La Grecia sceglie la democrazia (anche se rischia il baratro)

referendum euro 5 luglioDopo settimane di tira e molla e di estenuanti trattative, sembra che tra Grecia e Europa sia la resa dei conti. L’ex troika ha rifiutato per l’ennesima volta il piano di “riforme” proposto dal governo greco e ha interrotto le trattative. Tsipras ha quindi deciso di convocare un referendum il 5 luglio con sui sarà chiesto al popolo greco se ha intenzione di accettare o meno il pesante piano di austerità per ricevere ulteriori aiuti. Tsipras, al parlamento greco ha fatto questo bellissimo discorso carico di dignità a sostegno della sua scelta di convocarlo, eccone il link, consiglio di leggerlo. E Varoufakis twitta che Syriza ha ottenuto il 36% dei voti e che quindi non era autorizzata a decidere per la maggioranza dei greci e di conseguenza è necessario un referendum.

Sinceramente, pensavo che Tsipras fosse il Renzi greco, che avrebbe tirato un po’ la corda per poi arrendersi, e invece per la prima volta nella storia politica recente, un capo di governo mantiene le sue promesse elettorali, difende il suo popolo e sceglie la democrazia. Ora che la situazione si è ben delineata possiamo elencare degli scenari:

1) ACCORDO IN EXTREMIS: l’ex troika spaventata dall’ALL-IN di Tsipras decide di acconsentire ad un accordo più favorevole ad Atene. Il governo greco ritira il referendum e gli accordi vengono prorogati. Rimane uno scenario improbabile, data la posizione dura del FMI e data la difficoltà di tornare indietro con il referendum che è stato già approvato dal parlamento greco. PROBABILITA': MOLTO BASSA

2) AIUTI PROROGATI FINO AL REFERENDUM, VINCE IL SI: questo sarebbe lo scenario più favorevole in assoluto (per il regime vigente), la BCE continua a fornire ulteriori fondi ELA fino al referendum del 5 luglio, il FMI il 30 giugno uscirebbe dal piano di aiuti e dichiarerebbe il default parziale, e vince il sì all’austerità. In questo caso o cade il governo oppure Tsipras accetta le dure condizioni richieste dall’Eurogruppo. Nuovi aiuti verrebbero concessi ma il paese si avvitterebbe in una nuova spirale recessiva. Rischio rivolte, soprattutto da parte di Alba Dorata e dei settori della sinistra estrema. Poi ancora da verificare se il parlamento greco approverebbe l’accordo dato che Syriza potrebbe spaccarsi. Oggi stesso, dovrebbe esserci la decisione di Draghi sui fondi ELA. PROBABILITA': MEDIA

3) AIUTI PROROGATI FINO AL REFERENDUM, VINCE IL NO: idem come sopra, ma con la vittoria del NO al Referendum (che dovrebbe essere l’esito più probabile dati i risultati dell’ultima tornata elettorale). In questo caso, salterebbe ogni speranza di accordo e la Grecia andrebbe in bancarotta e/o dovrebbe uscire dall’Euro. Probabilmente salterebbe la testa di Draghi per aver sperperato miliardi di fondi ELA per sostenere le banche greche: PROBABILITA': MEDIA

4) DEFAULT PRIMA DEL REFERENDUM: dalle ultime posizioni dell’Eurogruppo e del FMI sembra che non saranno concessi ulteriori aiuti fino al referendum e il 30 giugno (quando scade la rata del prestito del FMI) potrebbe essere dichiarata la bancarotta. E’ importante anche la decisione della BCE, se questa decidesse di interrompere i fondi ELA, lunedì le banche greche non apriranno, mercoledì verrebbe ufficializzata la bancarotta e poi nessuno sa di preciso cosa potrebbe succedere dato che questo è il primo caso di paese che ha adottato una valuta comune ad altri paesi che deve ritornare alla propria, svalutata. Sì, esistono casi simili, ma non sono paragonabili a questo. Se dovesse verificarsi questo scenario prima del referendum è probabile che lo stesso venga annullato. Vediamo ora cosa potrebbe succedere in caso di default:

a) Grecia torna alla dracma: dopo una prima fase di disordini, il governo decide di tornare alla dracma, che sarà super svalutata. Dopo la rottura con Bruxelles è probabile, che il governo Tsipras, se riesce a superare indenne il Grexit, si avvicini considerevolmente a Russia e Cina, non è esclusa un’uscita definitiva dall’Unione Europea e un ingresso nell’Unione Euroasiatica di Putin.

b) Colpo di stato: ricordiamoci che i militari sono pagati in euro e probabilmente i vertici militari greci sono influenzati dalla NATO che vedrebbe come una grandissima sconfitta strategica l’entrata di Atene nell’area di influenza russa. Con la scusa di disordini, assalti alle banche, ecc, i militari potrebbero dichiarare la legge marziale e sospendere la democrazia. Questo porterebbe immediatamente a rivolte diffuse e forse alla guerra civile (in caso di spaccature tra le forze armate).

c) Si verifica un Grexit abbastanza ordinato come nell’ipotesi a, ma poi la situazione si deteriora, la Neo-Dracma si svaluta troppo e il paese viene travolto dai disordini. A questo dobbiamo aggiungere la presenza di 200.000 clandestini che nel caso di situazione economica collassata, verrebbero lasciati a loro stessi e potrebbero divenire delle orde violente fuori controllo (per un semplice discorso di sopravvivenza). Questo potrebbe portare sempre allo scenario b oppure ad una rivoluzione più estremista oppure all’ascesa dei neonazisti di Alba Dorata.

d) Guerra con la Turchia: la Turchia è una pedina NATO importante, sia nel sostegno dei guerriglieri islamici in Siria e Libia ( sì gli interessi NATO/AMERICANI sono diversi dai nostri) e potrebbero diventarlo anche nella crisi greca, trovando una scusa per aprire un conflitto. Questo servirebbe alla NATO, che eviterebbe di cedere il paese alla Russia sia al presidente turco Erdogan, che potrebbe, in una grave fase di instabilità politica, assumere maggiori poteri e dichiarare lo stato di emergenza (alternativamente potrebbe farlo intervenendo direttamente in Siria). E servirebbe anche a Bruxelles, che mostrerebbe, in stile mafioso, cosa succede a chi non esegue i suoi ordini e a chi esce dall’euro.

A nostro avviso, tanto dipenderà dalla decisione della BCE sui fondi ELA alle banche greche, in caso di sospensione degli stessi è probabile la realizzazione degli scenari più estremi, in caso decidesse di continuare ad erogarli fino al 5 luglio, il barattolo verrebbe calciato fino a quella data, sempre che nella settimana successiva non succeda “qualcosa” che impedisca il referendum. ( A questo riguardo non si può escludere niente).

Sta di fatto che Tsipras ha dimostrato di essere uno statista con gli attributi, indipendentemente da come andrà, lui rimarrà nella Storia per non aver abbassato la testa e per aver dimostrato il vero valore europeo, quello della dignità. Gli altri, invece, Merkel, Renzi, Hollande, Schauble, Juncker, Tusk saranno ricordati solo come delle macchiette, autori di un’Europa gretta, egoista, debole all’esterno e forte soltanto con la propria popolazione, alle totali dipendenze di Washington, del FMI e dei poteri forti internazionali.

A livello più esteso, il collasso dello Stato greco unito alla forte instabilità politica, economica e militare della Turchia, potrebbe far crollare le frontiere del Mediterraneo sud-orientale che verrebbero travolte da milioni di profughi che invaderebbero poi i già instabili Balcani per cercare di accedere in Ungheria e quindi in Europa. Parliamo di movimenti di milioni di persone, esodi epocali, che potrebbero essere sfruttati dall’ISIS per estendere l’enorme Far West medio-orientale a tutto il Mediterraneo e poi a tutta l’Europa.Se questo articolo ti è piaciuto, non perderti Libertà Indefinita, un saggio sulla libertà e sulla legittimità di un sistema, il nostro, sempre più contestato dalla popolazione.banner liberta indefinita
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Fenrir

Sono Giuseppe Cirillo alias Fenrir, l’autore di questo blog. Nei nostri articoli ci sforziamo di offrire un’angolazione e una visione diversa rispetto ai media di regime. Per qualsiasi domanda o per un’eventuale collaborazione contattami alla seguente mail: fenrir1489@gmail.com 

 

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turchia guerra civile erdoganLe recenti elezioni in Turchia hanno scosso il quadro politico del paese a causa della sconfitta del partito islamico di cui è esponente il presidente della repubblica Erdogan. I risultati sono stati i seguenti: AKP (islamico-nazionalista): 40,8%; CHP (social-democratico): 25,05; MHP (nazionalista): 16,4%; HDP (curdo-socialista-ambientalista) : 13%.

Essendo, quello turco, un sistema proporzionale, il partito al governo dell’AKP non riesce a governare da solo come ha fatto finora e quindi sono iniziate le trattative con gli altri partiti. Proviamo ad elencare i possibili scenari dopo questo terremoto elettorale che ha immediatamente fatto crollare la borsa e la valuta turca a causa dell’instabilità che presto si potrebbe creare nel paese:

1) GRANDE COALIZIONE AKP-CHP-MHP: una coalizione tra islamici, socialdemocratici e nazionalisti consentirebbe di creare un governo di unità nazionale con una larghissima maggioranza. Escludiamo sicuramente da questo governo i curdi, che si rifiutano categoricamente di sedersi a fianco del partito di Erdogan. Una coalizione del genere rimane però molto improbabile, dato che metterebbe fine al presidenzialismo de facto di Erdogan; i socialdemocratici hanno chiesto un premier a rotazione e i nazionalisti hanno chiesto le dimissioni di diversi esponenti corrotti del precedente governo e addirittura dello stesso Erdogan. Nel caso dovesse formarsi un governo del genere, rischierebbe comunque di essere molto fragile e instabile. PROBABILITA': MOLTO BASSA

2) COALIZIONE AKP-MHP: una coalizione tra islamici e nazionalisti è quella che i media pensano essere la più probabile, ma anche in questo caso le trattative sono difficili, dato che i nazionalisti chiedono una stretta sulla corruzione e l’interruzione del processo di pace con la minoranza curda. Considerando l’ostilità di Erdogan verso i curdi, non è però escluso uno scenario del genere. A livello ideologico i due partiti sono abbastanza vicini anche se il leader del MHP continua a chiedere la testa del presidente. PROBABILITA': MEDIA

3) COALIZIONE AKP-CHP: una coalizione tra islamici e socialdemocratici, è quella che sta prendendo piede nelle ultime ore. I due partiti anche se in netta opposizione tra loro, dato che i socialdemocratici hanno guidato le proteste del 2013 contro il presidente e anche abbastanza distanti a livello ideologico, possono essere considerati però vicini a livello politico, considerando che entrambi sono perdenti, cioè hanno diminuito i propri consensi ed entrambi non vogliono perdere le proprie poltrone. Un governo islamico-socialista è quindi possibile e darebbe ad Erdogan anche il numero di seggi necessari per convocare un referendum per rendere la Turchia una repubblica presidenziale. PROBABILITA': MEDIO-BASSA

4) COALIZIONE CHP-MHP-HDP: una coalizione dei partiti di minoranza anti-Erdogan è stata ventilata da alcuni esponenti politici turchi, ma la probabilità che questa si realizzi e governi (avrebbe pienamente i seggi necessari), sono abbastanza scarse soprattutto a causa della distanza tra MHP E HDP sul processo di pace curdo. Distanza assolutamente incolmabile. Non è però escluso una coalizione del genere per formare un governo transitorio con obiettivi ben definiti (ad esempio lotta alla corruzione o riforma della legge elettorale). PROBABILITA': BASSA

5) GOVERNO DI MINORANZA AKP: AKP potrebbe governare con l’appoggio esterno dei nazionalisti e/o dei socialdemocratici. Ipotesi però alquanto improbabile dato che quest’ultimi non ne ricaverebbero alcun vantaggio. Si dovesse realizzare uno scenario del genere, sarebbe comunque un governo molto instabile e con margini di manovra minimi: PROBABILITA': MEDIO-BASSA

6) ELEZIONI ANTICIPATE: se entro 45 giorni dalla votazione non si sarà trovato nessun accordo, Erdogan avrebbe il diritto di indire elezioni anticipate, la cui propaganda del suo partito, punterebbe tutto sull’instabilità politica ed economica causata dal voto agli altri partiti di minoranza e al fatto che serve una riforma politica su stampo presidenziale. Non è escluso che parte dell’elettorato, impaurito dall’instabilità torni a votare AKP, considerando che è l’unico partito il cui incremento dei consensi garantisca possibilità di governo, anche se colmare 10 punti percentuali non è affatto facile. PROBABILITA': MEDIO-ALTA

7) DERIVA AUTORITARIA: Erdogan potrebbe sfruttare un’eventuale strategia della tensione nel Kurdistan turco per mettere fuorilegge l’HDP oppure simulare un colpo di stato per attuare misure di emergenza, per assumere poteri speciali e di fatto aprire la strada ad una dittatura con l’appoggio dei deputati dell’AKP e indire un referendum per assumere più poteri. Oppure potrebbe indire nuove elezioni e mettere fuorilegge o  ostacolare ampiamente il partito curdo, oppure attuare pesanti brogli elettorali e assicurare la maggioranza all’AKP. PROBABILITA: ?

A nostro avviso questi sono i possibili scenari che potrebbero realizzarsi in Turchia. Se si dovessero realizzare lo scenario 1, 3, 4 la situazione potrebbe, almeno per un breve periodo, stabilizzarsi e causare un forte ridimensionamento del potere di Erdogan.

Invece nel caso si realizzasse lo scenario 2 o il 5 con appoggio esterno del MHP, il processo di pace curdo potrebbe essere interrotto e il Kurdistan turco potrebbe iniziare a ribellarsi, considerando che già allo stato attuale, la tensione sta fortemente aumentando a causa di attentati e della presenza degli uomini dello Stato Islamico che, secondo l’HDP, avrebbero attuato già diversi attacchi dinamitardi contro sedi del partito. Considerando la presenza di un milione e mezzo di profughi siriani in Turchia, di cui la maggior parte nel Kurdistan, considerando che il Kurdistan turco confina con il Kurdistan siriano e iracheno, dove i curdi sono armati, indipendenti e vincitori delle ultime battaglie contro l’ISIS, è praticamente ovvio pensare che se la situazione in Turchia si destabilizzasse a sfavore dei curdi turchi, questi potrebbero ribellarsi in massa con l’appoggio militare delle altre formazione curde siriane e irachene che ricordiamo essere state pesantemente armate proprio dall’Occidente. Una situazione del genere, porterebbe velocemente al tracollo economico della Turchia ed alla guerra civile.

Inoltre, è da considerare, che sia in questo, sia nel caso degli scenari 6 o 7, oltre alle rivolte dei curdi potrebbero esserci le rivolte dell’opposizione socialdemocratica che potrebbe tornare in piazza come nel 2013, contro un governo autoritario che ha portato il paese alla guerra civile. A questo proposito, a nostro avviso, la Turchia rischia di diventare una nuova Siria, divisa in più parti. geografia elezioni turchia 2015

La cartina mostra come potrebbe facilmente dividersi il paese in caso di conflitto: le zone occidentali e costiere, economicamente più avanzate e più influenzate dal turismo ed etnicamente più di origine greca e slava, sono tutte governate dai socialdemocratici filo-europei. La parte centrale del paese, etnicamente turca, è saldamente nella mani del partito islamico mentre la parte orientale, dove risiedono le minoranze curde, armene e arabe è adesso nella mani del partito della Primavera Curda, cioè l’HDP. A nostro avviso, quindi, la Turchia, in caso di destabilizzazione e guerra civile potrebbe dividersi in tre zone principali: TURCHIA EUROPEA (Instabul, regione Marmara ed Egeo); TURCHIA CENTRALE ( Ankara, Anatolia Centrale, Turchia Mediterranea e Regione del Mar Nero); KURDISTAN (Anatolia Orientale e parte dell’Anatolia SudOrientale).

Concludiamo dicendo che, considerando la situazione nel suo complesso, cioè Presidente propenso ad una deriva autoritaria e diplomaticamente isolato, instabilità politica, rallentamento economico, enorme massa di profughi all’interno del territorio, recenti rivolte antigovernative, presenza di regione separatista confinante con zone militarmente armate e alleate, ci sono tutte le condizioni per un collasso politico e sociale del paese. In questo contesto è, a nostro avviso, sicuro l’arrivo di uomini dell’ISIS sul suolo turco, sfruttando un’eventuale guerra civile e considerando che lo Stato Islamico confina direttamente con l’Anatolia SudOrientale dove c’è una forte presenza curda ma insieme a turchi, turcomanni e arabi. Quindi, sempre in caso di insurrezione del Kurdistan Turco, questa sarà sicuramente un’area di conflitto dove potrebbe facilmente insinuarsi l’ISIS e conquistare territorio, in funzione anticurda. L’area di azione dell’ISIS in Turchia, in caso di collasso del paese, è quella cerchiata nella seguente cartina:MAPPA ISIS TURCHIA L’enorme area di instabilità mediorientale, in caso di collasso della Turchia, potrebbe incrementare in maniera esponenziale coinvolgendo l’Iran (dato che esiste un Kurdistan iraniano), ma anche i paesi vicini alla Turchia come Armenia, Azerbaigian, Turkmenistan e Cipro. E a tutto questo, si aggiunge che a nord della Turchia c’è la Grecia, il cui fallimento potrebbe essere imminente, dove esiste una forte minoranza islamica e un forte partito neonazista e che a sua volta confina con l’islamica Albania che confina con la Macedonia che è stata recentemente colpita da attacchi armati da parte di guerriglieri islamici kosovaro-albanesi. Come vedete, la Turchia è un tassello importante, la sua caduta potrebbe essere una bomba atomica di instabilità e allargare la Guerra Civile Globale che ormai coinvolge Libia, Iraq, Siria, Yemen, Arabia Saudita, Libano, Ucraina, Somalia e Nigeria senza considerare i paesi che sono intervenuti in questi conflitti direttamente e indirettamente. Se questo articolo ti è piaciuto, non perderti Libertà Indefinita, un saggio sulla libertà e sulla legittimità di un sistema, il nostro, sempre più contestato dalla popolazione.banner liberta indefinita
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MAPPA CALIFFATO ISLAMICO

Come ormai tutti sappiamo continua l’espansione del Stato Islamico sia in Iraq che in Siria e Libia. Gradualmente, ma a ritmo più veloce dell’espansione dell’Impero Romano, il Califfato sta prendendo forma e considerando i territori occupati in questi tre paesi, più quelli occupati da Boko Haram in Nigeria (che è formalmente alleato e propaggine nera dell’ISIS) e altri piccole sacche in altri paesi islamici, possiede un territorio grande quasi quanto l’Italia. Come già scritto in altri nostri articoli questa espansione non è assolutamente naturale ed è ovviamente aiutata dal non intervento diretto di paesi come USA, Israele e Turchia e dei paesi NATO, che o spinti dal bisogno di contenere Assad e l’Iran o spinti da altri obiettivi, continuano a non mettere fine all’incredibile avanzata dell’ISIS.

Scopo di questo articolo è capire i prossimi obiettivi di questa espansione:

SIRIA E IRAQ

MAPPA SIRIA ISIS GIUGNO 2015 JUNE 2015

Dopo la conquista di Palmira, l’ISIS controlla più della metà del paese e proprio in queste ore sta cingendo d’assedio la città curda Hasakah. I prossimi obiettivi sono probabilmente Aleppo, dove sono presenti anche altre forze ribelli e la capitale Damasco già parzialmente occupata da forze ribelli sia islamiche che laiche. Nel paese, nonostante i rinforzi mandati dagli Hezbollah libanesi, sembra che le forze governative stiano perdendo il controllo, dato che le altre formazioni ribelli sono state ben rifornite di armamenti e supporto logistico da parte della coalizione occidentale, Turchia compresa. Per quanto riguarda la città di Aleppo, totalmente controllata da varie formazioni ribelli, il regime di Assad ha attuato nei giorni scorsi pesanti bombardamenti contro questi ed è stato accusato dagli USA di sostenere in questo modo l’avanzata del Califfato nella città. Questo, a nostro avviso, non deve sorprendere, potrebbe essere una strategia per mettere ISIS e ribelli sempre più uno contro l’altro e soprattutto, con l’eventuale presa jihadista di Aleppo, far pressione alla comunità internazionale per un più massiccio intervento anti-ISIS.

MAPPA ISIS IRAQ GIUGNO 2015 JUNE 2015

In Iraq, il Califfato vanta la recente conquista della città di Ramadi e la conseguente conquista della diga sull’Eufrate con la chiusura dell’acqua che arrivava fino a Baghdad, che sta costringendo i villaggi intorno alla capitale a rimanere a secco mettendo in difficoltà la logistica delle milizie sciite schierate a difesa. Inoltre, prosciugando l’Eufrate, lo Stato Islamico ottiene la possibilità di poterlo attraversare a piedi togliendo un importante vantaggio strategico ai lealisti. La chiusura della diga può creare un importante emergenza umanitaria e costringere le popolazioni ad un esodo di massa, cosa che favorirebbe la ben consolidata strategia del caos dei jihadisti.

Le recenti conquiste jihadiste in Siria ed Iraq hanno portato siti come GeopoliticalCenter ad interrogarsi su quali delle due capitali sarà il prossimo obiettivo da conquistare. Loro hanno giustamente concluso che, grazie ad una serie di motivazioni importanti, è Baghdad il prossimo obiettivo del Califfato. Noi siamo tendenzialmente d’accordo con quanto scritto nell’articolo, ma crediamo che entrambe le capitali verranno prossimamente attaccate dall’ISIS. Al tempo stesso crediamo che però sarà Damasco la prima cadere, a causa della ormai disfatta generale del regime di Assad. Inoltre, proprio a livello geopolitico, la conquista di Damasco non porterà ulteriore pressione contro l’ISIS, perché Assad non gode dell’appoggio internazionale. USA e company si limiteranno a riunire gabinetti di guerra concludendo di fornire ulteriore supporto ai ribelli moderati. Quindi, pur essendo Baghdad molto più allettante dal punto di vista strategico ed economico sarà, a nostro avviso, Damasco la prima capitale a cadere. Dal punto di vista morale, la caduta di una capitale così storicamente importante, darà al Califfato un enorme ascendente sull’intera comunità sunnita mondiale. Molti potrebbero obiettare che potrebbero intervenire i russi a difesa di Damasco, ma questo è a nostro avviso impossibile. I russi sono pragmatici, il loro unico interesse è difendere il porto militare di Tartus, come hanno difeso quello in Crimea. Intervenire direttamente in una guerra così complessa come quella siriana, costerebbe troppo sia dal punto di vista militare che da quello economico, senza considerare che si verrebbe subito identificati come crociati, rischiando una serie di attentati interni. Inoltre, Putin è un giocatore di scacchi e sa quali sono le pedine da sacrificare, considerando il più vicino fronte ucraino, e deconcentrarsi in Siria, vorrebbe dire fare il gioco dell’Occidente che alzerebbe subito la tensione in Ucraina. Molto più probabilmente Assad presto si ritirerà dappertutto per concentrarsi esclusivamente alla difesa della propria enclave alawita (minoranza sciita), dove conta del pieno sostegno della popolazione e dell’importante sostegno russo. La zona alawita sarà la Novorussia siriana.

Per quanto riguarda Baghdad, salvo un’inaspettata sconfitta del Califfato, sarà presto a corto d’acqua ed assediata dai jihadisti. La sua presa però non sarà così facile dato che governo e sciiti non possono assolutamente perderla pena la totale disfatta del paese. Anche dal punto di vista geopolitico, prendere adesso Baghdad, la capitale di un governo formalmente creato e supportato dall’Occidente, è una cosa ben diversa dal conquistare la capitale di un “cattivo” come Assad, il rischio di un forte intervento occidentale o iraniano, è troppo elevato. A nostro avviso, nelle prossime settimane i jihadisti prepareranno l’assedio della capitale ma la vera e propria presa, se avverrà, sarà più in là nel tempo magari sfruttando una futura e sempre più probabile mega recessione economica mondiale, oppure l’escalation di altri fronti che tolgano attenzione dall’Iraq (vedi Israele, Ucraina, Libia, Cina o guerra Iran-Sauditi, disfatta incontrollata della Grecia).

LIBIA

Mentre il Califfato rinsalda le sue posizioni, in attesa dell’assalto alle capitali, in Libia continua la propria avanzata espandendo il proprio territorio attorno alle città di Sirte e Derna e minacciando sempre più seriamente le città di Bengasi e di Misurata. Sembra che proprio qui in Libia lo Stato Islamico voglia concentrarsi, puntando, grazie alla divisione tra il governo di Tobruk e quello di Tripoli e ad una risoluzione dell’ONU non ancora approvata, alla conquista del paese che potrebbe divenire la base della Jihad nell’intero Nord Africa e nel Sahel ,dove si ricongiungerebbe a Boko Haram e ai gruppi islamisti che controllano vaste zone del deserto. I recenti attacchi terroristi in Tunisia, dimostrano inoltre, che anche quel paese è nel mirino e quindi l’ISIS punta prima a destabilizzarlo economicamente con degli attentati per poi procedere alla conquista territoriale.

SINAI E GAZA

Il Califfato prende piede anche tra i palestinesi e in alcune zone del Sinai, in Egitto. Per la prima volta rivendica un attacco contro Israele. Questo può far parte di una strategia tesa a provocare Israele costringendola ad attaccare sempre più pesantemente Gaza, cosa che sarebbe utile all’ISIS per aizzare sempre più l’estremismo islamico. Inoltre, non è escluso che lo Stato Ebraico non attacchi anche postazioni jihadiste nel Sinai, provocando la sicura risposta dell’Egitto. Strategia del caos che come sappiamo precede la conquista territoriale da parte degli uomini del Califfo.

YEMEN E ARABIA SAUDITA

I recenti attentati alle moschee sciite in Yemen e in Arabia Saudita mostrano che il Califfato vuole attaccare gli sciiti ovunque si trovino. In Yemen i qaedisti controllano parte del paese, non è chiaro se abbiano saldato un’alleanza con lo Stato Islamico, in tal caso l’ISIS estenderebbe il suo territorio anche a parte dello Yemen. L’attentato in Arabia Saudita contro gli sciiti, mira a provocare questa minoranza, già ostile al governo per l’attacco agli sciiti yemeniti e a fomentare il caos. Caos che i jihadisti potrebbero sfruttare per conquistare posizioni magari proprio in territorio saudita. L’esercito saudita ha dimostrato di non essere preparato a terra, perdendo anche posizioni sul confine con lo Yemen,  difficilmente potrebbero tenere testa ai jihadisti pronti al martirio.

BALCANI

I recenti attacchi da parte di guerriglieri kosovari-albanesi islamici in territorio macedone, non fanno che confermare la diffusione dell’estremismo islamico in quei territori. In Kosovo e Bosnia si segnala l’espansione di una certa condivisione dell’ideologia del Califfato. A nostro avviso, portare la guerra in Europa, attraverso i Balcani, sarebbe molto utile per il Califfato a livello di immagine. Inoltre, data l’instabilità economica e politica della regione e la grande frammentazione etnico-religiosa, ci sono tutte le premesse che facilitano l’insinuarsi dell’ISIS.

AFGHANISTAN E PAKISTAN

In questi due paesi, già da tempo martoriati dall’estremismo islamico dei Talebani e di al-Qaeda, si starebbero sempre più saldando alleanze tra i Talebani e l’ISIS. La NATO ha lanciato l’allarme sul fatto che presto potremmo veder sventolare le bandiere nere in quella zona.

Ricapitolando possiamo dire che i prossimi obiettivi jihadisti oltre al consolidamento della propria posizione in Siria, Iraq ed Egitto, possano essere Gaza e il Sinai, i Balcani (Kosovo, Bosnia e Albania), lo Yemen e l’Arabia senza dimenticare l’Afghanistan.

Da monitorare anche la posizione della Turchia sempre più orientata verso posizioni estremiste e accusata sempre più di favorire in maniera attiva gli uomini del Califfato. Inoltre, guardando la cartina all’inizio dell’articolo, anche la Crimea e la Cecenia e il Daghestan figurano tra gli obiettivi, non è escluso che il Califfato si insinui nel conflitto ucraino e porti la guerra direttamente sul suolo russo considerando che il 10% circa della popolazione russa è di religione islamica e ci sono aerea specifiche in cui la loro presenza è considerevole se non maggioritaria.

Anche la posizione italiana è da monitorare con attenzione, nel caso dovesse partire questa eternamente rimandata operazione contro i barconi in acque libiche, sotto il comando italiano, è molto probabile che l‘Italia venga identificata come una nazione crociata dall’ISIS ma anche da gran parte del mondo islamico. A quel punto sicuramente verremmo colpiti da attentati senza contare l’eventuale reazione del governo islamista di Tripoli e del suo alleato turco. L’Italia, per il Califfato è il nemico occidentale ideale, non perché militarmente scarsa, ma per la debolezza, l’incapacità e la divisione della sua classe politica. L’Italia potrebbe tranquillamente imbarcarsi in questa operazione militare ed a causa di attentati e sabotaggi, battere in ritirata, dando al Califfato, l’occasione di vantare la sconfitta di uno stato crociato.Non escludiamo addirittura, azioni di commando islamisti sul nostro territorio con addirittura azioni di conquista di piccole isole o di aeree limitate soprattutto in Sicilia, dove lo Stato Islamico potrebbe contare sull’appoggio di molti clandestini di religione islamica pronti a sicuramente a saccheggiare e a combattere (questo non per fare del razzismo, ma perché è semplicemente normale essere pronti a tutto, se non si ha niente da perdere e si arriva da una situazione disperata) soprattutto se in futuro sarà impossibile dislocarli in altri paesi europei e regioni italiane e/o mantenerli. A nostro avviso, la situazione per il nostro paese è gravissima, siamo lo stato occidentale ideale contro cui combattere.

Concludiamo dicendo che continueremo a monitorare con attenzione l’espansione del Califfato, che come l’acqua, sembra travolgere tutto senza mai farsi agguantare. Probabilmente assisteremo all’assestamento delle posizioni in Iraq e Siria in attesa dell’assalto alle capitali, all’espansione in Libia e alla nascita di nuovi fronti in altri paesi islamici. Se questo articolo ti è piaciuto, non perderti Libertà Indefinita, un saggio sulla libertà e sulla legittimità di un sistema, il nostro, sempre più contestato dalla popolazione.banner liberta indefinita
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UberPop e la deflazione tecnologica

uber e la deflazione tecnologicaNormalmente non mi occupo di questioni di politica economica e di lavoro ma il recente caso della chiusura dell’applicazione UberPop è interessante per ragionare sulla deflazione tecnologica. Per chi non lo sapesse UberPop è un’applicazione per mettere in contatto persone che hanno bisogno di un passaggio con un autisti privati, pagando attraverso l’applicazione, che si incassa una sua percentuale per il fatto di aver fatto da tramite. E’ un servizio simile a Blablacar ma più sofisticato e con pagamento all’intermediario (con Blablacar invece si paga direttamente l’autista) e diversamente da quest’ultimo, UberPop ha delle tariffe che possono consentire un guadagno e non solo il rimborso spese. Questa applicazione consente ovviamente di ottenere dei passaggi più economici rispetto ai Taxi e questo ha fatto infuriare la lobby dei tassisti che sono ricorsi alla giustizia ed hanno ottenuto la chiusura dell’App. Mi sento di dire con tranquillità che i tassisti hanno ragione e  la giustizia ha chiuso un’applicazione che favoriva la concorrenza sleale. Al tempo stesso, però, ci rimettono tutti i consumatori che dovranno continuare a sorbirsi un servizio obsoleto ed eccessivamente costoso.

Come normalmente accade, il caso divide in due l’Italia tra favorevoli e contrari all’App. Tra i favorevoli annotiamo la strana (ma non troppo) sintonia tra socialdemocratici e liberali e libertari filo-capitalisti (sintonia non troppo strana dato che alla fine socialismo e capitalismo coincidono, sono entrambi dei regimi che concentrano il potere), i primi favorevoli all’App ovviamente perché favorisce i consumatori quindi il popolo, sfavorendo solo una lobby, i secondi favorevoli perché sostenitori del libero mercato sempre più totale; e ci sono i contrari, ovviamente tutti i tassisti ma anche buona parte del ceto medio che capisce la sofferenza nel vedere scippato il proprio lavoro e il valore della propria licenza.

Il blog Rischio Calcolato, tra i più all’avanguardia in Italia nell’analisi e nella comprensione della deflazione tecnologica, ha ampiamente dibattuto del caso Uber offrendo anche una soluzione (vedi qui e seguenti). La sua visione è tendenzialmente ultraliberale anche se comunque offre una soluzione per salvaguardare in parte i tassisti e consentire al tempo stesso l’esistenza della App. Ora, invece, cercheremo di offrire la nostra visione e la nostra soluzione che cerca di seguire il concetto di Democrazia Integrata che considera l’individuo e non solo il beneficio e il volere della maggioranza.

Prima facciamo una premessa: la licenza del taxi, ottenuta alla fonte gratuitamente, diventa de facto un monopolio grazie alla politica corporativa dello Stato italiano che non ha più emesso un numero sufficiente di licenze. Di conseguenza, come tutti beni rari, la licenza del taxi ha ottenuto un incremento del proprio valore, data appunta la scarsità di licenze. Praticamente è divenuto un capitale e il tassista un piccolo capitalista. Come tutti i beni capitali il valore dello stesso scaturisce da due caratteristiche: il diritto di proprietà e i benefici da esso garantiti e possiamo fare alcuni esempi per chiarire:
Immobili: il diritto di proprietà è il diritto, riconosciuto dallo stato, di poter abitare e di usufruire della propria abitazione; i benefici sono la possibilità di scambiare e vendere questo diritto, la possibilità di locarlo e/o il risparmio rispetto al vivere in una casa in affitto. Denaro contante o liquidità: il diritto di proprietà è la possibilità di possedere un credito verso la comunità (che deve accettarlo obbligatoriamente come mezzo di scambio); i benefici sono la possibilità di utilizzarlo liberamente, la possibilità di prestarlo e di godere di eventuali interessi. Licenza del taxi: il diritto di proprietà è la possibilità di svolgere l’attività di tassista; i benefici sono quello di godere di un mercato protetto a concorrenza ridotta e la possibilità di vendere la licenza.
Come vedete il capitale può avere un valore grazie al diritto di proprietà e ai benefici che questo comporta, ma al tempo stesso può esistere il diritto di proprietà senza benefici e questo creerebbe un capitale privo di valore quindi una semplice proprietà e questo può essere il caso di beni che non possono essere rivenduti o di concessioni o permessi personali come ad esempio un parcheggio su strada pubblica per un disabile. La proprietà acquisisce valore solo se fornisce un beneficio scambiabile con una certa permanenza temporale, più o meno quantificabile. Quindi, il valore è una sovrastruttura, non è la proprietà. Sono due cose separate. Lo Stato, però, garantendo anche dei benefici oltre al semplice diritto di proprietà, ha favorito la creazione di un valore artificiale. Quindi, in parziale disaccordo con Rischio Calcolato, è proprio il Dio Stato il maggior garante del capitalismo, del valore e della proprietà. Non esiste capitale slegato dallo Stato. Nessuno in realtà è proprietario di nulla, tutte le nostre proprietà esistono perché lo Stato dove viviamo o altri Stati ne riconoscono la validità, ne riconoscono il diritto di proprietà. Una proprietà pura sarebbe qualcosa di nostro, che abbiamo costruito o di cui ci siamo impossessati, che difendiamo con le nostre forze. Credo che a parte rare eccezioni, siano pochissimi gli individui in possesso di proprietà che non riconoscono tributi a nessun stato o mafia o clan, totalmente indipendenti. In tutti gli altri casi, è lo Stato, comunità, clan, tribù o come la si voglia chiamare a riconoscere la proprietà di qualcosa. L’unica proprietà veramente e assolutamente nostra, siamo noi stessi e le nostre capacità, niente di materiale o finanziario che per esistere dipende dal riconoscimento degli altri.

Detto questo, cioè l’illusione che esista un capitalismo senza Stato o slegato dallo Stato, tornando ai taxisti, si potrebbe a questo punto dire che UberPop non sta minacciando la proprietà della licenza dei tassisti, che continuerebbero liberamente ad esercitare, ma sta minacciando i benefici che questa proprietà fornisce e di conseguenza il valore della stessa che calerebbe drasticamente. Di conseguenza, la collettività, cioè lo Stato, non ha nessun obbligo di difendere il valore di una proprietà, ma solo la proprietà stessa e questa non è in pericolo, in pericolo c’è solo il valore del capitale chiamato licenza, ma questo non è un problema per lo Stato ma di chi ha creduto in quel valore.

Questa strada porterebbe a fregarsene dei tassisti, a consentire UberPop e quindi fare sparire il capitale che loro possedevano attraverso le loro licenze. Nella realtà dei fatti però, c’è anche da dire, che quella licenza e i benefici allegati erano garantiti dallo Stato e non garantirli da un giorno all’altro annullandone di fatto il valore è evidentemente qualcosa di ingiusto. Certo, un servizio come UberPop è meglio, riduce i costi e forse aumenta l’efficienza, oltre ad allargare la base degli addetti ai lavori e quindi la maggioranza non può non esserne favorevole ma al tempo stesso una minoranza, cioè i tassisti, viene gravemente danneggiata se non distrutta, pensiamo ad esempio a molti ragazzi che si sono indebitati comprando la licenza da poco. Quanti tassisti finiranno in depressione, falliti o addirittura suicidi? Lo so che al ragionamento della legge del più forte, questo sistema economico e politico, ci ha, purtroppo,  abituato, ma la Democrazia Integrata deve andare oltre e la minoranza deve essere tutelata anche dalla dittatura della maggioranza.
E inoltre distruggere improvvisamente una categoria, a favore di un beneficio collettivo, crea comunque del capitale umano negativo, cioè degli individui disadattati, disoccupati, arrabbiati e depressi che diventano  un costo per la società nel suo complesso soprattutto in una situazione di perenne crisi e stagnazione economica.

Al tempo stesso, non siamo contrari alle innovazioni che portano alla deflazione tecnologica, che ricordiamo essere un bene per la maggioranza, essendo tutti noi consumatori, però i danni per le categorie coinvolte negativamente dalla stessa devono, a mio avviso, essere limitati il più possibile. In questo caso specifico, la categoria dei tassisti, oltre ad essere danneggiata, perde anche un capitale consistente. Se al danneggiamento del proprio lavoro a causa della deflazione tecnologica non si può far nulla, si può però risolvere perlomeno la perdita di valore del proprio capitale, che vogliamo sottolineare, in caso UberPop fosse legale o in caso di una totale liberalizzazione del settore, dipenderebbe da una scelta statale o non da una semplice evoluzione del mercato. E questo rende il discorso totalmente diverso da quello di alcune attività chiuse dai cambiamenti tecnologici o sociali, in quel caso è il mercato “naturalmente” a mettere fine ad un settore (ed anche qui sarà necessario sempre più studiare come attutire i colpi della deflazione tecnologica), in questo caso, invece,  sarebbe una scelta governativa (che però non c’è stata dato che hanno vinto i tassisti, per ora.)

Come detto prima, noi, non vogliamo rinunciare ad applicazioni come Uber, che rendono la vita migliore e meno costosa, però non possiamo assolutamente fregarcene di chi ha creduto in un particolare diritto che era garantito dallo Stato. La soluzione, a mio avviso, dovrebbe essere questa e cerchiamo di spiegarla qui di seguito:  il tassista, dopo aver comprato la licenza, ha percepito e percepisce tre tipologie principali di utile che sono unite ma che in realtà sono teoricamente separate: l’utile per il proprio lavoro, la rendita per il capitale dell’automobile e la rendita per il capitale della licenza ( che ricordiamo fa beneficiare i tassisti di un mercato a concorrenza ridotta con prezzi più elevati). Facciamo un esempio per chiarire meglio le idee. Ipotizziamo un tassista che abbia comprato la licenza dieci anni fa al costo di 100.000 euro ( tutte le cifre sono casuali a titoli di esempio), questo dal giorno in cui ha iniziato a fare il tassista ha iniziato a guadagnare i tre redditi di cui parlavamo prima. Ipotizziamo che a fine anno riesca ad avere un utile complessivo annuo netto di 20.000 euro e ipotizziamo che invece un tassista di un paese dove i taxi sono in libera concorrenza, guadagni, in proporzione alla propria economia nazionale, l’equivalente di 15.000 euro annui. Questo ci farebbe dedurre che la rendita della propria licenza equivale a 5.000 euro annui. Di conseguenza, il nostro tassista, in dieci anni, avrebbe avuto una rendita del proprio capitale di 50.000 euro. Una rendita dovuta alla propria posizione di tassista in un regime corporativo, quindi una rendita che non deriva dal proprio lavoro ma che è garantita dal capitale, qualcosa creato grazie allo Stato. Quindi, per calcolare l’eventuale rimborso da offrire al tassista, nel caso di completa liberalizzazione del settore, bisognerebbe rivalutare il valore del prezzo pagato della licenza in dieci anni, ipotizziamo venga fuori 120.000 euro e sottrarre la rendita beneficiata negli anni (rendita non spettante dal proprio lavoro ma derivata dal capitale licenza), quindi 50.000 euro. Il rimborso sarebbe di 70.000. Per un tassista che ha appena comprato la licenza (magari pure indebitandosi) il rimborso sarebbe totale, mentre ad un tassista anziano, che magari ha lavorato trenta o quaranta anni, probabilmente non spetterebbe nessun rimborso, avendo goduto per molti anni della rendita della propria licenza che è stata ampiamente ripagata. Al rimborso così calcolato si dovrebbe aggiungere per tutti i tassisti (sia nuovi che vecchi) un’indennità teorica di disoccupazione di un anno (tipo 8-10.000 euro) e invece sottrarre il beneficio, calcolato in base agli anni dell’aspettativa di vita, di un mercato dei trasporti privati più economico (anche i tassisti in vacanza prendono il taxi e anche loro lo pagherebbero meno), beneficio che comunque sarebbe economicamente irrisorio in questo caso.

Chi dovrebbe pagare il rimborso così calcolato? A nostro avviso sono le tre le strade:1) creare un limbo di due o cinque anni, in cui convivono i tassisti tradizionali con quelli nuovi però sempre con il regime delle licenze che verrebbero in parte regalate ai tassisti tradizionali che così potrebbero venderle, ovviamente con un valore ridotto, a quelli nuovi che vorranno comunque esercitare la professione negli anni della transizione dal regime corporativo a quello libero, soluzione prospettata da Rischio Calcolato in questo articolo; 2) creare sempre un limbo di transizione, in cui i passaggi “Liberalizzati” subirebbero una sovrattassa che servirà per fornire gradualmente i rimborsi ai tassisti e che verrà abolita automaticamente appena i rimborsi saranno totalmente eseguiti (sovrattassa tale da non rendere più cari i passaggi liberalizzati rispetto a quelli corporativi); 3) Lo Stato si fa carico totalmente dei rimborsi per consentire i benefici immediati della deflazione tecnologica (fidatevi sarebbero soldi ben spesi rispetto a come li spende normalmente lo Stato).
A nostro avviso, una misto della tre soluzioni potrebbe essere l’ideale. Questa soluzione è in linea con il nostro concetto di Democrazia Integrata, dove una maggiore libertà deve essere acquistata e una sofferenza o una minore libertà deve essere rimborsata. Se questo articolo ti è piaciuto, non perderti Libertà Indefinita, un saggio sulla libertà e sulla legittimità di un sistema, il nostro, sempre più contestato dalla popolazione.banner liberta indefinita
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Sono Giuseppe Cirillo alias Fenrir, l’autore di questo blog. Nei nostri articoli ci sforziamo di offrire un’angolazione e una visione diversa rispetto ai media di regime. Per qualsiasi domanda o per un’eventuale collaborazione contattami alla seguente mail: fenrir1489@gmail.com 

 

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L’Italia presto in guerra

navi da guerra italiane in LibiaSecondo indiscrezioni rilevate dai principali organi di stampa, sembra che all’ONU si riuscirà presto a trovare un accordo per consentire all‘Italia e all’Unione Europea un intervento militare in Libia con lo specifico e limitato scopo di fermare la pirateria scafista e quindi l’enorme flusso di immigrati clandestini che partono proprio dalla Libia ma che arrivano da diversi paesi africani.

Intervento che però non raccoglie i consensi di nessuno degli attori sul campo libico che ricordiamo essere il governo “legittimo” di Tobruk, a cui non interessa un intervento italiano ma essere rifornito di armi; il governo islamista di Tripoli riconosciuto da Turchia e Qatar che addirittura vedrebbe in un intervento del genere un vero e proprio atto di guerra e poi ovviamente lo Stato Islamico che controlla Derna e Sirte che vedrebbe nell’intervento italiano una vera e propria crociata.

L’intervento, sempre secondo le ultime indiscrezioni, non sarà di tipo aereo, data l’opposizione in merito di Russia e Cina, sarà probabilmente un intervento con navi militari atto ad individuare e distruggere i barconi degli scafisti oltre a fermare in acque libiche ogni imbarcazione carica di profughi. Non è esclusa nemmeno un’operazione terrestre se necessaria. Nel nostro articolo L’Italia pronta ad intervenire in Libia siamo stati troppo prematuri nel parlare di immediato intervento militare, dato che poi Renzi ha pensato bene di tirarsi indietro sentendo l’odore di una trappola. Ora però le cose sembrano cambiate, probabilmente qualcuno di importante (vedi USA), sta di fatto obbligando l’Italia ad intervenire militarmente. Questo conferma la strategia USA di non intervenire più direttamente ma di far combattere gli alleati, come in Ucraina, dove si mandano avanti inglesi, polacchi e baltici e come in Yemen dove si mandano avanti Sauditi e company. In Libia è il turno dell’Italia. La nostra domanda è: perché gli USA avrebbero interesse a fronteggiare i governi libici di Tobruk e Tripoli? Il primo chiaramente perché filorusso il secondo perché filoturco e sembra che la Turchia sia diventata un’obiettivo da abbattere. E questo è confermato dai recenti fatti avvenuti sul suolo turco (rivolte, attacchi armati, black out generale). E anche dai recenti fatti in Macedonia, che hanno l’obiettivo di destabilizzare il paese con lo scopo di frenare il gasdotto Turkish Stream. Per maggiori informazioni leggetevi questo articolo.

Tornando all’Italia, una volta ottenuto il via libero all’intervento, probabilmente farà muovere le proprie navi nelle acque territoriali libiche. A questo punto il governo di Tripoli potrebbe dichiararci guerra e quindi ci troveremmo effettivamente in un conflitto. Come già enunciato da Hamas, l’intervento italiano in Libia sarà visto come una crociata dal mondo islamico e anche l’ISIS marcerà molto su questo e non è escluso che abbia già delle cellule dormienti pronte a colpire proprio in caso di intervento. Se dovessero esserci degli attentati proprio in risposta all’intervento la situazione diventerebbe difficile per Roma che non potrebbe tornare sui suoi passi perché sarebbe una disfatta umiliante ma al tempo stesso sarà travolta dalle critiche per aver portato il terrore sulle proprie strade. L’attuale governo dispone di un’ampia maggioranza ma tra questo intervento militare, i conti fuori controllo e l’imminente bancarotta greca, la tenuta diverrà sempre più difficile.

A nostro avviso un intervento in Libia di contenimento dell’immigrazione clandestina è necessario, siamo consapevoli del dramma di queste persone, ma l’Italia non può accoglierne altre, rischia seriamente di esserne destabilizzata, è una questione di sopravvivenza. Il problema è che un intervento limitato rischia di diventare inutile e ritorcersi contro. Purtroppo ci troviamo in una trappola la cui responsabilità è nel passato quando si è consentito l’abbattimento del regime di Gheddafi. Attualmente sia non fare niente sia intervenire porterebbe a delle conseguenze dolorose. Se l’ONU darà il consenso ci troveremo in guerra con la Libia e probabilmente sarà necessario anche un intervento di terra e l’Italia inizierà a contare i propri morti sia sul territorio libico sia sul proprio territorio se diventeremo il principale obiettivo dei terroristi.

A tutto questo c’è da aggiungere l’atteggiamento della Turchia già decisamente aggressiva contro il Vaticano per le parole sul genocidio armeno e che già in passato ha espresso la propria opposizione a qualsiasi intervento contro il governo libico di Tripoli. La sua effettiva reazione ad un intervento militare italiano potrebbe essere egualmente aggressiva e noi non ci sentiamo di escludere un confronto militare tra italiani (ed europei) e turchi, magari proprio sul suolo libico o limitato a scaramucce tra navi militari. Un conflitto italo-turco sarebbe una tempesta geopolitica “perfetta” dato che entrambi i paesi fanno parte della NATO e di conseguenza quest’ultima potrebbe definitivamente spaccarsi se due sue membri entrano in conflitto. Spaccatura della NATO che poi potrebbe allargarsi anche al conflitto ucraino aggravandolo ulteriormente. Ed ancora, a questa già grave instabilità nel Mediterraneo, si aggiunge la probabile caduta di Damasco nelle mani dei ribelli, le importanti rivolte curde in Iran, l’intervento di Hezbollah in Siria, i gravi fatti violenti avvenuti in Macedonia e l’imminente collasso del governo e dello stato greco le cui conseguenze geopolitiche sono ancora da valutare.

Per i più complottisti non possiamo non ricordare che l’entrata dell’Italia nella Prima Guerra Mondiale è datata 24 Maggio 1915 e adesso sempre a Maggio ma del 2015, a cent’anni di distanza, l’Italia potrebbe entrare nella Terza Guerra Mondiale che mese dopo mese coinvolge sempre più paesi.Se questo articolo ti è piaciuto, non perderti Libertà Indefinita, un saggio sulla libertà e sulla legittimità di un sistema, il nostro, sempre più contestato dalla popolazione.banner liberta indefinita
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La Rivoluzione non è un pranzo di gala

scontri milanoEternamente ritorna l’uomo di cui tu sei stanco, il piccolo uomo
F. Nietzsche

 La rivoluzione non è un pranzo di gala; non è un’opera letteraria, un disegno, un ricamo; non la si può fare con altrettanta eleganza, tranquillità e delicatezza, o con altrettanta dolcezza, gentilezza, cortesia, riguardo e magnanimità. La rivoluzione è un’insurrezione, un atto di violenza con il quale una classe ne rovescia un’altra. Con questa frase Mao Tse-tung ci fa capire con poche ma stupende parole cosa sia una Rivoluzione. Lungi da me ogni simpatia politica per l’uomo in questione, fondatore di una delle più terribili tirannie mai esistite che tuttora rimane un mostruoso regime ibrido capital-comunista, capace di sommare gli aspetti negativi di entrambi i sistemi,però questa sua famosissima frase racchiude chiaramente un concetto di cui gli italiani e gli occidentali sembrano essersi dimenticati, cioè cosa sia una Rivoluzione.

Analizzando la reazione degli utenti di Facebook e Twitter, che ormai coincidono con la maggioranza degli italiani under 60, sui recenti avvenimenti di contestazione, abbiamo un quadro alquanto curioso. Ad esempio, non so se vi ricordate la coraggiosa ragazza che ebbe l’audacia di saltare sul tavolo dietro il quale parlava Mario Draghi lanciandogli coriandoli (simboleggianti la dittatoriale carta straccia stampata a più non posso chiamata Euro) e scandendo slogan contro la dittatura delle banche. Qui sotto per chi se la fosse persa:ragazza contro Mario Draghi

Ecco, se da una parte gli occidentali più intelligenti hanno plauso al gesto della ragazza, dall’altra una buona parte la ha in qualche modo contestata, asserendo che un’azione del genere non serve niente, che riuscendo ad andare così vicino avrebbe dovuto sparargli, ed altre tante sciocchezze da rivoluzionari da pc. Quando, invece, è stato semplicemente un gesto coraggioso, forte ma non violento, con un alta risonanza mediatica e con un potente messaggio simbolico. Ma niente, ai rivoluzionari di Facebook, questo non basta, Draghi deve essere ucciso, le banche devono essere bruciate, bisogna far saltare in aria la BCE e via dicendo.

Ora torniamo a noi, come ormai tutti sappiamo alla nausea, Milano è stata devastata dalle tute nere che si erano mischiate ai manifestanti No Expo. Quindi auto incendiate, negozi devastati e “finalmente” banche bruciate come volevano molti dei rivoluzionari da pc. Ma incredibilmente (o forse no) stavolta il popolo, grazie anche ad una grandissima azione e manipolazione dei media di regime, si è fortemente indignato contro i manifestanti violenti, ma di un’indignazione veramente importante con insulti di qualsiasi genere. Un’indignazione che come ricordano i migliori blog e siti sulla rete, decisamente superiore all’indignazione, contro gli sprechi del governo, contro la corruzione o contro la dittatura finanziaria in cui viviamo. E’ un fenomeno che in parte mi stupisce, perché ad esempio, io non sono un oppositore del regime attivo in manifestazioni, la mia opposizione attualmente è solo a livello intellettuale come blogger e scrittore, sono un borghese come la maggioranza degli italiani (si la maggioranza, anche i giovani disoccupati mantenuti dai genitori lo sono, i dipendenti statali o i pensionati con casa di proprietà o da mille euro in su, lo sono) e nonostante ciò, io non sono così indignato contro le tute nere, cioè sicuramente contesto la strategia di attaccare nella mischia anche i beni di privati cittadini, strategia totalmente sbagliata a mio avviso, ma al tempo stesso non perdo di vista chi sono i veri colpevoli di tutto ciò, cioè la minoranza al potere, il famoso 1% costituito da banchieri, oligarchi, politici e boiardi di stato che sta portando il sistema e la maggioranza della popolazione mondiale, ad un tragico collasso.

Ora, voglio quindi comprendere come mai, invece, per la maggioranza degli occidentali l’indignazione verso i ribelli è più forte di quella verso i tiranni sopracitati (parlo di occidentali, perché anche in altri paesi si è verificato lo stesso fenomeno). Io credo che la spiegazione sia abbastanza semplice, il piccolo uomo di cui parla Nietzsche, l’uomo mediocre che vede solo i suoi immediati vantaggi, che sa solo prendere, che non sa combattere, che non sa donare, che non vede oltre il proprio naso, l’uomo totalmente ipnotizzato dai mass media e dalla frenesia della routine quotidiana si è ormai totalmente impossessato, grazie al regime dei mercanti alias regime capitalista, dell’anima della maggioranza della popolazione occidentale che quindi si arrabbia quando vede un’auto privata bruciata, perché pensa: ” e se fosse la mia”, quindi sente che gli stanno togliendo qualcosa, che lo stanno danneggiando. E lo stesso discorso delle persone arrabbiate con i ferrovieri che fanno sciopero o delle persone intrappolate nel traffico durante le rivolte del 9 Dicembre. Persone che si arrabbiano da morire per i piccoli o medi svantaggi diretti che possono subire dai manifestanti e che non capiscono cosa abbia spinto gli stessi a protestare. Persone che si infuriano moltissimo per 1,5 milioni di danni dei No Expo ma che invece si indignano blandamente per 50-100 miliardi che ci costa la corruzione o per gli almeno e ripeto almeno 50 miliardi che ci costa la dittatura delle banche. Quindi per cifre 100.000 volte maggiori rispetto ai danni dei manifestanti violenti. Questo perché corruzione e dittatura finanziaria è qualcosa di meno diretto, di più collettivo, qualcosa che il piccolo uomo ipnotizzato non recepisce immediatamente.

Detto questo, sottolineo che non mi piace la polemica contro il popolo, anche io faccio parte di questa massa imborghesita. Però bisogna rendersi conto che invocare la rivoluzione su Facebook e poi indignarsi alla vista dei primi fuochi, vuol dire non capire cosa sia una rivoluzione. Se effettivamente, solo in linea teorica, ci fosse una devastazione ribelle in tutta Italia anche mille volte quella di Milano, quindi con danni pari 1,5 miliardi  e se questa effettivamente riuscisse a cambiare questo sistema in putrefazione, non sarebbe un conto sostenibile rispetto alle decine se non centinaia di miliardi che regaliamo alla corruzione, alla politica, all’usurocrazia e all’oligarchia finanziaria? Io credo che la risposta sia ovvia. Quindi invito tutti, a rimanere coscienti, a non dimenticarsi chi è veramente il tiranno, a risparmiare le proprie energie per contrastare nel proprio piccolo un sistema sbagliato piuttosto che infuriarsi contro dei ribelli anche se hanno agito in una maniera errata.

Ci arrabbiamo nel vedere distrutte delle cose più di quanto ci arrabbiamo nel vedere annientato il nostro futuro, nel vedere annichilita la dignità di altri essere umani, costretti al suicidio o alla protesta violenta e parlo soprattutto a chi è genitore, nel veder derubato il futuro dei propri figli. Non vi arrabbiate per la vetrina spaccata, quella si ripara, infuriatevi per chi vi sta rubando la vita, perché il denaro significa tempo, e quando il sistema si appropria del denaro che abbiamo guadagnato con il duro lavoro o ci rende impossibile guadagnarlo, ci sta effettivamente rubando del tempo, della vita, che non avremo mai indietro.

Detto questo, non sto in nessun modo incitando alla protesta violenta o giustificando le azioni illegali dei manifestanti, sto solo invitando tutti i lettori a non perdere di vista il vero oppressore, che non è uno schiavo come noi che si ribella e magari ribellandosi ci danneggia, ma che è chi è all’origine della sofferenza che causa la rivolta e talvolta una rivoluzione. Soprattutto quando chi rappresenta il potere organizzato liquida l’insofferenza chiamandoli “tre fischi” o “quattro figli di papà” dimostrando una pericolosa indifferenza che non potrà che aizzare il fuoco della ribellione.

Concludo dicendo che io piano piano sono diventato consapevole di essere un piccolo uomo borghese nel senso più negativo del termine e sto cercando di superare questo mio stato, probabilmente se la crisi diventerà, come sembra, sempre più grave, anche i più imborghesiti (o imbestialiti) saranno costretti ad autosuperarsi. L’importante è non farsi disinformare dai media e smettere di seguire il loro dito e cercare di rimanere focalizzati sempre su chi è l’oppressore e chi l’oppresso. Se questo articolo ti è piaciuto, non perderti Libertà Indefinita, un saggio sulla libertà e sulla legittimità di un sistema, il nostro, sempre più contestato dalla popolazione.

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America nel caos

america nel caos Nel silenzio assordante dei media di regime, che non possono macchiare l’immagine degli Stati Uniti in ripresa, la realtà è che l’esplosione sociale ed etnica, già da noi preannunciata in altri nostri articoli, si fa sempre più grave. E dopo le rivolte di Ferguson, per la morte di un ragazzo nero che poi si sono diffuse a macchia d’olio in diverse città statunitensi, dopo i diversi episodi violenti contro la Casa Bianca e il Congresso, sabato 25 aprile è il Maryland e precisamente la città di Baltimora ad essere travolta dai manifestanti di colore che hanno letteralmente devastato la città, distrutto auto della polizia, auto private, saccheggiato e distrutto vetrine dei negozi e picchiato e intimidito bianchi. Direi non proprio la perfetta immagine di un paese in ripresa e crescita. Una crescita, che come ben sapete, riguarda soltanto gli utili di pochi miliardari e finanzieri e assolutamente non la maggioranza della popolazione. Una mancata ripresa, quella americana, che si abbatte in primis sulla minoranza di colore, da sempre economicamente più povera rispetto e ai bianchi ed ora, complice la crisi mondiale, decisamente in difficoltà e che quindi riversa la propria rabbia e il proprio malcontento per l’atteggiamento razzista della polizia che non si fa scrupoli ad uccidere neri disarmati ( fenomeno stranamente in crescita e che potrebbe farci sospettare una volontà precisa che mira alla strategia della tensione).

Ecco alcune foto che probabilmente non vi faranno vedere i tg, ma che è giusto mostrare per far capire la gravità di quello che da tempo sta succedendo nelle città americane e che recentemente ha riguardato e riguarda Baltimora:
Suspect Dies Baltimore-2AP4_26_2015_000014BScreen-Shot-2015-04-26-at-7.09.44-PM-e1430089856333Le rivolte sono finite con diverse decine di arresti. Oggi è previsto il funerale di Freddy Gray, il ragazzo afroamericano ucciso dopo l’arresto e potrebbe essere un nuovo momento di tensione per Baltimora, dato che è prevista la partecipazione di migliaia di afroamericani. La situazione negli USA si fa sempre più grave e segue purtroppo la tragica direzione che a nostro avviso porta alla guerra civile, come prospettato nel nostro articolo 2016-2018: USA in guerra civile.

A questa già grave situazione, si aggiunge la strana operazione chiamata Jade Helm, esercitazioni militari sul suolo degli Stati Uniti, che partirà dal 15 luglio e finirà il 15 settembre. I militari dovranno mischiarsi tra la popolazione e individuare sacche ostili al governo federale, interrogare la popolazione ed eventualmente deportare attivisti politici nemici in campi di concentramento temporanei dove saranno “rieducati”. Questo articolo dell’Antidiplomatico spiega nel dettaglio questa inquietante operazione.

Nella mappa di sotto, sono individuati gli stati che nell’esercitazione saranno considerati ostili, e già possiamo notare il Texas e il sud della California, scenario abbastanza realistico considerando le forti velleità secessionistiche texane e la forte concentrazione ispanica in California.

mappa Jade HelmNoi possiamo spingerci a fare delle supposizioni sul reale scopo di questa esercitazione e abbiamo tre ipotesi:

1) Preparare psicologicamente la popolazione a futuri scenari di guerra civile abituandoli alla presenza di uomini armati e mezzi militari. Oltre a preparare i militari stessi ad operazioni urbane.

2) Abolizione o sospensione del diritto di possedere armi e conseguente sequestro delle stesse. Questa possibilità, già in passato ha provocato una miriade di reazioni contrarie ed è possibile che il governo invii i militari per le strade con la scusa di un’esercitazione per poi sostenere il decreto con la forza.

3) Quest’operazione può essere l’inizio di una legge marziale non ufficiale, in previsione dei sempre continui scontri e della possibilità di un probabile crollo di Wall Street e/o del dollaro che porti effettivamente gli USA nell’anarchia.

Sta di fatto che a nostro avviso, la seconda metà del 2015 sarà una stagione calda dal punto di vista economico e politico-sociale, dove in tutto il mondo diversi importanti nodi stanno venendo al pettine. Gli Stati Uniti, dopo aver sostenuto la più grande bolla di tutti i tempi, ora rischiano di essere travolti dal suo scoppio. Se già ora, ogni settimana, una città americana è travolta da proteste e scontri, quando la bolla scoppierà la situazione sarà così grave che l’operazione Jade Helm da esercitazione diventerà realtà.

Del resto basta riflettere, la Russia o la NATO compiono esercitazioni militari sui loro rispettivi confini, in previsione di un possibile conflitto, se gli USA hanno sentito il bisogno di un’operazione militare sul loro territorio, vuol dire che l’intelligence e il governo sanno effettivamente qual è la situazione e si preparano al peggio. In questa operazione noi vediamo un bruttissimo segnale che preannuncia con forza l’imminente crollo dell’Impero Americano. Se questo articolo ti è piaciuto, non perderti Libertà Indefinita, un saggio sulla libertà e sulla legittimità di un sistema, il nostro, sempre più contestato dalla popolazione.banner liberta indefinita
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Sono Giuseppe Cirillo alias Fenrir, l’autore di questo blog. Nei nostri articoli ci sforziamo di offrire un’angolazione e una visione diversa rispetto ai media di regime. Per qualsiasi domanda o per un’eventuale collaborazione contattami alla seguente mail: fenrir1489@gmail.com 

 

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Nel 2039 sarà vietato guidare?

auto senza pilota

Siamo all’inizio di una rivoluzione tecnologica importantissima, come probabilmente già sapete, iniziano ad apparire le prime auto senza pilota. Inevitabilmente questa tecnologia migliorerà sempre di più e presto anche le principali marche inizieranno a produrre vetture con pilota automatico. Ovviamente questo comporterà una serie di drastici cambiamenti nella nostra società, come la graduale scomparsa dei taxi, la crescita esponenziale del car sharing, una riduzione degli incidenti e via dicendo.

Era da un po’ che pensavo a questo argomento, soprattutto per le sue implicazioni sulla libertà individuale e con una straordinaria sincronicità è apparso questo articolo di Rischio Calcolato che ipotizza un percorso che porterà gradualmente all’affermarsi delle automat fino, nel 2039, a portare i legislatori a vietare l’utilizzo manuale delle auto dato che le automat saranno molto più sicure e affidabili. L’autore chiama questo socialismo tecnologico, cioè la limitazione di libertà e la conseguente concentrazione di potere a causa di una nuova tecnologia. Ora questa tematica è un chiaro scontro tra libertà negativa e libertà positiva, cioè tra libertà individuale di guidare e la libertà collettiva di poter essere liberi da incidenti ecc. L’opposizione tra libertà negativa e libertà positiva, cioè tra l’individuo e la collettività, tra l’io e il noi è una tematica centrale del testo Libertà Indefinita, Manifesto della democrazia integrata e quindi noi non possiamo esimerci dal far comprendere come la democrazia integrata risolverebbe questo specifico caso.

Cerchiamo di analizzare chiaramente la situazione. La comunità ha tre modi di gestire il futuro fenomeno delle auto senza pilota, uno è il modo socialista, uno è il modo anarco-capitalista, uno è quello della democrazia integrata e adesso vediamo queste tre vie nel dettaglio.

Da una parte i sostenitori della libertà individuale chiedono giustamente di poter esercitare una loro libertà, quella di guidare, dall’altra il legislatore e tutti gli individui a cui non interessa esercitare questa libertà chiaramente sostengono che l’esercizio della stessa comporti dei costi per tutti loro, che sono gli incidenti stradali, il maggior traffico, il maggior inquinamento, il maggior consumo energetico, l’impossibilità di diminuire la polizia stradale, l’impossibilità di ridurre settori che non esisterebbero se tutti avessero auto senza pilota e via dicendo. Tutte cose che potrebbero essere ridotte con la guida perfetta e super efficiente delle automat (ovviamente non parliamo di modelli sperimentali ma dei futuri modelli perfettamente funzionanti). Quindi abbiamo due vie, la concessione e il divieto, che portano ad una concentrazione di potere, la prima una concentrazione a favore degli individui che vogliono guidare, la seconda a favore della comunità.

La democrazia integrata risolve questo conflitto in un modo abbastanza semplice. Come scritto nel libro Libertà Indefinita, l’unico modo per difendere e conquistare la propria libertà è quella di pagare il giusto prezzo per essa. Cosa significa questo? Un regime politico che si ispirasse alla democrazia integrata non potrebbe vietare l’utilizzo manuale dell’auto ma al tempo stesso, essendo consapevole dei costi collettivi che questo comporterebbe li farebbe semplicemente pagare a chi vuole usufruire di questa libertà. Quindi, la soluzione è quella di consentire la produzione di auto ibride cioè che possano guidare automaticamente o essere guidate manualmente e quando viene azionata la guida manuale vengano applicati due costi orari altrimenti assenti: il primo è il premio assicurativo come già esiste adesso ma applicato solo per l’effettivo tempo in cui l’auto è utilizzata manualmente; il secondo è il costo che la comunità deve pagare a causa della libertà individuale. Come verrebbe calcolato questo costo? Dovrebbero essere stimati tutti i costi annui che la guida manuale comportava prima dell’avvento delle automat ( quindi costi sanitari, energetici, di tempo perso, di riparazione, ecc) dividendoli per la media annua di ore di guida moltiplicata per il numero medio delle persone che guidavano nell’area analizzata. Questa operazione ci fornirà il costo collettivo orario medio che la guida manuale comporta che sarà pagato dall’individuo che attiverà la guida manuale solo per il tempo in cui effettivamente sarà attiva.

In questo modo l’individuo avrà preservata la propria libertà di guidare e la collettività sarebbe rimborsata dai costi medi che dovrà sostenere per garantirla. Argomento di dibattito politico sarà la ricerca di tutti i costi collettivi che una determinata libertà comporta a livello generale. La ricerca dei costi dovrà però essere rigorosamente dimostrabile, onde evitare che il legislatore stimi dei costi eccessivi per vietare indirettamente il diritto esaminato.
Il pagamento dei costi collettivi da parte dell’individuo potrà essere effettuato o in maniera pecuniaria o pagando l’equivalente in ore di tempo libero fornite alla comunità.

A nostro avviso questo è l’unico modo per affrontare in maniera neutrale, quindi senza faziosità ideologica, eventuali problematiche e costi che una determinata libertà comporta.

Altra possibilità per lo Stato di favorire l’utilizzo della guida automatica, è diventare parte attiva e quindi incentivare l’utilizzo della guida automatica ad esempio con sconti sulle auto esclusivamente automatiche o misure similari. Questo avrebbe senso solo se gli incentivi non superano il costo che effettivamente comporta la residua guida manuale, altrimenti questa misura attiva sarebbe solo uno spreco di fondi pubblici.

P.S.. In questo nostro ragionamento si parla di costi collettivi, però non bisogna dimenticare che, ad esempio, la libertà di guidare manualmente comporta la sicura possibilità che qualcuno sia vittima di un incidente. Sappiamo benissimo che anche una vita umana viene stimata economicamente però, se riprendiamo il discorso del nostro articolo, Oltre la democrazia? La democrazia integrata, dove sosteniamo che Popolo siamo tutti, ma Popolo è anche ognuno di noi, capiamo che la negazione assoluta della libertà, cioè la perdita della propria vita, diventa un fattore difficilmente esaminabile a cui spetta una riflessione più attenta e profonda, che esula dallo scopo di questo articolo. Altrimenti si rischia sempre di creare una dittatura e non un sistema veramente democratico.Se questo articolo ti è piaciuto, non perderti Libertà Indefinita, un saggio sulla libertà e sulla legittimità di un sistema, il nostro, sempre più contestato dalla popolazione.banner liberta indefinita
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Sono Giuseppe Cirillo alias Fenrir, l’autore di questo blog. Nei nostri articoli ci sforziamo di offrire un’angolazione e una visione diversa rispetto ai media di regime. Per qualsiasi domanda o per un’eventuale collaborazione contattami alla seguente mail: fenrir1489@gmail.com 

 

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Yemen: la Battaglia Decisiva

yemen houthiTorniamo ad occuparci dello Yemen, dopo averne parlato nell’articolo Medio Oriente in guerra totale. L’Operazione Battaglia Decisiva (mai nome più appropriato) guidata dall’Arabia Saudita, continua con bombardamenti quotidiani contro i ribelli sciiti Houthi, ma attualmente i risultati ottenuti sono davvero pochi e i ribelli hanno guadagnato ulteriore territorio e controllano Bab el-Mandeb e gran parte della città di Aden, come vediamo in questa mappa:mappa guerra yemen

Ma nelle ultime ore giungono delle notizie dal fronte che possono ulteriormente cambiare la situazione: da una parte sono arrivate nei pressi delle acque yemenite due navi da guerra iraniane con lo scopo probabile di consentire l’evacuazione dei propri cittadini, cosa però impossibile dato che le navi da guerra egiziane e saudite non consentirebbero l’entrata di queste navi nelle acque dello Yemen, quindi esiste un forte rischio di scontro. Altra notizia recentissima è la controffensiva degli Houthi sul confine settentrionale contro le guardie di confine saudite che avrebbero sofferto dai sei ai diciotto morti e sarebbero state costrette alla ritirata lasciando ai ribelli yemeniti alcuni posti di blocco di frontiera.

Ma l’Arabia Saudita, oltre ad affrontare una costosa guerra esterna, si trova alle prese anche con il forte rischio di instabilità interna sopratutto nell’area orientale del paese confinante con il Bahrain, dove sono già avvenuti scontri tra la minoranza sciita della zona e le forze governative. Alcuni ipotizzano che l’Arabia Saudita rischi una guerra civile, ma la minoranza sciita è troppo piccola per poterla causare, l’unico serio rischio lo corrono a sud, dove se gli Houthi dovessero incredibilmente sfondare e avanzare in territorio saudita, il panico si diffonderebbe  e anche se i ribelli ovviamente venissero poi respinti, ci sarebbe il fortissimo rischio che elementi dell’ISIS o di al-Qaeda sfruttino questo caos per conquistare posizioni e insinuarsi anche in territorio saudita dallo Yemen, dove già controllano gran parte della zona desertica di confine.

Anche sul fronte delle alleanze i sauditi sembrano in difficoltà. Segnaliamo l’allontanamento diplomatico dell’Algeria, che si è rifiutata di entrare nella coalizione anti-Houthi e che ora rischia serie ripercussioni; il Pakistan che all’inizio sembrava essere in prima linea al fianco di Riyadh, ora ha cambiato posizione e si mantiene neutrale, gli Emirati Arabi hanno minacciato gravi conseguenze se il governo pakistano continuerà su questa linea; l’Oman, che è un paese non sunnita, ma ibadita (la terza famiglia dell’Islam) si è avvicinato all’Iran; la Turchia, con la recente visita a Teheran sembra essersi smarcata e pur combattendo e finanziando assieme al Qatar i jihadisti contro i governi e le milizie sciite si è allontanata dal gigante saudita suo diretto concorrente nella lotta per leadership regionale. Rimangono schierati con determinazione al fianco dei sauditi Egitto e Emirati Arabi Uniti.

Come vedete i sauditi sono in difficoltà sia dal punto di vista militare, sia dal punto di vista diplomatico e con una coalizione così ridotta è difficile pensare ad un intervento terrestre in Yemen, anche perché Riyadh non dispone di un esercito così ampio e preparato da poter sconfiggere i ben armati ed esperti ribelli Houthi. Un intervento terrestre sarebbe possibile esclusivamente con un massiccio supporto anche di Egitto ed Emirati Arabi che a nostro avviso probabilmente non sono così disponibili ad impegnarsi eccessivamente sul terreno. L’Egitto ha difficoltà a controllare totalmente la penisola del Sinai, dove esiste una forte presenza di gruppi legati all’ISIS e ad ovest deve supportare il governo libico nella sua lotta contro Alba Libica e contro il Califfato; gli Emirati Arabi invece sono vicinissimi all’Iran e impegnarsi in una guerra in Yemen li renderebbe troppo vulnerabili in caso di risposta iraniana. Non parliamo nemmeno di Giordania e Sudan che hanno troppe problematiche interne e di confine per aiutare i sauditi in Yemen se non con qualche raid e piccoli contingenti.

Lo Yemen, quindi, rischia di essere una trappola per i sauditi che però non accennano a fermarsi ed anzi, non hanno paura di rompere rapporti economici e diplomatici a causa di questa guerra. Il governo di Riyadh ormai deve andare avanti fino alla fine, altrimenti risulterebbe sconfitto agli occhi del mondo arabo e perderebbe molta della sua influenza. Il problema è però come risolvere questo conflitto dato che i raid a quanto pare non bastano. Non è escluso che i sauditi possano di proposito subire una disfatta sul confine meridionale e far avanzare gli Houthi nel proprio territorio così da costringere gli altri paesi arabi ad inviare contingenti in sua difesa che poi sarebbero usati anche in una offensiva terrestre in Yemen.

A contorno di tutto ciò, c’è il rischio sempre presente, di un incidente con l’Iran che possa causare una guerra regionale di ampia portata, se non il collasso totale dell’Arabia Saudita. Caos di cui si approfitterebbe sicuramente lo Stato Islamico espandendosi proprio nel paese culla dell’Islam. Le conseguenze per noi potrebbero essere enormi, dato che una guerra del genere riporterebbe il petrolio a livelli altissimi e complice il dollaro alto, ci ritroveremmo presto con la benzina oltre i due euro e con la debolissima ripresa economica affossata prima di partire.

Concludiamo dicendo che lo Yemen, potrebbe essere effettivamente la battaglia decisiva. La sconfitta dei Saud potrebbe rivelarsi il cigno nero di questo 2015. Non è escluso che però la guerra continui lenta e strisciante come in Ucraina. Noi continueremo a monitorare ed ad aggiornarvi.

P.S.: no, non aspettatevi l’intervento americano, ormai gli States hanno deciso di ritirarsi e proprio a causa del loro ritiro, far scatenare tutti i conflitti irrisolti ed anzi, vi dirò di più, agli USA questo conflitto conviene dato che necessitano di un prezzo del petrolio più alto e dato che se l’Arabia Saudita in futuro non dovesse essere più un fornitore affidabile gran parte dell’Occidente dovrà rivolgersi a loro per ottenere petrolio. Se questo articolo ti è piaciuto, non perderti Libertà Indefinita, un saggio sulla libertà e sulla legittimità di un sistema, il nostro, sempre più contestato dalla popolazione.banner liberta indefinita
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Oltre la democrazia? La democrazia integrata (in poche parole)

oltre la democraziaNel libro che ho recentemente pubblicato Libertà Indefinita, Manifesto della democrazia integrata, sostengo che la democrazia odierna, cioè la democrazia rappresentativa in un sistema economico capitalista con emissione privata del credito, non sia più sufficiente nel gestire le sfide che stanno travolgendo la maggioranza dei paesi del pianeta. I governi, anche eletti democraticamente, o comunque al governo grazie a legali procedure politiche (come il nostro) stanno subendo una forte crisi di credibilità e abbiamo visto grandi movimenti di contestazione extraparlamentare contro il sistema politico ed economico (Occupy Wall Street, Indignados, Forconi, Studenti, No Global, ecc). A mio avviso, questi sono i sintomi che la nostra democrazia non è più sufficiente, che è necessaria una democrazia più democratica.

Democrazia significa governo del popolo, popolo inteso sia come l’insieme di tutti gli individui ma anche come individuo singolo. Popolo siamo tutti, ma popolo è anche ognuno di noi. Se lasciamo alla maggioranza il diritto di opprimere il singolo, siamo sempre in una dittatura non in una democrazia. La democrazia integrata è il tentativo, la continua ricerca, di tutti gli strumenti necessari per garantire all’individuo ed alla comunità la libertà ottimale cioè la massima libertà negativa e positiva. Cosa intendiamo per libertà negativa e per libertà positiva? Per la libertà negativa, la libertà che appartiene ad ognuno di noi, al singolo, la libertà di scelta, la libertà di vivere; per libertà positiva invece la libertà che solo l’appartenenza ad una comunità ci può offrire.

Nel libro che ho pubblicato manca una sintesi degli obiettivi principali di questa ricerca post-democratica, oltre-democratica, che ho chiamato democrazia integrata e voglio elencarli qui di seguito. La democrazia integrata è la continua ricerca di un sistema politico che possa offrire legittimità, sostenibilità, rappresentabilità e governabilità. I primi due obiettivi appartengono alla sfera della libertà negativa, gli ultimi due alla sfera della libertà positiva. Vediamoli nel dettaglio:

1) LEGITTIMITÀ
La legittimità è quello che manca a tutti gli stati contemporanei, che sono dei poteri organizzati su base territoriale, che non hanno chiesto agli individui se volessero farne parte volontariamente ma che li hanno semplicemente obbligati a sottostare alla loro legge, in maniera coercitiva. Per ovviare a questa gravissima problematica, la democrazia integrata propone la necessità di fondare lo stato su un’Assemblea Costituente Aperta e la possibilità per l’individuo di aderire o meno allo stato. Come gestire questa possibilità senza cadere nell’anarchia è spiegato più approfonditamente nel libro. In poche parole l’obiettivo è quello di creare degli stati che non schiacciano il singolo solo grazie ad una presunta ma falsa legittimità che il voto fornirebbe al governo.

2) SOSTENIBILITÀ
Questo significa creare un sistema che possa essere sostenuto dai singoli individui, che non li schiacci, che non gli sottragga direttamente o indirettamente potere e libertà. Perché ogni potere esiste solo se si sostiene su qualcosa. Il re non sarebbe nulla senza il popolo che gli fornisce il potere. Sostenibilità significa far sì che non esistano concentrazioni di potere che ne sottraggano all’individuo senza una motivazione che sia utile per l’individuo stesso. Quindi vuol dire costruire un sistema dove non esistano enti privati o pubblici che possano distorcere gravemente un’equa e giusta distribuzione del potere. Nel nostro caso, il nostro sistema è insostenibile perché esistono poteri non democratici come il sistema bancario, le multinazionali, l’informazione mainstream che hanno spesso una concentrazione di potere tale da inficiare gravemente la nostra libertà individuale e la gestione democratica della società. E credo che questo sia ormai sotto gli occhi di tutti. La democrazia integrata mira a democratizzare tutte queste concentrazioni di potere o costituendo un sistema che renda impossibile la loro nascita ed esistenza o attraverso la gestione democratica degli stessi. E questo non vuol dire assolutamente estendere indefinitamente il governo statale, ma creare poteri indipendenti gestiti democraticamente con procedure e metodi diversi.

3) RAPPRESENTABILITÀ
Rappresentabilità è una della caratteristiche che di solito si chiede ad una legge elettorale. Generalmente sono i sistemi proporzionali a garantire la massima rappresentabilità. Nel nostro caso rappresentabilità è un concetto a 360° che implica un ampio uso della democrazia diretta, soprattutto per tutti quegli argomenti che riguardano la nostra libertà individuale, quindi potenziare di molto rispetto ad ora, la rappresentabilità diretta. Inoltre, implica la possibilità di essere rappresentati, anche con modi e procedure diversi, nella guida di tutti quei poteri collettivi democraticizzati. E ovviamente anche la classica rappresentabilità proporzionale nella ripartizione dei seggi parlamentari. Oltre a queste caratteristiche, rappresentabilità vuol dire anche non essere soltanto un numero di fronte alla legge ed allo stato, ma essere un soggetto vivo a cui si deve adattare una legge viva e personale. Questo radicale punto è meglio spiegato nella parte del libro chiamata disputa stato-cittadino.

4) GOVERNABILITÀ
Governabilità è il necessario contrappeso della rappresentabilità. Al singolo deve essere offerta la massima rappresentabilità ma al tempo stesso alla comunità deve essere fornito il potere necessario per gestire in maniera ottimale la parte di potere che gli individui gli hanno ceduto. Quindi creare un sistema dove le parti abbiano il giusto peso ma dove nessuna minoranza possa  accrescere in maniera esagerata il proprio potere come purtroppo accade negli stati gestiti con sistemi puramente proporzionali ma anche negli stati con leggi elettorali maggioritarie, dove sistemi elettorali sbagliati portano spesso delle minoranze invise alla popolazione al governo. Quindi democrazia integrata significa sia fornire più potere e più diritti agli individui ma anche consentire al potere organizzato di garantire al meglio quei governi e di gestire il potere in maniera efficiente ed ottimale.

Questi sono gli obiettivi principali della ricerca politica chiamata democrazia integrata, che ha come obiettivo generale quello della più ottimale e ampia distribuzione del potere. Ampia distribuzione del potere che il principale antidoto contro qualsiasi deriva antidemocratica.
In un nostro prossimo articolo parleremo anche di quale sistema elettorale si adatti maggiormente ai principi della democrazia integrata. Se questo articolo ti è piaciuto, non perderti Libertà Indefinita, un saggio sulla libertà e sulla legittimità di un sistema, il nostro, sempre più contestato dalla popolazione.banner liberta indefinita
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