2016-2018: USA in guerra civile

usa in guerra civile“Nessun impero, anche se sembra eterno, può durare all’infinito.”
JACQUES ATTALI

Lo so, è da anni che da più parti si parla dell’imminente caduta degli Stati Uniti, della loro decadenza, del mondo multipolare e via dicendo e invece loro, nonostante ciò, continuano ad essere l’unica superpotenza del pianeta, con il dollaro che addirittura si rivaluta su tutte le altre valute. Però, io credo che ora si vedano dei segnali importantissimi direi segnali di fine impero, di fine regime.

Giusto di ieri, la notizia che gli USA hanno deciso di chiudere una storica base presente in Yemen e di ritirare truppe e personale diplomatico, a causa della crescente violenza tra milizie Houthi, jihadisti e governativi. Quindi, rendiamoci conto, gli USA che si ritirano non alla fine di un conflitto, ma proprio durante un’escalation. Gli stessi che per ogni accenno di instabilità  erano sempre pronti ad intervenire, ora si ritirano. Credo che già questo, insieme agli altri che elencheremo, siano segnali che l’Impero inizia a ritirarsi o perché schiacciato dal suo debito pubblico, dalle sue difficoltà economiche e dalle proprie problematiche interne o a causa di un ordine di poteri forti che probabilmente hanno bisogno della decadenza degli States.

Ma quali sono gli altri segnali della decadenza degli USA? Eccone alcuni:

1) Presidente Obama irrilevante e senza potere, con il Congresso in mano ai repubblicani. Stallo istituzionale decisamente grave, che ha portato allo Shutdown e che potrebbe ritornare a settembre. Stallo che potrebbe durare fino al 2016, quando ci saranno le elezioni per il nuovo presidente. Umiliazione del presidente da parte di Netanyahyu che ha parlato al Congresso senza incontrarlo.
2) Crisi con i principali alleati, Arabia Saudita, Turchia e Qatar sembrano seguire una propria linea indipendente, con Israele in rottura, con l’Unione Europea rapporti raffreddati dallo scandalo delle intercettazioni ai principali leader europei.
3) Nascita di una Banca Mondiale Cinese alla quale hanno aderito anche paesi filoamericani come Italia o Giappone.
4) Graduale ma costante riduzione degli scambi in dollari, soprattutto in Asia, a causa degli accordi bilaterali organizzati principalmente da Cina e Russia.
5) Totale incapacità di affrontare le sfide in politica estera, caos in quasi tutto il Medio Oriente e inadeguatezza nei confronti della Russia di Putin.
6) Aumento esponenziale della criminalità interna.
7) Manifestazioni, scontri e morti a causa della tensione tra afroamericani e forze dell’ordine.
8) Flash Crash del dollaro, dopo il rinvio del rialzo del tasso di interesse da parte della Federal Reserve. Calo del biglietto verde giornaliero più alto degli ultimi 15 anni. Come scritto in questo articolo di Wall Street Italia.
9) Le posizioni in leva su Wall Street iniziano a ridursi e di solito questo è un segnale che anticipa il crollo della borsa come descritto da questo articolo di Rischio Calcolato.

Questi, a nostro avviso, sono i principali segnali della decadenza strutturale dell’Impero Americano. Nel titolo abbiamo parlato di guerra civile, una guerra civile è una cosa grave, gli USA sono la maggiore potenza economica del pianeta, sembra impossibile uno scenario del genere, ma se prima si verificasse uno dei seguenti eventi noi non lo potremmo assolutamente escludere:

1) Crollo devastante del dollaro
2) Crollo altrettanto devastante di Wall Street
3) Importante attentato (uguale o più grande dell’11 Settembre)
4) Shutdown e scontro istituzionale
5) Morte di Obama
6) Evento climatico o naturale straordinario

Vediamo di analizzare brevemente ognuno di questi eventi che potrebbero anticipare una guerra civile:

1) Crollo devastante del dollaro
Il dollaro è il vero strumento e simbolo del potere americano sul resto del mondo. Possedere il vantaggio di poter stampare la valuta di riferimento mondiale, fornisce agli Stati Uniti la possibilità reale di vivere al di sopra delle proprie possibilità e quindi di poter sostenere il proprio costante deficit commerciale verso il resto del mondo e di sostenere il proprio bilancio pubblico sempre più deteriorato. Come sicuramente già sapete, è però in atto un graduale processo di sostituzione del dollaro come valuta di riferimento, processo a cui ha fortemente contribuito la nascita dell’Euro (che è la seconda valuta più importante del pianeta) ma che è soprattutto sostenuto dai paesi in rottura con gli States come Russia e Cina, che stanno procedendo verso una sempre più totale indipendenza dal dollaro. Molti di voi diranno che il dollaro è attualmente fortissimo, ma questo è a nostro avviso soltanto un enorme rimbalzo del gatto morto. Ed anzi il dollar standard come a suo tempo il gold standard, muore proprio quando le garanzie sono richieste quindi quando il dollaro o l’oro vengono richiesti al posto dei titoli di credito da essi derivati, come ho descritto nell’articolo Il colpo di coda del dollaro prima del suo collasso definitivo. Ora sarà interessante capire quando e come il crollo del dollaro avverrà. A nostro avviso, essendo il dollaro un sistema basato sulla fiducia, quando crollerà definitivamente avverrà in maniera molto veloce, come il Flash Crash avvenuto pochi giorni fa, ma sarà un Flash Crash spaventoso, che polverizzerà il dollaro e scatenerà l’iperinflazione negli USA. La situazione attuale vede l’economia americana che stenta a riprendersi e la Federal Reserve che di conseguenza ha rimandato l’innalzamento del tasso di interesse. Tutti se lo aspettano entro settembre. Se questo non dovesse avvenire a causa della situazione economica americana, i mercati potrebbero perdere fiducia nel dollaro e questo potrebbe iniziare a scendere, a quel punto non è escluso che paesi ostili come la Cina, che ha creato una sua Banca Mondiale, non sfruttino l’occasione per liberarsi dei titoli e delle riserve in dollari per distruggere gli USA e assumerne il ruolo di guida del pianeta. Alternativamente un rialzo dei tassi, produrrà un ulteriore ascesa del dollaro che danneggerà ancora di più l’economia americana e quella mondiale.

2) Crollo altrettanto devastante di Wall Street
crollo wall street
Guardando questo grafico io vedo il più assurdo rialzo borsistico di tutti i tempi, giustificato soltanto dell’immensa stampa di dollari operata dalla Fed. A mio avviso, questo grafico rappresenta la più grande bolla di tutti i tempi e come vedete, anche le due precedenti sono scoppiate dolorosamente, questa scoppierà da un’altezza ancora maggiore, stavolta gli USA ne saranno travolti. Sarà interessante capire se il crollo di Wall Street precederà il crollo del dollaro, se ne sarà contemporaneo o se sarà causato dall’innalzamento del tasso di interesse o da un fatto esterno. Credo che comunque in questo caso la divergenza tra dollaro e azionario ( di solito essendo il dollaro valuta rifugio si alza quando l’azionario crolla e viceversa) non ci sarà e potrebbero crollare entrambi come entrambi sono saliti. Quando questo avverrà ovviamente non lo sappiamo, potrebbe succedere nella seconda metà del 2015 o nel 2016, ma comunque ne siamo molto vicini e quando succederà, sarà un lampo, un flash e il mondo sarà cambiato.

3) Importante attentato
Da sempre i servizi segreti americani avvertono del rischio di un attentato con un piccolo ordigno nucleare o con una bomba sporca sul suolo degli Stati Uniti. Se non ricordo male, alcuni esponenti del governo Bush lo davano per certo entro il 2020. Se dovesse succedere un evento del genere, è difficile immaginare le conseguenze che questo potrebbe avere sugli USA e sul resto del mondo. Sicuramente potrebbe preannunciare anche lo sfaldamento degli States, dato che la situazione attuale è enormemente diversa dal 2001 ( dove gli USA erano al culmine del loro potere).

4) Shutdown e scontro istituzionale
A settembre potrebbero ricominciare le trattative per evitare un ennesimo shutdown, cioè la sospensione dei servizi offerti dallo Stato Federale a causa del mancato accordo per il finanziamento del bilancio americano. A nostro avviso non crediamo tanto nella sua possibilità, dato che i repubblicani sono in vantaggio e gli basterebbe aspettare fino alle fine del 2016 per tornare al potere. Oppure potrebbero causarlo cercando di scaricarne le responsabilità su Obama danneggiando così tanto gli USA da aprire poi le porte ad una larga vittoria repubblicana. L’eventuale realizzazione di questo scenario sarebbe molto destabilizzante per gli Stati Uniti.

5) Morte di Obama
Obama sembra essersi fatto molti nemici sia nella lobby delle armi, sia nella lobby ebraica. Una sua eliminazione potrebbe però essere probabile, a causa del contestato accordo sul nucleare iraniano. A chi sarebbe data la colpa per la sua uccisione? O all’ISIS cosa che potrebbe favorire l’instaurazione di leggi ancora più liberticide sul suolo americano o a qualche estremista bianco, cosa che potrebbe aggravare ancora di più la tensione etnica esistente.

6) Evento climatico o naturale straordinario
Gli USA sembrano negli ultimi anni sempre più interessati da uragani e da incredibili gelate invernali. Inoltre c’è sempre il rischio di un enorme terremoto in California. Quindi, un evento naturale potrebbe essere sempre una possibile causa dell’inizio del crollo degli USA, soprattutto in questo già grave periodo storico ed economico.

Questi sono gli eventi che a nostro avviso potrebbero far iniziare il crollo della superpotenza americana. Una guerra civile potrebbe scoppiare o subito dopo il verificarsi di uno di questi o a causa di qualche contestata scelta politica (vedi shutdown o legge contro il possesso di armi) o a nostro avviso con la probabile vittoria repubblicana nel 2016. Come ben sappiamo i repubblicani sono amanti della forza e rappresentano più la parte bianca ed economicamente più benestante del paese. Una loro affermazione accrescerebbe ancora di più la tensione sociale che potrebbe sfociare in una guerra civile. Ma perché parliamo tanto di guerra civile? Perché negli USA ci sono le condizioni ideali e le vediamo di seguito.

1) Velleità secessioniste: come descritte nel nostro articolo Verso gli Stati Divisi d’America.

2) Spaccatura politica del paese: il paese non è omogeneo politicamente ma spaccato in stati tradizionalmente repubblicani e stati tradizionalmente democratici come vediamo in questa mappa.polarizzazione politica usa
3) Spaccatura etnica del paese: gli Usa non sono più un paese etnicamente omogeneo come all’epoca di Tocqueville ma sono un paese multietnico, ma non omogeneamente multietnico. Questa mappa ci mostra le etnie dominanti in ogni zona del paese: mappa etnica degli stati uniti
In quest’altra mappa vediamo l’importante presenza degli afroamericani che sono l’etnia più sofferente sia socialmente che economicamente negli USA:
mappa neri d'america
Come sappiamo, nelle recenti guerre civili in Siria, Iraq, Libia, Ucraina, Yemen, Nigeria, la componente etnica, politica e religiosa è importantissima. Analizzando le mappe precedenti gli USA potrebbero facilmente dividersi in un ovest democratico, in una California democratica ed ispanica, in un nord-est democratico e europeo, in un centro america dal Texas fino al nord, bianco e repubblicano e poi abbiamo gli stati sud orientali dove gli afroamericani sono tantissimi ma i governi sono repubblicani. E sono proprio queste a nostro avviso le aeree di scontro etnico più pericolose.

4) Spaccatura religiosa del paese: gli USA sono un paese multireligioso per eccellenza, anche questo fattore può essere importante in una futura guerra civile, di seguito una mappa religiosa degli Stati Unitimappa religiosa degli usa

5) Il popolo più armato della terra: gli Stati Uniti hanno la popolazione più armata del pianeta con ben 90 armi ogni 100 abitanti. Questo a nostro avviso assieme al settarismo e alla forte presenza di gang armate, rappresentano una dei principali motivi che potrebbero far sfociare la tensione in lotta armata.

Abbiamo quindi riassunto i possibili scenari che potrebbero causare un crollo della potenza americana e le motivazioni che rendono credibile la possibilità di una guerra civile. Sicuramente, finché il dollaro e l’economia americana terranno, non assisteremo a niente di tutto ciò, ma se la fiducia nel biglietto verde dovesse polverizzarsi, allora vedremo cadere anche l’Impero Americano sia all’esterno (con la fine della sua influenza nel mondo e dei suoi interventi, cosa che sta già avvenendo) sia all’interno con la divisioni in stati separati o in opposte fazioni armate. La caduta del gendarme mondiale ci farà entrerà nella fase più grave della Terza Guerra Mondiale già in corso, dato che tutti i conflitti congelati si scongelerebbe a causa del tracollo economico e della mancanza degli Stati Uniti che fino ad ora sono sempre intervenuti in ogni area del pianeta.

P.S.: la caduta della nazione che rappresenta per eccellenza il sistema capitalista, ci farà entrare nel pieno del periodo già noi denominato, transizione post-capitalista. Una transizione dolorosa, dove il capitalismo esisterà ancora ma non avrà più la fiducia ideologica che l’esistenza della ricca potenza americana gli conferiva. Molti di voi si chiederanno transizione verso cosa? Questo non lo sappiamo, possiamo sicuramente escludere il comunismo, già caduto e storicamente sconfitto negli anni Novanta. Se questo articolo ti è piaciuto, non perderti Libertà Indefinita, un saggio sulla libertà e sulla legittimità di un sistema, il nostro, sempre più contestato dalla popolazione.banner liberta indefinita
CONDIVISIONE  E’ RIVOLUZIONE
Se apprezzi il nostro lavoro continua a seguirci cliccando su una delle icone sottostanti

Visit Us On FacebookVisit Us On Google PlusVisit Us On TwitterCheck Our Feed

Fenrir

Sono Giuseppe Cirillo alias Fenrir, l’autore di questo blog. Nei nostri articoli ci sforziamo di offrire un’angolazione e una visione diversa rispetto ai media di regime. Per qualsiasi domanda o per un’eventuale collaborazione contattami alla seguente mail: fenrir1489@gmail.com 

 

ARTICOLI CORRELATI

La Terza Guerra Mondiale è già iniziata?

Il colpo di coda del dollaro prelude al suo collasso definitivo

Terza Guerra Mondiale conseguenza del collasso USA?

Terzo Conflitto Mondiale? Una guerra liquida

Verso gli Stati Divisi d’America

Colpo di stato a Mosca?

putin sparito Da ormai quasi 10 giorni, il presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin non appare in pubblico. Sono state recentemente mostrate delle foto di un incontro pubblico di Putin con delle donne, per la festa dell’8 marzo e una foto dell’incontro con il Presidente della Corte Suprema, foto che però sembrano essere antecedenti alla scomparsa di Putin, avvenuta tra il 5 e il 6 marzo.

Ironia della sorte, l’ultimo incontro pubblico del leader del Cremlino, è stato quello con il Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, cosa che ha scatenato la reazione ironica della rete, soprattutto in Italia.

Gli aggiornamenti su questa strana vicenda, la sparizione pubblica del capo della seconda potenza militare del pianeta, sono ben riassunti da questo link di Geopolitical Center. Altri fatti bizzarri in questa vicenda, sono la contemporanea sparizione pubblica di Medvedev e del ministro degli esteri Lavrov. Inoltre, il profilo twitter di Putin, non pubblica niente dal 6 marzo, quando di solito pubblicava circa ogni due o tre giorni. Il periodo più lungo senza pubblicazioni è stato tra il primo e il dodici gennaio, chiaramente per le feste religiose. In questo caso, invece, sembra dimostrare che qualcosa non quadra. Contemporaneamente a questi fatti, è comparso l’inquietante sito che registra i giorni, le ore e i minuti di assenza di Putin,con un video della danza del lago dei cigni, questo il link al sito.

Ovviamente non potevamo non farci un’idea su questa importante vicenda. Sicuramente qualcosa sta succedendo, ma non è detto che sapremo mai con certezza cosa stia avvenendo, dato il tradizionale atteggiamento criptico dei governanti e dei media russi. Per domani 16 marzo è previsto un incontro pubblico con il presidente del Kirghizistan a San Pietroburgo e difficilmente si può simulare un incontro con un capo di stato straniero, quindi o Putin riappare in pubblico e incontra il suo collega kirghizo oppure dovranno rimandare l’incontro. Analizzando le due possibilità possiamo farci un quadro di quello che sta e che potrebbe essere successo.

1) PUTIN RIAPPARE

A) Ha semplicemente avuto un problema di salute o un intervento chirurgico andato male, e quindi ha preferito non apparire per non mostrare un aspetto debole. In questo caso però il suo portavoce poteva semplicemente dire che aveva un’influenza e tutte queste voci si sarebbero interrotte. Questa ipotesi ci sembra inverosimile come quella della nascita di un suo figlio in Svizzera, che non giustificano una sua scomparsa.

B) Putin riappare, senza dare spiegazioni della sua assenza. A questo punto sono possibili questi scenari: 1) E’ stato sventato un golpe, Putin è rimasto ferito oppure si è preso tempo per stabilizzare la situazione e destituire i colpevoli; questa ipotesi sarebbe confermata se dopo la sua riapparizione qualche membro del governo o dell’esercito fosse stato sostituito. 2) E’ stato simulato un golpe, per testare la reazione dei servizi segreti e della sicurezza. Ipotesi improbabile ma non impossibile. 3) Nessuna spiegazione, Putin riappare e tutto procede come se non fosse successo nulla. In questo caso il governo avrebbe lasciato il Cremlino perché l’intelligence lo avrebbe avvertito di rischi imminenti. Questo confermerebbe gli elicotteri sopra il Cremlino avvistati negli scorsi giorni.

C) Putin riappare e annuncia qualcosa di molto importante, come dichiarare guerra all’Ucraina o peggio anche agli altri paesi dell’est antirussi oppure per accusare gli USA del tentato colpo di stato. Oppure non riappare ma fa comunque una dichiarazione importante da un luogo segreto (bunker antiatomico?)

2) PUTIN NON RIAPPARE

In questo caso lo situazione sarebbe da brividi e tutte le illazioni fatte in questi giorni diventerebbe sempre più forti e a nostro avviso le possibilità potrebbero essere le seguenti:

A) Putin non è morto, ma in gravi condizioni. Possibile lotta di palazzo tra chi vuole prendere il potere in sua assenza.

B) Putin è morto, in un attentato o per una malattia. I ministri russi attendono per discutere bene cosa fare senza destabilizzare il paese. Questo spiegherebbe l’assenza ad esempio di Lavrov e Medvedev.

C) Putin è morto o “neutralizzato”; una fazione governativa ha preso il potere e destituito diversi membri del governo. Il Dailymail ipotizza dietro questa trama l’ex capo della sicurezza Patrushev (che era da poco tornato da Washington) o il ministro della difesa Shoigu. In questo caso Putin continuerà a non apparire e o i golpisti eserciteranno il potere senza ufficializzare la destituzione di Putin, quindi una sorta di “golpe fantasma” oppure la ufficializzeranno a breve.

Tra queste ipotesi, ci sarà probabilmente quella che si verificherà nei prossimi giorni. Sicuramente l’eventuale morte o scomparsa di Putin può chiaramente aggravare la già tragica situazione internazionale. A nostro avviso, eventuali golpisti sono sicuramente appoggiati dalla CIA, quindi a questo punto dobbiamo capire cosa voglia la CIA e i poteri che gli sono dietro. Non è detto che i golpisti modifichino la politica estera di Putin, che anche se per molti è aggressiva, se vediamo la situazione nel suo complesso, è più che altro difensiva. Anzi, potrebbero veramente attuare una politica estera aggressiva e quindi attaccare massicciamente l’Ucraina, azione che Putin ha evitato, consapevole dei costi e del rischio di rimanere intrappolato in una guerra.

Se, invece, i golpisti scegliessero di cambiare radicalmente politica e di allearsi con l’Europa, magari iniziando a sorpresa delle trattative per l’ingresso della Russia nell’Unione Europea, la Federazione Russa verrebbe gravemente destabilizzata e i fedelissimi di Putin, come il ceceno Kadyrov, probabile responsabile dell’omicidio Nemtsov, la farebbero cadere in una guerra civile tra europeisti e nazionalisti. E a questo punto la Cina potrebbe sfruttare l’occasione per non riconoscere il nuovo governo di Mosca e prendersi i territori estremo- orientali russi.

Continueremo a seguire questa importante situazione che probabilmente domani 16 marzo prenderà una piega più chiara. Forse. Se questo articolo ti è piaciuto, non perderti Libertà Indefinita, un saggio sulla libertà e sulla legittimità di un sistema, il nostro, sempre più contestato dalla popolazione.banner liberta indefinita
CONDIVISIONE  E’ RIVOLUZIONE
Se apprezzi il nostro lavoro continua a seguirci cliccando su una delle icone sottostanti

Visit Us On FacebookVisit Us On Google PlusVisit Us On TwitterCheck Our Feed

Fenrir

Sono Giuseppe Cirillo alias Fenrir, l’autore di questo blog. Nei nostri articoli ci sforziamo di offrire un’angolazione e una visione diversa rispetto ai media di regime. Per qualsiasi domanda o per un’eventuale collaborazione contattami alla seguente mail: fenrir1489@gmail.com 

 

ARTICOLI CORRELATI

ISIS dilagherà in Asia Centrale?

La Terza Guerra Mondiale è già iniziata?

La Cina prepara l’invasione della Russia?

La Russia verso la frammentazione?

Elezioni Israele 17 marzo: guerra all’Iran imminente?

bombardamenti israelianiLo scorso dicembre, la coalizione di centrodestra che appoggiava il governo di Benjamin Netanyahu si è spaccata a causa del controverso disegno di legge che voleva definire Israele, Stato della nazione ebraica, definizione fortemente voluta dagli ambienti di estrema destra che però ha costretto i due ministri di centro Livni e Lapid, ad abbandonare il governo portando il paese alle elezioni anticipate. Il 17 marzo assisteremo al rito delle elezioni israeliane.

Spieghiamo brevemente il sistema elettorale israeliano, che è molto semplice. I deputati sono 120, il sistema è un proporzionale puro con soglia di sbarramento al 3,25% con liste bloccate (scelte dai partiti, come era il nostro Porcellum). Al termine delle elezioni, il Presidente della Repubblica conferisce alla persona che ha più probabilità di formare un esecutivo, l’incarico come presidente del consiglio che però sarà ufficializzato solo dopo le, di solito, lunghe trattative per formare una coalizione di governo, che possono durare anche mesi, dato che in genere servono almeno quattro partiti per avere la maggioranza di 61 parlamentari, che però di solito non è sufficiente, quindi si punta sempre ad avere qualche deputato in più.

Ora elenchiamo i partiti che hanno reali possibilità di superare la soglia del 3,25% e indichiamo brevemente la loro posizione e i seggi attribuitegli dagli ultimi sondaggi.

PARTITI DI DESTRA

LIKUD, 22 seggi: partito di centro-destra, il cui leader è il presidente Netanyahu. Su posizioni liberali, in politica interna ed esterna è ultimamente su posizioni aggressive sia contro Hamas, che contro Hezbollah e Iran.

JEWISH HOME, 12 seggi: partito di estrema destra. Favorevole all’annessione dei territori contesi con i palestinesi ed ad una politica estera più aggressiva. E’ il partito dei coloni ebrei.

ISRAEL BEITEINU, 6 seggi: partito di estrema destra. Ultranazionalista, rappresenta gli interessi degli ebrei immigrati, in particolar modo degli ebrei russofoni. Fortemente anti-islamico, favorevole alla totale distruzione di Hamas.

KULANU, 7 seggi: partito di centro-destra. Sulla stessa linea del Likud, ma su posizioni più vicine ai problemi socio-economici della società israeliana. Il suo leader punta alla carica di Ministro delle Finanze. Moderatamente nazionalista.

PARTITI RELIGIOSI

UNITED TORAH JUDAISM, 7 seggi: partito ultra-ortodosso. Rappresenta gli interessi degli ebrei ultra-ortodossi haredi. Fortemente contrario a qualsiasi legge contro questa minoranza religiosa, che attualmente gode di molti privilegi.

SHAS, 7 seggi: partito ultra-ortodosso. Rappresenta gli interessi degli ebrei sefarditi, minoranza poco rappresentata rispetto agli ebrei askenaziti.

YACHAD-OTZMA YEHUDIT, 4 seggi: partito ultra-ortodosso. Rappresenta un distaccamento di Shas, si presenta alleato con il partito ultra-nazionalista Otzma Yehudit.

PARTITI DI CENTRO-SINISTRA

ZIONIST UNION, 24 seggi: partito di centro-sinistra. Di orientamento laburista, moderatamente favorevole alla creazione di uno stato palestinese. Leader e possibile presidente, Isaac Herzog.

MERETZ, 6 seggi: partito di sinistra. Su posizioni socialiste, vicino ai diritti dei gay e degli arabi. Favorevole alla creazione di uno stato palestinese.

YESH ATID, 12 seggi: partito di centro. Partito impegnato nella lotta alla corruzione, all’abbassamento delle tasse e alla risoluzione delle problematiche socio-economiche. Moderatamente favorevole alla risoluzione del conflitto con i palestinesi.

PARTITI ARABO-ISRAELIANI

JOINT LIST, 13 seggi: partito degli arabi-israeliani. Su posizioni filo-palestinesi, contrari al carattere unicamente ebraico dello Stato di Israele. Accusati di essere vicini ad Hamas.

Questo è il quadro completo dei partiti che hanno chance di superare la soglia di sbarramento. A questo quadro c’è da aggiungere che alcuni partiti vanno già in tandem e queste alleanze sono LIKUD-JEWISH HOME; ISRAEL BEITEINU- KULANU; ZIONIST UNION-MERETZ. Detto questo ora tracceremo le possibili coalizioni di governo, se i risultati si dovessero mantenere all’incirca su questi numeri:

COALIZIONE POSSIBILE N.1, Presidente Netanyahu. Composizione: Likud-Jewish Home-Israel Beiteinu-Kulanu-Shas-UTJ-Yachad. 65 SEGGI. Coalizione a nostro avviso, probabile, anche se ci saranno da superare le possibili divergenze tra Israel Beiteinu e i partiti ultra-ortodossi e le richieste del partito Kulanu. A favore di questa coalizione, le recenti dichiarazioni dei leader dei partiti ultra-ortodossi che si sono espressi abbastanza favorevolmente ad un governo Netanyahu e quelle del leader di Kulanu che si è detto disponibile a sedere in qualsiasi governo, se ottiene i suoi obiettivi programmatici. Alternativamente si potrebbe pensare ad un recupero dell’alleanza con l’ex alleato Yesh Atid, cosa che riteniamo decisamente improbabile, dato che quest’ultimo ha escluso la possibilità di appoggiare di nuovo Netanyahu.

COALIZIONE POSSIBILE N.2, Presidente Herzog. Composizione: Zionist Union-Meretz-Yesh Atid-Joint list e uno tra Kulanu, Shas, UTJ e Israel Beiteinu. 62-70 SEGGI. Questa coalizione, è probabile con l’aggiunta di Kulanu che condivide alcune posizioni con Yesh Atid e Meretz. Però, recentemente Kulanu si è fortemente opposto alla possibilità che si possa sedere assieme ai partiti arabi. Stesso discorso vale per il partito Israel Beiteinu e per i partiti ultra-ortodossi, quest’ultimi, inoltre, non si siederebbero mai con Yesh Atid, che ha attaccato duramente i loro privilegi nel precedente governo. Con questi numeri, a causa delle divergenze asimmetriche tra i partiti minori, un governo guidato dal centro-sinistra di Herzog, ci pare decisamente improbabile.

COALIZIONI POSSIBILE N.3, Presidente Herzog o Netanyahu o terzo da decidere. Composizione: Likud-Zionist Union-Kulanu e almeno altri due partiti. Questo potrebbe essere un colpo di scena, anche se Netanyahu ha escluso un governo di unità nazionale con la sinistra, con cui dice di avere differenze ideologiche su temi importanti, troppo marcate. Non possiamo però escludere questo scenario, nel caso le trattative non portassero nessuno a formare un governo stabile. Non è facile nemmeno questa alleanza, perché può risultare difficile trovare altri partiti che possano appoggiare questa coalizione dato che i partiti più estremi, sia a destra sia a sinistra, si sentirebbero traditi. Esito moderatamente improbabile, ma non impossibile.

Fatti tutti questi ragionamenti elettorali veniamo ora al discorso di un possibile attacco all’Iran. Come probabilmente già sapete, l’Iran sta sviluppando un programma nucleare, ufficialmente per scopi civili, inviso ad Israele ed a gran parte del mondo occidentale soprattutto per il fatto che permetterebbe alla teocrazia iraniana di dotarsi di armamenti nucleari.

Recentemente abbiamo visto Netanyahu volare a Washington su invito del Partito Repubblicano e parlare al Congresso, umiliando il Presidente Obama che non è stato nemmeno incontrato. Questo link di Geopolitical Center ne mostra i punti salienti. Il presidente israeliano ha chiaramente sostenuto che l’Iran, oltre ad essere un pericolo perché minaccia ufficialmente la distruzione di Israele, sta espandendo di molto il suo raggio d’azione appoggiando direttamente gli Hezbollah libanesi, il regime di Damasco, gli sciiti iracheni e quelli yemeniti.Benjamin Netanyahu, Joe Biden, John Boehner

A nostro avviso l’intervento israeliano contro l’Iran e i suoi alleati in Libano, Siria e Iraq è decisamente probabile entro la fine dell’anno per le seguenti motivazioni:

1) L’Iran continua indisturbato il suo programma nucleare

2) L’Isis è in difficoltà in Iraq, a causa dell’intervento quasi diretto dell’Iran. Senza fare ipotesi complottiste (che abbiamo già fatto in altri nostri articoli) la sconfitta di Isis in quella zona vuol dire la vittoria e l’espansione della zona di influenza iraniana e probabilmente per il governo israeliano è più gestibile il Califfato, rispetto all’imponente potenza militare ed economica iraniana.

3) L’Arabia Saudita avrebbe aperto il suo spazio aereo ai caccia israeliani come scritto in questo articolo di Rischio Calcolato. Il motivo è che l’Iran rappresenta una minaccia anche per i sunniti sauditi e in Yemen, appoggiando la ribellione sciita lo ha dimostrato ed una minoranza sciita esiste anche in Arabia Saudita, quindi il rischio destabilizzazione è alto.

4) Turchia e Qatar, probabili sponsor dell’estremismo islamico sunnita (ho detto ISIS?) probabilmente hanno un certo interesse strategico nel veder abbattere gli sciiti filo-iraniani in Siria, Libano e Iraq (ho detto gasdotto Qatar?) e il tempo stringe dato che l’ISIS sembra che le stia buscando.

5) Il discorso anti-diplomatico di Netanyahu chiaramente dimostra una certa fretta da parte israeliana di affrontare il discorso iraniano e un imminente intervento militare

6) Se effettivamente dalle urne uscisse un governo come visto nella coalizione n.1 quindi fortemente orientato verso il nazionalismo e l’ortodossia religiosa credo che l’attacco a Teheran diventi praticamente una certezza. Nel caso così non fosse questo diventerebbe meno probabile ma non impossibile.

7) L’Ayatollah Khamenei, leader supremo della Repubblica Islamica Iraniana, sarebbe in grave condizioni, forse è già morto. Il vuoto di potere potrebbe avere ulteriori effetti destabilizzanti.

Dette queste motivazioni, crediamo che l’attacco all’Iran potrebbe accadere o prima delle elezioni del 17 marzo dato che Netanyahu è comunque in carica e potrebbe usare qualche scusa per far partire la guerra e posticipare le elezioni (la legge israeliana lo prevede ed anche già successo in passato). Oppure potremmo aspettarci un false flag importante contro Israele che giustifichi un’ azione punitiva, anche partendo attaccando gli Hezbollah libanesi o  Assad. Oppure semplicemente se si confermasse un rinnovo del mandato di Netanyahu, questo dirà che aspettare ancora è un rischio troppo grande per Israele e che è necessario attaccare l’Iran, anche da soli.

Una guerra con l’Iran sicuramente non sarà una passeggiata. Teheran ha un potenza militare tra le prime al mondo ed inoltre Israele subirebbe all’istante la rappresaglia degli Hezbollah libanesi. Gli USA, con guida Obama, probabilmente non interverranno direttamente, un po’ come in Ucraina. A nostro avviso, la nuova politica statunitense è quella di far combattere gli alleati. Interessante sarà vedere la reazione degli altri paesi islamici ad un intervento israeliano contro l’Iran. Paesi potenzialmente ostili a questo intervento potrebbero essere l’Egitto in primis e forse anche Giordania ed Emirati Arabi Uniti, che sono alleati dell’Iran nella lotta all’Isis. Noi continueremo a monitorare questa situazione alla luce delle imminenti elezioni del 17 marzo. La situazione nell’aerea medio-orientale che è già bollente, presto potrebbe diventare incandescente.

Le conseguenze di un attacco massiccio all’Iran potrebbero essere molteplici: sicuramente l’inizio di una guerra di ampia portata tra i due paesi che potrebbe coinvolgerne anche altri e soprattutto la possibilità per l’Isis di riprendere fiato e di dilagare contro siriani ed iracheni sciiti orfani del loro principale supporto e che probabilmente rischierebbero anche di essere bombardati dai caccia israeliani. (Del resto Israele ha già colpito in passato il regime di Damasco). Si verificasse questo, le insegne nere dello Stato Islamico potrebbero vedersi anche a Damasco e a Baghdad. E parlare di Terza Guerra Mondiale non sarebbe più soltanto una nostra ipotesi storica ma sarebbe cronaca reale.

A livello economico, potremmo vedere schizzare verso l’alto il prezzo del petrolio dopo i recenti pesanti ribassi. Questo potrebbe creare un mix recessivo mondiale esplosivo cioè deflazione globale da rivalutazione del dollaro (che finora è stata mitigata dal crollo del greggio) e prezzo del petrolio alto per motivi geopolitici ( guerra all’Iran, Iraq e Libia, collasso Venezuela e Nigeria) che renderebbe la seconda parte del 2015 il periodo più grave dall’ultimo conflitto mondiale. Se questo articolo ti è piaciuto, non perderti Libertà Indefinita, un saggio sulla libertà e sulla legittimità di un sistema, il nostro, sempre più contestato dalla popolazione.banner liberta indefinita
CONDIVISIONE  E’ RIVOLUZIONE
Se apprezzi il nostro lavoro continua a seguirci cliccando su una delle icone sottostanti

Visit Us On FacebookVisit Us On Google PlusVisit Us On TwitterCheck Our Feed

Fenrir

Sono Giuseppe Cirillo alias Fenrir, l’autore di questo blog. Nei nostri articoli ci sforziamo di offrire un’angolazione e una visione diversa rispetto ai media di regime. Per qualsiasi domanda o per un’eventuale collaborazione contattami alla seguente mail: fenrir1489@gmail.com 

 

ARTICOLI CORRELATI

ISIS dilagherà in Asia Centrale?

Italia pronta alla guerra in Libia contro l’ISIS?

La Giordania in guerra… o in trappola?

La Terza Guerra Mondiale è già iniziata?

Il colpo di coda del dollaro preludo il suo collasso definitivo

Chi c’è dietro l’ISIS?

ISIS dilagherà in Asia Centrale?

asia centrale isisL’ISIS, l’organizzazione terroristica che con il nome di Califfato Islamico o di Stato Islamico, sta espandendo sempre più i territori sotto il suo dominio in Siria, Iraq ed ora in Libia, senza contare i loro alleati di Boko Haram in Nigeria, sembra stia puntando i propri occhi sulle immense terre dell’Asia Centrale ed ora vedremo nel dettaglio la situazione.

Come ben sappiamo, nel cuore dell’Asia Centrale, c’è l’Afghanistan, che dopo quattordici anni di guerra, è ancora un paese diviso e distrutto, con i Talebani ancora presenti e che nell’ultimo periodo del 2014 ed inizio 2015 hanno intensificato ancora di più le proprie azioni contro l’esercito regolare. Ora, tra quest’anno e il prossimo, assisteremo probabilmente al completo ritiro dell’esercito statunitense, ma il paese rischia seriamente di finire come l’Iraq, che dopo il ritiro americano, è finito nella mani dello Stato Islamico. In Afghanistan la situazione potrebbe sembrare un tantino diversa, dato che i Talebani sembrano voler rimanere qualcosa di indipendente dall’ISIS, ma notizia proprio di pochi giorni fa, sembra che parte dei comandanti talebani, abbia deciso di allearsi attraverso l’organizzazione pakistana Jundallah, con lo Stato Islamico con l’obiettivo di autoproclamare in quei territori tra Iran, Afghanistan e Pakistan un Califfato fedele ad Al-Baghdadi, sull’esempio di quello successo in Libia. Territorio di cui già lo Stato Islamico ha denominato il nome, cioè Khorasan e l’emiro cioè l’ex capo del TTP Hafiz Saeed Khan.

Detto questo, non è assolutamente detto che l’ISIS riesca ad assumere direttamente il controllo di queste zone, data la forte presenza talebana che per ora non sembra volersi piegare al Califfo, è probabile però l’istituzione di califfati paralleli uno dell’ISIS e uno talebano sotto l’eroico e famoso Mullah Omar. Quindi è probabile anche uno scontro tra le due fazioni estremiste, sempre che i poteri forti dietro questi non riescano a comprare la maggioranza dei capi talebani e farli unire allo Stato Islamico. In qualsiasi caso, l’Afghanistan sembra destinato ad essere la base da cui possono partire jihadisti per tutta l’Asia Centrale.

Parliamo, ora, degli altri stati centroasiatici. Essi sono tutti musulmani e sono retti da autocrazie post-sovietiche, molto simili all’Egitto ed alla Libia pre Primavera Araba. Ed abbiamo visto che, dove il potere è concentrato, è molto facile sostituirlo rapidamente una volta che questo crolla. A nostro avviso è probabile un intensificarsi delle azioni jihadiste in questi paesi, soprattutto alle luce del fatto che moltissimi combattenti ora tra le fila dello Stato Islamico, provengono proprio da lì. Ora li analizzeremo tutti, ma partiamo dal più interessante e potenzialmente esplosivo, l’Uzbekistan.

In un nostro articolo, ne avevamo già parlato, ma ora il rischio che l’Uzbekistan salti, si fa sempre più reale. Il presidente-dittatore Islom Karimov, è sempre al potere e l’opposizione lo da per morto o in coma, un giorno si e l’altro pure, ma lui dimostra ogni volta di essere ancora vivo. Le elezioni presidenziali sono state fissate a marzo e la rielezione di Karimov è scontata, anche se illegale, dato che la costituzione uzbeka fissa al massimo a due , i mandati presidenziali. Non è esclusa quindi la possibilità di un’improvvisa e inaspettata primavera uzbeka, dato anche il crescente malcontento per lo sfruttamento minorile nella raccolta dell’oro bianco uzbeko, cioè il cotone e il ritorno di molto uzbeki dalla Russia, che saranno gettati nella miseria della disoccupazione. Se a questo aggiungiamo l’alleanza tra i territoristi dell’IMU (Islamic Movement of Uzbekistan) e l’ISIS, la situazione potrebbe presto degenerare.

Altro paese a rischio, è il Kazakistan, che pur essendo alleato della Russia, è stretto tra i crescenti scontri tribali tra le centinaia di etnie diverse presenti nel paese e l’aggressività panrussa del suo ingombrante alleato. A tutto ciò si somma, una valuta in caduta libera, un’economia che risente fortemente dei problemi della Russia e un crescente malcontento popolare proprio a causa della congiuntura economica. Malcontento che da motivi economici passa facilmente a motivazioni politiche, dove anche qua vediamo un’autocrazia che calpesta senza problemi le norme democratiche. Kazakistan che è anche sottoposto ad una campagna di reclutamento jihadista e che ha subito recentemente minacce dirette, con video in cui sono stati mostrati decine di bambini kazaki mentre ricevono addestramento militare da parte dei miliziani dell’ISIS. Anche qui, ad aprile avremo le elezioni-farsa che confermeranno il presidente Nazarbayev per l’ennesima volta. Non escludiamo possibili moti di protesta soprattutto se le condizioni economiche dovessero peggiorare o se proteste simili dovessero iniziare in Uzbekistan.

Il Kirghizistan, altro paese musulmano centroasiatico, è quello effettivamente messo peggio e con una forte presenza dell’integralismo islamico. Infatti, il paese è stato scosso da forti proteste contro le ultime vignette di Charlie Hebdo. La disoccupazione, i recenti scontri della primavera del 2010, l’aumento della tensione etnica tra kirghisi, uzbeki e tagiki, possono fare di questo paese il potenzialmente più pericoloso dell’area, contando che moltissimi jihadisti provengono da questi territori e che sembrerebbe che molti stiano ritornando in patria addestrati e pronti a compiere attentati ed attacchi.

Il Tagikistan similmente al Kirghizistan è un paese povero, che sta subendo la crisi economica della Russia con il calo delle rimesse dei lavoratori tagiki. Proprio nella giornata odierna, si svolgeranno le elezioni, scontata la vittoria del partito al governo che ha usato qualsiasi mezzo per danneggiare e impedire alle opposizioni di partecipare regolarmente alla tornata elettorale. Anche in questo caso non sono esclusi moti di protesta nel breve-medio periodo, considerando, tra l’altro, che il paese vorrebbe sganciarsi dal dollaro e assumere come valuta di riferimento lo Yuan cinese, cosa che come sappiamo, spinge CIA  e company a compiere azioni destabilizzanti. A questo proposito segnaliamo l’allarme delle guardie di frontiera tagike al confine con l’Afghanistan, che parlano di ammassamento di truppe, probabilmente dell’IMU, dei Talebani e dell’ISIS, che potrebbero presto presentare una minaccia per il paese che non ha abbastanza risorse per fronteggiare un attacco su vasta scala.

Il Turkmenistan, essendo un paese vicino alla Turchia e con un governo abbastanza lontano da Mosca, e con un sentimento religioso meno importante che negli altri paesi, potrebbe non essere coinvolto direttamente in una destabilizzazione fondamentalista, almeno non in un primo momento.

Situazione molto pericolosa in Pakistan, da tempo paese sottoposto all’estremismo islamico ed a feroci attentati. Questo è stato anche recentemente scosso da un tentativo di primavera democratica e da forti proteste antigovernative. In Pakistan esistono due aree praticamente in mano agli estremisti islamici, il Waziristan, al confine con l’Afghanistan, sotto il controllo delle tribù filo-talebane e il Belucistan, territorio con velleità indipendentiste, dove proprio di recente si stima una forte attività di reclutamento da parte dell’ISIS che avrebbe già in loco 12000 uomini. Il Belucistan è molto importante perché si estende anche a parte dell’Afghanistan e all’Iran. Nel Belucistan iraniano vive la totalità della minoranza sunnita presente nel paese. A nostro avviso è probabile che il Pakistan sia presto scosso da forti scontri sociali e da una nuova scia di attentati. Se l’esercito dovesse riprendere il controllo come in passato, una guerra civile potrebbe essere imminente. La pericolosità di questo paese è data dal fatto che è un paese nucleare, se nel caos, questi ordigni o anche semplicemente materiale radioattivo, dovessero finire nelle mani sbagliare, le conseguenze potrebbero essere terribili per tutti.belucistan indipendente

Per quanto riguarda l’Iran, essendo un paese totalmente sciita, difficilmente lo Stato Islamico potrebbe infiltrarsi se non nell’aerea sunnita del Belucistan ed attualmente l’Iran è troppo forte per lasciare il minimo spazio ai jihadisti. Le cose potrebbero però cambiare se il prezzo del petrolio tornasse a scendere, se, quindi, l’economia iniziasse a contrarsi e se dovessero presentarsi nuovi moti di piazza. A nostro avviso, però, il principale fattore destabilizzante per l’Iran, potrebbero essere una guerra aperta con Israele.

Abbiamo, quindi, fatto il quadro della situazione. Ricapitolando sosteniamo la tesi che l’Asia Centrale potrebbe presto rivelarsi un territorio ideale di espansione dello Stato Islamico per i seguenti motivi:

1) La probabile ulteriore destabilizzazione dell’Afghanistan in seguito al complemento del ritiro statunitense (tipo Iraq).

2) La presenza di governi dittatoriali e quindi la possibilità di rivoluzioni democratiche, anche pilotate (stile Ucraina, Egitto).

3) L’inizio di una fase di rallentamento economico, dovuta alla crisi della Russia e quindi il conseguente aumento della disoccupazione.

4) La presenza e l’incremento di forti rivalità etniche all’interno di ognuno di questi paesi.

5) Il ritorno di migliaia di jihadisti unitisi all’ISIS.

6) Ultimo, ma probabilmente non il meno importante, l’utilità strategica per gli USA di creare un’immensa aerea di fondamentalismo islamico, grande dieci volte l’Afghanistan che creerebbe pressioni al lunghissimo confine con la Russia, si collegherebbe ai fondamentalisti Uiguri in Cina e al Kashmir indiano, dove da sempre gli islamici combattono per l’indipendenza. Quindi un piano del genere servirebbe per colpire indirettamente tre dei cinque BRICS, praticamente i più importanti, dato che direttamente è impossibile colpirli. Se questi dovessero impegnarsi in degli interventi militari diretti troverebbero un immenso Vietnam, senza contare la possibilità di feroci attentati interni, con tutte le conseguenze destabilizzanti del caso.

Concludiamo dicendo che i prossimi mesi, saranno importanti per capire se effettivamente ci sarà l’inizio della campagna in Asia Centrale del Califfato o se quest’ultimo ha già esaurito il suo compito e la sua espansione (ipotesi meno probabile a nostro avviso). Se questo articolo ti è piaciuto, non perderti Libertà Indefinita, un saggio sulla libertà e sulla legittimità di un sistema, il nostro, sempre più contestato dalla popolazione.banner liberta indefinita
CONDIVISIONE  E’ RIVOLUZIONE
Se apprezzi il nostro lavoro continua a seguirci cliccando su una delle icone sottostanti

Visit Us On FacebookVisit Us On Google PlusVisit Us On TwitterCheck Our Feed

Fenrir

Sono Giuseppe Cirillo alias Fenrir, l’autore di questo blog. Nei nostri articoli ci sforziamo di offrire un’angolazione e una visione diversa rispetto ai media di regime. Per qualsiasi domanda o per un’eventuale collaborazione contattami alla seguente mail: fenrir1489@gmail.com 

 

ARTICOLI CORRELATI

Italia pronta alla guerra in Libia contro l’ISIS?

La Giordania in guerra… o in trappola?

La Terza Guerra Mondiale è già iniziata?

Il colpo di coda del dollaro preludo il suo collasso definitivo

Terzo conflitto mondiale? Una guerra liquida

Chi c’è dietro l’ISIS?

Libertà indefinita – Manifesto della democrazia integrata

copertina  Finalmente sono riuscito a pubblicare il mio primo saggio, Libertà indefinita, Manifesto della democrazia integrata. In questo articolo vorrei brevemente enunciare le ragioni che mi hanno portato a scrivere questo libro.

Molti di voi si chiederanno perché parlare ancora di libertà, sono stati scritti fiumi di parole su questo argomento, ma proprio ora è necessario parlarne, dato che il nostro regime politico, democratico, fondato sulla libertà, è messo in discussione dai moti di piazza, dalla sfiducia verso la politica, dall’astensione, dalla speculazione manipolata, dalla guerra che avanza e dal terrorismo.

Dato che il nostro sistema, si basa teoricamente sulla libertà individuale e sulla democrazia ed ora è in una profonda crisi strutturale, ho pensato che bisognasse partire proprio dalle fondamenta per poterlo analizzare e per poter pensare ad una alternativa.

Lo scopo principale di questa trattazione è proprio quello di ripensare e di riparlare del concetto di libertà, che ormai diamo per scontato e quindi anche provare a rifondarlo. Per raggiungere questo scopo, si cerca di strappare il concetto di libertà da ogni definizione interessata e proprio per salvaguardarlo e proteggerlo se ne dimostra l’indefinitezza.

Dimostrata l’indefinitezza della libertà, questa non può che essere riconsegnata ad ognuno di noi, all’individuo, ma non sfociando nell’estremo individualismo tipico del nostro attuale regime, ma cercando di integrarla in una proposta politica che possa unire nel miglior modo possibile la libertà negativa, cioè la libertà di agire, con la libertà positiva, cioè la capacità di agire.

Anche la scelta della copertina può spiegare lo scopo di questo saggio. Il colore di fondo è nero, come l’epoca negativa e depressa che stiamo vivendo e che vivremo, le mani legate simboleggiano l’oppressione della maggioranza delle persone in questo pianeta, oppressione economica, politica, morale. Sono in bianco e nero, come tutte le ideologie politiche ed economiche dominanti,che vedono soltanto il giusto (la loro versione) e lo sbagliato. Le due farfalle che si liberano sono colorate, rappresentano la molteplicità, l’immensa varietà di colori e l’immensa varietà di libertà individuali, finalmente liberate da qualsiasi giogo.

Non aspettatevi in questo trattato discorsi politici contingenti o una critica alla deviata struttura economica dominante che ci sta inabissando sempre più in una crisi strutturale senza via d’uscita. Sono temi importantissimi, ma non sono trattati in questo libro. Troverete invece l’assalto teorico all’ideale vessillo del nostro regime, quello della libertà. E parlando di libertà, si arriverà a parlare anche della legittimità del sistema o meglio della sua illegittimità.

Nell’ultimo capitolo di questo saggio, si cerca di proporre un manifesto politico che possa essere un superamento della nostra democrazia rappresentativa, un superamento chiamato democrazia integrata. Ripeto, il manifesto della democrazia integrata non propone una risoluzione di tutti gli importanti problemi contingenti, ma è una proposta di riforma delle basi strutturali di questo sistema.

La democrazia integrata proposta in questo libro, inoltre, è un concetto aperto, che può essere continuamente integrato. La democrazia integrata è una direzione, è la ricerca costante dei migliori strumenti per poter garantire la massima libertà individuale in una comunità pienamente e realmente democratica.

Credo possano essere interessanti anche le quattro postfazioni presenti alla fine del trattato, che sono già un tentativo di continuare nella direzione e nella ricerca chiamata democrazia integrata, un concetto non risolutivo ma vivo.

Chi dei lettori di questo blog, avrà voglia di comprare il mio libro, potrà, se lo vorrà, proporne una critica o un ampliamento che poi potranno eventualmente essere pubblicate, in futuro aggiornamento di questo trattato.

Per poter acquistare il libro, sia in formato cartaceo, sia in formato ebook, cliccare in questa pagina oppure sul seguente banner, dove potete scegliere il rivenditore che preferite.

banner liberta indefinita

Shop Libertà Indefinita, Manifesto della democrazia integrata

copertina

Potete comprare questo saggio sia in formato ebook sia in formato cartaceo nei seguenti book store online oppure ordinandolo nelle migliori librerie.

YOUCANPRINT               GOODBOOK

IBS                                   LIBRERIA UNIVERSITARIA

AMAZON                          BOOKREPUBLIC

GOOGLE PLAY               KOBOBOOKS

TIMREADING                   LAFELTRINELLI

QUARTA DI COPERTINA

“… un fecondissimo timbro antiadattivo che attraversa ogni pagina …”
Diego Fusaro

In un periodo storico in cui i regimi politici, anche se democratici, vengono sempre più contestati e sfiduciati nelle piazze e nelle urne, Giuseppe Cirillo ha il coraggio di assaltare il dogma fondamentale e incontestabile della nostra società: quello della libertà. Il vessillo della libertà deve essere ammainato e riconsegnato ad ognuno di noi, su questa premessa si fonda la proposta teorica alternativa che Cirillo chiama democrazia integrata.

DESCRIZIONE DELL’OPERA

Il “Manifesto della democrazia integrata” costituisce un trattato in cui l’autore illustra la sua proposta politica nell’ordine della realizzazione di un sistema garante del massimo grado di libertà per ciascun individuo. Una disquisizione nel più ampio senso politico (che include anche la filosofia e la storia) che trae ispirazione da un’analisi delle definizioni esistenti sul concetto di “libertà”. Giuseppe Cirillo ha ideato un dialogo fittizio con un fantomatico interlocutore con cui si procede alla critica del sistema mondiale quale quello che conosciamo, inteso come una dittatura e una gabbia per l’individuo, nell’esplorazione della vacuità se non dell’insensatezza di diritti umani naturali, nell’analisi delle visioni sullo stato di natura e nel predominio della forza su qualsiasi altro ordine di leggi. Una critica al sistema che muta in proposta costruttiva di trasformazione per consentire una più generale e ampia partecipazione degli individui nella gestione del pubblico, inteso come l’insieme dei poteri esistenti nella società, evitando così una “dittatura della maggioranza”.

L’Italia pronta alla guerra in Libia contro l’ISIS

missili isis contro italia I jihadisti dell’Isis in Libia, dopo aver conquistato la città di Derna, hanno ora preso possesso della città di Sirte e minacciano di avanzare su Misurata e poi soprattutto su Tripoli. Il ministro degli esteri italiano Gentiloni, dopo la notizia della presa di Sirte, ha dato ordine a tutti gli italiani rimasti, di abbandonare immediatamente il paese, dato che questo è completamente collassato e ci sono notizie di intelligence che danno per imminente un dilagare dei guerriglieri dell’ISIS e inoltre, con parole estremamente bellicose per la diplomazia italiana, ha detto che l’Italia è pronta a combattere e quindi ad intervenire sotto l’egida dell’Onu.

Ma perché l’Italia dovrebbe intervenire? Per prima cosa per difendere i propri interessi strategici, soprattutto il gasdotto che da Tripoli porta il gas in Italia, come descritto bene da questo articolo di Rischio Calcolato e seconda cosa perché l’ISIS, attraverso i suoi account Twitter ha fin da subito minacciato di colpire l’Italia con dei missili scud, che presumibilmente potrebbero arrivare fino in Sicilia. Nella seguente mappa possiamo analizzare la situazione strategica in Libia:

mappa espansione isis libia

Come vedete, dopo Sirte i prossimi obiettivi del califfato sono la città di Misurata e poi la vecchia capitale Tripoli, mentre nell’ovest e ad est, il territorio è controllato dalle milizie militari laiche filoegiziane che a Tobruk hanno insediato l’unico governo riconosciuto a livello internazionale. La questione fondamentale è che Misurata e Tripoli sono parzialmente controllate dalle milizie islamiche dell’alleanza chiamata Alba Libica e quindi nei prossimi giorni capiremo se l’ISIS andrà allo scontro con queste o se invece ci sarà un’alleanza che porterà a chiudere un occhio all’avanzata dei jihadisti e quindi a lasciargli estendere il califfato su Tripoli e su Misurata. In tal caso è molto probabile che le milizie filoegiziane di Zintan intervengano.

Presumibilmente il governo italiano starà ancora a guardare per un po’, ma uno dei seguenti avvenimenti potrebbe spingerlo ad intervenire rapidamente:

1) Conquista di Misurata

2) Attacco alla città di Tripoli

3) Lancio di missile scud contro l’Italia

4) Attentato islamico sul suolo italiano

5) Sequestro di italiani in Libia

Uno dei seguenti fatti darebbe sicuramente l’occasione al governo italiano di farsi autorizzare dalle Nazioni Unite un intervento militare. Se le milizie islamiche di Alba Libica si alleano con i jihadisti o vengono “incredibilmente” sconfitte, l’intervento italiano sarà molto probabile, se invece queste daranno battaglia al califfato, l’Italia potrebbe prendere  tempo ed aspettare l’evolversi degli eventi.

In caso di intervento è molto importante fare un quadro della situazione delle forze presenti in Libia:

Milizie di Zintan: sono milizie laiche composte dai soldati vicini al decaduto governo di Gheddafi, sono fortemente appoggiate dall’Egitto a sua volta ormai divenuto filorusso. Presenti a Zintan, Tobruk e Bengasi

Alba Libica: sono milizie islamiche leggermente più moderate dell’ISIS  e sono appoggiate da Turchia e Qatar. Presenti a Tripoli e Misurata e a Sirte.

ISIS: i guerriglieri che hanno giurato fedeltà al Califfato Islamico hanno la loro capitale in Libia a Derna ed ora hanno conquistato Sirte. Chi li appoggia rimane un mistero e rimandiamo all’articolo Chi c’è dietro l’ISIS?

Ora, se Alba Libica dovesse misteriosamente perdere o cedere territorio all’ISIS, a noi ci sembrerebbe un po’ sospetto, e quindi potrebbe essere che sia stata finanziata un’alleanza islamica “non-ISIS” per farle conquistare città chiave per poi farle perdere terreno e fare vincere velocemente il Califfato. Se questo dovesse avvenire, i sospetti su chi ci sia dietro gli islamisti diventerebbero sempre più forti.

Detto questo, come dovrebbe intervenire l’Italia? Probabilmente interverrà in alleanza con le milizie laiche di Zintan, quindi la nostra aeronautica farebbe dei raid contro i jihadisti e  i nostri soldati presumo sbarcherebbero a Tobruk oppure a Tripoli in dei territori coperti dalle milizie laiche, oppure direttamente in Tunisia se questa dovesse appoggiare l’intervento italiano. Personalmente penso sia giusto intervenire in Libia per difendere i nostri interessi strategici e per evitare il rischio di essere colpiti da missili, ma come abbiamo scritto per la Giordania, questa potrebbe essere una trappola e l’Italia si troverebbe in una guerra ibrida difficile da gestire: l’opinione pubblica e il parlamento italiano saranno in grado di sopportare decine se non centinaia di soldati italiani uccisi? Saranno in grado di sopportare l’esplosione del debito pubblico per spese militari? Saranno in grado di sopportare di  venire colpiti dall’interno con diversi attentati? La situazione potrebbe facilmente diventare questa, soprattutto se il nostro governo interverrà con un contingente limitato che potrebbe anche venire sconfitto, dato che si combatte con guerriglieri esperti.

L’ISIS sembra essere come un agente patogeno con il quale se si viene a contatto si va in rovina e soprattutto, pensiamo bene agli schieramenti di cui abbiamo parlato sopra; pensate veramente che gli americani e i turchi staranno a guardare mentre sconfiggiamo gli islamisti e aiutiamo le milizie filoegiziane e quindi filorusse di Zintan a riprendersi il paese? Probabilmente no e questo significa che i miliziani islamici saranno segretamente ben riforniti e ben equipaggiati, in maniera tale da poter fronteggiare quasi alla pari gli italiani. Incredibilmente un piccolo intervento militare in Libia, potrebbe avere conseguenze enormi sulla stabilità del nostro paese e forse anche questo non è casuale e chi segue questo blog, penso intuisca di cosa stiamo parlando.

Concludiamo dicendo che anche l’Italia si appresta ad entrare nella Terza Guerra Mondiale. Se interverrà con un piccolo contingente sarà un disastro; se intervento ci deve essere dovrà essere massiccio, altrimenti saremmo travolti e rischiamo di essere sconfitti, fare una figuraccia internazionale, vedere incrementare il debito pubblico per le spese militari e inoltre essere vittima di attentati interni. Conoscendo i nostri governanti e la loro capacità, non starei affatto tranquillo, sono riusciti a devastare il paese in tempo di pace, non voglio pensare in tempo di guerra. Se questo articolo ti è piaciuto, non perderti Libertà Indefinita, un saggio sulla libertà e sulla legittimità di un sistema, il nostro, sempre più contestato dalla popolazione.banner liberta indefinita
CONDIVISIONE  E’ RIVOLUZIONE
Se apprezzi il nostro lavoro continua a seguirci cliccando su una delle icone sottostanti

Visit Us On FacebookVisit Us On Google PlusVisit Us On TwitterCheck Our Feed

Fenrir

Sono Giuseppe Cirillo alias Fenrir, l’autore di questo blog. Nei nostri articoli ci sforziamo di offrire un’angolazione e una visione diversa rispetto ai media di regime. Per qualsiasi domanda o per un’eventuale collaborazione contattami alla seguente mail: fenrir1489@gmail.com 

 

ARTICOLI CORRELATI

La Giordania in guerra… o in trappola?

La Terza Guerra Mondiale è già iniziata?

Crolla il prezzo del petrolio, il conflitto mondiale può estendersi

Il colpo di coda del dollaro preludo il suo collasso definitivo

Terzo conflitto mondiale? Una guerra liquida

Chi c’è dietro l’ISIS?

Riflessioni sull’intelligenza artificiale

intelligenza artificiale Recentemente ho scoperto il blog Kein Pfusch di Uriel Fanelli e al di là dello stile dell’autore, che a volte tende ad irritare o al di là delle sue categoriche conclusioni, con cui alle volte possiamo non essere d’accordo, questo blogger ha la capacità di scrivere articoli che stimolano la riflessione e questo per me è punto fondamentale. Detto questo, oggi usciamo un po’ dal nostro abituale campo di analisi geopolitica ed economica e parliamo di intelligenza artificiale, partendo da due articoli, recentemente scritti da Fanelli.

Il primo di questi articoli, Intelligenza artificiale, e blablabla (Post H+), è più che altro un esercizio intellettuale, per dimostrare l’assurdità della pretesa di sostenere che macchine dotate di intelligenza artificiale siano intelligenti come l’uomo. L’autore sostiene che questo non ha senso dato che non tutti gli uomini sono intelligenti, che sono delle rarità intelligenze come quelle di Leonardo da Vinci, e che un uomo, anche se intelligente, può non esserlo di continuo e sopratutto anche se lo è, può non offrire delle soluzioni giuste. Questo è sicuramente vero, ed infatti, penso che se l’uomo riuscirà a creare macchine dotate di intelligenza artificiale, ovviamente queste dovranno essere più efficienti dell’uomo medio e soprattutto con un determinato scopo. Quello che vogliamo dire è che l’intelligenza artificiale di un determinato autonoma sarà indirizzata a risolvere un determinato compito, e lo risolverà nella maniera più precisa possibile, in una maniera non-umana, dato che la macchina può arrivare vicino alla perfezione.

E detto questo, vogliamo fare un piccolo appunto sul concetto di intelligenza. L’autore in questo suo primo articolo, ha in qualche modo fatto intendere che esista un’intelligenza assoluta, cioè che si possa dire quest’uomo è intelligente e quest’altro no. Io personalmente sono fortemente contrario a qualsiasi modo di intendere un concetto in maniera assoluta ed anzi sostengo che l’intelligenza, come da definizione, è strettamente legata alla capacità di risolvere un problema o fornire una nuova intuizione in un determinato campo. Un’ intelligenza assoluta non esiste, non avrebbe senso ed è anche assurdo dire che Tizio è più intelligente di Caio, anche se ovviamente nella vita quotidiana tutti emettiamo questi giudizi. Perché di intelligenze ne esistono di infinite, quanti probabilmente sono infiniti i campi di attività esistenti nella nostra realtà. Tizio può avere un’intelligenza logica superiore di Caio, ma Caio può avere un’intelligenza emotiva superiore di Tizio. La razza umana ha un’intelligenza tecnologica superiore a quella delle api, ma le api hanno un’intelligenza nella creazione del miele superiore a quella degli umani. Quindi, tutto è sempre relativo e l’intelligenza artificiale di una macchina non sarà mai assoluta (cosa vorrebbe dire intelligenza assoluta? Per avere un’intelligenza assoluta dovrebbe esistere uno scopo assoluto della vita e questo, per fortuna, non esiste).

Nel suo secondo articolo, Intelligenza artificiale e blablabla (Post H+) II, Fanelli sostituisce giustamente il termine intelligenza con quello di produttività, e qui i conti tornano, la macchina e l’uomo possono essere confrontati senza ambiguità sulla produttività in un determinato campo e normalmente, se una macchina viene costruita e perché questa è più produttiva dell’uomo. E questa è chiaramente un’ovvietà, l’industria attuale è già ampiamente provvista di macchine e di robot. L’intelligenza artificiale però è qualcosa di diverso, perché li la macchina sostituisce l’uomo nei compiti intellettuali cosa che ancora non si era visto.

L’articolo prosegue sostenendo che quindi esisterà un’industria del pensiero e che il software, programma che l’utente deve saper usare, quindi uno strumento che aiuta l’uomo, non una macchina che lavora da sola, verrà sostituito da qualcosa di diverso che oltre a funzionare ed ad aiutare l’uomo, lavora anche da solo. Conseguenza di ciò, è che, una volta creata e standardizzata un’industria di programmi o macchine dotate di intelligenza artificiale, che quindi possono sostituire al meglio l’uomo anche nei lavori intellettuali, molti di questi lavori, oggi svolti da esseri umani, non esisteranno più, perché svolti da macchine. Ad esempio, il commercialista, l’ingegnere, il medico, ma anche qualsiasi altro lavoro, potranno essere sostituiti, una volta creata una macchina che sa replicare il lavoro dell’uomo con la sua stessa capacità di decidere, ma con una mole di informazioni e con una decisione che rasenta la perfezione. Fanelli dice di pensare a che lavori potremmo fare quando questo succederà, io penso che avvenuta questa singolarità, la struttura sociale, economica e politica dovrà cambiare drasticamente perché semplicemente non potranno esserci abbastanza posti di lavoro per tutti e questo lo vediamo già oggi, la disoccupazione è già alta in gran parte del mondo e soprattutto una grandissima parte delle persone è impiegata in lavori in cui in realtà non servirebbe più, ma per ragioni sindacali, assistenziali o politiche continuano a lavorare, quindi in realtà la disoccupazione reale, al netto di queste distorsioni politiche, sarebbe ancora più elevata di quella attuale. E inutile pensare che lavoro potremmo fare in questo futuro (non ancora prossimo), perché una volta che esisterà l’intelligenza artificiale, questa potrà fare quel lavoro sicuramente meglio di noi.

Molti potrebbero sostenere, che con l’avvento dell’intelligenza artificiale, le persone ricercheranno l’intelligenza umana anche se imperfetta, come oggi si ricercano gli articoli fatti a mano anche se imperfetti rispetto a quelli fatti in serie (la perfezione annoia a quanto pare). Questo è sicuramente vero, il problema è che probabilmente abbonderà anche l’intelligenza umana, come oggi grazie ad internet, il numero di scrittori, analisti, opinionisti, artisti e via dicendo è cresciuto esponenzialmente, così in una società robotizzata, potenzialmente tutta l’umanità si dirigerà verso questi campi e quindi non ci sarà profitto nemmeno in questi. In una futura era di abbondanza tecnologica, la struttura del nostra sistema capitalista, che si base sulla scarsità, non sarà più adeguata. Ovviamente, questo non vuol dire che l’alternativa sia il comunismo, però sicuramente il capitalismo non sarà più funzionale. E per fortuna anche negli ambienti liberisti, si inizia intelligentemente ad interrogarsi su questo importantissimo e direi già attuale problema, come in questo recente articolo di Rischio Calcolato.

Fatte queste considerazioni, è importante sottolineare una cosa. Dove si può spingere l’intelligenza artificiale? L’industria delle idee di cui ci parla Fanelli può sostituirci in maniera totale? Io sostengo due differenze fondamentali. Le macchine dotate di AI potranno sostituire l’uomo in tutti quei campi intellettuali che l’uomo non farebbe gratuitamente (fareste il commercialista o il programmatore senza alcun minimo profitto? A parte rarissimi casi, credo di no) e in tutti quei campi in cui esista uno scopo preciso, un problema da risolvere: come nell’articolo di Rischio Calcolato, l’assistenza agli anziani, oppure la gestione di un’industria, oppure nelle operazioni dentistiche e mediche e via dicendo. Mentre in tutti quei campi che l’uomo farebbe anche gratuitamente, solo per passione (dove quindi essere sostituiti da una macchina non ha senso), oppure che non hanno uno scopo predefinito, campi come possono essere la scrittura, la filosofia, l’arte e via dicendo, dove intelletto ed emozione vanno di pari passo, l’intelligenza artificiale non potrà mai sostituire l’uomo. O almeno, non dovrebbe sostituirlo ma sicuramente potrà affiancarlo. Immaginiamo dei robot che creeranno meravigliose musiche o meravigliosi quadri, potranno stimolare l’attività umana, ma per fortuna, essendo tutti noi soggetti diversi, non saranno mai meravigliosi per tutti o il meglio per tutti. Quindi possiamo sostenere che l’intelligenza artificiale possa benissimo sostituirci in tutti quei campi intellettuali che faremmo a meno di svolgere, ma non in tutti gli altri campi che invece svolgiamo con piacere.

 A livello politico, la macchina ci può sostituire? Qua torniamo nelle considerazioni precedenti, la politica è un’attività con uno scopo preciso o senza uno scopo preciso? Sicuramente l’amministrazione di determinati apparati pubblici ha scopi ben precisi, ma io credo che la politica oltre che gestione, sia anche in qualche modo conduzione, direzione, scelta e interpretazione dello scopo della comunità da governare. La nostra società non ha uno scopo preciso, solo la democrazia e i rappresentanti a cui abbiamo dato il compito di guidare il paese, dovranno sceglierlo di volta in volta.  Le macchine potranno sostenere ed aiutare l’attività politica, magari fornendo un accurato quadro degli scenari che ogni scelta potrebbe sviluppare, ma la decisione su quale scenario scegliere ed affrontare, dovrà essere sempre una decisione umana, una decisione politica. Quindi alla domanda iniziale, diciamo che nel campo politico, nessuna macchina potrà sostituirci. Questo potrebbe avvenire, solo nel caso che la comunità abbia deciso uno scopo assoluto e definitivo della propria esistenza, quindi potrebbe delegare ad una macchina tutti i poteri per raggiungere quel determinato scopo, ma una decisione del genere metterebbe seriamente in dubbio la legittimità nel tempo di una società del genere, soprattutto perché le generazioni successive, potrebbero non essere d’accordo sullo scopo della società deciso dalle generazioni precedenti.

Facciamo quindi un piccolo schemino per sintetizzare la nostra visione sull’intelligenza artificiale:

CAMPI DI APPLICAZIONE TOTALE: lavori con scopi manuali ed intellettuali chiaramente definiti e lavori che l’uomo non svolgerebbe mai gratuitamente.
CAMPI DI APPLICAZIONE PARZIALE: lavori con scopi manuali ed intellettuali non definibili e lavori che l’uomo svolgerebbe per passione.

Concludiamo dicendo, che l’intelligenza artificiale, aprirà molteplici campi di discussione, dal nostro punto di vista sosteniamo con forza l’avvento di macchine che possano renderci la vita migliore di quel che è, ma al tempo stesso non abbasseremo mai la guardia nei confronti di eventuali tentazioni che potrebbero spingere l’intelligenza artificiale a soppiantarci, anche se inconsapevolmente. Tutte le persone interessate a concetti come la legittimità del sistema, non si perdano Libertà Indefinita, un saggio sulla libertà e sulla legittimità di un sistema, il nostro, sempre più contestato dalla popolazione. banner liberta indefinita
CONDIVISIONE  E’ RIVOLUZIONE
Se apprezzi il nostro lavoro continua a seguirci cliccando su una delle icone sottostanti

Visit Us On FacebookVisit Us On Google PlusVisit Us On TwitterCheck Our Feed

Fenrir

Sono Giuseppe Cirillo alias Fenrir, l’autore di questo blog. Nei nostri articoli ci sforziamo di offrire un’angolazione e una visione diversa rispetto ai media di regime. Per qualsiasi domanda o per un’eventuale collaborazione contattami alla seguente mail: fenrir1489@gmail.com 

 

ARTICOLI CORRELATI

La Terza Guerra Mondiale è già iniziata?

Il colpo di coda del dollaro preludo il suo collasso definitivo

Terzo conflitto mondiale? Una guerra liquida

Siamo mai usciti dal Medioevo?

Giordania in guerra… o in trappola?

giordania in guerra Dopo la barbara morte del pilota giordano, catturato e bruciato vivo dai guerriglieri dell’Isis, la risposta militare giordana non si è fatta attendere e lo stesso re Abd Allah ha guidato le numerose operazione aeree che hanno bombardato postazioni strategiche dello Stato Islamico. Dalle ultime informazioni sembra che il piccolo regno mediorientale non si voglia ancora fermare ed è probabile un’azione di terra  in Iraq, dove confina direttamente con lo Stato Islamico ma non è esclusa un’azione anche in Siria. Un’azione di terra però è qualcosa di sostanzialmente diverso da un’azione aerea e potrebbe essere una trappola ed ora vedremo quali scenari  un intervento del genere potrebbe aprire.

Sicuramente possiamo dire che già questo massiccio intervento aereo contro lo Stato Islamico fa diventare la Giordania un loro principale nemico e quindi, considerando la presenza in Giordania di decine di migliaia di profughi siriani e palestinesi e considerando che centinaia di miliziani dell’ISIS sono giordani, è facile presupporre che a breve potrebbero verificarsi attentati sul suolo giordano che finora, a parte le proteste della Primavera Araba, era rimasto abbastanza immune dai tumulti che ha travolto il mondo arabo. Se invece si concretizzasse un intervento terrestre non dobbiamo dimenticare cosa scritto nell’articolo Chi c’è dietro l’ISIS? e che quindi far entrare il regno giordano in questa Terza Guerra Mondiale potrebbe paradossalmente servire proprio allo Stato Islamico; ma vediamo adesso alcuni scenari che potrebbero succedere:

1) La Giordania invade militarmente lo Stato Islamico, presto si trova invischiata in una guerra in un territorio che non conosce, dove i jihadisti combattono da anni, con il forte rischio di subire ingenti perdite. Il regno di Abd Allah inoltre non versa in condizioni economiche splendide, disoccupazione alta, crescita modesta, costante deficit della bilancia commerciale. Le spese militari aumenterebbero a dismisura. Contemporaneamente lo Stato Islamico potrebbe reagire con attentati sul suolo giordano, che porterebbero ad un crollo del turismo che rappresentata il 15% del PIL del paese. Nuovi tumulti di piazza come nel 2011-2014. Oltre a tutto ciò non dimentichiamoci che il regno è circondato ad est dal Sinai, dove è fortemente incrementata la presenza di jihadisti che stanno dando filo da torcere all’esercito egiziano, a nord dalla Palestina dove secondo le ultime informazioni il Califfato si starebbe radicando e che è vicina alla città di Maan, roccaforte salafita e città costantemente in ribellione contro il governo centrale e dove esiste molta simpatia verso lo Stato Islamico . Da est e da nord elementi jihadisti potrebbero infiltrarsi e minacciare il paese dall’interno. A quel punto lo Stato Islamico potrebbe realizzare la stessa strategia usata per travolgere l’Iraq ai suoi esordi. Prima una serie di attentati per demoralizzare il paese e fiaccarne l’economia e poi l’insinuazione territoriale grazie all’instabilità sociale e politica creata.

2) Se il primo scenario verte più su una possibile disfatta della Giordania che darebbe la possibilità allo Stato Islamico di collegarsi con il Sinai e chissà poi anche con la Libia se l’Egitto dovesse tornare nel caos, questo secondo scenario vede più la Giordania come cavallo di troia statunitense che sfrutta il casus belli del pilota giordano per invadere militarmente Siria e Iraq. Essendo la Giordania sunnita, mentre invece il regime siriano e il governo iracheno e l’Iran sono sciiti, un’avanzata giordana potrebbe essere vista come una minaccia da questi paesi e soprattutto l’Iran che non è mai stato amico della Giordania e che nel 2013 minacciava il regno di guerra dopo i bombardamenti israeliani in Siria che si sono anche ripetuti di recente. Quindi la Giordania potrebbe essere usata come esca per ampliare il conflitto per poi magari venire attaccata dall’Iran e di conseguenza far poi entrare in aiuto giordano Arabia Saudita, Emirati e Qatar e quindi scatenare il tutti contro tutti che già esiste in Siria. A questo punto sarà inevitabile anche un intervento turco, alleato del Qatar e nemico di sciiti e curdi. Quindi in Iraq e Siria potremmo vedere Sciiti siriani, iracheni e iraniani contro jihadisti e stati sunniti, Stato Islamico contro regni sunniti e sciiti, stati sunniti ovviamente contro sciiti e jihadisti. L’apertura di un fronte del genere potrebbe essere una strategia us-israeliana per devastare l’intero mondo islamico e liberarsi dei principali nemici nella zona cioè i filorussi sciiti della Siria, dell’Iran e del Libano e trascinando dentro forse anche l’Egitto che finora ha tenuto una posizione ambigua ma nel quale la popolazione è tornata recentemente a ribellarsi senza considerare che confina con la Libia dove lo Stato Islamico si sta espandendo.

3) Il terzo scenario invece è quello di una Giordania che si è accorta del doppio gioco israeliano, americano, qatariota e saudita e che quindi ha deciso di difendersi da sola, andando in aiuto e non contro gli sciiti iracheni e siriani. Se come abbiamo ipotizzato lo Stato Islamico è una creatura appoggiata da poteri molti forti, allora una mossa del genere non sarà perdonata e quindi torniamo allo scenario numero 1.

4) Ultima possibilità è che la Giordania venga usata come lo Stato Iracheno, cioè che abbia una leadership totalmente corrotta e traditrice (ricordiamoci che la famiglia reale giordana è un fantoccio occidentale di cultura ed educazione anglosassone) e che quindi una volta iniziato un conflitto con l’ISIS perda di proposito (come fatto dall’esercito iracheno che si arrendeva senza motivo ai guerriglieri lasciandogli armi e mezzi corazzati) così da fornire allo Stato Islamico ulteriori mezzi militari moderni che poi verrebbero usati proprio per conquistarla. Uno scenario del genere sarebbe di una sconvolgente banalità e farebbe aumentare in maniera esponenziale i dubbi su chi appoggia l’ISIS e quindi lo ritengo improbabile, penso sia più realistico il primo scenario.

In questa guerra mondiale liquida comprendere alleanze, scopi e motivazioni non è affatto facile, sicuramente la Giordania pur possedendo un esercito moderno e attrezzato, ha molto da perdere in uno scontro diretto, avendo un’economia debole e totalmente dipendente dagli aiuti esterni. Se venisse travolta dagli attentati e da attacchi interni il turismo crollerebbe e probabilmente anche il già modesto settore industriale e il paese in recessione, pieno di profughi, con una disoccupazione elevata e con la forte presenza salafita non potrebbe che esplodere socialmente creando il situazione ideale per l’espansione dello Stato Islamico.
Ma a chi potrebbe servire la disfatta giordana o semplicemente l’intervento giordano in questa guerra? Se ipotizziamo che dietro l’ISIS ci sia il Mossad come scritto nell’articolo che abbiamo linkato, allora la conquista della Giordania servirebbe a far circondare Israele dai terroristi islamici e così da dare allo stesso la giustificazione pubblica, magari dopo un attentato o una serie di sequestri, per invadere i territori circostanti (che sarebbero venuti in possesso dell’odiato Stato Islamico) e quindi ricreare la Grande Israele a cui aspirano i settori più estremisti del governo israeliano. Se invece ipotizziamo che dietro l’Isis ci siano gli USA, lo scopo potrebbe anche essere sempre quello di agevolare una futura espansione di Israele oppure potrebbe essere semplicemente quello di creare una guerra tale che possa travolgere indirettamente i nemici filorussi di Iran e Siria. Se invece dietro l’ISIS vediamo il Qatar e la Turchia, è chiaro che lo scopo è riunire il mondo islamico, in unico Califfato Salafita che va dalla Nigeria alla Cina orientale e piano piano, grazie alla strategia ibrida e spietata dell’ISIS, ci stanno riuscendo. Oppure potrebbero esserci anche tutti e tre questi mandanti con scopi paralleli.

Le nostre ipotesi ovviamente si basano solo sulle analisi degli eventi, non possediamo nessuna prova che l’ISIS sia spalleggiata da uno stato terzo. Però osservando chi viene avvantaggiato dalla sua azione, si possono ipotizzare diversi scenari. Concludiamo dicendo che dopo Siria, Iraq, Libano, Israele, Egitto, Libia, Nigeria, Mali, Camerun, Yemen, Ucraina, anche la Giordania entra nella Terza Guerra Mondiale, ma a nostro avviso potrebbe essere una trappola, presto capiremo per chi.

P.S.: il fatto che il Re di Giordania, essendo aviatore, partecipi direttamente alle operazioni militari, ci sembra sospetto, e non dovremmo sorprenderci se casualmente morisse in battaglia lasciando il regno nel caos.

Se questo articolo ti è piaciuto, non perderti Libertà Indefinita, un saggio sulla libertà e sulla legittimità di un sistema, il nostro, sempre più contestato dalla popolazione. banner liberta indefinita
CONDIVISIONE  E’ RIVOLUZIONE
Se apprezzi il nostro lavoro continua a seguirci cliccando su una delle icone sottostanti

Visit Us On FacebookVisit Us On Google PlusVisit Us On TwitterCheck Our Feed

Fenrir

Sono Giuseppe Cirillo alias Fenrir, l’autore di questo blog. Nei nostri articoli ci sforziamo di offrire un’angolazione e una visione diversa rispetto ai media di regime. Per qualsiasi domanda o per un’eventuale collaborazione contattami alla seguente mail: fenrir1489@gmail.com 

 

ARTICOLI CORRELATI

Terza Guerra Mondiale conseguenza del collasso USA?

La Terza Guerra Mondiale è già iniziata?

Crolla il prezzo del petrolio, il conflitto mondiale può estendersi

Il colpo di coda del dollaro preludo il suo collasso definitivo

Terzo conflitto mondiale? Una guerra liquida

Chi c’è dietro l’ISIS?

Il pericoloso asse Atene-Mosca

alleanza atene mosca  La scorsa domenica abbiamo assistito al rito delle elezioni greche che ha portato alla vittoria del partito di estrema sinistra Syriza ed alla formazione di un governo nazional-socialista, a dimostrazione del fatto che nei periodi di crisi, il nazional-socialismo va forte. Ovviamente non vogliamo dire che siano saliti al potere dei nazisti, ma che il governo è definibile nazional-socialista perché unisce il socialismo del partito Syriza, con il nazionalismo del suo alleato di governo Anel. Questa alleanza ha sorpreso tutti, ma i due partiti hanno limato le differenze ideologiche in nome della lotta all’Europa dell’austerità.

Ora il governo sembra tenere una linea molto forte e  non sembra voler cedere e si prepara allo scontro con Bruxelles e a non rispettare nessuna delle richieste della Troika che di fatto aveva commissariato i governi precedenti; ed infatti Tsipras si prepara al alzare il salario minimo ed a fermare le privatizzazioni. L’Europa, però, non sembra intenzionata a cedere più di tanto e per ora ha promesso soltanto di allungare un po’ le scadenze ma non ha nessuna intenzione di fare sconti ad Atene sull’entità dei debiti da pagare, anche perché un precedente del genere si allargherebbe velocemente agli altri paesi indebitati come Irlanda, Portogallo, Spagna e anche Italia, iniziando una spirale che per essere risolta necessiterebbe di una stampa di denaro da parte della Banca Centrale Europa decisamente superiore a quella decisa la scorsa settimana, che porterebbe ad una svalutazione pericolosa dell’Euro che Berlino e gli altri paesi suoi alleati sicuramente non accetterebbero mai. A nostro avviso, quindi, si va al muro contro muro  e sembra che anche il governo greco non sia disposto a trattare più di tanto.

In questa già difficile situazione si aggiunge la politica estera del nuovo esecutivo greco, che è chiaramente orientata ad un veloce avvicinamento a Mosca. Infatti già ieri, la Grecia ha combattuto contro le nuove sanzioni che Bruxelles voleva applicare alla Russia ed oggi Mosca si è detta disponibile ad aiutare finanziariamente Atene. Questa inedita alleanza Atene-Mosca è supportata anche dalla comune matrice culturale ortodossa e bizantina dei due paesi ed è probabile che nei piani più ambiziosi di Putin, c’è spazio per un’Unione Euroasiatica che vada dalla Siberia fino ai paesi slavi balcanici (Serbia e Montenegro) per giungere all’ortodossa Grecia. Possiamo quindi ipotizzare che il nuovo premier greco Tsipras abbia, nelle trattative per ridurre il debito, le spalle coperte da Mosca che in caso di uscita della Grecia dall’Euro sarebbe pronta a supportare una neo-dracma ed un’entrata di Atene nell’Unione Euroasiatica di Putin, che attualmente comprende Russia, Bielorussia e Kazakistan.

Ma quali sarebbero i vantaggi per Mosca in un’annessione geopolitica della Grecia? Noi ne vediamo almeno tre: 1) Lo sfaldamento del blocco euro-atlantico in Europa e il rafforzamento dell’attualmente debole Unione Euroasiatica; 2) La possibilità di avere un nuovo e più sicuro sbocco militare nel Mediterraneo oltre quello di Tartus in Siria; 3) Non per ultimo, il via libera del governo greco all’acquisizione della rete gas nazionale da parte della russa Gazprom, prima bloccato dal veto europeo. A tutto questo si aggiunge il fatto che il partito Syriza, nel suo programma ha l’uscita del paese dalla Nato, cosa che farebbe molto piacere alla Russia.

Fatte queste considerazioni, perché diciamo che l’asse Atene-Mosca è pericoloso? Perché l’Europa e ancora di più gli Stati Uniti non staranno a guardare la Grecia che passa tranquillamente dall’altra parte e quindi hanno sicuramente in serbo qualcosa per evitare questo scenario, vediamo ora quello che potrebbero succedere nei prossimi mesi, in parte già enunciato in un nostro articolo precedente:

1) Bruxelles riesce a “convincere” Tsipras a moderare le sue posizioni in cambio di qualche piccola concessione, la situazione si stabilizza.

2) Bruxelles e Atene non vanno avanti nella trattative e finisce la già scarsa liquidità delle banche greche, gli sportelli bancari vengono chiusi e si scatena il panico che può portare ad una di queste cose:
a) Forti proteste di piazza contro il governo che non garantisce la liquidità per andare avanti (stile fallimento Argentina) ricordiamo che circa metà del paese ha comunque votato partiti europeisti. Conseguenza di ciò, probabile sfaldamento della maggioranza parlamentare (basta una compravendita di una trentina di parlamentari) e fine del governo Tsipras.
b) Idem come sopra, ma con intervento dei militari greci appoggiati dall’Europa e dalla Nato, destituzione del governo e legge marziale fino ad un ritorno della stabilità finanziaria. Successive forti proteste di piazza dei militanti di Syriza e di tutti i partiti euro-ostili.
c) Idem come sopra, ma con deriva violenta della situazione con intervento dei gruppi neonazisti di Alba Dorata, da questo punto di vista la situazione ricorda l’Ucraina pre-rivoluzione, con un governo di sinistra filo-russo, spodestato da moti di piazza europeisti e neonazisti.

3) I poteri forti internazionali potrebbero utilizzare un altro paese NATO, la Turchia da sempre ostile alla Grecia, per destabilizzare questa Grecia filo-russa. Basterebbe un incidente a Cipro o sul confine e con questo governo greco nazionalista da una parte e con l’irruento Erdogan, dall’altra la situazione potrebbe facilmente deteriorarsi. Ricordiamo che in Tracia orientale esiste una forte minoranza turca e la Turchia potrebbe sfruttare un’eventuale instabilità per fomentare una rivolta filo-turca in quelle zone e annetterle (stile guerra ibrida di Putin in Crimea ed est ucraina). Uno scenario del genere è sicuramente molto complesso dato che attualmente i due paesi sono entrambi membri della NATO in caso di scontro questa potrebbe rimanere neutrale fino a quando la Turchia non avrà abbattuto il governo euro-ostile di Atene in quel caso poi sarebbe obbligata a ritirarsi, ma si ritirerebbe data l’aggressività dell’attuale governo turco? Questo scenario rimane attualmente improbabile, dato che questa maggioranza è composta anche da dei rappresentati della minoranza turca, ma in caso di forte allontanamento greco da Bruxelles e dalla NATO, tutto è possibile. Alternativamente potrebbero anche essere fomentati disordini con i vicini Albanesi e Macedoni, con cui la Grecia non è mai stata in buoni rapporti.

4) Nel breve-medio periodo potremmo anche assistere ad un mix degli scenari sopraddetti dato che come ormai sappiamo e come scritto nel nostro articolo Terzo Conflitto Mondiale? Una guerra liquida, questa nostra epoca sarà proprio caratterizzata da conflitti ibridi con fronti mutevoli ed anche imprevedibili.

Questo può essere un quadro abbastanza ampio della situazione, la sensazione rimane che la guerra dalla Siria stia salendo e la Grecia possa essere il prossimo fronte. Ed anche importante considerare che l’Eurocrazia possa usare la Grecia come esempio di stato ribelle da punire, quindi potrebbe dare un po’ di corda a Tsipras per poi punirlo con un attacco speculativo e finanziario che metta definitivamente in ginocchio il paese portando agli scenari tragici che abbiamo descritto. Inoltre, se come abbiamo ipotizzato e come confermato dai fatti, scopo dell’Eurocrazia è usare le crisi per togliere sovranità nazionale, nel caso della Grecia un grave tracollo finanziario, un colpo di stato o addirittura una guerra civile possono servire a togliergli definitivamente importanti poteri come la politica estera e la difesa e una grave crisi economica e militare ellenica può spingere tutti gli stati membri nella direzione dell’unico esercito europeo, dell’unica politica estera, dell’unico intelligence e dell’unica gendarmeria europea.

Concludiamo dicendo che sicuramente Washington e Bruxelles non staranno a guardare questa Grecia ribelle che aspira a gettarsi tra le braccia di Putin, del resto non ci hanno messo molto ad eliminare politicamente Berlusconi e Letta quando si sono avvicinati al Cremlino. Data l’audacia di questo governo greco in questo caso potrebbero usare la mano ancora più pesante, bisognerà però monitorare se stavolta Mosca rimarrà con le mani in mano o se interverrà seriamente nel cambiare questi equilibri geopolitici. L’Europa si trova in una situazione sempre più scottante al sud l’Isis in Libia e l’Egitto instabile, a sud-est Israele e Libano quasi in conflitto e Siria ed Iraq in guerra, ad est continua l’escalation del conflitto ucraino ed è probabile un intervento (vedremo di che portata) Lituano e Polacco in supporto di Kiev ed ora si aggiunge la Grecia che può far saltare il banco ma anche saltare essa stessa. Sembra che la resa dei conti si avvicini. Se questo articolo ti è piaciuto, non perderti Libertà Indefinita, un saggio sulla libertà e sulla legittimità di un sistema, il nostro, sempre più contestato dalla popolazione. banner liberta indefinita
CONDIVISIONE  E’ RIVOLUZIONE
Se apprezzi il nostro lavoro continua a seguirci cliccando su una delle icone sottostanti

Visit Us On FacebookVisit Us On Google PlusVisit Us On TwitterCheck Our Feed

Fenrir

Sono Giuseppe Cirillo alias Fenrir, l’autore di questo blog. Nei nostri articoli ci sforziamo di offrire un’angolazione e una visione diversa rispetto ai media di regime. Per qualsiasi domanda o per un’eventuale collaborazione contattami alla seguente mail: fenrir1489@gmail.com 

 

ARTICOLI CORRELATI

L’Europa in guerra

Cade il governo di Atene: gli scenari della disfatta

La lunga marcia dell’Eurocrazia

La Terza Guerra Mondiale è già iniziata?

Crolla il prezzo del petrolio, il conflitto mondiale può estendersi

Il colpo di coda del dollaro preludo il suo collasso definitivo