima necessità iniziano a non trovarsi più. L’obiettivo può essere o quello di rovesciare Putin attraverso una rivolta interna e quindi dirigere la Russia verso la frammentazione, come scritto in un nostro articolo precedente oppure quello di fargli pressione per indurlo ad un’offensiva militare contro l’Ucraina e quindi contro l’Europa.
2) Iran: l’Iran è il principale alleato della Russia nel Medio Oriente e soprattutto è uno storico nemico di Israele e da sempre considerato uno stato canaglia dagli Stati Uniti. Un crollo economico di questo paese potrebbe portarlo alla guerra civile e con l’ISIS alle porte il rischio destabilizzazione è altissimo. Inoltre, dopo il recente bombardamento in territorio siriano da parte di caccia israeliani è chiaro che ci si voglia sbarazzare di Assad e subito dopo dell’Iran.
3) Emirati Arabi, Bahrein, Qatar, Kuwait, Iraq, Algeria e la stessa Arabia Saudita: il crollo del greggio danneggia ed indebolisce tutti questi paesi, inclusa la stessa Arabia Saudita. Con l’ISIS alle porte o dentro casa come in Iraq ed Algeria, un grave indebolimento potrebbe creare quel malcontento tra la popolazione dove lo Stato Islamico potrà facilmente insinuarsi.
4) Nigeria: questo paese africano è già scosso dalla feroce guerriglia terroristica di Boko Haram, gruppo estremista alleato dell’ISIS. Un tracollo economico potrebbe favorire un’espansione territoriale dei terroristi.
5) Indonesia: anche questo paese è di religione islamica e si evidenzia la presenza di formazioni estremiste. Anche in questo caso, una destabilizzazione può favorire l’ascesa dell’estremismo e di conseguenza destabilizzare anche l’Asia.
6) Brasile e Venezuela: questi due paesi sudamericani non sono propriamente degli alleati dell’Occidente, e recentemente sono stati scossi da gravi rivolte interne. Il petrolio basso sicuramente può solo aggravare la loro situazione economica e il Venezuela addirittura rischia la bancarotta.
7) Messico: il paese ha subito di recente delle violente rivolte antigovernative, il peso messicano sta scendendo e la situazione potrebbe ulteriormente deteriorarsi.
8) Canada: questo paese nordamericano finora è riuscito a superare abbastanza indenne la crisi economica, ma attualmente anche la sua valuta inizia a svalutarsi seguendo il crollo del greggio. Lo scopo di questo può essere quello di indebolire i paesi sottoposti alla Corona Inglese.
9) Norvegia: la corona norvegese sta scendendo velocemente, ricordiamo che la Norvegia è l’unico paese scandinavo a non far parte dell’Unione Europea e sottolineando questo credo di essere stato abbastanza chiaro.
10) Kazakistan: il Kazakistan, assieme alla Bielorussia, rimane uno degli ultimi  “alleati” di Putin ed anche in questo paese l’estremismo islamico potrebbe sfruttare qualsiasi debolezza interna, sopratutto se ben indirizzato e finanziato dall’esterno.
11) Stati Uniti: il calo del prezzo del greggio paradossalmente danneggia gravemente anche gli USA, che rischiano di subire il fallimento delle compagnie che estraggono il petrolio di scisto e di conseguenza l’effetto a catena sui derivati e sui debiti di queste compagnie. Ma anche gli Stati Uniti recentemente hanno subito delle rivolte e probabilmente la destabilizzazione interna della prima potenza militare del pianeta, può contribuire a scatenare quel conflitto mondiale, a nostro avviso già iniziato e chiaramente voluto e preparato dai poteri forti internazionali (cioè chi detiene veramente le leve della finanza), come già da noi ipotizzato nell’articolo Terza Guerra Mondiale conseguenza del collasso USA?

Questa è la visione d’insieme dei paesi danneggiati da questo crollo del petrolio, è chiaro che lo scopo ultimo può essere diverso: il più probabile e razionale è che l‘Arabia Saudita voglia mantenere basso il prezzo per un certo periodo per affossare definitivamente alcuni concorrenti, tra cui le compagnie americane, ma a nostro avviso, la famiglia Saud è solo un fantoccio, perciò lo scopo ultimo è quello di iniziare la fase due della crisi economica, quindi destabilizzare gravemente gran parte dei paesi e spingerne alcuni alla guerra. E’ molto importante monitorare la situazione del rublo e dell’inflazione in Russia, con la crisi Ucraina sempre viva, il continuo ammassamento di truppe, le innumerevoli violazioni dello spazio aereo. Un’eccessiva pressione finanziaria su Putin potrebbe spingerlo a scelte più aggressive. Sarà interessante anche sentire cosa dirà alla mega conferenza stampa di fine anno del 18 dicembre. Detto questo, faccio una piccola riflessione sul capitalismo: il prezzo di un bene, in questo caso il petrolio, indica il suo livello di scarsità, quindi un prezzo basso indica abbondanza di quel bene, quindi ricchezza, mentre un prezzo alto indica scarsità. In questo caso il crollo del greggio dovrebbe essere qualcosa di positivo (al di là delle conseguenze ambientali ovviamente), perché indica l’abbondanza dello stesso, mentre in realtà probabilmente provocherà una grave crisi della struttura capitalistica mondiale. Questo dovrebbe seriamente farci riflettere su cosa sia il capitalismo: un sistema economico basato sulla scarsità, sulla povertà, quindi essenzialmente contro l’uomo e il suo benessere (ma questo non vuol dire assolutamente che la soluzione sia l’economia pianificata di tipo comunista). Se questo articolo ti è piaciuto, non perderti Libertà Indefinita, un saggio sulla libertà e sulla legittimità di un sistema, il nostro, sempre più contestato dalla popolazione. In uscita a Gennaio 2015.
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Sono Giuseppe Cirillo alias Fenrir, l’autore di questo blog. Nei nostri articoli ci sforziamo di offrire un’angolazione e una visione diversa rispetto ai media di regime. Per qualsiasi domanda o per un’eventuale collaborazione contattami alla seguente mail: fenrir1489@gmail.com 

 

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Moldavia alle urne, rischio Ucraina-bis?

mappa separatismi moldavia Oggi la Moldavia va alle urne e per la prima volta un paese si trova storicamente a decidere tra Unione Europea e Russia. Il governo in carica, formato da un’alleanza di partiti filo-europei, ha già intrapreso un percorso di Associazione con l’Unione, quindi un’eventuale vittoria dei partiti filo-russi capovolgerebbe lo status quo. La Moldavia si presenta come un paese in crescita ma recentemente rallentato dalle pesanti sanzioni russe nei confronti dei suoi prodotti, sanzioni che sono costate care dato che gran parte dei prodotti moldavi finivano nel mercato russo (vedi vino, dolci, frutta, noci, ecc). Il paese, inoltre, ha al suo interno già l’esistenza di una situazione simile a quella dell’Ucraina dell’est, però attualmente congelata e pacifica: la Transnistria, striscia di terra  abitata prevalentemente da russi etnici, ucraini e russofoni, autoproclamatasi indipendente ma appoggiata solo da Mosca che avrebbe tuttora al suo interno delle proprie truppe. Ma anche nella stessa Moldavia, ci sono grandi diversità etnico-linguistiche e come abbiamo visto nel nostro articolo, I prossimi obiettivi di Vladimir il Conquistatore , esistono delle cittadine prevalentemente russofone o russe etniche, che sicuramente non hanno alcun piacere nel vedersi allontanare da Mosca, come Basarabeasca, Egorovca, Dobrogea, Edinet, Pocrovca, Cunicea, Troitcoe, Semionovca. A tutto ciò, si aggiunge il territorio autonomo della Gagauzia, abitato da turchi etnici ma di religione ortodossa, con forti legami sia con la Turchia ma anche con Mosca, che non guardano di buon occhio all’avvicinamento a Bruxelles, ma soprattutto all’avvicinamento della Romania.

Fatta questa premessa, vediamo adesso il quadro politico. Il parlamento moldavo è composto da 101 seggi, eletti in maniera proporzionale, con soglia di sbarramento del 6%. Per formare il governo si ha bisogno del 51 seggi, mentre per eleggere il presidente 61. Come si può immaginare un sistema del genere spinge verso la creazione di alleanze e verso il compromesso ma rischia anche di bloccarsi. Come abbiamo detto prima la Moldavia si divide in uno schieramento filo-europeo composto dal Partito Liberal-democratico, dal Partito Liberale e dal Partito Democratico e da uno schieramento filo-russo composto dal Partito Comunista, dal Partito Socialista e dal Partito Patria del miliardario e filantropo Igor Dodon, quest’ultimo fortemente filorusso e favorevole all’entrata nell’Unione Doganale Euroasiatica ma recentemente squalificato da questa tornata elettorale proprio per presunti finanziamenti illeciti da parte di Mosca. Vediamo in sintesi cosa dicono i sondaggi:

Partito Liberaldemocratico: 14-18%, 15-21 seggi
Partito Democratico: 10-13%, 11-15 seggi
Partito Liberale: 6-8%; 7-10 seggi
Blocco Filo-Europeo: 30-39%; 33-46 seggi

Partito Comunista: 17-25%; 18-28 seggi
Partito Socialista: 6-13%; 7-15 seggi
Partito Patria (escluso): 8-9%, 9-11 seggi
Blocco Filo-Russo: 31-47%; 34-54 seggi; senza partito Patria: 25-43 seggi

Come vedete la situazione è di difficile previsione, perché la forbice nei sondaggi è molto ampia ed è probabile che nessuno riesca ad ottenere la maggioranza, tanto meno quella più ampia per eleggere il presidente. Sarà anche da vedere se i voti del Partito Patria, che ricordiamo esser stato squalificato, finiranno al Partito Socialista (quello su posizioni più filorusse) oppure si disperderanno negli altri partiti minori. Ora vediamo i possibili scenari, ovviamente da un punto di vista occidentale che non può tastare sul posto la situazione:

1) Vittoria di misura del blocco filo-europeo: la coalizione filo-europea ottiene la maggioranza relativa ma non la maggioranza per formare il governo e iniziano lunghe trattative e si potrebbe ricreare una situazione di non-governo come quella successa in Belgio o in Italia dopo le ultime elezioni. Instabilità istituzionale a nostro avviso molto pericolosa.
2) Vittoria di misura del blocco filo-europeo alleanza con il Partito Comunista: il Partito Comunista Moldavo non ha posizioni nettamente antieuropee o filorusse si mantiene un po’ equidistante. Il miliardario filorusso squalificato, Igor Dodon, ha accusato i comunisti di volersi alleare con il blocco occidentale e addirittura di mettere fuorilegge i socialisti e quindi far anche arrestare Igor Dodon stesso.
3) Vittoria di misura del blocco filo-russo: potrebbe avvenire una situazione simile alla precedente e probabilmente per evitare un capovolgimento del percorso integrativo nell’Unione, verrebbero indette nuove elezioni squalificando il Partito Socialista o alzando lo sbarramento.
4) Vittoria di misura del blocco filo-russo alleanza con Partito Democratico: della coalizione filo-europea il Partito Democratico è quello più vicino alle posizioni ideologiche di sinistra e in passato fu già alleato con il Partito Comunista. La creazione di un governo filorusso, il tradimento dei democratici e l’interruzione dell’integrazione europea potrebbero scatenare, sobillate da Nato e Romania, delle rivolte simili a quelle successe in Ucraina.
5) Larga vittoria di uno dei due blocchi: se uno dei due blocchi dovesse vincere, essendo il paese così spaccato a metà, sia la parte filo-russa sia quella filo-europea potrebbero ribellarsi.
6) Rivolta aperta dei filorussi: nei primi tre casi, se i filo-russi di Dodon e dei socialisti si sentissero praticamente quasi eliminati, potrebbero appellarsi al fatto che la squalifica del Partito Patria fosse stata ingiusta ed ai sicuri brogli che ci saranno e quindi scatenare, nelle aeree più filorusse una rivolta aperta magari appoggiati dalla Transnistria che potrebbe addirittura intervenire militarmente. Non escludiamo, inoltre, un’insurrezione della Gagauzia che potrebbe schierarsi apertamente con Mosca o con Ankara, che ricordiamo ultimamente avere un comportamento non proprio in armonia con la NATO.

Qualsiasi scenario dovesse accadere, la Moldavia rappresenta il perfetto territorio della tragica partita a scacchi tra Mosca e Bruxelles: la povertà, la diversità etnico-linguistica, la presenza di regioni separatiste, la popolazione spaccata a metà rendono la situazione difficile e complessa. Sicuramente Mosca, in caso di vittoria filo-europea, continuerà ed intensificherà il suo embargo alla Moldavia e probabilmente diventerà più aggressiva in Ucraina, con l’obiettivo di annettere le repubbliche separatiste e magari riuscire anche a conquistare Odessa, così da collegarsi anche alla Transnistria.
Se effettivamente dovesse esserci un’aggressività militare verso la Moldavia, non escludiamo che il governo moldavo non indichi velocemente un referendum per farsi annettere alla Romania, che da tempo ha questo obiettivo, così da entrare automaticamente nella NATO. Tale scenario non sarebbe comunque pacifico, dato che ad esempio la Gagauzia, ma anche le cittadine russe sopra indicate, non lo accetterebbero mai.
Concludendo, questo è il quadro della situazione, come Ucraina, Siria, Iraq ed Libia, anche la Moldavia ha quelle differenze etniche e culturali che sono protagoniste in questa Terza Guerra Mondiale, che noi abbiamo anche chiamato Guerra Civile Globale. Se questo articolo ti è piaciuto, non perderti Libertà Indefinita, un saggio sulla libertà e sulla legittimità di un sistema, il nostro, sempre più contestato dalla popolazione. In uscita a Gennaio 2015.
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Dicembre 2014: sarà il mese della Rivoluzione Italiana?

Rivoluzione Italiana
Dicembre sarà sicuramente un mese caldo nelle piazze italiane. Il 5 inizieranno le proteste del Coordinamento 9 Dicembre, quelli che erroneamente i media chiamano “Forconi”, che l’anno scorso paralizzarono l’Italia con blocchi e presidi per circa una settimana. Il 12 Dicembre ci sarà lo sciopero generale indetto da CGIL, UIL E UGL. Vediamo nel dettaglio cosa dovrebbe o potrebbe succedere. Per quanto riguarda il Coordinamento 9 Dicembre, l’obiettivo principale sono le dimissioni di tutto il governo, capo dello Stato compreso. L’ultimatum è dato per il giorno 9 Dicembre, anche se, come abbiamo detto sopra, le proteste inizieranno il 5. Quindi cosa dovrebbe succedere dopo il 9 dicembre, a scadenza dell’ultimatum? Da come ho capito, dal 5 al 9 Dicembre le proteste saranno abbastanza tranquille e pacifiche, mentre dal 9 Dicembre in poi, il Coordinamento non risponderà di eventuali azioni violente fatte dal Popolo Italiano. Questo in sintesi. A mio avviso, se il Coordinamento riuscisse a mantenere vive le azioni di rivolta fino al 12 Dicembre, giorno dello sciopero generale, la situazione potrebbe diventare veramente critica, dato che a quel punto le persone nelle piazze sarebbero tantissime. E sicuramente, agli scioperi e presidi, si uniranno anche gli studenti e i soliti elementi più violenti presenti ad ogni manifestazione.

Personalmente io presi parte a Torino alla rivolta dello scorso 9 Dicembre e purtroppo vidi e sentii con i miei occhi i lacrimogeni sparati dalla Guardia di Finanza, quando ancora la protesta era pacifica, poi i media ovviamente ripresero soltanto le violenze in Piazza Castello ma non dissero come i primi ad iniziare fossero stati i militari della GdF. Detto questo, vedo che la gente su internet tende a concentrarsi su chi è il leader del Coordinamento, sui suoi presunti o meno debiti, ma questo non conta assolutamente nulla. Io credo che al di là di tutto, in una situazione tragica e disastrosa come quella che stiamo vivendo, scendere in piazza a protestare sia sempre giusto, perché il governo deve avere un segnale dal Popolo che la strada che si sta percorrendo è quella sbagliata. Come nel corpo umano, i nervi ci fanno sentire se provochiamo dolore ad una parte del corpo stesso, così se il Popolo soffre deve soffrire anche il governo. Il Popolo tende troppo a disunirsi per dettagli irrilevanti e perde di vista il vero avversario, cioè il governo corrotto e traditore. Io personalmente sarei sceso anche con la CGIL se avesse chiamato tutti gli italiani e non solo gli iscritti, anche se non condivido per niente la sua linea politica.

Fatta questa premessa personale, è quindi giunto il momento di una Rivoluzione Italiana? Anche se ritengo giustissimo scendere in piazza, credo che ancora i tempi non siano maturi per una vera e proprio Rivoluzione, penso sia più una fase pre-rivoluzionaria. Gli scontri che stiamo vivendo e che vivremo a Dicembre non possono essere caratterizzati come veramente rivoluzionari, perché sono più una rivolta, cioè una reazione alla politica del governo, gli obiettivi descritti parlano di andare contro qualcosa non propongono qualcosa di innovativo utile a cambiare lo status quo. In questo blog, abbiamo già parlato della situazione sociale esplosiva esistente in Italia, prima ipotizzando una Guerra Civile e poi escludendola analizzando la composizione demografica del paese. Ora non escludo però che la situazione possa degenerare, molti dicono che in Grecia finora non sia successo niente di significativo, ma credo che ogni paese possa prendere una strada diversa. Del resto la Grecia è una paese piccolo, Bruxelles gli ha già praticamente tolto ogni potere, l’Italia è cinque volte più della Grecia e come abbiamo già visto, l’obiettivo dell’Eurocrazia è eliminare gli stati nazionali e in Italia questo potrebbe succedere con una mezza guerra civile e direi che si vede un vero e proprio crescendo di violenze: la distruzione della macchina di Salvini, gli scontri contro gli extracomunitari a Roma, le manganellate agli operai, blocchi delle autostrade, Renzi che rischia il linciaggio ovunque vada. Ora a Dicembre avremo un vero e proprio tentativo rivoluzionario e l’Italia rischia seriamente una deriva violenta. Se i poteri forti vorranno scatenare una guerra civile in Italia, lo potrebbero fare facilmente, come già fatto nelle Rivoluzione Arabe e Colorate, basterebbe che qualche loro agente uccida dei manifestanti dando la colpa alle forze dell’ordine (contro le quali è già partita da tempo una “strana” offensiva mediatica) e le rivolte aumenterebbero in modo esponenziale. Da monitorare anche Beppe Grillo, che già l’anno scorso, durante le rivolte del 9 Dicembre, mandò una lettera ai capi delle Forze Armate invitandoli a schierarsi con il Popolo; se la situazione degenerasse ulteriormente potrebbe unirsi alle piazze per dare una spallata al governo. Inoltre abbiamo le imminenti dimissioni di Napolitano e il conseguente vuoto istituzionale che si potrebbe creare. Concludendo, possiamo dire che scendere in piazza, contro un governo e un sistema del genere, sia sempre giusto e sacrosanto ma al tempo stesso avviso i lettori di stare con gli occhi aperti, la tensione sociale in Italia potrebbe avere uno scopo ben preciso: eliminare e spaccare l’Italia per farle cedere definitivamente i poteri all’Unione Europea. Del resto le tensioni separatiste in Spagna, le rivolte a Praga ed a Budapest di questi giorni, la recessione probabile in Germania, la spaccatura etnico-sociale in Francia, hanno tutte lo stesso scopo: cessione di sovranità. Ma del resto forse è meglio così, se elimineranno i nostri corrotti ed inefficienti stati nazionali, forse i popoli prenderanno coscienza dell’unica rivoluzione veramente utile che ci possa essere per superare questo momento storico: una Rivoluzione di tutti i Popoli Europei, una Primavera Europea, ma probabilmente è ancora molto presto per questo. Se questo articolo ti è piaciuto, non perderti Libertà Indefinita, un saggio sulla libertà e sulla legittimità di un sistema, il nostro, sempre più contestato dalla popolazione. In uscita a Gennaio 2015.
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La Cina dei separatismi

tibet_2124437b La crisi che ha investito l’economia occidentale e non solo, sembrava non aver scalfito più di tanto il gigante cinese, che anzi è diventato la prima potenza economica mondiale. Ora, però, iniziano ad intravedersi i primi segnali di rallentamento ed una serie di gravi problematiche potrebbero concentrarsi sul dragone. E del resto chi ci segue, non poteva non aspettarselo; se tutta la manifattura mondiale si sposta in Cina per il basso costo della manodopera e si continuano a mantenere bassi i salari non alimentando più di tanto il mercato interno ma continuando a basarsi sull’esportazione, alla fine dei conti, a chi si vende se gli altri paesi più ricchi sono in crisi? E di conseguenza dovrà entrare in crisi anch’essa, in un circolo vizioso tipico di questa fase terminale del sistema capitalista, chiamata globalizzazione. Ma oltre al sempre più forte rallentamento economico, quali altre problematiche possono scuotere la Cina? A mio avviso principalmente la devastazione ambientale, l’esplosione sociale, la richiesta di maggiore libertà e l’invecchiamento della popolazione che può essere risolto solo con un insostenibile aumento demografico, e non per ultimo, l’azione strategica dei servizi segreti americani che probabilmente vogliono replicare in Cina la strategia della Primavera Araba. Fatta questa premessa, sorrido pensando alla grandissima parte degli analisti che immaginano un futuro dominato dalla nuova superpotenza cinese. Prevedere l’andamento storico in maniera lineare e direttamente proporzionale è assurdo ed ingenuo ed infatti l’attualità smentisce costantemente ogni previsione. In questo blog, invece, l’analisi lineare e banale non fa per noi, il nostro obiettivo è cogliere i segnali che mostrano i veri cambiamenti in atto. In questo articolo, vogliamo parlare del fatto che la Cina è troppo grande per rimanere unita. La Cina, innanzitutto, non è così omogenea come l’occhio occidentale vuole vedere, ma, al suo interno, ha una diversificazione etnica e linguistica  incredibile, anche all’interno della stessa etnia dominante Han. Infatti, la lingua parlata in Cina, il Mandarino Standard, è usata più che altro come lingua franca tra persone che parlano lingue diverse, un po’ come l’inglese nell’Unione Europea. Ma perché sosteniamo che la Cina sia troppo grande per rimanere unita? Perché, se guardiamo con occhio attento la Storia dell’umanità, vediamo come i più grandi imperi territoriali e demografici esistiti, come l’Impero Romano, l’Impero Mongolo, l’Impero Ottomano, l’Impero Brittanico, l’Unione Sovietica siano inevitabilmente crollati, come se spinti da una forza di gravità. Ma verso dove spinge questa forza di gravità? A mio avviso spinge verso forme statali che possano essere omogenee o culturalmente, o politicamente, o a livello religioso, o linguisticamente e che non abbiano dimensioni territoriali e demografiche eccessive, difficilmente governabili in maniera efficiente da un apparato centrale che non sia estremamente federale. Ed anche la Cina non fa eccezione. Grazie ad un regime repressivo e tirannico e all’ignoranza, la Cina è riuscita a crescere in maniera esponenziale negli ultimi anni, sfruttando la sua stessa popolazione e tradendo i propri ideali comunisti ma il rallentamento economico può creare un’insofferenza tale da far ribellare una popolazione da un miliardo e mezzo di persone che non si ribella seriamente dall’ 89. Molti sostengono che il popolo cinese sia un popolo sottomesso che pensa soltanto a lavorare, ma è proprio il cane che non abbaia che morde e sono sicuro che quando il popolo cinese, anzi i popoli cinesi si ribelleranno, la Rivoluzione Francese sembrerà una passeggiata, del resto la ferocia delle rivolte sporadiche lo dimostrano.

Quali sono i separatismi principali in Cina? Il più famoso è quello tibetano, che da anni rivendica la propria libertà appoggiato da gran parte della comunità internazionale. Altro separatismo importante è quello degli Uiguri che rivendicano l’indipendenza del loro territorio nel Nord-Ovest cinese. Credo che questi ultimi potranno avere molto importanza in un futuro scenario “siriano” cinese e soprattutto dato che sembra esserci un graduale avvicinamento all’estremismo islamico e all’ISIS. Altra zona etnicamente non cinese è quella della Mongolia Interna, dove sono presenti anche movimenti separatisti. Ma come potrebbe concretizzarsi una frammentazione della Cina? Nelle ultime settimane abbiamo visto i giovani di Hong Kong ribellarsi contro la politica antidemocratica di Pechino, se questa protesta dovesse continuare e complice il rallentamento economico e il sobillamento degli Stati Uniti, si dovesse espandere in altre zone della Cina, potrebbero formarsi dei gruppi ribelli armati oppure parti dell’esercito o del governo potrebbero unirsi alle forze ribelli come successo in Siria. E sempre guardando a Siria, Iraq e Libia, i primi paesi caduti nella Guerra Civile Globale, ma anche alla stessa Ucraina, la guerra civile da scontro ribelli-governo si trasforma gradualmente in scontri territoriali tra gruppi politicamente o etnicamente diversi. Quindi, se si dovesse manifestare una Primavera Cinese, è probabile che i gruppi etnicamente più diversi usino la debolezza di Pechino per riprendersi i propri territori in un spirale che potrebbe facilmente essere emulata da altre zone della Cina, che ora non hanno ancora serie rimostranze separatiste. La mappa che segue, è stata elaborata considerando le differenze storiche, etniche e linguistiche più rilevanti presenti in Cina. Non escludiamo, nel caso si verificasse una frammentazione, che i territori indipendenti non siano ancora più piccoli, data la grandezza demografica del dragone.
china map pictures
Credo che la Cina esploderà socialmente negli prossimi cinque o dieci anni ed una frammentazione, data l’esistenza di differenze così marcate, può essere uno scenario probabile. Per quanto mi riguarda è difficile capire quando questo succederà ma non se succederà. Ma prima della caduta del colosso asiatico, potrebbe esserci ancora un ruolo per la Cina, ne parleremo nel prossimo articolo, in salsa un po’ più complottista: Il ruolo della Cina nel Nuovo Ordine Mondiale. Tutti i lettori che credono nella libertà e nell’autodeterminazione dei Popoli leggano questo mio articolo sull’argomento, Proposta per l’autodeterminazione dei popoli nell’Unione Europea e, se lo vorranno, esprimano la loro opinione a riguardo. Non perderti il mio ultimo libro, Libertà Indefinita, un saggio sulla libertà e sulla legittimità di un sistema, il nostro, sempre più contestato dalla popolazione. In uscita a Gennaio 2015.
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